La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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IL LUPO E LE VITTIME

LUPO

Quando Padre Stefano Manelli scelse l’austero convento di Frigento in Irpinia per iniziare un’esperienza di rivalsa sui Conventuali, non poteva immaginare che il suo personaggio sarebbe stato associato un giorno all’animale che da’ il nome a quell’area geografica della Campania: il lupo.

Irpinia infatti deriva da hirpus che nella lingua osca significa lupo.

La regione fu interessata nel 1980 da un terribile terremoto che provocò distruzioni e migliaia di vittime.

Il “terremoto” Manelli ha prodotto forse distruzioni e rovine sulle anime più di quanto non lo abbia fatto il sisma sulle case.

Il nome di Frigento è oggi associato a storie di sesso, sangue e soldi.

Un comitato civico vorrebbe chiedere i danni materiali e morali al Padre Manelli.

Eppure in paese qualche casa malandata si stava vendendo a qualche napoletano che la comprava per stare “vicino” al suo padre spirituale Stefano Manelli: un vero affare!

Si voleva riqualificare un’area depressa e rurale e padre Manelli, da buon profeta del commercio religioso, pensò di comprare un albergo.

“Qui diventerà una seconda San Giovanni Rotondo” venne detto all’allora sindaco del paesino di montagna che accordò tanti permessi e licenze ai fraticelli, compresa quella della tomba dei coniugi Manelli nella cripta del santuario nella quale si aggiunsero presto i corpi di qualche frate e qualche suora vittime del sistema e soprattutto di qualche gentil signora in cambio di una firmetta sul testamento olografo: “Se mi dai tutto – diceva Padre Manelli –  ti seppelliamo nella cripta del santuario. Vedrai quante preghiere e Messe per la tua anima!”

Oggi il Manelli cerca disperato di farsi scrivere su un disperato blog http://www.allchristian.it/dinamico.asp?idsez=11&idssez=12

alcune testimonianze, temendo la sicura compromissione del suo processo di canonizzazione, al quale ci teneva tanto fino a mettere da parte i soldini per la causa alla Congregazione dei Santi, così come qualche zelante pensionato mette da parte i soldini per il suo funerale e il loculo cimiteriale (per chi non può permettersi un posto esclusivo nella cripta di un santuario).

Da questo stesso blog al quale mi rivolgo, La verità sul commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, scopro che la proprietà del blog che fornisce tali testimonianze pro Manelli è di proprietà di un certo Claudio Circelli di Napoli. link

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Ho interrogato qualche frate e qualche suora su questo Claudio Circelli e ho scoperto che è ben conosciuto da essi.

E’ colui al quale il Padre Manelli ha affidato durante il commissariamento la Casa Mariana Editrice confermando come da Fondatore considerasse beni e opere dell’Istituto come sua proprietà personale.

Il danno non è tuttavia molto grave poiché l’editrice è in fallimento: sempre gli stessi libri da decenni, mancanza di nuove idee e di progetti, assenza di vere collane, estemporanei plagi a firma di Stefano Manelli, così come si evince dal catalogo e così come mi è stato fatto rilevare da chi ne sa qualcosa in più.

Durante il governo commissariale, inoltre, sembra che si sia usata l’editrice per un’amministrazione parallela all’Istituto sotto la regia – dicono – di una tale suor Consiglia De Luca. Si parla di novecentomila euro in un anno con una dichiarazione ai fini fiscali di ventiquattromila.

Mi hanno detto che il sig. Circelli ha anche una figlia suora. Nel convento degli orrori?

Questo allora giustifica un certo linguaggio e una certa battaglia… personale a favore del Fondatore.

Le Suore Francescane dell’Immacolata, infatti, hanno un occhio di riguardo sulle figlie dei ricchi e sulle figlie degli attivisti.

In questo caso i loro genitori hanno la possibilità di vederle un po’ più spesso nel “convento degli orrori” e di stemperare una  vita frustrata.

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Arrivano lettere alla Santa Sede che sembrano come scritte da uno stesso pugno e dalle solite stesse persone che generano ilarità (risate) nelle autorità preposte al discernimento:

“Padre Stefano è una brava persona, non mi ha mai palpeggiata, mai guardata negli occhi, mai chiesto soldi, ville, macchine…”.

Solo grazie alla “mediocri-crazia”, cioè alla scelta in posti chiave dei manovrabili mediocri dal burattinaio Manelli, per una prima volta nella loro vita, ormai cinquantenni, delle persone qualunque si sono sentite importanti e hanno creduto di fare almeno un’opera buona nella loro vita: difendere un santo, anzi un santone: Stefano Manelli!

Non tutte le ciambelle però riescono col buco.

Più di qualcuna delle vittime inizia a parlare e a testimoniare con la stessa dinamica raccontata nel recente libro shock, Giulia e il Lupo.

Il libro ha rivelato molte affinità con la vicenda delle suore usate e abusate e spiega qualche perché dei silenzi prodotti fino a poco tempo fa.

Ecco cosa Giulia (nome fittizio) testimonia sulla sua esperienza con una riflessione di padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, istituita da Papa Francesco per far luce sugli scandali sessuali e la pedofilia dentro alla chiesa.

La prima volta, lei aveva 14 anni. Lui, trenta di più.

“Mi ha fatto sdraiare sul suo grande letto. Io mi ci perdevo, ero magrissima ed esile. Lui aveva modi gentili e paterni. Mi ha invitato a slacciarmi i pantaloni e poi mi ha aiutato a sfilarli, ha fatto lo stesso con le mutandine. Io mi vergognavo, ero tesa e non sapevo come comportarmi…”

 Il “Lupo” è il nome usato da Papa Bergoglio nei suoi discorsi contro i preti pedofili.
La suora della testimonianza, oggi  quarantenne, vive in convento e non aveva mai rivelato le violenze subite dal sacerdote.

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“Il Lupo … aveva ottenuto quello che voleva, mentre io ero inerme”.
Un racconto feroce che la vittima ha trovato la forza di tirar fuori l’anno scorso, a 15 anni di distanza dai fatti, dopo aver ascoltato in Duomo a Milano, l’invito a denunciare gli abusi fatto dal vescovo di Boston O’Malley, chiamato a Milano dall’arcivescovo Angelo Scola perché raccontasse la sua battaglia contro i preti pedofili.

