La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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UN “CASE STUDY”

Un interessante articolo tratto da facebook…

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Ho atteso sei mesi dal commissariamento prima di iniziare ad occuparmi seriamente del case study dei Francescani dell’Immacolata e del fondatore Stefano Manelli.
Il mio è un nome di battaglia, ma mi onoro di essere un fedele servitore dello Stato e della collettività.
Da credente ho sentito il dovere di sconfinare dall’ambito strettamente professionale per fornire il mio contributo pubblico a un dibattito acceso diventato, oltre ogni previsione, schiamazzo di massa.
Sto raccogliendo materiale per un saggio scientifico, ma nel frattempo mi diletto nell’essere più divulgativo ringraziando quanti stanno interloquendo con me attraverso il social network.

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Esordii la mia attività di inquirente criminologo con il caso di Gigliola Ebe Giorgini e la sua organizzazione.
Fornii il mio contributo, sei anni fa, per i provvedimenti cautelari contro altri adepti e collaboratori della “santona”. Ne sono fiero.
Esercizio abusivo della professione medica, estorsione ai poveri anziani ed ammalati, non si potevano esaurire con la condanna solitaria della famigerata “Mamma Ebe”.
Si era costituita infatti una vera e propria associazione a delinquere.
Ho grande fiducia nei colleghi sia di Avellino che del Comando Generale che stanno conducendo un lavoro dai risultati apprezzabili.
Esistono più capi d’accusa e più filoni d’inchiesta ripartiti tra Fiamme Gialle e Carabinieri.
Oltre al chiaro disturbo di personalità e lo squilibrio psicologico evidente c’era qualcosa che non mi tornava nell’intera dinamica della vicenda.
Un post di Riccardo Piccarreta, soggetto crudo e invadente, ma sincero ed efficace, mi hanno restituito una pista che avevo trascurato ma mai abbandonata.
Per correttezza deontologica ho voluto fare visita ad un amico, spin doctor di un personaggio politico.
Conosceva il caso e mi ha detto che uomini e donne della politica, ma anche del mondo religioso, in virtù del loro narcisismo profondo, rispondono alle stesse dinamiche ed impongono ai loro fornitori di servizi le stesse esigenze.
Tali soggetti cercano anche di coinvolgere emotivamente, affettivamente ed ideologicamente alla loro persona e alla loro causa i professionisti che rientrano nella loro orbita.
Questo rappresenta per essi l’ennesima conquista da aggiungere alla serie di successi personali che alimentano l’autostima autoreferenziale.
Il mio amico, in meno di quarantacinque minuti di colloquio e una lettura diagonale del mio dossier, mi ha dimostrato scientificamente come padre Manelli abbia adottato un metodo di propaganda e di difesa che non può essere solo “farina del suo sacco”; non ha agito da solo.
Con il pretesto dell’attacco a quella “Messa Tridentina” che adottandola aveva allargato la cerchia di benefattori e vocazioni per i suoi Istituti, il Manelli si era assicurato dei soggetti che lo difendessero a prescindere dalla sua persona e aveva creato una cortina fumogena per distrarre l’opinione pubblica dai veri motivi del commissariamento.
Il pretesto rituale, tuttavia, non poteva resistere alla prova del tempo e soprattutto non convincere i soggetti all’interno della sua famiglia spirituale: frati, suore e laici.
Occorreva un movente più solido che si materializzasse in un soggetto da ostracizzare a oltranza.
La preoccupazione, inoltre, era quella di creare polarizzazione per attirare alla sua causa gli incerti, i neutrali, gli ignavi.
Occorreva infine boicottare l’azione di governo dell’istituto commissariato.
Si è servito della blogosfera, un mondo sconosciuto al Manelli, ma non a chi gli ha prestato consulenza.
Il suo errore è stato quello di sempre: non aggiornarsi.
Questo rientra esattamente nel suo profilo di personalità.
Il non potersi sbagliare deve coincidere con un valore metatemporale di decisioni e scelte da applicare anche a se stessi.
L’effetto collaterale della cortina fumogena ha prolungato la crisi e quindi reso vulnerabile il suo sistema non appena si è rotto il silenzio delle vittime: un caso da manuale.

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Il secondo step è il dietro front dei collaborazionisti che si sono sentiti strumentalizzati e danneggiati.
E’ il caso di Francesco Colafemmina che ritratta su padre Alfonso Maria Bruno, un soggetto che doveva fornire agli strateghi del Manelli il cosiddetto “capro espiatorio”.
Esso, fino alla sua nomina istituzionale, era più debole perché rappresentato e condiviso non da un unico soggetto, ma da cinque religiosi dell’Ordine, titolari del ricorso alla Santa Sede.
Fallito il boicottaggio integrale all’autorità, immagino grazie al senso di responsabilità della maggioranza dei frati, era necessario delegittimare i ruoli istituzionali: Commissario, Segretario Generale, Delegati, economi, rettori, maestri di formazione.
Poco importava, come nel passato e ancora in questo caso, il metodo, i mezzi, che prescindevano dal valore e dalla dignità della persona, nel senso antropologico e cristiano del termine.
Il terzo step sarà l’abbandono del Manelli da molti fedelissimi e persone di maggiore fiducia sulle quali contava.
E’ una dinamica soggettiva e collettiva.
Il progetto del Manelli è fallito; c’era tanto di tecnico, ma molto poco di realistico di fronte alle sorprese della storia e della Provvidenza incarnata nel Dio che la anima e la dirige.
Ai posteri, non l’ardua, ma la facile sentenza.

Ezio

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1 commento

  1. Alfio ha detto:

    Manelli e’ un farabutto ha rovinato vite intere, mentre i suoi nipoti facevano vita dissoluta in convento e fuori, vergogna!!!!

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