La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

PADRE STEFANO MANELLI E LA SOSPENSIONE A DIVINIS

Dal 1 Febbraio 2019 a P. Stefano Maria Manelli è stata comminata dal Commissario Apostolico Mons. Ardito Sabino la “sospensione a divinis” cioè una sanzione prevista dal canone 1333 del Codice di Diritto Canonico che gli vieta l’esercizio di tutti gli atti relativi al ministero sacerdotale.

La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa.
Questa frase attribuita al “comunista” Karl Marx rappresenta bene il “ventennio fascista” di Padre Stefano Manelli al governo dei Francescani dell’Immacolata dal 1990 al 2013.
Idolatrato da alcuni e disprezzato da altri ha saputo nel corso degli anni entrare nel sistema della corruzione vaticana senza riuscire per questo ad evitare la deposizione e il commissariamento finale.
Vocazioni distrutte e vite disilluse di uomini, donne e famiglie a cui si aggiungono altri fattori di imputabilità come scandali finanziari e abusi sessuali.
La consumazione di questi delitti protratti in parte nel tempo e in parte ancora in atto, ha definitivamente siglato il fallimento del “progetto Manelli” sulla vita religiosa.
Dallo studio del Diritto pubblico e dei sistemi costituzionali comparati abbiamo imparato e insegnato che il dittatore si propone di costituire stabilmente un nuovo ordine.
Fu questa la velleità del Manelli che nel suo narcisismo patologico e le ossessioni paranoiche finì col prendere di mira la Chiesa stessa per fondare un “nuovo Ordine” sul nostalgico modello degli anni Cinquanta,  quando da novello sacerdote la vita gli irrideva intorno.
Erano gli anni del baby boom nei quali Domenico Modugno allargava le braccia e cantava “Volare” per osannare a quella generazione che avrebbe egoisticamente succhiato ogni risorsa ai posteri. 
Erano gli anni della corte di Pio XII e dei fasti vaticani. 
Si sfruttò il bene e il male del Novecento ubriacandosi di sogni di vita e costruendo incubi per i giovani.
Il culmine fu raggiunto dal Manelli con l’esplicita critica al Vaticano II del 2009 attraverso il suo patrocinio a un convegno che in quella sede definì la grande assise vaticana un “conciliabolo pastorale”.
Benché il Manelli non ebbe mai il coraggio di far stampare l’integrità degli Atti, la Casa Mariana Editrice diffuse tuttavia il libello anticonciliare “Un discorso da fare” di Mons. Brunero Fiorello Gherardini mentre agli Istituti dei frati e delle suore venne pedissequamente e integralmente imposta la liturgia tridentina.
La parola d’ordine era: “lo vuole il Papa!” (Benedetto XVI ndr) cosa che si rivelò falsa.
In quegli anni il Manelli attribuì anche a San Pio da Pietrelcina la frase “tutte tenebre” riferita al Vaticano II liquidato come il Concilio dalle “quattro T”.
La menzogna ha sempre imperato nella retorica manelliana con il ricorso alla calunnia e ai santi, non quali intercessori ma come prova ad hominem delle sue fantasie.
Peccato che la “protezione speciale” di Padre Pio a più riprese ostentata dal Manelli su se stesso e la sua famiglia biologica sia ormai da tempo contraddetta dai fatti per l’evidente indignazione del santo stesso come riferito da una pia anima piemontese – in odore di santità – con dichiarazioni anche recenti.
Fondatore e sedicente “Padre Comune” di frati, suore e laici, Manelli volle realizzare un ideale restaurazionista di vita religiosa verso il quale nei fatti lui stesso ne fu costantemente distante.
La sua dottrina era condita inevitabilmente da pelagianesimo e montanismo e veniva così impartita all’interno della prassi formativa e la condotta conventuale dei suoi Istituti.
E’ curioso notare come la vita spesso sia come una ruota.
Ieri il Manelli si lamentava dei religiosi da lui definiti “rilassati”, oggi lui stesso ripete le stesse scelte che poco prima contestava ai cosiddetti “rilassati” specie se membri di altre congregazioni religiose, meglio ancora se Francescani e Conventuali in particolare.
A un mese dal commissariamento, con la complicità dei padri economi Abate e Longo – con i quali condivide ad oggi l’attesa di giudizio penale – Padre Manelli fece cambiare gli statuti delle due Associazioni pubbliche di Diritto privato alle quali facevano capo le temporalità dell’istituto.
Il controllo di cui fino a quel momento godeva il Superiore Maggiore pro tempore veniva ex novo attribuito “allo spirito di Padre Manelli” mentre la compagine associativa eliminava i religiosi e integrava laici amici, parenti e conoscenti di fiducia del padre Manelli.
Lo scopo era duplice:
Creare un nuova realtà canonica affrancata dal commissariamento e continuare a contare sugli appoggi di alti prelati e curiali corrotti grazie al “nervo della guerra” che è il denaro.
All’uopo Padre Manelli indusse allo scioglimento dai voti numerose suore e frati contando sul contingente appoggio di qualche vescovo disposto ad accogliere dei pii uomini o delle pie donne che volevano menare vita in comune continuando a portare un abito religioso molto simile a quello dei Francescani dell’Immacolata per indurre fedeli e “benefattori” in errore.
Il Santo Padre Francesco in persona indicò nel 2018 quattro punti sui quali Padre Stefano Manelli e il suo vice Padre Gabriele Pellettieri avrebbero dovuto assolutamente obbedire:


1) Collaborazione e obbedienza ai commissari;
2) Interruzione di contatti con le suore;
3) Fine della contaminazione ideologica ai frati;
4) Restituzione dei beni sottratti all’Istituto.

Manelli con l’ex vescovo Oliveri ad Albenga

Mentre il cofondatore Padre Gabriele Pellettieri dalla Teano del Nord, cioè Monghidoro, rispondeva “obbedisco”, Padre Manelli tergiversava, temporeggiava e parlava di “obbedienza ingiusta”, proprio lui che esigeva un’obbedienza alla “luce dell’Immacolata” e parlava di “obbedienza del cadavere” (sic).
Visto il rifiuto delle proposte benevole dei commissari di ricomposizione pacifica della questione con la mediazione dell’avv. Artiglieri “il farfugliatore”,  ad ottobre 2018 ci fu un incontro dei Commissari con il Cardinale Braz de Aviz e Mons. José Carballo.
Preso atto della somma di ammonizioni canoniche del padre Manelli, si passò al “cartellino rosso” consegnato brevi manu ad Albenga il 1 febbraio 2019.
Il Manelli, dopo la defenestrazione degli avvocati Artiglieri e Tuccillo, tipica dei sovrani tiranni che per paranoia uccidono i collaboratori, si fece redigere da un terzo soggetto una memoria difensiva molto approssimata con il solo scopo di guadagnare tempo in attesa che i suoi messi raggiungessero nuovi alleati, come le corti europee prima del Congresso di Vienna. 
Se in quel contesto di XIX secolo il principe Joseph de Ligne poteva denunciare l’immobilismo dei congressisti presi da danze mondane coniando l’espressione “si le congrès danse, il ne marche pasmutatis mutandis nel 2019 si può dire lo stesso delle pastoie vaticane.
L’officiale di Dicastero che seguiva la vicenda dei Francescani dell’Immacolata era il passionista Padre Diego Di Odoardo. Sostituito lo scorso anno per limiti di età da Padre Orlando Manzo barnabita, la condizione sanzionatoria per il padre Manelli si è ammorbidita.
Il Dicastero ha risposto a Padre Manelli ignorando il Commissario al quale era stato invece richiesto di redigere e firmare la sospensione a divinis.
Da fonti certissime sappiamo che alla recente richiesta del Commissario Mons. Ardito di una copia del testo di risposta al Manelli, il nuovo sottosegretario di Dicastero, Padre Pierluigi Nava ha effettivamente reagito. Al ricevimento della busta  era scomparso al suo interno l’allegato della lettera “accomodatrice” al Manelli.
Furto o leggerezza di un Dicastero Vaticano?
Si tratta di fatti gravi che minano l’integrità morale degli uomini al servizio di Papa Francesco la cui posizione è stata chiara sin dall’inizio.

il delfino Giovanni Manelli

Padre Stefano Manelli è in stato di disobbedienza canonica formale, ha dei carichi pendenti civili e penali, c’è un’inchiesta canonica presso Dottrina della Fede per accuse sulle sua moralità, un decreto di sospensione a divinis del suo superiore diretto, numerose ammonizioni canoniche, ma continua a fare ciò che vuole.
Alcuni blog tradizionalisti lo presentano come il perseguitato di Papa Francesco agli arresti domiciliari nel convento di Albenga.
In realtà padre Manelli si muove come e quando vuole lui con il suo autista personale, continua a visitare e permanere nelle clausure femminili e ha recentemente celebrato a Roma le nozze del nipote omonimo.

Ognuno si chiede se dei suoi delitti si fosse macchiato un chierico qualunque, cosa sarebbe stato di costui.

La regola dei due pesi e delle due misure è presente in uno dei più corrotti dei dicasteri vaticani dove i soldoni delle Congregazioni religiose bloccano il corso della giustizia e della correzione come già successo anni fa con Maciel Degollado fondatore dei Legionari di Cristo, protetto dai Cardinali Sodano e Dziwisz  che stavano compromettendo per questo la causa di canonizzazione di Giovanni Paolo II, il pontefice omologatore del Manelli ma criticato da quest’uomo cinico e ingrato ipercritico per alcune sue posizioni teologiche e il Giubileo del Duemila, proprio come l’Accusatore.

