La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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TUTTI GLI AMICI DI MANELLI ….

Riportiamo la dettagliata analisi di due vaticanisti sull’attuale situazione ecclesiale.
Stefano Manelli sperando in benefici politico-economici e in un accresciuto numero di vocazioni occidentali fornite dagli ambienti estremisti si era offerto appaltatore delle attività lobbiste sui sacrifici e la buona fede dei suoi religiosi.
Ha invece svenduto i Francescani dell’Immacolata (frati, suore e laici) compromettendo definitivamente se stesso, facendo soffrire i suoi « figli e figlie »  e creando un enorme danno alla Chiesa.
Si spera e si prega per l’epilogo di una vicenda che ha tirato fin troppo per le lunghe e che ha scritto una nuova pagina della vita consacrata e del francescanesimo dove l’eroismo di chi ha saputo e voluto rimettersi nelle mani della Chiesa ha unito l’amarezza del calice all’assenza di rimpianti.
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Viaggio nella galassia degli oppositori di Bergoglio. Un fronte che sul web unisce leghisti, nostalgici di Ratzinger, nemici del Concilio: “Chiesa in confusione per colpa del pontefice”
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Nella sua pagina ufficiale su Facebook, Antonio Socci sostiene che Benedetto XVI non si sia voluto davvero dimettere ma si consideri ancora Papa volendo in qualche modo condividere il «ministero petrino» con il successore. Interpretazione che lo stesso Ratzinger ha smentito
GIACOMO GALEAZZI ANDREA TORNIELLI
ROMA – 16/10/21016

A tenerla unita è l’avversione a Francesco. La galassia del dissenso a Bergoglio spazia dai lefebvriani che hanno deciso di «attendere un Pontefice tradizionale» per tornare in comunione con Roma, ai cattolici leghisti che contrappongono Francesco al suo predecessore Ratzinger e lanciano la campagna «Il mio papa è Benedetto».

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Ci sono gli ultraconservatori della Fondazione Lepanto e i siti web vicini a posizioni sedevacantiste, convinti che abbia ragione lo scrittore cattolico Antonio Socci a sostenere l’invalidità dell’elezione di Bergoglio soltanto perché nel conclave del marzo 2013 una votazione era stata annullata senza essere scrutinata. Il motivo? Una scheda in più inserita per errore da un cardinale. La votazione era stata immediatamente ripetuta proprio per evitare qualsiasi dubbio e senza che nessuno dei porporati elettori sollevasse obiezioni. Ancora, prelati e intellettuali tradizionalisti firmano appelli o protestano contro le aperture pastorali del Pontefice argentino sulla comunione ai divorziati risposati e sul dialogo con il governo cinese.

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Il dissenso verso il Papa unisce persone e gruppi tra loro molto diversi e non assimilabili: ci sono le prese di distanza soft del giornale online «La Bussola quotidiana» e del mensile «Il Timone», diretti da Riccardo Cascioli.

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C’è il quasi quotidiano rimprovero al Pontefice argentino messo in rete dal vaticanista emerito dell’«Espresso», Sandro Magister.

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Ci sono i toni apocalittici e irridenti di Maria Guarini, animatrice del blog «Chiesa e Postconcilio», fino ad arrivare alle critiche più dure dei gruppi ultratradizionalisti e sedevacantisti, quelli che ritengono non esserci stato più un Papa valido dopo Pio XII. La Stampa ha visitato i luoghi e incontrato i protagonisti di questa opposizione a Francesco, numericamente contenuta ma molto presente sul web, per descrivere un arcipelago che attraverso Internet ma anche con incontri riservati tra ecclesiastici, mescola attacchi frontali e pubblici a più articolate strategie.

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In prima linea sul web contro il Papa, lo scrittore Alessandro Gnocchi, firma dei siti Riscossa cristiana e Unavox: «Bergoglio attua la programmatica resa al mondo, la mondanizzazione della Chiesa. Il suo pontificato è basato sulla gestione brutale del potere. Uno svilimento della fede così capillare non si è mai visto».

