La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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IL LUPO E LE VITTIME

LUPO

Quando Padre Stefano Manelli scelse l’austero convento di Frigento in Irpinia per iniziare un’esperienza di rivalsa sui Conventuali, non poteva immaginare che il suo personaggio sarebbe stato associato un giorno all’animale che da’ il nome a quell’area geografica della Campania: il lupo.

Irpinia infatti deriva da hirpus che nella lingua osca significa lupo.

La regione fu interessata nel 1980 da un terribile terremoto che provocò distruzioni e migliaia di vittime.

Il “terremoto” Manelli ha prodotto forse distruzioni e rovine sulle anime più di quanto non lo abbia fatto il sisma sulle case.

Il nome di Frigento è oggi associato a storie di sesso, sangue e soldi.

Un comitato civico vorrebbe chiedere i danni materiali e morali al Padre Manelli.

Eppure in paese qualche casa malandata si stava vendendo a qualche napoletano che la comprava per stare “vicino” al suo padre spirituale Stefano Manelli: un vero affare!

Si voleva riqualificare un’area depressa e rurale e padre Manelli, da buon profeta del commercio religioso, pensò di comprare un albergo.

“Qui diventerà una seconda San Giovanni Rotondo” venne detto all’allora sindaco del paesino di montagna che accordò tanti permessi e licenze ai fraticelli, compresa quella della tomba dei coniugi Manelli nella cripta del santuario nella quale si aggiunsero presto i corpi di qualche frate e qualche suora vittime del sistema e soprattutto di qualche gentil signora in cambio di una firmetta sul testamento olografo: “Se mi dai tutto – diceva Padre Manelli –  ti seppelliamo nella cripta del santuario. Vedrai quante preghiere e Messe per la tua anima!”

Oggi il Manelli cerca disperato di farsi scrivere su un disperato blog http://www.allchristian.it/dinamico.asp?idsez=11&idssez=12

alcune testimonianze, temendo la sicura compromissione del suo processo di canonizzazione, al quale ci teneva tanto fino a mettere da parte i soldini per la causa alla Congregazione dei Santi, così come qualche zelante pensionato mette da parte i soldini per il suo funerale e il loculo cimiteriale (per chi non può permettersi un posto esclusivo nella cripta di un santuario).

Da questo stesso blog al quale mi rivolgo, La verità sul commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, scopro che la proprietà del blog che fornisce tali testimonianze pro Manelli è di proprietà di un certo Claudio Circelli di Napoli. link

whoisallchristianIT

Ho interrogato qualche frate e qualche suora su questo Claudio Circelli e ho scoperto che è ben conosciuto da essi.

E’ colui al quale il Padre Manelli ha affidato durante il commissariamento la Casa Mariana Editrice confermando come da Fondatore considerasse beni e opere dell’Istituto come sua proprietà personale.

Il danno non è tuttavia molto grave poiché l’editrice è in fallimento: sempre gli stessi libri da decenni, mancanza di nuove idee e di progetti, assenza di vere collane, estemporanei plagi a firma di Stefano Manelli, così come si evince dal catalogo e così come mi è stato fatto rilevare da chi ne sa qualcosa in più.

Durante il governo commissariale, inoltre, sembra che si sia usata l’editrice per un’amministrazione parallela all’Istituto sotto la regia – dicono – di una tale suor Consiglia De Luca. Si parla di novecentomila euro in un anno con una dichiarazione ai fini fiscali di ventiquattromila.

Mi hanno detto che il sig. Circelli ha anche una figlia suora. Nel convento degli orrori?

Questo allora giustifica un certo linguaggio e una certa battaglia… personale a favore del Fondatore.

Le Suore Francescane dell’Immacolata, infatti, hanno un occhio di riguardo sulle figlie dei ricchi e sulle figlie degli attivisti.

In questo caso i loro genitori hanno la possibilità di vederle un po’ più spesso nel “convento degli orrori” e di stemperare una  vita frustrata.

MarcelloEP.Manelli

Arrivano lettere alla Santa Sede che sembrano come scritte da uno stesso pugno e dalle solite stesse persone che generano ilarità (risate) nelle autorità preposte al discernimento:

“Padre Stefano è una brava persona, non mi ha mai palpeggiata, mai guardata negli occhi, mai chiesto soldi, ville, macchine…”.

Solo grazie alla “mediocri-crazia”, cioè alla scelta in posti chiave dei manovrabili mediocri dal burattinaio Manelli, per una prima volta nella loro vita, ormai cinquantenni, delle persone qualunque si sono sentite importanti e hanno creduto di fare almeno un’opera buona nella loro vita: difendere un santo, anzi un santone: Stefano Manelli!

Non tutte le ciambelle però riescono col buco.

Più di qualcuna delle vittime inizia a parlare e a testimoniare con la stessa dinamica raccontata nel recente libro shock, Giulia e il Lupo.