MLC

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Le pressioni e le corruzioni anche dei politici al Vaticano per “aiutare” padre Stefano Manelli

I sei anni dal commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata suscitano legittimi interrogativi sul rapporto di proporzionalità inversa tra la durata del provvedimento e l’azione efficace della Chiesa istituzionale.
Il commissario apostolico don Sabino Ardito sdb con i due subcommissari, i padri Gianfranco Ghirlanda si e Carlo Calloni ofmcapp, sembra che non abbia inciso più di tanto in una risoluzione ai problemi inflitti all’Istituto religioso dal controverso fondatore P. Stefano Maria Manelli.
Sappiamo di prima persona come dalla vicina Albenga il padre Manelli continui a mantenere contatti più che giornalieri con il gruppuscolo dei suoi fedelissimi, la compagine di religiosi/e fatti da lui uscire dal convento per costituire un’associazione di laici che vestono ancora il vecchio saio turchino per confondere i fedeli nella richiesta di soldi e beni illudendo al contempo il vecchio e nostalgico fondatore sull’esistenza di un’antica corte ancora a sua disposizione.
Qualche vescovo di provincia non ha la forza e la volontà di opporsi all’insediamento di questi fanatizzati nella propria Diocesi benché l’azione di questi giovani laici, uomini e donne, travestiti da religiosi sia costantemente ostile e critica al Magistero e alla persona del Santo Padre Francesco con dannoso indottrinamento ai fedeli e conseguente scandalo.
L’omissione di atti d’ufficio, tuttavia, interessa soprattutto la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica capeggiata dal cardinale Joao Braz de Aviz e da Mons. José Rodriguez Carballo.
Da fonti certissime sappiamo come i due vertici del Dicastero abbiano ricevuto pressioni da esponenti del mondo politico italiano oggi al governo e da eminenti cardinali.
Già avevamo scritto di come in questa vicenda siano molti i don Abbondio e pochi i fra Cristoforo come il compianto Padre Volpi, scomparso in circostanze non ancora chiarite.
La recente vicenda giudiziaria per corruzione di Armando Siri, sottosegretario ai Trasporti della Lega e consigliere economico di Matteo Salvini, illumina ulteriormente l’intera vicenda ricattatoria.
Il suo socio Paolo Arata ha mediato un incontro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Giancarlo Giorgetti con l’ex consulente di Donald Trump, Steve Bannon. E’ quanto si legge a pagina 114 dell’informativa della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) di Trapani.
Ricercato interlocutore di peso nell’operazione è stato il Cardinale Raymond Leo Burke capo della dissidenza nei confronti di Papa Francesco e noto protettore e mentore ideologico di padre Stefano Maria Manelli.
Oltre al finanziamento sull’eolico in Sicilia dietro tangente, lo scopo di questa serie di raccomandazioni e scambio di favori era l’ingresso del figlio di Armando Siri, Federico, al Ministero degli Esteri come sottosegretario.
Sappiamo inoltre come dal 5 luglio 2018 il leader del Carroccio sia ormai il “presidente del Comitato scientifico” della fondazione Sciacca e Giancarlo Giorgetti sia il suo vice.
Si tratta di una onlus “catto-sovranista” in cui si incontrano Salvini, monarchici, ultradestra e nemici del Papa.
Al vertice c’è lui: “Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Raymond Leo Burke”, capo riconosciuto delle legioni di nemici di Papa Francesco.
Tra i due – Salvini e Burke – c’è un punto di contatto che allarga la prospettiva al di là dell’Atlantico: il già citato Steve Bannon.
E poi, a scorrere i nomi, si trova tra i soci onorari dell’associazione gemella il nome di Augusto Sinagra, tessera 2234 della P2, storico avvocato di Licio Gelli.
Tutti insieme in una fondazione amica del Manelli che gravita nell’universo dell’ultra-conservatorismo anti-Bergoglio incarnato dal rosario tenuto tra le mani non del Manelli e delle sue bigotte pie donne, ma dal segretario leghista ed è guidata da un uomo che ha un solo obiettivo: costringere alle dimissioni Papa Francesco e ipotecarne la successione con un candidato gradito all’ultradestra cattolica americana.
Sotto lo “scudo sannitico” con la croce bianca simbolo della Fondazione prestano la loro opera illustri esponenti della nobiltà che fu. C’è Sua eccellenza  Principe Don Flavio Borghese, presenza fissa al premio Sciacca.
Il 7 novembre 2015, il fotografo lo immortalò mentre consegnava il Premio Cultura a George Pell, cardinale ex Prefetto della Segreteria per l’Economia, presidente d’Onore della Fondazione nel 2016, condannato in Australia per pedofilia.
Come già scrissi, il cardinale Pell, pur non avendone la competenza giuridica, intimò il commissario dei Francescani dell’Immacolata al pagamento di Breviari tridentini in latino-italiano, stampati dall’editrice inglese Baronius Press. Quei breviari non erano stati voluti dall’Istituto ma vennero forzosamente voluti sotto il governo manelliano dalla suor Perillo – legata sentimentalmente al Manelli e rifugiatasi in Inghilterra – per costringere i religiosi che non conoscevano il latino (e forse nemmeno bene la propria lingua) a fare uso di quella liturgia nella preghiera corale.
Conosciamo il seguito della storia del cardinale Pell, l’uomo che faceva spendere al Governatorato vaticano 4000 euro per un mobile sottolavello del suo mega appartamento.
Flavio Borghese, un ragazzone classe 1971, già Head of Finance & Markets del Monte dei Paschi di Siena dove ha lavorato per oltre 7 anni, è  Head of Portfolio Management della Cassa Depositi e Prestiti, è il delegato per Roma e la Città del Vaticano dell’ Ordine Costantiniano di San Giorgio ma è anche il pronipote di  Junio Valerio, organizzatore dell’omonimo golpe e fondatore del Fronte Nazionale e già comandante della X Mas, il cui vessillo campeggia tra le foto postate dal giovane Flavio su Facebook.
Quell’anno a premiare Pell c’era anche un altro membro dell’Ordine Costantiniano, il Principe Don Sforza Ruspoli. Classe 1927, simbolo di quell’italica monarchia che come il barone all’amatriciana Roberto De Mattei, altro grande amico del Manelli, non accenna a piegarsi all’estinzione nonostante l’avvento della Repubblica e il passare dei decenni.
 “Lillio”, così chiamato dagli amici, è “Agricoltore, Ambasciatore, Banchiere” e figura “tra i fondatori della Destra italiana”, recita la biografia sul suo sito – dove compare in foto con una carrellata di personaggi che va da Joseph Ratzinger a Karol Wojtyla, dal presidente brasiliano Lula al fu governatore di ultradestra della Carinzia Jorge Haider all’ex leader del Front National Jean Marie Le Pen – e nel 1989 era stato eletto in Consiglio Comunale a Roma con il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale.
Un humus politico e culturale che lega la onlus all’ Associazione Internazionale di Cultura e Volontariato “Uomo e Società”, che ha con la prima un rapporto osmotico e condivide molti dirigenti tra cui il presidente Don Bruno Lima.
Nella gallery sul sito spiccano l’intitolazione di una strada di Viterbo ai martiri delle foibe e tra i soci onorari spicca il nome di Augusto Sinagra, tessera 2234 della P2, storico avvocato di Licio Gelli e dei colonnelli vicini al dittatore argentino Jorge Rafael Videla, nonché autore di un volume sul “Venerabile” per Altaforte, la società editrice che ha pubblicato il libro-intervista di Salvini, e candidato con Casapound alle politiche del 2018. E poi ancora, anche qui monarchici, ex missini (Biagio Tempesta, ex sindaco dell’Aquila cresciuto nel Movimento Sociale di cui è stato dirigente anche Mauro Febbo, assessore regionale in Abruzzo alle Attività produttive), ex esponenti del Fronte universitario d’azione nazionale (Nicola Cristaldi, ex presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana) e neo-salviniani (Luigi Di Luzio, consigliere della Lega all’Aquila).
Nobili, ma anche militari sotto le insegne della fondazione. Ci sono  Gennaro Vecchione, direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza; Vittorio Rizzi, vice capo della Polizia e direttore della Criminalpol; il generale  Gioacchino Angeloni, comandante regionale della Guardia di finanza della Sardegna; il generale di brigata dei Carabinieri Mario Giambrone, vicedirettore della Scuola di Perfezionamento delle Forze Polizia; e il comandante del raggruppamento autonomo del ministero della Difesa, maggior generale Gerardo Restaino. Ma anche  Giancarlo Anselmino, direttore generale dell’Agenzia industrie difesa, e Ettore Gotti Tedeschi, banchiere legatissimo a Benedetto XVI che lo aveva chiamato alla guida dello IOR, la Banca vaticana.
Al vertice c’è sempre lui: “Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Raymond Leo Burke”, capo riconosciuto delle legioni di nemici che Francesco si è fatto, a Roma e non solo. Sua è l’opposizione alle aperture del pontefice ai divorziati risposati, già durante il primo dei due Sinodi sulla famiglia, nel 2014. Suo è il manifesto, condiviso da altri tre cardinali, nel quale si accusa il Papa di essere eretico per le aperture espresse nell’esortazione apostolica post sinodale  Amoris laetitia. Un’opposizione dichiarata che si è intensificata dopo che Bergoglio ha defenestrato il porporato dal ruolo di prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, la “Cassazione vaticana”, confinandolo all’incarico onorifico di patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta. Dove Burke ha creato non pochi problemi al Papa, che lo ha commissariato sostituendolo con il cardinale Giovanni Angelo Becciu.
Tra Salvini e Burke l’amicizia risale a prima delle politiche del 4 marzo. Per due volte il leader della Lega era stato in visita a casa del cardinale statunitense, a Roma, visite che avevano destato un certo stupore negli ambienti vaticani. Da un lato il principale oppositore di Francesco nel Collegio cardinalizio. Dall’altro il politico italiano che già al raduno di Pontida del 2016, si era fatto fotografare con in mano la maglietta con su scritto “ Il mio Papa è Benedetto”. Un gesto rimasto indigesto all’interno del Vaticano e della CEI. Ma Salvini non si era fermato: “Papa Benedetto aveva idee molto precise sull’islam. Quelli che invitano gli imam in chiesa non mi piacciono”. E ancora: “Io sono fermo a qualche tempo fa, a Papa Ratzinger”. Uno slogan che interpreta il sentire comune di diversi ambienti della destra e dell’ultradestra, che vedono in Bergoglio poco più che un prete di strada che diffonde un catechismo terzomondista e un pontefice di caratura inferiore al cospetto della sottile e sconfinata sapienza teologica incarnata da Benedetto.
Tra i due c’è un punto di contatto che allarga la prospettiva al di là dell’Atlantico:  Steve Bannon. Nell’orbita dell’ex stratega di Donald Trump gravita l’ex nunzio negli Stati Uniti  Carlo Maria Viganò, che ha intrapreso una campagna mediatica contro Francesco accusandolo di aver coperto la pedofilia, in particolare quella commessa dall’ex cardinale di Washington, Theodore Edgar McCarrick, spretato dal Papa proprio per gli abusi sessuali su minori. Viganò è arrivato perfino a chiedere le dimissioni di Bergoglio reo, a suo giudizio, di aver chiesto tolleranza zero nel contrasto alla pedofilia del clero e poi di essere stato lui stesso un insabbiatore. Accuse che si sono rivelate infondate ma che sono piaciute molto all’ala dell’ultradestra cattolica americana, di cui Burke è uno dei massimi esponenti, che ha infatti preso subito sotto la sua protezione Viganò, oggi rifugiato negli Stati Uniti e sostenuto dagli oppositori più aggressivi del pontificato di Francesco.
L’ex nunzio non ha mai incontrato Salvini, a differenza di Bannon che ha manovrato per attirare il vicepremier nella galassia del suo  The Movement in vista delle elezioni europee con l’obiettivo di creare un fronte sovranista in grado di riunire tutti i populisti del vecchio continente. Dal 2014 Bannon collabora con l’Istituto  Dignitas Humanae, un’organizzazione, presieduta da Burke, fondata nel 2008 per “proteggere e promuovere la dignità umana sulla base della verità antropologica che l’uomo è nato a immagine e somiglianza di Dio”.
La presa di possesso dell’abbazia di Trisulti da parte della Fondazione Dignitatis Humanae è miseramente fallita dopo la scoperta dell’assenza di ogni copertura finanziaria e divergenza con la mission dichiarata all’Ordinario del luogo indotto in errore.
Ciliegina sulla torta sull’opposizione eclesiastica sarebbe stato l’insediamento a Trisulti di una imprecisata “comunità francescana” che da fonti certe sappiamo essere il gruppetto degli ex frati raminghi del Padre Stefano Manelli.
Lo scopo malcelato di Dignitatis Humanae è di preparare una classe di cattolici ultraconservatori in vista del conclave che dovrà eleggere il successore di Bergoglio.
E’ su questo che punta la galassia manelliana prolungando il commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata poiché Padre Stefano Manelli nelle sue profezie deliranti avrebbe già annunciato la morte imminente di Papa Francesco e la successione di un Papa conservatore.
Da fonti certe sappiamo come il deposto superiore dei Francescani dell’Immacolata, Padre Stefano Manelli inviti ad ogni elezione, comprese le recenti europee, al voto di preferenza per la Lega.
Mentre politici, piduisti, faccendieri e leghisti conoscono come “ è duro calle lo scendere e ‘l salir per” le scale della CIVCSVA e inventare – a seconda delle circostanze – promesse e ricatti con i poltronisti del Dicastero, dispiace che da ottantaseienne suonato il Padre Manelli non abbia ancora fatto i giusti conti con il Padreterno.
Sarà perché a forza di averlo dichiarato e codificato si crede di essere proprio lui il Padre Comune?
M.L.C.