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Cabina di regia

Tra le mura paleocristiane della basilica di Santa Balbina all’Aventino, accanto alle terme di Caracalla, la Fondazione Lepanto è uno dei motori culturali del dissenso a Francesco. Tra libri pubblicati, l’agenzia di informazione «Corrispondenza romana» e gli incontri tenuti nel salone del primo piano qui opera una delle cabine di regia del fronte anti-Bergoglio. «La Chiesa vive uno dei momenti di maggiore confusione della sua storia e il Papa è una delle cause – afferma lo storico Roberto De Mattei che della Fondazione Lepanto è il presidente -. Il caos riguarda soprattutto il magistero pontificio. Francesco non è la soluzione ma fa parte del problema». L’opposizione, aggiunge De Mattei, «non viene solo da quegli ambienti, definiti tradizionalisti, ma si è allargata a vescovi e teologi di formazione ratzingeriana e wojtyliana».

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Più che di dissenso, De Mattei preferisce parlare di «resistenza», la stessa che si è recentemente espressa attraverso la critica all’esortazione apostolica «Amoris Laetitia» di 45 teologi e filosofi cattolici e la dichiarazione di «fedeltà al magistero immutabile della Chiesa» di 80 personalità, divenute poi alcune migliaia, tra cui cardinali, vescovi e teologi cattolici. Tra gli italiani c’è il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna. Uno dei principali centri di resistenza, sottolinea ancora lo storico, «è l’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia, i cui vertici sono stati recentemente decapitati dal Bergoglio». Nel mirino dei tradizionalisti c’è anche il «contributo che la politica migratoria di Francesco fornisce alla destabilizzazione dell’Europa e alla fine della civiltà occidentale».

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Fronda politico-teologica

L’attacco a Bergoglio è globale. «Nella galassia del dissenso a Francesco c’è una forte componente geopolitica – osserva Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea all’Università Cattolica ed esperto di dialogo con la Cina -. Accusano Bergoglio di non annunciare con sufficiente forza le verità di fede, ma in realtà gli imputano di non difendere il primato dell’Occidente. È una opposizione che ha ragioni politiche mascherate da questioni teologiche ed ecclesiali». La Cina ne è l’esempio. «C’è un’alleanza fra ambienti Hong Kong, settori Usa e destra europea: rimproverano a Francesco di anteporre alla difesa della libertà religiosa l’obiettivo di unire la Chiesa in Cina – continua -. Sono posizioni che trovano spazio spesso nell’agenzia cattolica Asianews. Il Papa, secondo questi critici, dovrebbe affermare la libertà religiosa come argomento politico contro Pechino, invece di cercare il dialogo attraverso la diplomazia».

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A dar voce al dissenso, che ha innegabili sponde interne alla Curia, sono anche ecclesiastici con entrature vaticane, come il liturgista e teologo don Nicola Bux, consultore delle Congregazioni per il Culto divino e per le Cause dei Santi. «Oggi, non pochi laici, sacerdoti e vescovi si chiedono: dove stiamo andando?- spiega alla Stampa -. Nella Chiesa c’è sempre stata la possibilità di esprimere la propria posizione dissenziente verso l’autorità ecclesiastica, anche se si trattasse del Papa.

Cardinal Carlo Maria Martini

Il cardinale Carlo Maria Martini, notoriamente esprimeva spesso, anche per iscritto, il suo dissenso dal pontefice regnante, ma Giovanni Paolo II non l’ha destituito da arcivescovo di Milano o ritenuto un cospiratore». Il compito del Papa, continua Bux, è «tutelare la comunione ecclesiale e non favorire la divisione e la contrapposizione, mettendosi a capo dei progressisti contro i conservatori». E «se un Pontefice sostenesse una dottrina eterodossa, potrebbe essere dichiarato, per esempio dai cardinali presenti a Roma, decaduto dal suo ufficio».