Il libro ha rivelato molte affinità con la vicenda delle suore usate e abusate e spiega qualche perché dei silenzi prodotti fino a poco tempo fa.

Ecco cosa Giulia (nome fittizio) testimonia sulla sua esperienza con una riflessione di padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, istituita da Papa Francesco per far luce sugli scandali sessuali e la pedofilia dentro alla chiesa.

La prima volta, lei aveva 14 anni. Lui, trenta di più.

“Mi ha fatto sdraiare sul suo grande letto. Io mi ci perdevo, ero magrissima ed esile. Lui aveva modi gentili e paterni. Mi ha invitato a slacciarmi i pantaloni e poi mi ha aiutato a sfilarli, ha fatto lo stesso con le mutandine. Io mi vergognavo, ero tesa e non sapevo come comportarmi…”

 Il “Lupo” è il nome usato da Papa Bergoglio nei suoi discorsi contro i preti pedofili.
La suora della testimonianza, oggi  quarantenne, vive in convento e non aveva mai rivelato le violenze subite dal sacerdote.

uomo-lupo-branco

“Il Lupo … aveva ottenuto quello che voleva, mentre io ero inerme”.
Un racconto feroce che la vittima ha trovato la forza di tirar fuori l’anno scorso, a 15 anni di distanza dai fatti, dopo aver ascoltato in Duomo a Milano, l’invito a denunciare gli abusi fatto dal vescovo di Boston O’Malley, chiamato a Milano dall’arcivescovo Angelo Scola perché raccontasse la sua battaglia contro i preti pedofili.

Come tutte le ragazze abusate da adulti, si sentiva “sporca”, incapace di opporsi al “don” dell’oratorio, il suo confessore: “Era la mia guida spirituale. Dovevo fidarmi. Mi aveva chiesto di più, avevo concesso di più. Di fronte a ogni sua richiesta non sapevo dire di no. Subito dopo, mi pentivo. Il Lupo no. Mi trovavo bloccata da quella confusione mortale. Percepivo che qualcosa di me era come morto, perché riusciva a fare di me e con me tutto quello che voleva”. Dopo anni, finalmente, il prete maniaco si allontana. Ma rimane un dolore sordo nella testa della ragazza, la fatica di vivere, la paura di ogni uomo, l’orrore per il proprio corpo. La decisione di prendere i voti, spiegata in mezzo a pagine che documentano il tormento psicologico, la difficoltà di trovare qualcuno disposto ad ascoltarla e a crederle. “Ora si trattava di pronunciare, una volta per tutte, il nome del mio carnefice, rivelare la sua identità. Non lo avevo mai detto, illudendomi così di proteggere me stessa, invece proteggevo lui. Non lo pronunciavo perché mi vergognavo di me stessa”, spiega la suora che, da adulta, ha avuto modo di incontrare ancora altre volte il suo persecutore. “Mi ha detto: ‘Io non ho mai dimenticato. Spero che tu mi abbia perdonato’.

Ho risposto d’impulso: “Certo, tanti anni fa”. E lui: ‘Questo per me è un grande sollievo'”.
Le conclusioni sono chiare: “Ho scoperto che il perdono non c’era mai stato, perché c’era la consapevolezza che non eravamo stati due amanti, bensì vittima e carnefice.

E la nostra relazione era un abuso e una violenza.

Il dossier Manelli, come il libro “Giulia e il Lupo”, mette alla prova le persone che ne vengono a conoscenza.

Chi potrebbe mai credere che succedano queste cose?

Chi vorrebbe confrontarsi con il fatto che un ministro di sacramenti, un pastore delle anime, un proclamatore della buona novella, possa con tanta insidia e perfezione maligna fare del male per tanti anni?

Se dall’esterno è difficile gestire i sentimenti di ripudio, possiamo immaginare quanta più audacia, resilienza e forza interiore siano state necessarie alle vittime che hanno vissuto, che ha vissuto un abuso così grave sulla propria pelle.

“Tutte fandonie” ha ripetuto più volte l’avvocato Enrico Tuccillo, difensore di Padre Manelli; “hanno fallito nella vita serafica” incalza “il Lupo” contro le sue stesse vittime.

Accompagnare certe rivelazioni è un esercizio quasi fisicamente doloroso, e certamente una sfida psicologica e spirituale enorme.

È però necessario — e infine anche salutare — affrontare questa difficile prova: necessario, perché siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità, a fare giustizia per coloro che hanno sofferto tanta ingiustizia e che sono stati feriti terribilmente; salutare, perché guardare in faccia i nostri peccati e le nostre mancanze nel commettere abusi e nel non fare tutto il possibile per evitarli è doloroso, ma ci apre anche gli occhi sulla nostra vera condizione umana e spirituale e, paradossalmente, ci prepara a ricevere l’effetto della redenzione gratuita che il Signore offre a coloro che si riconoscono peccatori e chiedono sinceramente il perdono.