PADRE STEFANO MANELLI SFIDA I COMMISSARI

E’ apparso il secondo volume della collana “Un dono dall’alto” edito dalla Casa Mariana Editrice.

E’ la raccolta dei testi legislativi dei Francescani dell’Immacolata e la collezione delle lettere del Fondatore P. Stefano Manelli ai due Istituti di Frati e Suore fino al 2012.

I testi e la presentazione della collana insistono sul carattere “costitutivo” del Voto Mariano indicato come la “ragion d’essere” dell’Istituto.

L’editrice tuttavia non è più espressione dei Francescani dell’Immacolata ma di un raggruppamento di laici vicino a Stefano Manelli. La rappresentanza legale è affidata a tale Claudio Circelli che sembra contare sulla gratuita manovalanza editoriale di pie donne che indossano però velo e abito religioso a confusione del popolo di Dio.

Si tratta di ex suore francescane dell’Immacolata o ragazze figlie di persone vicine al Padre Manelli al quale hanno prestato un voto privato di fedeltà incondizionata che prescinde l’autorità stessa della Chiesa.

Mons. Pasquale Cascio, Vescovo di S. Angelo dei Lombardi sembra che le abbia accolte seppur informalmente o ad experimentum, mentre il confinante Mons. Arturo Aiello, vescovo di Avelino ha avuto qualche perplessità.

Quando le Clarisse di Pietravairano, un tempo legate a Padre Manelli, illuminate finalmente dall’Alto, decisero di prenderne le distanze, lo stesso vendicativo P. Stefano calunniò più volte e pubblicamente l’allora vescovo di Teano-Calvi, passato poi al capoluogo irpino, di avere una tresca con la madre badessa! (sic)

Per rispolverare la memoria ai tanti che hanno seguito la triste vicenda della storia ecclesiale recente e per informare gli ignari, ricordiamo che nel 2009 P. Stefano Manelli strinse un patto scellerato con il famigerato cardinal Raymond Burke per iniziare un virulento attacco contro il Vaticano II prima e il pontificato di Papa Francesco poi associandosi ad ideologi come il fu prof. Brunero Gherardini o il barone Roberto De Mattei.

La belligeranza fu annunciata dai tamburi dell’adozione esclusiva per le suore e per i seminari dei frati dell’usus antiquor della liturgia sotto pretesto – rivelatosi falso – di un’esplicita volontà di Benedetto XVI.

I malesseri creatisi all’interno della famiglia religiosa per un evidente snaturamento del carisma kolbiano e abuso di autorità portò nel 2012 alla visita canonica culminata nel 2013 dal commissariamento.

Nei primi anni del provvedimento disciplinare Padre Manelli fomentò una vera e propria opposizione al governo del cappuccino Padre Fidenzio Volpi che contemperava al gravoso incarico il segretariato della CISM (Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori).

Nel 2015 questo primo commissario apostolico morì tra le invettive e i salmi imprecatori prima e i brindisi poi dei religiosi e religiose idolatri del Padre Manelli.

Subentrò al governo del ramo maschile una troika di commissari: Don Ardito Sabino salesiano e P. Gianfranco Ghirlanda gesuita con P. Carlo Calloni cappuccino.

Nel 2016 esplose giudiziariamente e mediaticamente sui media nazionali e locali il caso di P. Manelli come palpeggiatore seriale delle sue religiose e manipolatore di vecchiette e figlie spirituali dalle quali otteneva lasciti testamentari con la promessa-premio della tumulazione nella cripta del santuario mariano di Frigento nell’Alta Irpinia dove nel frattempo aveva seppellito i genitori.

Lo scopo era creare per la numerosa famiglia naturale gloria e denaro, strumento che nel passato gli aveva permesso approvazioni ecclesiali e nel presente impunità giudiziaria e canonica.

Lo scorso 19 marzo 2019 da fonti certe abbiamo saputo del decreto di sospensione a divinis per Padre Stefano Manelli.

Il religioso, dopo aver risposto alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica che le disposizioni del Papa di non avere più contatti con le suore, di incoraggiare alla collaborazione con i commissari i frati disidenti, di obbedire all’autorità della Chiesa, di restituire i beni sottratti all’Istituto “sono un’obbedienza ingiusta”, ha finto – per opportunismo – col tornare a più miti consigli.

Quale novello Federico II a Canossa – terra non lontana dal luogo di origine del Commissario Sabino Ardito – Padre Manelli ha fatto credere di voler collaborare “per sospendere la sospensione” e contare sulla corruttibilità degli officiali e minutanti del Dicastero Vaticano pronti a nascondere le carte sotto pile di altri documenti “più urgenti” da trattare.

Da allora sono passati quasi tre mesi senza un nulla di fatto.

Sono però passati soprattutto sei anni dal commissariamento senza un nulla di fatto.

Le suore commissariate in epoca più recente hanno praticamente mantenuto le stesse superiore al potere e sono completamente disinformate sulla vicenda.

Come per i frati esiste un governo ombra parallelo che però è universalizzato rispetto a uno zoccolo duro di meno di trenta fraticelli su trecento che credono di continuare a mantenere in ostaggio l’intero Istituto.

Il processo penale nel quale Padre Manelli è imputato insieme all’ex economo P. Bernardino al secolo Maurizio Abate e P. Pietro Luongo andrà presto in prescrizione e il partito del fondatore con i suoi familiari, profittando dell’ignoranza giuridica delle masse, annuncerà “che giustizia è fatta”.

I procedimenti civili per il dirottamento dei beni a mezzo falso ideologico andranno a sentenza, ma saranno messi in sordina salvo le sorprese di magistrati corrotti.

Nel frattempo, grazie a quei personaggi che non riescono a mantenere i segreti o che hanno due piedi in una scarpa, abbiamo appreso che il Manelli conta sulla successione di governo al Dicastero con un Prefetto e Segretario in scadenza di mandato. Il prossimo anno, inoltre, don Sabino Ardito sarà ottantunenne quindi potrebbe essere rimosso per raggiunti limiti di età senza aver risolto il caso malgrado la sua perizia giuridica.

Padre Manelli dal longevo genoma familiare se la ride dalla soddisfazione annunciando ai fedelissimi anche la prossima morte di Papa Francesco e l’avvento di un pontefice a lui favorevole.

“Questo Papa non mi farà niente, tanto non mi possono fare niente… faremo uscire altri scandali nella Chiesa… li ricatteremo…” è la spavalda litania che pronuncia insieme alla calunnia del “… sono tutti massoni e modernisti”.

A questa si aggiunge: “sono degli incapaci, non capiscono nulla”.

In realtà il Manelli sta solo incoraggiando sé stesso più che la truppa di soggetti ideologizzati o semplicemente psicotici che lo segue.

Come da sempre il Manelli divide per imperare.