Come tutte le ragazze abusate da adulti, si sentiva “sporca”, incapace di opporsi al “don” dell’oratorio, il suo confessore: “Era la mia guida spirituale. Dovevo fidarmi. Mi aveva chiesto di più, avevo concesso di più. Di fronte a ogni sua richiesta non sapevo dire di no. Subito dopo, mi pentivo. Il Lupo no. Mi trovavo bloccata da quella confusione mortale. Percepivo che qualcosa di me era come morto, perché riusciva a fare di me e con me tutto quello che voleva”. Dopo anni, finalmente, il prete maniaco si allontana. Ma rimane un dolore sordo nella testa della ragazza, la fatica di vivere, la paura di ogni uomo, l’orrore per il proprio corpo. La decisione di prendere i voti, spiegata in mezzo a pagine che documentano il tormento psicologico, la difficoltà di trovare qualcuno disposto ad ascoltarla e a crederle. “Ora si trattava di pronunciare, una volta per tutte, il nome del mio carnefice, rivelare la sua identità. Non lo avevo mai detto, illudendomi così di proteggere me stessa, invece proteggevo lui. Non lo pronunciavo perché mi vergognavo di me stessa”, spiega la suora che, da adulta, ha avuto modo di incontrare ancora altre volte il suo persecutore. “Mi ha detto: ‘Io non ho mai dimenticato. Spero che tu mi abbia perdonato’.

Ho risposto d’impulso: “Certo, tanti anni fa”. E lui: ‘Questo per me è un grande sollievo'”.
Le conclusioni sono chiare: “Ho scoperto che il perdono non c’era mai stato, perché c’era la consapevolezza che non eravamo stati due amanti, bensì vittima e carnefice.

E la nostra relazione era un abuso e una violenza.

Il dossier Manelli, come il libro “Giulia e il Lupo”, mette alla prova le persone che ne vengono a conoscenza.

Chi potrebbe mai credere che succedano queste cose?

Chi vorrebbe confrontarsi con il fatto che un ministro di sacramenti, un pastore delle anime, un proclamatore della buona novella, possa con tanta insidia e perfezione maligna fare del male per tanti anni?

Se dall’esterno è difficile gestire i sentimenti di ripudio, possiamo immaginare quanta più audacia, resilienza e forza interiore siano state necessarie alle vittime che hanno vissuto, che ha vissuto un abuso così grave sulla propria pelle.

“Tutte fandonie” ha ripetuto più volte l’avvocato Enrico Tuccillo, difensore di Padre Manelli; “hanno fallito nella vita serafica” incalza “il Lupo” contro le sue stesse vittime.

Accompagnare certe rivelazioni è un esercizio quasi fisicamente doloroso, e certamente una sfida psicologica e spirituale enorme.

È però necessario — e infine anche salutare — affrontare questa difficile prova: necessario, perché siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità, a fare giustizia per coloro che hanno sofferto tanta ingiustizia e che sono stati feriti terribilmente; salutare, perché guardare in faccia i nostri peccati e le nostre mancanze nel commettere abusi e nel non fare tutto il possibile per evitarli è doloroso, ma ci apre anche gli occhi sulla nostra vera condizione umana e spirituale e, paradossalmente, ci prepara a ricevere l’effetto della redenzione gratuita che il Signore offre a coloro che si riconoscono peccatori e chiedono sinceramente il perdono.

Questo cammino, veramente cristiano, ci è stato esposto con autorevolezza unica dai Papi. Benedetto XVI ha incontrato vittime di abusi in molti suoi viaggi e ha enunciato la linea guida victims first: le vittime devono essere ascoltate, credute, protette, aiutate.

Papa Francesco approfondisce e amplia il processo di cambiamento che il suo predecessore aveva avviato. Lo ha fatto con un gesto forte e profetico quando ha invitato alcune vittime di violenza sessuale da parte di chierici; li ha invitati a Casa Santa Marta, dove egli vive, a pochi metri dalla basilica di San Pietro, dentro il Vaticano, cioè nel cuore della Chiesa cattolica. Il Papa, che ha dedicato tutta una mattinata ad ascoltare le vittime, rappresenta così un modello per tutti i vescovi e i responsabili nella Chiesa che incontrino una persona che abbia subito una ferita profonda da parte di un chierico. Il Papa si è voluto confrontare con la rabbia, la delusione, la solitudine, il buio, le ferite di cui le vittime gli hanno raccontato. Egli ha ascoltato queste persone molto più a lungo di quanto fosse previsto e i loro racconti lo hanno molto impressionato. In quei momenti tanto preziosi e densi è emerso anche quanto aggiunge alla gravità dell’abuso sessuale il fatto che esso sia commesso da un sacerdote: ciò mette radicalmente in dubbio nelle vittime la capacità di pregare e di credere in un Dio garante e protettore della vita. Nell’incontro con il Santo Padre, per le vittime è cambiato qualcosa di fondamentale: secondo la loro testimonianza, si è aperta una porta che per lungo tempo era rimasta chiusa. Le ansie, il rancore e il dolore stavano diminuendo; dove c’era la notte, era arrivata una luce di speranza: il processo di guarigione, e forse anche di riconciliazione, è possibile. Le biografie delle persone che sono state vittime di abuso sono uniche. Ci sono coloro che soffrono per tutta la vita per le conseguenze psichiche, relazionali e fisiologiche degli abusi subiti. Alcuni commettono suicidio, altri non si fidano più di nessuno e rimangono isolati, altri ancora diventano molto aspri e arrabbiati, mostrando la propria rabbia anche sui media. Ci sono vittime – non sappiamo realmente quante siano – che per «caso», per «fortuna» oppure per Provvidenza trovano le persone giuste nel momento giusto (terapeuti, mariti-mogli, partner, amici, eccetera) e le circostanze propizie.

Questo permette loro di intraprendere un cammino di comprensione e di lutto per il passato, di riorientamento del presente (liberato da questo macigno) e di possibile riconciliazione per un futuro più sereno.

A volte queste persone diventano testimoni della verità evangelica che le stimmate possono essere trasformate in uno spiraglio dal quale scorre la guarigione, che la morte con tutte le sue conseguenze è la via che conduce a una vita nuova. È impressionante incontrare queste persone che diffondono una umanità molto profonda e posseggono una sensibilità per la vita interiore che ovviamente le avvicina al mistero del Figlio di Dio il quale, assumendo tutto ciò che è umano, lo ha redento.