Questo cammino, veramente cristiano, ci è stato esposto con autorevolezza unica dai Papi. Benedetto XVI ha incontrato vittime di abusi in molti suoi viaggi e ha enunciato la linea guida victims first: le vittime devono essere ascoltate, credute, protette, aiutate.

Papa Francesco approfondisce e amplia il processo di cambiamento che il suo predecessore aveva avviato. Lo ha fatto con un gesto forte e profetico quando ha invitato alcune vittime di violenza sessuale da parte di chierici; li ha invitati a Casa Santa Marta, dove egli vive, a pochi metri dalla basilica di San Pietro, dentro il Vaticano, cioè nel cuore della Chiesa cattolica. Il Papa, che ha dedicato tutta una mattinata ad ascoltare le vittime, rappresenta così un modello per tutti i vescovi e i responsabili nella Chiesa che incontrino una persona che abbia subito una ferita profonda da parte di un chierico. Il Papa si è voluto confrontare con la rabbia, la delusione, la solitudine, il buio, le ferite di cui le vittime gli hanno raccontato. Egli ha ascoltato queste persone molto più a lungo di quanto fosse previsto e i loro racconti lo hanno molto impressionato. In quei momenti tanto preziosi e densi è emerso anche quanto aggiunge alla gravità dell’abuso sessuale il fatto che esso sia commesso da un sacerdote: ciò mette radicalmente in dubbio nelle vittime la capacità di pregare e di credere in un Dio garante e protettore della vita. Nell’incontro con il Santo Padre, per le vittime è cambiato qualcosa di fondamentale: secondo la loro testimonianza, si è aperta una porta che per lungo tempo era rimasta chiusa. Le ansie, il rancore e il dolore stavano diminuendo; dove c’era la notte, era arrivata una luce di speranza: il processo di guarigione, e forse anche di riconciliazione, è possibile. Le biografie delle persone che sono state vittime di abuso sono uniche. Ci sono coloro che soffrono per tutta la vita per le conseguenze psichiche, relazionali e fisiologiche degli abusi subiti. Alcuni commettono suicidio, altri non si fidano più di nessuno e rimangono isolati, altri ancora diventano molto aspri e arrabbiati, mostrando la propria rabbia anche sui media. Ci sono vittime – non sappiamo realmente quante siano – che per «caso», per «fortuna» oppure per Provvidenza trovano le persone giuste nel momento giusto (terapeuti, mariti-mogli, partner, amici, eccetera) e le circostanze propizie.

Questo permette loro di intraprendere un cammino di comprensione e di lutto per il passato, di riorientamento del presente (liberato da questo macigno) e di possibile riconciliazione per un futuro più sereno.

A volte queste persone diventano testimoni della verità evangelica che le stimmate possono essere trasformate in uno spiraglio dal quale scorre la guarigione, che la morte con tutte le sue conseguenze è la via che conduce a una vita nuova. È impressionante incontrare queste persone che diffondono una umanità molto profonda e posseggono una sensibilità per la vita interiore che ovviamente le avvicina al mistero del Figlio di Dio il quale, assumendo tutto ciò che è umano, lo ha redento.

Una storia come quella di Giulia o delle vittime del Manelli ci ricorda che è solo il contatto immediato con la voce, il tremore, lo sguardo nel raccontare la propria verità di quelle donne offuscate elettronicamente nelle commoventi interviste televisive che ci permette di iniziare a intuire quanto profondamente siano state ferite.

Certo non è per nulla facile lasciarsi interpellare e provocare da tanto male e da tanto buio, soprattutto se uno sente di non essere personalmente responsabile per l’accaduto, però in quanto cristiani se seguiamo l’esempio di Gesù — che si piega verso i più deboli, gli ammalati, gli indifesi — siamo chiamati a imitare questo suo esempio.

In principio è una cosa molto semplice ascoltare ed essere presente con empatia e genuina comprensione; questo gesto semplice sembra invece essere molto difficile, per varie ragioni anche comprensibili.

La vergogna, l’insicurezza, l’incredulità giocano un ruolo importante in questo, e sono sentimenti che non possono essere negati. Quando tali sentimenti vengono affrontati si può sperimentare come alla fine questo sforzo non superi ciò che è nelle nostre possibilità; anzi, molte volte ci lascia con una ricchezza, perché siamo stati presenti alla sofferenza di una persona per la quale Gesù Cristo ha sofferto.

Narcisismo predatorio, megalomania, ignoranza pedagogica, avidità infantile, sono emersi come fattori del fallimento di un sistema di governo strutturato  sul modello dittatorial-manelliano.

In attesa del pronunciamento della Magistratura e della Chiesa, rimane la consolazione di aver smascherato uno dei più grandi fariseismi del Terzo Millennio.

Prendiamo esempio da Gesù quando dice «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il Regno dei Cieli».

gesu_bambini

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