Dovrà farsene comunque una ragione del suo clamoroso fallimento malgrado il suo volgo fanatizzato raccolga testi di scritti e documenti, pubblichi libri a sua firma, benché sconfessato dalla Chiesa istituzionale.

Diabolos non è forse sinonimo di Divisore?

M.L.C.

BLONDET SCRIVE, IL PUBBLICO RIDE

In risposta all’articolo di Maurizio Blondet

 

Ho conosciuto il Blondett a Milano meno di vent’anni fa in occasione della presentazione dell’uccellosauro, il titolo di un suo libro di critica all’evoluzionismo darwiniano.

Mi è piaciuta la sua ricerca, meno le posizioni ideologiche sempre più radicalizzate fino al complottismo patologico e un dichiarato antisemitismo che lui giustifica in nome dell’eteroprassi degli Ebrei.

Transfugo di diverse testate cattoliche dalle quali è uscito così com’è entrato, ha avuto una vicenda personale tormentata che spiega le sue psicosi.

I genitori lavoravano in una fabbrica di armi a Sesto San Giovanni e gli zii militavano per la Repubblica di Salò: dei fascistoni direbbero i benpensanti.

La famiglia soffrì lutti per le crudeltà della Brigata Garibaldi il che esacerbò un odio viscerale verso i “comunisti”.

La mamma gli raccontava le storielle degli antichi elleni che familiarizzarono il giovane Blondett alla tragedia greca.

La sua ermeneutica della storia è tutta complottista-tragedista e non risparmia nemmeno la Chiesa, divisa tra buoni e cattivi, veri e falsi, santi e peccatori, modernisti e tradizionalisti che naturalmente lo vedono catalogato dalla parte dei giusti.

Maurizio Olindo Blondet, conosciuto con la firma di Maurizio Blondet ha pontificato raramente sul caso dei francescani dell’Immacolata e quando l’ha fatto ha rivelato il pressapochismo squalificante di chi riporta fatti e personaggi per “sentito dire”.

La fine ingloriosa di un giornalista qualora fosse mai stato tale.

San Giovanni Paolo II era per lui “discendente dagli Ebrei e incarnava il ruolo di anticristo” mentre l’attuale Emanuele Macron è “un pedofilo omosessuale” anche se ha sposato l’ex professoressa di scuola ben più anziana di lui…

Forse Blondet è più una persona malata, un Ligabue della penna…

Non sfugge al coro di chi ha voluto recentemente presentare sommessamente il presunto epilogo di una mediazione civile tra l’allora commissario apostolico Padre Fidenzio Volpi e i “familiari” di Padre Stefano Manelli “offesi” dalla lettera confidenziale all’Istituto che il defunto cappuccino scrisse per notificare le malversazioni del deposto fondatore sui beni ecclesiastici dell’Istituto religioso da lui fondato nel 1990.

Non entro nel merito delle idee personali del Blondett, ma giudico senz’altro la sua disonestà intellettuale.

Titola il suo pezzo nel modo seguente: “Condannata la nuova gestione dei Francescani dell’Immacolata voluta da Bergoglio”.

Una grande ingenuità per un “professionista” come lui che imprime a tutto il dettato una dichiarata comprensione antipapale privandosi della soddisfazione di vedersi letto dalla stragrande maggioranza di un pubblico annoiato dai soliti manifesti antibergogliani da “resto d’Israele”.

Poco avvezzo alla procedura del Diritto civile, parla di “condanna” ai danni della congregazione fondata dal Manelli: i Francescani dell’Immacolata.

Il Blondett parla di “oppressione” e “persecuzione” di frati, suore e terziari, termine improprio per indicare i laici aderenti al movimento.

Parla di “soppressione” da parte di Bergoglio di un Ordine più fiorente di quello di Assisi.

Si tratta secondo lui di Francescani più autentici dei Francescani stessi. Apperò!

E se il grande divisore luciferino fosse lo stesso P. Stefano Manelli, il biloso per la rimozione dal governo?

Il Blondett esalta l’Istituto dei Francescani dell’Immacolata come troppo severo, troppo tradizionalista, dotato della Messa in latino… che però non aveva mai avuto fino al 2008.

Mette in dubbio le palpatine alle suore del “novantenne” (ottantacinquenne) Manelli che però davanti ai microfoni di RAI DUE parlò di fatti avvenuti ventiquattro anni fa, quando non era novantenne…

Parla di “stipendio ai commissari” ignaro del mantenimento ultradecennale del Manelli alle famiglie dei suoi fratelli e sorelle di numerose prole, per i nipoti soldati e soldatesse da affidare ai ranghi della sua guardia pretoriana.

Disotterra Mario Palmaro che nel merito “evocò l’uso dei regimi totalitari di addebitare ai familiari dei condannati il costo delle pallottole usate per l’esecuzione” dimenticando però che sono i familiari del Manelli a chiedere soldi all’Istituto per strumentali quisquille giudiziarie abituati da sempre a fare gli accattoni…

Dopo la critica a Carballo e Braz de Aviz del Dicastero vaticano per la vita consacrata, secondo lui frutto di leggerezze di scelta da parte di Bergoglio, ritorna sui morti dichiarando che Volpi era già deceduto prima della data ufficiale…

Un complotto vaticano insomma di un uomo che dimesso dall’ospedale San Giovanni di Roma, andò al Gemelli e dal Gemelli al Don Gnocchi per la riabilitazione post ictus.

Si trattò insomma di uno scambio di persona con la falsificazione delle cartelle cliniche e del certificato di decesso.

Lo scopo?

Cedere il posto a una troika commissariale ancora più virulenta verso un santo di nome Manelli, custode di reconditi segreti e novello messia.

Il Blondett scrive che i sacerdoti dei francescani dell’Immacolta “non possono uscire dalla vita religiosa”, ma sembra ignorare che nel frattempo tanti si sono già diocesanizzati come Giovanni, il nipote dello stesso p. Manelli o addirittura sposati e spretati come qualche altro dei suoi fedelissimissimi.

Blondett afferma ancora che i frati “devono strappare dal petto la Medaglia Miracolosa” che però ho visto ancora portare fino a pochi giorni fa incrociandoli nei pressi di Termini.

Critica il fatto che dovranno coricarsi senza l’abito e magari anche toglierselo per fare la doccia o andare in spiaggia proprio come faceva il Manelli con le suore o la famiglia Lucianelli.

Blondett assicura infine che i frati dovranno “cancellare” il Voto Mariano e che non potranno più fare riferimento a San Massimiliano.

D’ora in poi infatti il loro unico riferimento sarà il Manelli, più santo di P. Kolbe e canonizzato in vita, primo caso nella storia della Chiesa.

La santità gli è valsa per i meriti di “essere prigioniero” con la maglia rosa del  giro d’Italia da un convento (di suore) a un altro con la sua berlina,  autista incluso.

Insomma i Manelliani sono fedelissimi nell’obbedienza. Eroicamente fedeli. Agnelli fra le mani del macellaio… l’uomo di Santa Marta, dicono.

Il Blondett infine conclude ritornando sul suo personaggio preferito, Papa Francesco al quale attribuisce uno sdoppiamento di personalità per un tumore al cervello diagnosticatogli da tale Fukushima lo strizzacervelli con apparecchio tomografico sotto il braccio per fare dal Giappone la diagnosi al Papa.
E quando a Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio si rivolse a Dio dicendo: «Padre, siamo divisi. Uniscici! » naturalmente è per il Blondett un invasato perché il “Padre Comune” Stefano Manelli continua a dire a frati, suore e laici: “continuate a scannarvi perché è solo me che dovete adorare ed è questo il sacrificio a me gradito!”

UNA DELLE BUGIE DI PADRE STEFANO MANELLI

Riepilogo dei fatti su recenti articoli circa la “condanna” dei Francescani dell’Immacolata e “le ragioni” di Padre Manelli riconosciutegli dal “Tribunale” di Roma.

Preambolo

L’11 Luglio 2013, festa di San Benedetto Patrono d’Europa, l’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata viene commissariato dalla Santa Sede.

Il Fondatore Stefano Manelli è destituito dalla carica di Superiore Maggiore che deteneva senza interruzione dal 1990 con frode elettorale dal 2002.

Il cappuccino Padre Fidenzio Volpi, segretario della Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori, è incaricato dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica di assumere il governo dell’Istituto come Commissario ad nutum Sanctae Sedis.

Il compito non si rivela facile soprattutto a partire dal momento in cui il novello commissario incomincia a scavare nel dossier Manelli.

Scopre che il deposto superiore maggiore dei Francescani dell’Immacolata non ha commesso soltanto abusi di governo e si è allontanato dalla comunione ecclesiale, ma non è il “santo” che molti credono.

E’ una persona dalla vita doppia, immorale, narcisista e spietato.

Ha costruito un impero facendosi credere un taumaturgo e sfruttando naturalmente la semplicità e l’ingenuità popolare di tante persone disperate.

In questa operazione viene aiutato dalla numerosa famiglia che insieme a un manipolo di donne, nubili e spasimanti, ingrossa le fila degli adepti presentandosi come “l’erede di Padre Pio”.

Molti lasciano terreni, case, ville, stipendi “in cambio del Paradiso”.

Alcuni influenti uomini di Chiesa, la cui stagione si sta esaurendo,  lo proteggono per decenni in un gioco di corruzione e ricatti, denaro e contiguità ideologica con la messa a disposizione del mini esercito di frati e suore disseminati con opere in diversi Paesi del mondo.

Nella Provvidenza di Dio è proprio un confratello cappuccino del glorioso Padre Pio a smascherare Padre Stefano Manelli e mettere il dito nelle piaghe gangrenose della sua vita ambigua.

Stefano Manelli deve salvaguardare la sua immagine e soprattutto non può privarsi di quei beni materiali che gli hanno garantito finora cittadinanza e impunità nella Chiesa.

Dopo l’operazione di dirottamento delle temporalità dell’Istituto dalla titolarità dei religiosi a quella di laici parenti, amici e conoscenti, incita alla disobbedienza.

Spera in un rifiuto unanime di ogni atto di governo del Commissario, ma viene tradito dalle sue stesse Costituzioni anticanoniche che attribuiscono al Superiore Maggiore un potere quasi di vita e di morte sui sudditi.