Una storia come quella di Giulia o delle vittime del Manelli ci ricorda che è solo il contatto immediato con la voce, il tremore, lo sguardo nel raccontare la propria verità di quelle donne offuscate elettronicamente nelle commoventi interviste televisive che ci permette di iniziare a intuire quanto profondamente siano state ferite.

Certo non è per nulla facile lasciarsi interpellare e provocare da tanto male e da tanto buio, soprattutto se uno sente di non essere personalmente responsabile per l’accaduto, però in quanto cristiani se seguiamo l’esempio di Gesù — che si piega verso i più deboli, gli ammalati, gli indifesi — siamo chiamati a imitare questo suo esempio.

In principio è una cosa molto semplice ascoltare ed essere presente con empatia e genuina comprensione; questo gesto semplice sembra invece essere molto difficile, per varie ragioni anche comprensibili.

La vergogna, l’insicurezza, l’incredulità giocano un ruolo importante in questo, e sono sentimenti che non possono essere negati. Quando tali sentimenti vengono affrontati si può sperimentare come alla fine questo sforzo non superi ciò che è nelle nostre possibilità; anzi, molte volte ci lascia con una ricchezza, perché siamo stati presenti alla sofferenza di una persona per la quale Gesù Cristo ha sofferto.

Narcisismo predatorio, megalomania, ignoranza pedagogica, avidità infantile, sono emersi come fattori del fallimento di un sistema di governo strutturato  sul modello dittatorial-manelliano.

In attesa del pronunciamento della Magistratura e della Chiesa, rimane la consolazione di aver smascherato uno dei più grandi fariseismi del Terzo Millennio.

Prendiamo esempio da Gesù quando dice «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il Regno dei Cieli».

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GIALLO: IL CONVENTO DEGLI ORRORI: TRACCE DI ARSENICO NEL CORPO DEL FRATE CHE INDAGAVA

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GIALLO ESCLUSIVO

C’è il sospetto che padre Volpi, il Commissario Apostolico che accertò gli abusi dei Francescani dell’Immacolata di Frigento (Avellino), sia stato ammazzato.

IL CONVENTO DEGLI ORRORI: TRACCE DI ARSENICO NEL CORPO DEL FRATE CHE INDAGAVA

I suoi Nipoti: “Nostro zio è stato ucciso: nei suoi capelli e nella sua barba sono state trovate tracce di questo potente veleno”. Ufficialmente il frate morì per un ictus causato dallo stress.

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Frigento (Avellino)

“Nostro zio è stato ucciso, sui capelli e sulla barba sono state riscontrate tracce di arsenico”. E’ questa in sintesi l’inquietante denuncia che i parenti di padre Fidenzio Volpi hanno presentato alla Procura della Repubblica di Roma.
Come molti di voi ricorderanno, il Commissario Apostolico fu nominato da papa Benedetto XVI nel giugno del 2013 per scoprire cosa accadeva all’interno del convento dei Frati Francescani dell’Immacolata di Frigento, ormai tristemente noto come “il convento degli orrori”. Padre Fidenzio Volpi, 75 anni, morì il 7 giugno 2015, ufficialmente a causa di un ictus causato dallo stress eccessivo. Padre Fidenzio, però, godeva di ottima salute: il suo improvviso decesso non convinse nessuno, a partire dai suoi parenti e dai suoi collaboratori. Ecco, come Giallo via ha svelato qualche mese fa, cosa aveva detto un collaboratore di padre Fidenzio Volpi: “Pochi giorni prima di morire misteriosamente, padre Fidenzio Volpi era molto nervoso. Mi aveva detto: “Se mi succede qualcosa, sai cosa fare del dossier scritto sull’Ordine dei Frati Francescani dell’Immacolata”.

CHI AVEVA INTERESSE AD UCCIDERLO?

Dunque, come avete appena letto, era lo stesso padre Volpi a temere che qualcuno potesse fargli del male. I suoi parenti e alcuni frati che lo conoscevano molto bene l’hanno sempre ripetuto: Padre Fidenzio potrebbe essere stato ucciso. Noi di Giallo siamo in grado di svelarvi un’esclusiva indiscrezione investigativa che potrebbe ora confermare questi sconvolgenti sospetti. Il timore, fondato su alcun confidenze raccolte da persone vicine al prete defunto, è che padre Volpi sia stato avvelenato lentamente con dosi giornaliere di una sostanza tossica. Tra i capelli e la barba di padre Fidenzio sono state infatti trovate alcune particelle di arsenico.
Se dovesse essere vero che padre Volpi è stato ucciso, chi potrebbe aver avuto questo terribile interesse? Questo, ancora, non è dato saperlo. Ma presto la Procura romana potrebbe fare chiarezza. L’inchiesta potrebbe partire proprio dal suo ultimo incarico, quello che con tanto di bolla papale gli era stato conferito da Papa Benedetto XVI: “In data 11 luglio 2013 con decreto 52741/2012 nomino Padre Fidenzio Volpi Commissario Apostolico dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata. Questo Istituto è retto dal suo fondatore: padre Stefano Manelli, eletto Superiore generale dell’Istituto la prima volta il 18 maggio 2002 e poi il 9 maggio 2008.
Come più volte abbiamo scritto su Giallo, padre Manelli è indagato dalla Procura di Avellino per violenza sessuale e maltrattamenti. In un dossier finito nelle mani del magistrato Adriano Del Bene, vengono descritti episodi di violenze, maltrattamenti e abusi subiti da alcuni religiosi dell’Ordine dei Francescani dell’Immacolata che sono tutt’ora al centro di approfondite indagini. In quelle carte, alcuni testimoni sentiti dai carabinieri parlano anche di morti sospette: almeno sei decessi “strani” sono avvenuti nei vari conventi diretti da padre Manelli.