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In un crescendo di bordate, con un’intervista al Giornale nei giorni scorsi è sceso in campo anche il ricercatore Flavio Cuniberto, autore di un libro critico col magistero sociale del Papa, studioso di René Guenon e del tradizionalismo vicino alla destra esoterica. Ha dichiarato che «Bergoglio non ha aggiornato la dottrina, l’ha demolita, si comporta come se fosse cattolico ma non lo: l’idea stravolta di povertà eleva alla sfera dogmatica il vecchio pauperismo». Il Papa elogia la raccolta differenziata e così «le virtù del buon consumatore tardo-moderno diventano le nuove virtù evangeliche».

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Teorie sui due Papi  

Nella sua pagina ufficiale su Facebook, Antonio Socci sostiene che Benedetto XVI non si sia voluto davvero dimettere ma si consideri ancora Papa volendo in qualche modo condividere il «ministero petrino» con il successore. Interpretazione che lo stesso Ratzinger ha smentito seccamente a più riprese a partire dal febbraio 2014 fino al recente libro-intervista «Ultime conversazioni», dichiarando pienamente valida la sua rinuncia e manifestando pubblicamente la sua obbedienza a Francesco. La teoria ha tratto nuova linfa dall’interpretazione da alcune parole pronunciate nel maggio scorso dall’arcivescovo Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario di Benedetto XVI. Don Georg, intervenendo alla presentazione di un libro, aveva affermato: «Non vi sono dunque due papi, ma di fatto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo». Socci pubblica a fine settembre, una accanto all’altra, le foto di Bergoglio e Ratzinger sotto la scritta «quale dei due?». E scrive: «C’è chi si oppone l’amore alla verità (Bergoglio) e chi le riconosce unite in Dio (Benedetto XVI)». Tra i tanti commenti in bacheca, Paolo Soranno risponde: «Francesco I sembra che sia messo al servizio del Dio Arcobaleno (quello che non impone obblighi religiosi e morali) e non del Dio Cattolico». È nella Rete che il dissenso a Bergoglio assume i toni più accesi, con persone che dietro il paravento del computer si lasciano andare a furiose invettive, come si legge nei commenti sotto gli articoli postati sui social. Sul sito «messainlatino», che si dedica a promuovere la liturgia antica, ma ospita spesso anche commenti al vetriolo sul Papa, si parla di «noiosa monotonia ideologica dell’attuale pontificato». In rete si leggono commenti sulla Chiesa che «sarà spinta a sciogliersi in una sorta di Onu delle religioni con un tocco di Greenpeace e uno di Cgil», dato che «oggi i peccati morali sono derubricati e Bergoglio istituisce i peccati sociali (o socialisti)».

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Sul blog ipertradizionalista di Maria Guarini, «Chiesa e Postconcilio», si leggono titoli tipo questo: «Se il prossimo papa sarà bergogliano, il Vaticano diventerà una succursale cattomassonica». Il dissenso viene dall’area più conservatrice, ma trova sponde anche in qualche ultraprogressista deluso.

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È il caso del prete ambrosiano don Giorgio De Capitani, che attacca senza tregua Francesco da sinistra, e dunque non è assimilabile ai gruppi finora descritti. Sul suo sito web non salva nulla del pontificato. «Quante parole inutili e scontate – inveisce -. Pace, giustizia e bontà. Il Papa ci sta rompendo le palle con parole e gesti strappalacrime. Francesco è vittima del proprio consenso e sta suscitando solo illusioni, butta tanto fumo negli occhi, stuzzica qualche applauso manda in visibilio i giornalisti ignorantotti sulla fede».

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Giuseppe Rusconi, il giornalista ticinese curatore del sito «Rossoporpora», si chiede: «il nostro Pastore è veramente in primo luogo “nostro” o non mostra di privilegiare l’indistinto gregge mondiale, essendo così percepito dall’opinione pubblica non cattolica come un leader gradito ai desideri espressi dalla società contemporanea? Lo farà per strategia gesuitica o per scelta personale? E quando il Pastore tornerà all’ovile, quante pecorelle smarrite porterà con sé? E quante ne ritroverà di quelle lasciate». Questa composita galassia del dissenso ha eletto come suoi punti di riferimento alcuni vescovi e cardinali. Magister sul suo blog ha lanciato la candidatura papale del cardinale guineano Robert Sarah, attuale ministro per la liturgia di Francesco, amato da conservatori e tradizionalisti e molto citato nei loro siti e nelle loro pubblicazioni.