Molti aderiscono al Commissario, altri chiedono di uscire dall’Istituto, pochi fanatizzati gli prestano ossequio usque ad mortem.

Il Manelli vuole creare un Istituto parallelo.

Non può rischiare che i suoi frati capiscano in quale meccanismo perverso erano caduti.

E’ un esaltato narcisista che “crede” e fa credere di dover salvare una Chiesa peccatrice, una vita religiosa in decadenza di cui lui rappresenta il salvatore.

Sono in molti a credergli ma altrettanti lo abbandoneranno più tardi denunciando il suo atteggiamento alle autorità della Chiesa.

 Vexata quaestio

Il Commissario Apostolico P. Fidenzio Volpi l’8 dicembre 2013 scrive una lettera all’Istituto dove presenta il quadro della situazione.

Il nipote P. Settimio Manelli, designato quale successore in pectore dell’ormai ottuagenario zio P. Stefano Manelli, capeggia la “resistenza” e consegna a siti tradizionalisti il testo riservato ai frati che viene immediatamente pubblicato on line.

La famiglia Manelli fa la parte della vittima e per complicare ulteriormente la vita al Commissario Volpi lo denuncia, ma solo in ambito civile, per evitare un dibattimento giudiziario penale che potrebbe risolversi in una condanna riconvenzionale su di essi.

Affida il patrocinio all’avv. Davide Perrotta uno dei giovani squali del Foro di Roma che agogna notorietà sperando nel chiasso mediatico della vicenda Manelli.

La famiglia Manelli, di cui alcuni componenti sono stati sempre “aiutati” dalle risorse dell’Istituto, chiede un indennizzo di 20.000 euro che diviso per ciascun componente della numerosa famiglia è la pretesa del miserabile.

A questo si affianca la richiesta della pubblicazione di scuse da parte del Commissario.

Si vuole ad ogni modo delegittimare l’operato di Padre Fidenzio Volpi, umiliarlo, farlo destituire e sottrarre risorse all’Istituto per sabotare ulteriormente la sua operatività apostolica.

Padre Stefano Manelli con i suoi adepti riuscirà finalmente nel 2015 a cagionare la morte di P. Fidenzio Volpi esasperato al massimo. Morirà in seguito a un ictus cerebrale, forse propiziato da avvelenamento farmacologico indotto. Si apre un’inchiesta giudiziaria ma non si procede alla perizia necroscopica per “irritualità” diranno più tardi i giudici per far tacere una vicenda che assume proporzioni più rilevanti degli stessi fatti.

L’opinione pubblica da quel momento in poi ha un giudizio di condanna e disgusto verso Stefano Manelli accusato anche di atti libidinosi da suore successivamente uscite dall’Istituto.

I fatti risalgono agli anni Novanta quindi il Manelli si salva grazie alla prescrizione giudiziaria, ma non vuole affrontare il processo che potrebbe dichiarare la sua innocenza: sa di essere colpevole.

Nel frattempo, siamo ancora nel 2014, il Commissario Volpi ancora vivente, l’ordinamento giuridico italiano prevede la cosiddetta mediazione obbligatoria per dirimere controversie in sede civile.

Nell’accordo allegato al verbale di mediazione Padre Volpi prende atto dell’esistenza del giudizio per asserita diffamazione e nello spirito francescano di pace  – contrariamente al cinico Padre Manelli –  accetta di porre fine a quest’annosa vicenda anche se la modifica apportata dalla Assemblea dei Soci allo Statuto dell’Associazione “Missione del Cuore Immacolato” ha reso possibile la nomina alla carica di Segretario della stessa Associazione dell’Ingegner Antonio Allocca, marito della Signora Pia Manelli, sorella di Padre Stefano Maria Manelli.

Le sbavature della stampa

 

E’ evidente che nessuna sentenza di condanna è stata mai emessa da un Tribunale né P. Volpi ha mai riferito o “ammesso il suo reato di calunnie e menzogne”.

La famiglia Manelli si precipita a notificare ai siti tradizionalisti la volontà di Padre Volpi di chiudere bonariamente la vicenda.

Maria Guarini responsabile del blog tradizionalista Chiesa e Postconcilio utilizza nel titolo l’espressione “accuse calunniose”  e successivamente la parola “sentenza” dando ad intendere, al pubblico che legge, che è in maggior parte un pubblico di religiosi digiuno di competenze giuridiche, che è intervenuta una sentenza di condanna per calunnia e che Padre Volpi abbia ammesso il reato di “calunnie e menzogne”.

La notizia così come proposta non corrisponde, evidentemente,  alla verità dei fatti ed ha una volontà chiaramente diffamatoria e proveniente da soggetti che avversando la nomina del Commissario Apostolico dei Frati Francescani dell’Immacolata, mirano a screditarlo per indurlo nella migliore delle ipotesi a dimissioni così come purtroppo in qualche commento alla notizia viene adombrato.

Di pari e forse di maggiore gravità si appalesa l’articolo comparso sul sito internet “Le pagine don Camillo” di Elio Lops ove, oltre al turpiloquio di cui già si è detto, si attribuisce alla lettera dell’8 dicembre 2013 “il punto di appoggio per un durissimo Commissariamento, voluto fortemente da Benedetto XVI, che senza verificare queste chiacchiere, ha affidato a Padre Volpi il compito di riportare l’ordine…” .

Sia la Guarini che il Lops (che all’epoca risiedeva presso la Parrocchia San Gregorio Magno di Roma) vengono querelati alla Procura della Repubblica di Roma.

La morte di Padre Volpi interromperà il procedimento, ma non il cinismo di Padre Manelli e dei famelici familiari che vogliono rifarsi sul consulente giuridico e la nipote del defunto Commissario.

Padre Volpi non accetta più le condizioni bonarie della mediazione perché capisce che è strumentale al metterlo sotto accusa facendo credere alla ristretta porzione di pubblico che segue la vicenda che il Manelli è innocente e lui è il cattivo, così come i titoli capziosi di ANSA Campania e Avellino today vogliono far intendere in quanto apparso pochi giorni fa anche se questa volta gli attori diventano l’Istituto in questione e la dottoressa Loredana Volpi oggetto di un odio imperituro del Manelli e dei seguaci del santone.

 Conclusioni

 

E’ uno degli ultimi gesti disperati di un uomo a fine corsa, consapevole della sua colpevolezza, del suo fallimento, ma che deve tenere coesi gli adepti con notizie che diffonde in maniera tutto sommata sommessa per evitare quel contraddittorio che da esperiti nel Diritto e nella vicenda gli stiamo procurando.

Da fonti certe abbiamo anche appreso di una sanzione canonica pendente sul Manelli.

Far scrivere che “Il Tribunale di Roma gli da ragione” non ha nulla a che vedere con le accuse in sede penale di atti libidinosi, né con il falso ideologico e truffa per i beni sottratti all’Istituto. In questo caso il padre Manelli, già finita l’istruttoria, è imputato in attesa di giudizio.

Le recenti notizie si riferiscono semplicemente alla banale mediazione civile del 2014 impugnata dal Volpi dopo le calunnie a mezzo stampa susseguenti l’accettazione delle risoluzioni-trappola.

Qualcosa di analogo venne diffuso su internet dai pronipoti ragazzini del Manelli dopo il riconoscimento della prescrizione, cosa ben diversa dall’assoluzione, ma dove si ebbe l’ardire di scrivere “caso chiuso, Manelli prosciolto”.

Stucchevole infine la scelta di far scrivere sui titoli, “Francescani dell’Immacolata condannati”.

E’ il segno che il Manelli voglia adesso concentrarsi sull’associazione parallela di fedeli (uomini e donne) creata ad arte e artificio tramite il vescovo filippino  Ramon Arguelles difeso proprio dalla Guarini il 4 Febbraio 2017 in occasione delle dimissioni impostegli dal Vaticano due giorni prima.

Esporre così la sua “creatura canonica”, l’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, che finora aveva parato il lato B alla sua mediocrità rappresenta l’autosodomizzazione di un decadente e vergognoso fondatore.

MLC

PADRE STEFANO MANELLI, CON ESOTERISTI, MAFIE E MASSONERIE

L’elezione di un Papa, scelto «quasi alla fine del mondo», era la naturale premessa perché la Chiesa, guardando la realtà da altri orizzonti, potesse riprendere coscienza della propria identità, della propria funzione, e ridefinire così le linee e gli obiettivi dell’azione evangelizzatrice. Insomma, una Chiesa più attenta ai «feriti» dalla vita, a quanti hanno più bisogno. Una Chiesa più centrata sulla dimensione pastorale dell’esistenza delle persone. Una Chiesa più collegiale, più sinodale, come dire che ogni Chiesa locale avrebbe potuto realizzarsi nel proprio tempo e nel proprio luogo. E invece, ciò che era nuova vitalità, nuovo modo di vivere la vocazione cristiana, è stato visto come una minaccia da quanti erano ancora legati al vecchio sistema clericale come P. Stefano Manelli.

Una Chiesa autoreferenziale, e dove l’attenzione ai poveri, agli esclusi, è sostanzialmente una forma di promozione sociale, e non il «cuore» del messaggio di Cristo. Inoltre, proprio durante il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata cominciava a crescere il malcontento per un governo che procedeva in maniera discontinua, improvvisata, altalenante. Tipico di un Papa gesuita, pragmatico, abituato a mettere in moto dei «processi», ad aspettarne gli sviluppi, la maturazione, e quindi a rimandare le decisioni. Tutto il contrario del formalismo scolastico che imperava ancora negli ambienti della Curia romana fino al 2013. Tutto il contrario di una precettistica mai messa veramente da parte, e soprattutto il contrario delle ferree leggi contenute nel Codice di diritto canonico o peggio nei “galatei” manelliani. Una novità di peso dove vigeva comunque la legge dei “due pesi e due misure” e tanto fariseismo come nella conduzione di governo del Manelli. L’elezione di un Papa come Bergoglio, rimasto fuori dai contrasti post-conciliari, sembrava oggettivamente preludere al dissolversi del clima di stagnazione che da qualche tempo aleggiava sulla comunità cattolica. E che era la diretta conseguenza dell’intellettualismo, del bizantinismo, di molti dibattiti teologici. E, più ancora, delle dispute attorno al falso dilemma continuità-discontinuità (della Chiesa, plasmata dal Vaticano II, rispetto alla Chiesa di prima), dispute che avevano letteralmente bloccato l’opera di attuazione del Concilio.
Padre Stefano Manelli se ne fece stupidamente promotore organizzando un convegno a un passo dal Vaticano, nella sala di conferenze dell’istituto delle Suore di Maria Bambina nel dicembre 2009.
Assecondò le elucubrazioni di Mons. Brunero Gherardini, ospite ingrato della canonica di S. Pietro che per anni ha gufato contro le riforme postconciliari.
Il professore di teologia toscan-pratolino – pace all’anima sua – scrisse un libro contro il Vaticano II intitolato “Un discorso da fare”,  che il Manelli si preoccupò di stampare e diffondere attraverso l’ormai compromesso marchio di “Casa Mariana Editrice”.