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LA CRIPTA FU FATTA COSTRUIRE NEL 2002

Sarà presto la magistratura a chiarire ogni aspetto di queste morti anomale, compresa quella del frate filippino Matthew Lim, 30 anni, morto il 22 luglio del 2002 nel convento di Frigento. Tutti lo chiamavano Fra Matteo. La testimonianza ora nelle mani della Procura è di una suora che ha detto: “Fra Matteo era una persona sorridente, solare. Prima che morisse mi rivelò con sgomento: “Ci sono e si fanno cose che non vanno in questo Istituto”. Dopo qualche tempo il frate cadde in un pozzo. Il sospetto, dopo 14 anni, è che qualcuno lo abbia spinto lì dentro e che, nonostante le sue disperate richieste di aiuto, nessuno dei presenti lo abbia strappato dalla morte. Il frate da allora è seppellito nella cripta del convento di Frigento, fatta realizzare proprio nel 2002, nella quale sono sepolte almeno 12 persone: la Procura vuole chiarire le reali cause dei loro decessi. Per questo, la cripta recentemente è stata ispezionata durante un bliz dei carabinieri.
Ma torniamo a padre Volpi e al suo incarico di Commissario Apostolico per conto della Santa Sede. In diverse note giunte proprio in Vaticano si segnala che nel corso del commissariamento affidato a padre Fidenzio è stata fatta contro di lui “una sistematica azione di intimidazione, di diffamazione e di vilipendio, realizzata su una infinità di pubblicazioni, specie elettroniche, mentre i religiosi rimasti fedeli a padre Manelli impugnavano sistematicamente tutti i provvedimenti amministrativi da cui essi erano interessati”.
Inoltre, ecco cosa si legge in alcuni documenti arrivati in Vaticano: “Padre Manelli ha sempre incitato i frati a lui vicino alla disobbedienza e alla dimissione dall’Istituto. Lo stesso padre Manelli si è negato per mesi a un colloquio con il Commissario Volpi, del quale mai ne ha riconosciuto l’autorità, fino a febbraio del 2014 quando si limitò ad insultare e tentare di sabotare e far rimuovere i collaboratori di padre Fidenzio con ogni sorta di sprezzanti calunnie.”


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UN PATRIMONIO DA 30 MILIONI DI EURO

Il 26 marzo del 2015 il giudice del Tribunale di Avellino “accogliendo la tesi investigativa e ritenendo suffragata la condotta fraudolenta accertata” emetteva un provvedimento di sequestro preventivo di 54 immobili, 17 terreni, un impianto radiofonico e cinque impianti fotovoltaici, nominando nell’occasione come custode proprio padre Volpi.
Il commissario straordinario a cui il giudice affidò i beni sequestrati all’Istituto diretto da padre Manelli solo due mesi più tardi morì in circostanze misteriose. E tutti questi beni, con tanto di sentenza della Cassazione, finirono di nuovo nelle mani di Manelli e delle società costituite per la gestione dell’immenso patrimonio che supera i 30 milioni di euro.

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ARSENICO: PERCHE’ VIENE USATO NEI “DELITTI PERFETTI”

Qui sopra, una bottiglietta di arsenico, l’elemento chimico trovato nei capelli e nella barba di padre Volpi. L’intossicazione da arsenico può avvenire per inalazione, consumo di cibi e bevande contaminati o contatto con la pelle e l’accumulo nell’organismo di questo metallo pesante è tossico. La caratteristica dell’arsenico è quella di non presentare né odore, né sapore. Qualcuno, dunque, potrebbe berlo senza nemmeno accorgersene. Ecco perché, al cinema e in letteratura, viene spesso usato come “arma” nei delitti perfetti.

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FU NOMINATO DAL VATICANO Frigento (Avellino). Padre Fidenzio Volpi, il Commissario Apostolico nominato dal Vaticano per indagare sui Francescani dell’Immacolata, morì il 7 giugno 2015. Come richiesto dalla Procura di Avellino, la sua salma è stata riesumata: tracce di arsenico sono state trovate nella barba e nei capelli.

di Gian Pietro Fiore

QUEL VELENO DATO A PADRE VOLPI E IL RITO ANTICO CHE SI VOLEVA IMPORRE AI FFI

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Il frate filippino Matthew Lim, 30 anni, cadde in un pozzo il 22 luglio del 2002. Il sospetto, dopo 14 anni, è che qualcuno lo abbia spinto lì dentro e che, nonostante le sue disperate richieste di aiuto, nessuno dei presenti lo abbia strappato alla morte. “Ci sono e si fanno cose che non vanno in questo Istituto”, aveva confidato a una suora poco tempo prima che il suo corpo senza vita fosse trovato, nel fondo del deposito d’acqua del convento dei Francescani dell’Immacolata di Frigento, una cittadina in provincia di Avellino che in questi ultimi mesi è citata spesso in tv, sulle pagine dei giornali e sul web a causa degli orrori che si sospetta siano stati compiuti proprio nella “Casa di Maria”, che ancora oggi ospita padre Stefano Manelli, il fondatore della congregazione, esautorato dalla Santa Sede e noto ormai all’opinione pubblica come il “boia di Frigento” per l’efferatzza dei comportamenti che gli sono attribuiti. “Fra Matteo era una persona sorridente, solare. Prima che morisse mi rivelò con sgomento la sua inquietudine”, ha raccontato l’ex religiosa ai pm di Avellino che – grazie alla collaborazione dei carabinieri – indagano anche su altre morti sospette. “Sarà presto la magistratura – scrive il settimanale Giallo – a chiarire ogni aspetto di queste morti anomale”.

Ad attirare l’attenzione degli inquirenti è stata fin da subito la cripta del convento di Frigento, fatta realizzare proprio nel 2002, nella quale sono sepolte almeno 12 persone: la Procura vuole chiarire le reali cause dei loro decessi. Per questo, la cripta recentemente è stata ispezionata durante un blitz dei carabinieri.
A giustificare la perquisizione c’è un dossier nelle mani del pm Adriano Del Bene, nel quale vengono descritti episodi di violenze, maltrattamenti e abusi subiti da alcuni religiosi (frati e suore) dell’Ordine dei Francescani dell’Immacolata che sono tuttora al centro di approfondite indagini. In quelle carte, alcuni testimoni sentiti dai carabinieri parlano anche delle morti sospette: almeno sei decessi “strani” sono avvenuti nei vari conventi fondati da padre Manelli.
Uno degli omicidi – il più clamoroso – si sarebbe però consumato a Roma il 7 giugno 2015, e avrebbe avuto come vittima addirittura il commissario apostolico nominato dalla Santa Sede nel giugno del 2013 per guidare i Francescani dell’Immacolata. “Nostro zio è stato ucciso: sui capelli e sulla barba sono state riscontrate tracce di arsenico”, hanno rivelato i nipoti di padre Fidenzio Volpi, 75 anni, il religioso cappuccino deceduto il 7 giugno 2015. “Padre Fidenzio, però, godeva di ottima salute: il suo improvviso decesso, ufficialmente a causa di un ictus causato dallo stress eccessivo – scrive ancora Giallo – non convinse mai nessuno, a partire dai suoi parenti e dai suoi collaboratori”.