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Rischio scisma?

Tra coloro che vengono considerati stelle polari da parte di questo mondo ci sono soprattutto il porporato statunitense Raymond Leo Burke, patrono dei Cavalieri di Malta,

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e il vescovo ausiliare di Astana, Athanasius Schneider. Ma al di là dell’amplificazione mediatica offerta dalla rete, non sembra proprio che vi siano all’orizzonte nuovi scismi, dopo quello compiuto dal vescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Ne è convinto il sociologo Massimo Introvigne, direttore del Cesnur: «I vescovi cattolici nel mondo sono più di cinquemila, il dissenso riesce a mobilitarne una decina, molti dei quali in pensione, il che mostra appunto la sua scarsa consistenza».

 

Introvigne sostiene che questo dissenso «è presente più sul web che nella vita reale ed è sopravvalutato: ci sono infatti dissidenti che scrivono commenti sui social sotto quattro o cinque pseudonimi, per dare l’impressione di essere più numerosi». Per il sociologo è un movimento che «non ha successo perché non è unitario. Ci sono almeno tre dissensi diversi: quello politico delle fondazioni americane, di Marine Le Pen e di Matteo Salvini che non sono molto interessati ai temi liturgici o morali – spesso non vanno neppure in chiesa – ma solo all’immigrazione e alle critiche del Papa al turbo-capitalismo. Quello nostalgico di Benedetto XVI, che però non contesta il Vaticano II. E quello radicale della Fraternità San Pio X o di de Mattei e Gnocchi, che invece rifiuta il concilio e quanto è venuto dopo. Nonostante vi sia qualche ecclesiastico che fa da sponda, le contraddizioni fra le tre posizioni sono destinate a esplodere, e un fronte comune non ha possibilità di perdurare». Introvigne fa notare una sorprendente caratteristica comune a molti di questi ambienti: «È l’idealizzazione mitica del presidente russo Vladimir Putin, presentato come il leader “buono” da contrapporre al Papa leader “cattivo”, per le sue posizioni in materia di omosessuali, musulmani e immigrati. Con il dissenso anti-Francesco collaborano fondazioni russe legatissime a Putin».

http://www.lastampa.it/2016/10/16/italia/cronache/quei-cattolici-controfrancesco-che-adorano-putin-IZpbcqI1ile1ZDnUxx1ePO/pagina.html

PAPA FRANCESCO VS GLI ABUSI NELLE ISTITUZIONI DIOCESANE. MANELLI CERCAVA SPONDA NELLE FILIPPINE

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Papa Francesco ha deciso che i vescovi non possano più autorizzare in totale autonomia nuovi istituti religiosi nel territorio delle loro diocesi. Con un rescritto dettato al segretario di Stato Pietro Parolin, il Papa ha stabilito infatti che “sia da intendersi come necessaria ‘ad validitatem‘” una consultazione con la Santa Sede, “pena la nullità del decreto di erezione”.

Il rescritto affidato da Papa Francesco al cardinale Pietro Parolin va certamente in controtendenza rispetto alle spinte verso una decentralizzazione impresse da Francesco ad esempio attraverso un potenziamento del Sinodo dei vescovi, ma è evidentemente dettato dalla necessità di evitare abusi, come quello che sembrava potesse consumarsi nelle Filippine dove un vescovo ha promesso di accogliere religiosi legati al padre Manelli, il fondatore dei Francescani dell’Immacolata che Papa Francesco (confermando una decisione già approvata da Benedetto XVI prima delle dimissioni) ha sollevato dalla guida del suo istituto.