Da fonte certa sappiamo che quando Benedetto XVI lesse appunto il libro “Vaticano II, un discorso da fare”, ne rimase contrariato e disgustato.
In Francia sempre questo libro fu tradotto e distribuito dalla Fraternità Sacerdotale di S. Pio X          (i Lefebvriani)!
L’editrice ha pensato vigliaccamente di farlo sparire dal catalogo per nascondere l’arma del delitto dalla canna fumante dopo i lauti guadagni da opera di nicchia…

Il Manelli poi fu così maldestro da associarsi al Cardinale Raymond Leon Burke, una creatura della più becera destra repubblicana statunitense e da quella politica promosso agli alti ranghi della Chiesa Cattolica quale “Cavallo di Troia” all’interno delle Mura Leonine.

A Trisulti è diventato da poco presidente del consiglio di amministrazione dell’Istituto Dignitatis Humanae finanziato in gran parte da Steve Bannon, fondatore del  sito di estrema destra “Breitbart” e stretto collaboratore di Donald Trump fino al licenziamento dalla Casa Bianca.

Quello a cui puntano i due americani B & B: il presule Burke e il banchiere strategista Bannon, è «la ridefinizione dell’Occidente come un’entità nazionalista e cristiana sul piede di guerra contro i barbari».
Ci tentò la Fondazione Lepanto di Roberto De Mattei a Santa Babina in Roma, ma i risultati finora sono stati mediocri.
Ancora meno ha fatto in Italia la crociata del vescovo emerito di Ferrara Luigi Negri e i vari siti e blog come “La Nuova Bussola Quotidiana” e “Bastabugie” di spessore strategico quasi inesistente e con una certa popolarità fra cattolici in buona fede, ma poco eruditi sui massimi sistemi , sul “dietro le quinte”.
Lo strumento per sviluppare il progetto dei teo-con (movimento dei nuovi conservatori in nome della religione cristiana) è la battaglia culturale, una guerriglia che si combatte a forza di slogan e di ideologie.
Parlando ai sostenitori di Marine Le Pen in Francia, Bannon l’ha messa giù così: «Lasciate che vi chiamino razzisti, xenofobi, nativisti, omofobi e misogini: anzi, andatene fieri!»
Poi, c’è la ridefinizione dell’Unione europea. E qui la cosa si fa (relativamente) complessa, perché Bannon è sì un’anti-europeista ma è anche un occidentalista. Non parla mai apertamente della distruzione del progetto europeo. Piuttosto, vuole che esso cambi,  attraverso lo smantellamento della moneta unica e la sconfitta dei valori liberali e universalisti, e che si trasformi in una “confederazione di Stati liberi e indipendenti”. Con il vecchio continente, del resto, ha un rapporto stretto anche perché l’ondata populista è iniziata qui prima che negli Usa.
Quello che ha in mente è «un nuovo mondo che inizia dall’Europa», legati a una Chiesa strutturata in senso gerarchico, piramidale, dove l’universalità viene identificata con il «centro», con Roma, mortificando le periferie e considerandole semplici «appendici».

E invece, proprio ciò che di nuovo impersonava il nuovo Papa –l’impostazione pastorale e missionaria, il rilancio del Vaticano II e, in particolare, una vera decentralizzazione – non solo ha messo in allarme molti degli stessi cardinali che avevano eletto Bergoglio; ma, per reazione, ha fatto uscire allo scoperto l’opposizione di un fronte tradizionalista, che si era rafforzato, volente o no Benedetto XVI, sul finire del precedente pontificato. E che adesso tirava fuori gli artigli.
Proprio nell’annus horribilis della defenestrazione manelliana – quando il rimosso Padre Stefano scappò quasi dalla finestra del convento per sfuggire all’obbedienza del Commissario Apostolico simulando ricoveri in una clinica privata (a cinque stelle) in odore di Camorra – si stava preparando il congresso euro-russo.
Esso ebbe luogo in Austria nel mese di luglio del 1994.
Furono presenti vari aristocratici (Sisto di Borbone di Spagna e il Principe del Liechtenstein), intellettuali e cattedratici europei e russi. L’operazione però rischiava di essere sabotata dall’interno.
Tra i partecipanti vi era Aleksandr Dugin, il quale si era presentato come porta-parola di Putin e dei valori tradizionali, quelli che dovrebbero unire oggi l’Europa alla Russia.
Qualcuno che lo conosce da molto tempo, personalmente e molto bene, mi ha detto che Dugin è cambiato, si è convertito; io me lo auguro fortemente, ma bisognerebbe poterlo constatare e provare oggettivamente e pubblicamente, dato che i suoi errori sono stati professati da lui in pubblico e per iscritto.
Se i politici europei (marionette nelle mani dell’Alta Finanza e dei Club o Think-Tank mondialisti israelo/americani) fanno finta che il re sia vestito (ossia, che l’Europa stia in piena “salute”), mentre invece “il re è nudo”, alcuni pensatori del Vecchio Continente si stavano svegliando e dopo aver scritto su questo argomento cominciarono a unire le loro forze in vista di arrestare il “trasbordo ideologico/finanziario inavvertito” verso la plutocrazia israeliano/americana e di vedere se non convenisse stare con Putin piuttosto che con Washington, Tel Aviv o “Bruxelles”.
In questa congiuntura geopolitica partì l’avventura del pontificato bergogliano lottando contro quelle forze che volevano fare ancora una volta del  Vaticano un catalizzatore di legittimazione politica del nuovo corso della storia con nuove alleanze e una lavatrice – a mezzo IOR – dei conseguenti flussi finanziari di dubbia provenienza.


L’unico italiano presente era il professore barone Roberto De Mattei. Questo personaggio è stato dall’inizio del XXI secolo la coscienza storica del Padre Manelli.
Stefano Manelli non aveva la cultura per capire la politica tra gli Stati e tampoco quella ecclesiale, ma il baron De Mattei sì.
Mentre il Manelli credeva di poter profittare di lui, in realtà fu il barone che profittò del Padre Manelli per aumentare la sua visibilità investendo in un istituto che dispone di editrice, pubblicazioni, radio e televisione in Italia e all’estero: “Piatto ricco, mi ci ficco!”
De Mattei  è stato Consigliere per le questioni internazionali dell’allora ministro degli Esteri Gianfranco Fini nel 2002/2003 e lo ha accompagnato alla City di Londra. Inoltre De Mattei è risultato essere membro della Heritage Foundation di Washington, che è uno dei Think-Tank più influenti degli Usa, fondato nel 1973 durante la Presidenza (1968-1974) del repubblicano Richard Nixon, un’Associazione “culturale”, molto simile alla Mont Pelérin Society, vicina al Partito Repubblicano e ai teo-con. Nel suo Statuto si legge che essa si prefigge di “elaborare e promuovere strategie politiche basate sui principi del libero mercato, della limitazione dell’intervento statale, delle libertà dell’individuo, dei valori americani tradizionali e della difesa nazionale statunitense”. La Heritage, inoltre, diffonde la rivista bimestrale di cultura politica neo-con Policy Review su cui scrivono i più illustri libertari, neo-liberali e anarco/liberisti statunitensi (v. N. Gingrich, P. Gramm, D. Armey, B. Bennett, Bill Kristol…), che sono stati gli ideologi della “guerra preventiva” del Presidente Bush jr. contro la “canna fumante” di Saddam Hussein nel 2003 e la bufala pretestuosa delle armi distruttive di massa per eliminare lo scomodo presidente e gettare l’Irak nel caos.
Come si vede il programma della Heritage Foundation è molto simile a quello del Bilderberg, della Trilateral della Mont Pelérin Society, e del Club di Roma, cioè i livelli più alti del governo e dell’economia globale, superiori alla stessa Massoneria.

All’inizio del commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, Roberto De Mattei volle aiutare il dissenso manelliano da acceso attivista.

Sentiva minacciati interessi in gioco propose all’allora economa generale Madre Maria Consiglia De Luca (al secolo Carmela e oggi fuoriuscita dall’Istituto) modalità di volatilizzazione delle liquidità presenti nelle casse delle Associazioni dei Francescani dell’Immacolata che ne gestivano le temporalità.
Sul suo sito “Corrispondenza Romana” organizzò una petizione alla quale chiunque poteva votare e rivotare a oltranza. Malgrado questo espediente raggiunse appena le ottomila firme.

In tempi recenti ha accordato tanto spazio al frate dissidente P. Paolo Siano offrendogli una vetrina per i suoi reiterati attacchi all’autorità ecclesiale: pontificia,  dicasteriale e commissariale.

Un frate studioso di Massoneria che aiuta i Frammassoni?