Prima di essere nominato dalla Santa Sede nell’incarico che gli costò la vita, il  religioso era da molti anni segretario della Conferenza Italiana dei  Superiori Maggiori e per questo era stato scelto da Papa Francesco per  guidare pro tempore i Francescani dell’Immacolata dopo la decisione  della Congregazione per i religiosi di azzerarne i vertici, con un iter  iniziato nel Pontificato di Benedetto XVI e finalizzato a recuperare al loro carisma i religiosi fondati da padre Stefano  Manelli, già membro dei frati conventuali, dai quali si era allontanato  per seguire una vocazione connotata da un maggiore rigore di vita e da  una più accentuata pietà mariana, sul modello di San Massimiliano  Kolbe. Ma, negli ultimi anni, cioè nella sua terza età, Manelli aveva messo in atto comportamenti davvero poco ‘ortodossi’,  secondo quanto appurato dalla visita canonica voluta da Papa Ratzinger. In particolare erano emerse imponenti irregolarità amministrative.

A seguito del commissariamento, anzichè obbedire al Papa e perseverare nella vocazione  i “fedelissimi” di padre Manelli hanno lasciato  le fraternità trovando accoglienza in due diocesi (una in Italia, Ferrara, retta dal vescovo ciellino Luigi Negri, e una  nelle Filippine, Lipa dove governa il vescovo Ramon Arguellas). Un vero ginepraio, nel quale padre Volpi si è trovato  coinvolto “per obbedienza al Santo Padre”. E lo stress di questa  situazione difficile ha probabilmente favorito l’ictus che ha colpito il  cappuccino il 29 aprile 2015. Alcuni siti tradizionalisti che nei due anni del suo servizio ai FFI hanno  quasi quotidianamente attaccato padre Volpi e il commissariamento  avevano dato la notizia della morte del frate cappuccino esattamente un  mese prima che avvenisse, come auspicandola.

“Pochi giorni prima di morire misteriosamente, padre Fidenzio Volpi era molto nervoso. Mi aveva detto: ‘Se mi succede qualcosa, sai cosa fare del dossier scritto sull’Ordine dei Frati Francescani dell’Immacolata’”, ha raccontato uno dei familiari del religioso al settimanale diretto da Andrea Biavardi. “Dunque era lo stesso padre Volpi – sostiene Giallo – a temere che qualcuno potesse fargli del male. I suoi parenti e alcuni frati che lo conoscevano molto bene l’hanno sempre ripetuto: padre Fidenzio potrebbe essere stato ucciso. Ed ora un’esclusiva indiscrezione investigativa potrebbe confermare questi sconvolgenti sospetti. Il timore, fondato su alcune confidenze raccolte da persone vicine al prete defunto, è che padre Volpi sia stato avvelenato lentamente con dosi giornaliere di una sostanza tossica. Tra i capelli e la barba di padre Fidenzio sono state infatti trovate alcune particelle di arsenico”.
In diverse testimonianze recapitate in Vaticano si segnala che nel corso del commissariamento affidato a padre Fidenzio è stata fatta contro di lui “una sistematica azione di intimidazione, di diffamazione e di vilipendio, realizzata su una infinità di pubblicazioni, specie elettroniche, mentre i religiosi rimasti fedeli a padre Manelli impugnavano sistematicamente tutti i provvedimenti amministrativi da cui essi erano interessati”. Nei documenti arrivati in Vaticano è affermato che “Padre Manelli ha sempre incitato i frati a lui vicino alla disobbedienza e alla dimissione dall’istituto. Lo stesso padre Manelli si è negato per mesi a un colloquio con il Commissario Volpi, del quale mai ne ha riconosciuto l’autorità, fino a febbraio del 2014 quando si limitò ad insultare e tentare di sabotare e far rimuovere i collaboratori di padre Fidenzio con ogni sorta di sprezzanti calunnie”.

La ben orchestrata campagna di disinformazione ai danni di padre Volpi tendeva a sostenere che i contrasti tra i frati che riguardassero esclusivamente il tentativo illecito del fondatore di imporre a tutta la sua famiglia religiosa il rito antico di San Pio V, che la Santa Sede (a norma del motu proprio “Summorum pontificum” di Benedetto XVI) può concedere solo alle famiglie religiose che sono nate con questa caratteristica, cioè non si può diventare tradizionalisti in corsa, magari per ragioni di convenienza. In realtà il contenzioso riguarda traffici economici originati dalla incontrollabile voglia di possedere capitali mobiliari. E il 26 marzo del 2015 il giudice del Tribunale di Avellino “accogliendo la tesi investigativa e ritenendo suffragata la condotta fraudolenta accertata” emetteva un provvedimento di sequestro preventivo di 54 immobili, 17 terreni, un impianto radiofonico e cinque impianti fotovoltaici, nominando nell’occasione come custode proprio padre Volpi che solo due mesi più tardi morì in circostanze misteriose. E in quegli stessi giorni tutti quei beni, con tanto di sentenza della Cassazione, finirono di nuovo nelle mani di associazioni vicine a Manelli costituite per la gestione dell’immenso patrimonio che supera i 30 milioni di euro.

http://www.farodiroma.it/2016/05/04/arsenico-sul-corpo-di-padre-volpi-e-vecchi-merletti-che-manelli-voleva-imporre-ai-ffi/

GENTE: NEL CONVENTO DEGLI ORRORI SI SPALANCA LA CRIPTA NERA

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GENTE: Avellino. Perquisizione choc all’Istituto Francescano dell’Immacolata

Soldi, abusi. E ora l’indagine per una morte sospetta. Tre inchieste cercano di far luce su Stefano Manelli, padre padrone del monastero

NEL CONVENTO DEGLI ORRORI
SI SPALANCA LA CRIPTA NERA

da Frigento (Avellino) Loredana Zarrella

Una cripta misteriosa, un frate morto in circostanze poco chiare, un giro vertiginoso di soldi destinati ai poveri e invece rimasti lì, in appositi conti correnti. Nel mezzo, il sospetto di plagi e abusi sessuali ai danni di decine di suore. Tutti elementi che hanno costretto i carabinieri a un nuovo sopralluogo a Frigento, cuore della provincia di Avellino. E così l’attenzione sui Frati Francescani dell’Immacolata è di nuovo massima.

E’ una vicenda, a metà tra Il nome della rosa di Umberto Eco e i romanzi fantareligiosi di Dan Brown, che dura addirittura dal 1998 quella che vede protagonista il convento irpino. Con al centro un solo, ambiguo personaggio: padre Stefano Manelli, 83 anni il prossimo 1° maggio. Lui che, attualmente indagato dalla procura di Avellino per violenza sessuale e maltrattamento e destituito dal ruolo di guida dell’ordine dalla Santa Sede, si è ritirato in una comunità religiosa a San Giovanni Rotondo. Il paese di San Pio, il frate dei miracoli al quale padre Manelli per decenni ha detto di rifarsi autoproclamandosi addirittura, secondo alcune testimonianze, depositario delle sue sacre stimmate.

Eppure c’è lo sguardo vigile della Santa Sede, ma anche quello più palpabile della magistratura sulla sua opera ecclesiastica. Su quell’ordine religioso che conta circa 700 religiosi tra frati e suore, sparsi in tutto il mondo, già commissariato nel 2013. Ora un bliz dei carabinieri ha scosso la quiete del convento irpino, lì dove padre Manelli avviò a partire dagli anni 70 una nuova esperienza di vita francescana sulle orme di san Massimiliano Maria Kolbe. Un progetto di fede che, secondo decine di testimonianze, si è infranto a partire dal 1990, dopo cioé che la Chiesa riconobbe il nuovo istituto. A quel punto si sarebbe instaurato progressivamente un vero culto verso il fondatore, un controllo assoluto e dispotico sulla vita dei religiosi e una vigilanza morbosa sui movimenti delle suore.

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Gente num. 17-2016, prima di copertina – vedi in basso a sinistra

FRA’ MATTEO MORI’ CADENDO IN UN POZZO E FU SEPOLTO NELL’IPOGEO

E’ per vederci chiaro che la Procura di Avellino ha dunque predisposto il sopralluogo nel convento e nel vicino santuario della Madonna del Buon Consiglio. Quindici carabinieri hanno ispezionato in particolare la cripta, la dispensa e il luogo dove venne ritrovato cadavere, nel 2002, frate Mattew Lim, rinvenuto in un pozzo cisterna. E hanno verificato tra l’altro le condizioni igieniche dell’ipogeo, uno spazio angusto interrato dove dal 2000 sono stati sepolti nove corpi, tra cui i genitori di Manelli, Settimio e Licia, dichiarati Servi di Dio dalla Chiesa, suore, frati e benefattrici che alla loro morte hanno lasciato i beni all’istituto di padre Stefano. Beni non esigui: si parla di parecchi ettari di terre, di appartamenti, di ville e negozi tra Roma e Perugia. Sarebbe stato proprio il fondatore a volere questa sorta di cimitero privato, in vista della creazione di un movimento religioso intorno al Santuario.
Una decisione che suscita non poche perplessità: perché, ci si chiede ora, far riposare nella cripta i resti di consacrati e laici, senza aver avuto il visto della Diocesi che è l’ente proprietario della struttura? E le autorizzazioni rilasciate a suo tempo dall’Asl e dal Comune, ora in mano ai carabinieri, sono tutte regolari?

Sepolto laggiù c’è appunto anche il frate filippino Mattew Lim, originario di Quezon City, che a 30 anni, nel luglio 2002, fu trovato esanime nel pozzo del convento. Un incidente, secondo gli inquirenti di allora che non trovarono sul corpo del frate tracce di colluttazione. Qualcuno, timidamente, azzardò l’ipotesi del suicidio. Ma i confratelli lo esclusero perché fra’ Matteo, come veniva chiamato, era gioviale e gran lavoratore. Oggi, alla luce di nuove testimonianze e incongruenze, si fanno largo sospetti ben diversi. E’ per questo che la Procura ha deciso di riaprire il caso per escludere che possa essersi trattato invece di omicidio.

Quanto alla dispensa, i militari sono andati alla ricerca di cibi scaduti. Tra le accuse mosse a padre Stefano da alcuni religiosi, infatti, c’era la costrizione a mangiare alimenti avariati. In questo senso, però, nessuna traccia di anomalia è stata trovata dagli agenti. Del resto, sarebbe stato difficile a tre anni di distanza, dal momento che le accuse risalgono al periodo precedente al 2013, quando un decreto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, firmato dal prefetto Joào Braz de Aviz e approvato da Papa Francesco, dispose il commissariamento dell’Istituto per disordini interni alla vita religiosa.

Accanto alle indagini della Santa Sede e della Procura di Avellino, c’è poi anche quella avviata dalla Guardia di Finanza. Perché questa è anche una storia di soldi e nel mirino è finita la gestione di un cospicuo patrimonio: 30 milioni tra denaro e beni immobili sequestrati a due associazioni legate all’istituto, con un’ipotesi di reato pesantissima per truffa e falso ideologico. Un filone anche penale, avviato dall’avvocato Giuseppe Sarno, legale della gestione commissariale dell’ordine con un dossier da brivido. Che passa anche da giuramenti dell’orrore.

UN’EX SUORA: “DURANTE UN RITIRO SPIRITUALE MI TOCCO’ IL PETTO, DISSE CHE ERA UN MODO PER ACCAREZZARE GESU’ “

Un’ex suora racconta: “Il Manelli nel convento di Frattocchie, vicino Roma, ci disse che avremmo dovuto scrivere una formula con il sangue con cui ci impegnavamo a obbedire ai Padri Fondatori, specie a lui”. Ci sono poi i presunti vizi del religioso. Un’altra ex suora ha rivelato: “In occasione di un ritiro a Pietralcina, in un casolare di campagna, padre Stefano mi metteva la mano in petto e la muoveva in senso rotatorio. Alla mia sorpresa a quel gesto insolito disse che, poiché ero piena di Gesù e dell’Immacolata nel mio cuore, lui in quel modo li sentiva, era come se li accarezzasse. Ha continuato anche in seguito e ho notato che faceva questa cosa anche ad altre suore”. C’è chi racconta di veri tentativi di approccio da parte del frate: “Non vergognarti, considerami il tuo sposo”. E qualcuno parla anche di induzione alla prostituzione di alcune suore nei confronti di sedicenti benefattori del convento.