Non c’è da sorprendersi se l’avvocato difensore del Manelli (altro defenestrato) Enrico Tuccillo di Napoli facesse parte della Libera… Muratoria, dettaglio di non poco conto dall’interessato mai negato.
Tornando a Dugin, c’è una cosa che lo accomuna a Roberto De Mattei: un certo amore per Israele e per De Maistre.
Infatti Dugin ha scritto: « 1°) la Russia deve sostenere i valori di Israele; 2°) “come guénoniano, considero De Maistre un personaggio molto positivo. La conferenza tradizionalista titolata: ‘Le Serate di Pietroburgo’ in onore di Joseph De Maistre era l’ammucchiata tra tradizionalisti e conservatori di diversi Paesi, europei ed asiatici per ripensare la tradizione conservatrice in generale».
Non entriamo nel merito di René Guénon e seguaci, conosciuto anche come Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya dopo la conversione all’Islam e noto teosofico  esoterico cha ha cercato di conciliare sufismo e Libera Muratoria in nome delperennialismo quale antitodo alla modernità aborrita anche dal Padre Manelli per ragioni sue però più nostalgiche e paranoiche.
Appare chiaro il tentativo di esportare anche nella Russia di Putin l’ideologia neo-con (il neoconservatorismo) della Rivoluzione/conservatrice di Burke, De Maistre, Kirk, Popper, Hayek, Mises e “Fratelli”…
De Mattei sostiene la tesi della conciliabilità tra il giudaismo attuale e il cristianesimo, nell’ottica teo-con dello “scontro di civiltà” (Samuel Hungtinton) contro l’islamo/fascismo.
Inoltre pure De Mattei è un ammiratore di De Maistre di cui ha curato il Saggio sul principio generatore delle Costituzioni umane (Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1975).

Infine occorre sapere che l’allievo russo prediletto di De Maistre: Pëtr Jakovlevič Čaadaev (Mosca, 1794-1856) riprende il tema caro al Savoiardo dell’instaurazione del Regno di Dio sulla terra, in un senso millenaristico e diverso dal Regno sociale di Cristo insegnato dalla Chiesa romana (cfr. Pio XI, Enciclica Quas primas, 1925). Infine per Čaadaev il Cristianesimo (romano, ortodosso/scismatico e protestantico, che sarebbero tutti e tre la Chiesa di Cristo) è una forza

propulsiva che dovrà riunificare il mondo sotto di sé, superando le fratture prodottesi col Luteranesimo e l’Ortodossia/scismatica.
Secondo il De Maistre la Massoneria spiritualista non è cattiva in sé, come ha insegnato la Chiesa in oltre 580 documenti magisteriali di condanna (dal 1738 al 1983), ma può essere utile per la “riunificazione” dei protestanti, degli scismatici orientali detti “Ortodossi” e dei cattolici, basandosi non sulla Fede teologale e soprannaturale (che è un assenso dell’intelletto, mosso dalla volontà e soprattutto dalla Grazia divina), ma sul “sentimento o esperienza religiosa”.
Per la “riunificazione”, non per la conversione ed il rientro dei luterani e degli scismatici “Ortodossi” nella Chiesa di Cristo, che è solo quella romana (cfr. Pio XII, Enciclica Mystici Corporis, 1943).
Quel che preoccupa è soprattutto “l’entrismo” ben mascherato di De Mattei in ambiente “tradizionale” e un po’ di meno quello di Dugin.
Ora se Dugin è abbastanza “scoperto” e, quindi, meno pericoloso perché non può ingannare più di tanto, Roberto De Mattei a partire dal 2010 ha pubblicamente, fatto un’inversione di rotta ritornando alle posizioni cattoliche tradizionali della TFP (Tradizione, Proprietà e Famiglia) e di Alleanza Cattolica ante 1980. Infatti sempre a partire da quell’anno le due Associazioni suddette cominciarono a dire, in maniera sempre più esplicita, che la “crisi” neo-modernistica nella Chiesa con il Pontificato di Giovanni Paolo II era oramai superata.
Lo stesso De Mattei lo riteneva e parlava e parla ancora di Benedetto XVI come di una sorta di Papa restauratore della Tradizione.
Con il Pontificato di Francesco De Mattei è passato apertamente e pubblicamente all’opposizione, ma in privato restano, oggettivamente, le ombre di cui sopra si è detto.
Gli antimodernisti meno avvertiti come il Padre Manelli sono de facto caduti nel “trasbordo ideologico inavvertito” verso la teologia moderatamente (quanto ai modi, ma non alla sostanza) modernista post-conciliare chiamata “tradi-protestantesimo” di coloro che amano tanto Putin senza che il Presidente russo lo sappia e odiano tanto il Papa senza che il Vicario di Cristo li consideri però più di tanto.

M.L.C.

PADRE STEFANO MANELLI: MONDANO O MONTANISTA

 “Manelliani” e “manellismo”  sono due neologismi del lessico teologico e sociologico cattolico attribuibili rispettivamente alla compagine degli adepti di P. Stefano Manelli e alla sua ideologia.
Stiamo parlando del casus belli antibergogliano sul controverso personaggio del fondatore dei Francescani dell’Immacolata commissariato nel 2013 dopo ventitré anni di ininterrotto governo assoluto su frati, suore e… laici.
In un’Università Pontificia si sta preparando una tesi di Licenza – che sarà successivamente ampliata come lavoro dottorale – sulle devianze dei fondatori di nuovi istituti religiosi sorti nell’ultimo cinquantennio.
Il Manelli rientra nel case study che dalla cronaca sarà consegnato alla storia, consultabile da studiosi, accademici, storici interessati alla Chiesa, alla religione, alle sette.
Avendone contribuito alla documentazione fontale, dietro invito del Decano di Facoltà, abbiamo il piacere di fornire qualche anticipazione che segue per il bene comune e a monito per le nuove generazioni.
Il manellismo, nella sua pretesa teologica, è la riproduzione di un’antica eresia: il montanismo.
Anche il montanismo non aveva un vero apparato dottrinale, si basava invece sulla dottrina cristiana modificata da una serie di comportamenti e precetti.
I contrasti con la Chiesa cattolica erano sorti perché i montanisti affermavano la superiorità dei loro profeti sul clero istituzionale e permettevano, in aperto contrasto con la Chiesa “ufficiale”, la partecipazione delle donne ai riti, soprattuttola loro centralità nelle rivelazioni e nelle profezie: Massimilla e Priscilla su tutte.
Quanto alle dinamiche del montanismo, il Manelli ha sempre esaltato e coesi i suoi “sudditi” proprio sull’argomento dellapresunta superiorità morale e dottrinale rispetto agli altri chierici e religiosi.
Il termine dispregiativo che racchiudeva la sua acredine verso gli altri consacrati era: “suore/ frati rilassate/i”.

Il Manelli inoltre aveva sviluppato una sorta di “sacro femminineo” assolutizzando e adulterando grossolanamente una ben più felice intuizione mistica di S. Massimiliano Kolbe  nella quale parlava di “transustanziazione” nell’Immacolata con chiara lettura retorica e interpretativa di tipo analogico più che ontologico.
Il Manelli la rivolgeva  alle “sue” suore per autoesaltarle nel loro narcisismo muliebre spingendole materialmente verso un’altra eresia: l’ecclesio-angelismo.
Si tratta della credenza errata che la Chiesa, per essere la vera Chiesa deve per forza essere perfettissima e tutti i suoi membri devono essere dei santi come gli angeli: immacolati.
Nell’instant book autoreferenziale, “La leggenda francescana dell’Immacolata” nella quale il Manelli celebra sé stesso all’indomani della separazione dai Conventuali, dissimula la sua paternità letteraria con lo pseudonimo di Italo Cammi che letto a rovescia significa: immacolati.
Il Manelli, dopo aver citato un sublime insegnamento di S. Chiara,  in una circolare a frati e suore del 29 Novembre 2011 – di cui ci è stata data una copia – si esprimeva così in una sorta di monologo –rimprovero-delirio:
 E allora?… E allora si vede che siamo ben lontani dal vivere ciò che insegna San Bonaventura sulla vita contemplativa nei riguardi di San Francesco e dei figli di San Francesco!
Il Dottore Serafico, infatti, a proposito dei contemplativi  (contemplantium),
 parla dell’Ordine di coloro che attendono a Dio (Ordo vacantium Deo), secondo un modo ‘sursumattivo’, ossia estatico o eccessivo“.

Nel II secolo i vescovi Zotico di Cumana e Giuliano d’Apamea, furono talmente preoccupati dalle finte o ricercate estasi che, dopo la morte di Montano, tentarono senza successo di esorcizzare Massimilla a Pepuza, profetesse montaniste che si spacciavano per vergini ma che in realtà avevano abbandonato i loro mariti.
Ora, se il Manelli (o chi per lui ha scritto il testo) avesse davvero studiato S. Bonaventura con rigore scientifico e non ideologico, saprebbe che il Dottore Serafico dice che 
il rischio più grave è quello di fraintendere una felice intuizione o un momento di consolazione col raggiungimento della meta.

Si cade allora nel pericolo di insuperbirsi per avere semplicemente ricevuto un dono o un invito alla conversione.
Non basta mostrare con tutta la possibile insistenza che la contemplazione è possibile e sensata solo se si accetta di divenire progressivamente degni del dono in virtù di una coerente opera di assimilazione all’oggetto stesso della contemplazione.
Si contempla divenendo diversi; e si diviene diversi non per un attimo di intelligenza, meno ancora per un sentimento devoto, ma per una rigorosa assunzione di responsabilità.
I mezzi impiegati per l’ecclesio-angelismo producevano giocoforza il volontarismo pelagiano e la mondanità spirituale.
Di quest’ultima parleremo più avanti.
Un importante ruolo nella corruzione del Padre Manelli è stato esercitato da Marcella Perillo, già Madre Maria Francesca.
Non è mai stato molto limpido il rapporto tra i due e la reciproca influenza psico-affettiva e delirio-dottrinale.
Questa ragazza, descrittaci come un tempo magrolina e bionda, sensuale e capricciosa, venne imposta poco meno che trentenne al rango di superiora generale dal Manelli.