Papa Francesco è intervenuto. Con un decreto del 19 ottobre 2015 si sono dispensati tutti i membri religiosi dal voto privato di speciale obbedienza alla persona del fondatore. Il quale si dichiara innocente, anzi vittima di una macchinzione. “E’ tutto un complotto”, sostiene attraverso l’avvocato Enrico Tuccillo, “un golpe ordito da alcuni frati per mettere le mani sui soldi dell’istituto”.

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QUEI PATTI DI SANGUE. Uno dei giuramenti scritti con il sangue dalle suore. Il patto secondo le testimonianze era preteso da padre Manelli. Papa Francesco ha sciolto le religiose da ogni tipo di vincolo.

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LE ALTE SFERE VENIVANO PER LUI DAGLI STATI UNITI. Il cardinale americano Raymond Leo Burke, 88 anni, nel 2010 con padre Manelli e madre Michela Cozzolino, superiora delle suore francescane dell’Immacolata.

 

Loredana Zarrella
Gente, num. 17 – sett. 3/05/2016, pag. 37.

 

IL FARO DI ROMA: Quando si usa la Giustizia per sottrarsi alle responsabilità. La contromossa di padre Manelli, il “boia di Frigento”

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Quando si usa la Giustizia per sottrarsi alle responsabilità.
La contromossa di padre Manelli, il “boia di Frigento”

19 mar 2016 by redazione

“Un complotto orchestrato con grande fantasia per mettere le mani sul patrimonio della congregazione dei Francescani dell’Immacolata”. Il quotidiano “Il Mattino” sintetizza così le motivazioni addotte da padre Stefano Manelli per la sua clamorosa mossa giudiziaria.

Indagato dalla Procura di Avellino per i reati di violenza sessuale e maltrattamento dopo essere stato completamente esautorato dalla Santa Sede, il frate ultraottantenne, su cui penderebbero anche gravi sanzioni canoniche, ha presentato il 2 marzo scorso, tramite il suo avvocato Enrico Tuccillo, una contro denuncia per associazione a delinquere, calunnia e diffamazione. A firmare l’esposto Manelli e altre nove persone. La denuncia è a carico di tre ex suore, di sei sacerdoti e due laici. Persone accusate di aver compiuto un golpe interno e di aver divulgato un “dossier anonimi dai contenuti falsi, testimonianze ripescate a distanza di anni in giro per il mondo allo scopo di destabilizzare tutta la fascia del vecchio ordine che era fedele alla regola di povertà”.

Il nostro quotidiano on line lo ha definito “il boia di Frigento” e la definizione resta appropriata

http://www.farodiroma.it/2016/03/19/quando-si-usa-la-giustizia-per-sottrarsi-alle-responsabilita-la-contromossa-di-padre-manelli-il-boia-di-frgento/

 

UN “CASE STUDY”

Un interessante articolo tratto da facebook…

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Ho atteso sei mesi dal commissariamento prima di iniziare ad occuparmi seriamente del case study dei Francescani dell’Immacolata e del fondatore Stefano Manelli.
Il mio è un nome di battaglia, ma mi onoro di essere un fedele servitore dello Stato e della collettività.
Da credente ho sentito il dovere di sconfinare dall’ambito strettamente professionale per fornire il mio contributo pubblico a un dibattito acceso diventato, oltre ogni previsione, schiamazzo di massa.
Sto raccogliendo materiale per un saggio scientifico, ma nel frattempo mi diletto nell’essere più divulgativo ringraziando quanti stanno interloquendo con me attraverso il social network.

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Esordii la mia attività di inquirente criminologo con il caso di Gigliola Ebe Giorgini e la sua organizzazione.
Fornii il mio contributo, sei anni fa, per i provvedimenti cautelari contro altri adepti e collaboratori della “santona”. Ne sono fiero.
Esercizio abusivo della professione medica, estorsione ai poveri anziani ed ammalati, non si potevano esaurire con la condanna solitaria della famigerata “Mamma Ebe”.
Si era costituita infatti una vera e propria associazione a delinquere.
Ho grande fiducia nei colleghi sia di Avellino che del Comando Generale che stanno conducendo un lavoro dai risultati apprezzabili.
Esistono più capi d’accusa e più filoni d’inchiesta ripartiti tra Fiamme Gialle e Carabinieri.
Oltre al chiaro disturbo di personalità e lo squilibrio psicologico evidente c’era qualcosa che non mi tornava nell’intera dinamica della vicenda.
Un post di Riccardo Piccarreta, soggetto crudo e invadente, ma sincero ed efficace, mi hanno restituito una pista che avevo trascurato ma mai abbandonata.
Per correttezza deontologica ho voluto fare visita ad un amico, spin doctor di un personaggio politico.
Conosceva il caso e mi ha detto che uomini e donne della politica, ma anche del mondo religioso, in virtù del loro narcisismo profondo, rispondono alle stesse dinamiche ed impongono ai loro fornitori di servizi le stesse esigenze.
Tali soggetti cercano anche di coinvolgere emotivamente, affettivamente ed ideologicamente alla loro persona e alla loro causa i professionisti che rientrano nella loro orbita.
Questo rappresenta per essi l’ennesima conquista da aggiungere alla serie di successi personali che alimentano l’autostima autoreferenziale.
Il mio amico, in meno di quarantacinque minuti di colloquio e una lettura diagonale del mio dossier, mi ha dimostrato scientificamente come padre Manelli abbia adottato un metodo di propaganda e di difesa che non può essere solo “farina del suo sacco”; non ha agito da solo.
Con il pretesto dell’attacco a quella “Messa Tridentina” che adottandola aveva allargato la cerchia di benefattori e vocazioni per i suoi Istituti, il Manelli si era assicurato dei soggetti che lo difendessero a prescindere dalla sua persona e aveva creato una cortina fumogena per distrarre l’opinione pubblica dai veri motivi del commissariamento.
Il pretesto rituale, tuttavia, non poteva resistere alla prova del tempo e soprattutto non convincere i soggetti all’interno della sua famiglia spirituale: frati, suore e laici.
Occorreva un movente più solido che si materializzasse in un soggetto da ostracizzare a oltranza.
La preoccupazione, inoltre, era quella di creare polarizzazione per attirare alla sua causa gli incerti, i neutrali, gli ignavi.
Occorreva infine boicottare l’azione di governo dell’istituto commissariato.
Si è servito della blogosfera, un mondo sconosciuto al Manelli, ma non a chi gli ha prestato consulenza.
Il suo errore è stato quello di sempre: non aggiornarsi.
Questo rientra esattamente nel suo profilo di personalità.
Il non potersi sbagliare deve coincidere con un valore metatemporale di decisioni e scelte da applicare anche a se stessi.
L’effetto collaterale della cortina fumogena ha prolungato la crisi e quindi reso vulnerabile il suo sistema non appena si è rotto il silenzio delle vittime: un caso da manuale.