Nel 2009 ebbe si tolse lo sfizio di inaugurare all’interno delle Suore Francescane dell’Immacolata un ramo esclusivamente claustrale chiamato “Il Colombaio” e diventarne ancora una volta la superiora. Quest’esperienza, allontanandosi dall’ispirazione originaria della vocazione kolbiana delle Suore Francescane dell’Immacolata, scivolò in forme ibride di monachesimo.
Sfocia nel ridicolo la rivalità (gelosia isterica) con le Clarisse dell’Immacolata che la Perillo riteneva concorrenziali alla sua esperienza “ecclesiale”.
Fu un totale fallimento che portò alla sua soppressione da parte della CIVCSVA durante il regime commissariale.
Il Colombaio rivelò, oltre ad abusi di governo contro la dignità umana, pratiche ascetiche che scimmiottavano anacronisticamente l’epoca barocca delle più strutturate, pertinenti e complesse riforme teresiane e clariane come quella di S. Veronica Giuliani.

Si passava dal marchio a fuoco sui petti delle monache del trigramma IHS alle “pungiute” per siglare un patto di sangue col Fondatore. In virtù del memento mori  si esponevano teschi umani in refettorio (trafugati chissà da quale ossario) e si mangiava mettendosi in ginocchio.

Sembra che la Perillo, oltre alla quotidiana autoflagellazione, amasse anche farsi flagellare e infierire colpi sulle suddite.
Un’accurata osservazione psicologica rivela nel Manelli e nella Perillo, il suo alter ego al femminile, il comune denominatore di chiare sintomatologie psicotiche e non semplicemente nevrotiche.
La storia ha registrato più di un caso di suore uscite dal convento per disturbi psichiatrici.
Eclatante il caso della religiosa che pur di fuggire dal monastero-colombaio di St. Magwan in Cornovaglia, scavalcò il muro di cinta fratturandosi una gamba! Ad Alassio un’altra suora (la nipote del Manelli) soffriva talmente la solitudine che di nascosto teneva un gabbiano nella cella.

La “colombina” pochi anni più  tardi uscì dal “Colombaio” e trovò il suo piccione con il quale convolare a nozze deponendo il velo… pietoso.
I montanisti erano inoltre convinti che le profezie dei loro fondatori completassero e riscoprissero la dottrina proclamata dagli apostoli.
Più volte il Manelli veniva da tanti considerato un oracolo, grazie anche alla promozione sconsiderata dei suoi parenti e figlie spirituali che per troppo esaltarlo lo hanno consegnato al ludibrio.

Più di una volta il Manelli ha pubblicamente annunciato scismi, attentati al papa, cataclismi, giorni di buio, carestie, prelatura personale per i lefebvriani…

Peggio ha rivelato date, luoghi e circostanze mai verificatisi malgrado le sue monache e figlie spirituali avessero fatto provvista di ceci, farina e candele benedette dal Padre Manelli per sopravvivere alla “tre giorni di buio”.

Di questo abbiamo raccolto documentate testimonianze.
I montanisti erano anche convinti che i cristiani che uscivano dalla grazia divina non potevano redimersi, in contrasto con l’idea cristiana che il pentimento potesse portare ad una remissione dei peccati da parte della Chiesa.
Il Manelli, specie negli ultimi anni del suo governo, ripeteva spesso la frase: semel malus, sempre malus. Con essa voleva intendere l’incapacità di una suora e di un frate di rialzarsi dopo una caduta qualsiasi.
Secondo la visione montanista, i profeti erano messaggeri di Dio, e parlavano in sua vece ai credenti: “Io sono il Padre, il Figlio ed il Paraclito”, diceva Montano, in modo simile a come facevano i profeti dell’AT.
Il Manelli si era autoproclamato “Il padre comune” per esprimere così il suo imperio su suore, frati e laici.

Uno Zeus dell’Olimpo cattolico benché dotato di tutti i difettucci, vizi e fragilità delle divinità greche.

I montanisti osservavano, inoltre, periodi di digiuno molto severi, erano inflessibili con chi commetteva i peccata graviora(adulterio, omicidio, apostasia) ed arrivavano a condannare coloro che scappavano durante le persecuzioni lodando, anzi, l’autodenuncia.
Le suore francescane dell’Immacolata avevano l’obbedienza, sotto obbligo di coscienza, di denunciarsi in caso di trasgressioni al Galateo (!) cioè un testo manualistico- casistico e… incasinato su una serie di precetti da osservare in contraddizione col Vangelo, il Diritto Canonico, la Legge Civile e la Morale cristiana.

Tuttavia il vero punto focale del movimento montanista era lo spirito millenarista, l’attesa della Parusia, suggerita, forse, dall’influenza sul mondo cristiano dell’epoca che ebbe l’Apocalisse di Giovanni. Tale credenza aveva come conseguenza la totale assenza di interesse per il mondo e per la storia, ritenute cose che presto sarebbero finite. La stessa credenza rendeva i seguaci della dottrina montanista moralmente poco flessibili.

Era esattamente quanto stava accadendo all’interno dei conventi dei frati e delle suore governati dal Manelli.

Il millenarismo – in questo caso – serviva soprattutto ai laici per indurli ai lasciti testamentari.

Fu così che il Manelli in meno di venti anni cumulò immobili per trenta milioni di euro intestati a due Associazioni pubbliche di Diritto privato, dove, dopo aver ingannato il notaio e commendatore Edgardo Pesiri di Avellino, estromise i religiosi dalla compagine associativa e inserì parenti, amici e amici degli amici.

Commise sottrazione e distrazione di beni ecclesiastici per la qual cosa si potrebbe arriva come pena canonica fino alla riduzione allo stato laicale come per il recente caso del deposto cardinale Theodore Edgar McCarrick arcivescovo emerito di Washington D.C.

Il Manelli ormai non potrà ancora contare per molto sulla protezione di cardinali corrotti e sul gioco della ricattabilità politico-ecclesiale.

Come si esercitava nei manelliani la mondanità spirituale neo-montanista?

Attraverso l’autoreferenzialità!

Sotto pretesto di una chiesa eretica e scismatica il Manelli aveva creato un suo seminario con annesso studio “filosofico e teologico”: lo STIM.

Papa Francesco cita spesso Henri de Lubac che nel suo libro «Meditazioni sulla Chiesa», del 1953, definisce la mondanità spirituale come «il pericolo più grande per la Chiesa:  “Per noi, che siamo Chiesa, la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché tutte le altre sono vinte, alimentata anzi da queste vittorie”».

Fu il benedettino tedesco, naturalizzato inglese, dom Anscar Vonier O.S.B. (1875-1938) a parlare di mondanità spirituale prima ancora del De Lubac.
I suoi libri sono ancora oggi ristampati in inglese e si leggono con grande piacere e profitto – è molto attento all’influenza degli angeli, buoni e cattivi, sulla nostra anima. Il contesto è un capitolo sui doni dello Spirito Santo e su come il peccato contro lo Spirito Santo consista nell’«estinguere lo Spirito», nel sottrarsi consapevolmente alla sua influenza. Questo è stato il peccato di Lucifero. In quanto angeli, spiega Vonier, Lucifero e i suoi seguaci «non potevano peccare a causa delle passioni, il loro unico rischio era quello che si compiacessero di se stessi, dei loro stessi doni, perfino dei loro poteri soprannaturali, senza più affidarsi alla volontà che era al di sopra della loro, al movimento dello Spirito». I poteri soprannaturali di tutti gli angeli, compresi quelli di Lucifero, erano una cosa buona. Quello che non era buono era amarli per se stessi, usarli per se stessi, «rifiutarsi di andare dove lo Spirito conduce».
Questo ha conosciuto il manellismo!

Quando nella storia si conseguono tanti «risultati umani», si conquista anche tanta «gloria temporale»: missioni, opere, vocazioni di cui si vantava un Manelli applaudito come «eccellenza» della Chiesa.
E’ qui che sorse la «mondanità». Spesso intendiamo per mondanità della Chiesa «l’amore della ricchezza e del lusso di certi suoi dignitari»: questo è male, certo, «ma non è il male principale». La Chiesa ha sempre trovato forze per superare abbastanza rapidamente le crisi di mondanità materiale. Ha avuto molte più difficoltà con la mondanità spirituale.
Non senza l’intervento del Demonio, la mondanità spirituale parte da un rifiuto ostentato – talora, peraltro, anche sincero – della mondanità materiale. L’uomo di Chiesa che è vittima della mondanità spirituale non si compiace di lussi e di ricchezze. Può anche vivere in estrema povertà, e convincersi di stare dando l’esempio di una morale particolarmente elevata. In realtà, sta preparando qualcosa che dom Vonier definisce «disastroso» per la Chiesa. Può darsi che la moralità del mondano spirituale sia davvero elevata. Ma i suoi «standard morali sono fondati non sulla gloria di Dio ma sul profitto dell’uomo: uno sguardo completamente antropocentrico sarebbe esattamente quello che intendiamo per mondanità. Anche se gli uomini fossero pieni di ogni perfezione spirituale, ma queste perfezioni non fossero riferite a Dio (supponendo che questa ipotesi sia possibile), si tratterebbe di una mondanità incapace di redenzione». Si tratta, ancora, di mondanità «spirituale» e non solo morale, perché alla fine la stessa spiritualità si corrompe, trasformata dalla «mondanità della mente» in una spiritualità dell’uomo e non più di Dio.
Dom Vonier è molto severo. «Se il Cristianesimo – scrive – dovesse mai abbassarsi al livello di una perfetta società etica il cui solo scopo fosse la promozione della prosperità umana, o perfino la promozione della moralità umana, la Chiesa sarebbe così completamente apostata come lo è Lucifero stesso: avrebbe negato lo Spirito, avrebbe rifiutato di seguirlo dove vuole condurla, avrebbe preferito piacere agli uomini piuttosto che a Cristo e avrebbe fatto dell’applauso umano la sua suprema ricompensa».
La mondanità spirituale è dunque insieme il più grande peccato e la più grande «catastrofe» per la Chiesa. Lo illustra dom Vonier, che è alle origini del concetto e che varrebbe la pena di conoscere meglio, lo ripete de Lubac citando ampi brani di dom Vonier. E oggi lo insegna Papa Francesco, quel Papa che il Manelli dichiara pubblicamente “un massone e impostore che vuole distruggere la Chiesa”.

Léon Bloy diceva: «Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio».

E’ il peccato del Manelli; è il peccato dei Manelliani.

I.F.S.

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