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Il secondo step è il dietro front dei collaborazionisti che si sono sentiti strumentalizzati e danneggiati.
E’ il caso di Francesco Colafemmina che ritratta su padre Alfonso Maria Bruno, un soggetto che doveva fornire agli strateghi del Manelli il cosiddetto “capro espiatorio”.
Esso, fino alla sua nomina istituzionale, era più debole perché rappresentato e condiviso non da un unico soggetto, ma da cinque religiosi dell’Ordine, titolari del ricorso alla Santa Sede.
Fallito il boicottaggio integrale all’autorità, immagino grazie al senso di responsabilità della maggioranza dei frati, era necessario delegittimare i ruoli istituzionali: Commissario, Segretario Generale, Delegati, economi, rettori, maestri di formazione.
Poco importava, come nel passato e ancora in questo caso, il metodo, i mezzi, che prescindevano dal valore e dalla dignità della persona, nel senso antropologico e cristiano del termine.
Il terzo step sarà l’abbandono del Manelli da molti fedelissimi e persone di maggiore fiducia sulle quali contava.
E’ una dinamica soggettiva e collettiva.
Il progetto del Manelli è fallito; c’era tanto di tecnico, ma molto poco di realistico di fronte alle sorprese della storia e della Provvidenza incarnata nel Dio che la anima e la dirige.
Ai posteri, non l’ardua, ma la facile sentenza.

Ezio

IL VATICANO: PADRE MANELLI NON PUO’ RESTARE

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Frigento: La vicenda dell’istituto francescano

IL VATICANO: PADRE MANELLI NON PUO’ RESTARE

Il cardinale De Aviz interviene sul caso del frate accusato di gravi molestie

di Loredana Zarrella
Il Mattino – Irpinia – sab. 6 feb 2016, pag. 33

«Stefano Manelli non potrà più restare». E’ l’esternazione chiara, forte e inequivocabile, a cui si è lasciato andare il cardinale Joao Braz de Aviz, in occasione di un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa cattolica «Servizio Informazione Religiosa», conosciuta con l’acronimo «SIR» e vicina alla Conferenza episcopale italiana presieduta dal cardinal Angelo Bagnasco.

In quanto prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, il cardinale Braz de Aviz ha firmato diversi provvedimenti relativi all’Istituto dei Francescani dell’Immacolata fondato da Padre Stefano Manelli, controfirmati dall’Arcivescovo José Rodriguez Carballo.

L’11 luglio 2013 firma il decreto di commissariamento della Congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata, il 12 ottobre del 2015 il decreto di commissariamento dell’Istituto delle Suore Francescane dell’Immacolata, il 19 ottobre 2015 il decreto con cui si dispensano tutti i membri religiosi dei frati francescani dell’Immacolata e delle suore francescane dell’Immacolata, ed eventuali associati di questo istituto, dal voto privato (o promessa) di speciale obbedienza alla persona del fondatore.

«Stiamo lavorando con tenacia, perché i disguidi sono seri – ha dichiarato il Cardinale Joao Braz de Aviz – Il terribile voto nel sangue è stato sciolto da Papa Francesco. Stefano Manelli è stato allontanato. La questione economica è in mano alla magistratura italiana. La formazione è stata affidata alle Università Pontificie e ai centri riconosciuti. Ci sono tre commissari che stanno guidando l’Istituto in un percorso di normalizzazione. Ciò avverrà soltanto se ci sarà un cambiamento: non tutti, però, sono d’accordo. Abbiamo fiducia che qualcosa si muova. Quel che è sicuro, è che Stefano Manelli non potrà più restare».

Dichiarazioni che lasciano presagire seri provvedimenti da parte della Chiesa. Il prefetto della Congregazione dei religiosi omette, per ben due volte, l’appellativo di «Padre» a Stefano Manelli. Come mai? E’ nell’aria una sospensione a divinis o addirittura una riduzione a stato laicale?

Destituito intanto dalla Santa Sede dal suo ruolo di guida spirituale dell’Istituto da lui fondato, Padre Stefano Maria Manelli, 83 anni il prossimo 1 maggio, si trova attualmente a San Giovanni Rotondo, dove è tornato dopo una breve permanenza a Frigento, dal 21 novembre al 29 dicembre scorsi. Il trasferimento dal convento di Frigento alla cittadella della carità, dove si trova la «Casa Sollievo della Sofferenza», gli sarebbe stato momentaneamente accordato, da parte dei commissari apostolici, per motivi di salute.

Da tempo la formazione dei seminaristi è stata affidata alle università riconosciute dalla Santa Sede

Dalle parole del cardinale Joao Braz de Aviz è facile immaginare ora altri decreti in arrivo dal Vaticano. Atti a favore della Chiesa di Papa Francesco e contro le eventuali derive pericolose maturate nel governo dell’Istituto religioso fondato a Frigento da Padre Manelli. Si parla di derive lefebvriane, di fanatismo, esaltazione e plagio.

Gli inquirenti della Finanza e della Procura, da parte loro, dovranno accertare i reati di truffa aggravata e falso ideologico, oltre agli abusi e alle molestie che Padre Stefano avrebbe compiuto ai danni delle suore.