Il documento riafferma che “ogni nuovo Istituto di vita consacrata, anche se viene alla luce e si sviluppa all’interno di una Chiesa particolare, e’ un dono fatto a tutta la Chiesa, vedendo la necessita’ di evitare che vengano eretti a livello diocesano dei nuovi Istituti senza il sufficiente discernimento che ne accerti l’originalità del carisma, che definisca i tratti specifici che in essi avrà la consacrazione mediante la professione dei consigli evangelici e che ne individui le reali possibilità di sviluppo, ha segnalato l’opportunità di meglio determinare la necessita’, stabilita dal Diritto Canonico, di richiedere il suo parere prima di procedere alla erezione di un nuovo Istituto diocesano”.

Il Santo Padre Francesco – spiega dunque il cardinale Parolin nel testo – nell’Udienza concessa al sottoscritto Segretario di Stato il 4 aprile 2016, ha stabilito che la previa consultazione della Santa Sede sia da intendersi come necessaria ad validitatem per l’erezione di un Istituto diocesano di vita consacrata, pena la nullità del decreto di erezione dell’Istituto stesso”.  Il Rescritto viene promulgato tramite pubblicazione sull’Osservatore Romano, ed entrerà in vigore il primo giugno 2016.

La nuova norma di Papa Francesco è ovviamente di carattere generale, ma certo lo spunto viene da casi particolari. Ad esempio – come abbiamo scritto – dal tentativo di monsignor Raymond Argüelles (nella foto), vescovo di Lipa nelle Filippine, che si era reso protagonista dell’erezione di un’associazione pubblica di fedeli denominata “Fratelli di San Francesco e dell’Immacolata” attraverso la quale ha dato asilo ad alcuni chierici fuggiaschi dei Francescani dell’Immacolata, fedeli a padre Stefano Manelli, chiamato dai media il boia di Frigento per i numerosi e gravi abusi da lui compiuti. Si parla anche di un monastero femminile fondato in Gran Bretagna da suore Francescane dell’Immacolata anch’esse in fuga (in questo caso anche dalle proprie responsabilità di complici del Manelli).

http://www.farodiroma.it/2016/05/20/francesco-ferma-possibili-abusi-nellistituzione-di-istituti-religiosi-di-diritto-diocesano-transfughi-ffi-cercavano-sponda-nelle-filippine/

I Francescani dell’Immacolata perdono le proprietà. Si ripropone il mito di Cronos che divorava i suoi figli

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La seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Procura di Avellino e confermato il dissequestro dei beni disposto dal Tribunale del Riesame nel giugno scorso a favore dell’associazione Missione del Cuore Immacolato, una delle associazioni intestatarie dei beni dell’Ordine dei Francescani dell’Immacolata. L’Associazione ha così ottenuto l’immediata restituzione dei beni, tra i quali c’è anche un immobile nella zona di Boccea, del valore di 2 milioni e 300mila euro. Le associazioni di laici continuano a fare riferimento a padre Stefano Manelli, il fondatore dei FFI esautorato nel giugno 2013 con una decisione della Congregazione dei religiosi, approvata prima da Benedetto XVI, che aveva disposto una visita canonica, e poi in modo definitivo da Papa Francesco. L’intricata vicenda ha risvolti morali prima che legali. In sostanza il gruppo vicino al fondatore, sul cui operato ci sono sconcertanti testimonianze, avendo perso il controllo dell’Istituto ha attivato un meccanismo di autotutela di tipo economico riappropriandosi di beni dei quali i religiosi disponevano senza esserne proprietari in base alle Costituzioni ispirate alla dura regola di San Francesco. Una moderna riproposizione del mito greco di Cronos che divorava i suoi figli.

Figlio di Urano (il Cielo) e Gea (la terra) Cronos era un titano. Aiutò la madre a liberarsi di Urano che, giacendo costantemente su di lei, le impediva di avere i figli concepiti. Evirò il padre, gettò l’organo amputato nell’Egeo e prese il suo posto alla guida del mondo. Crono scacciò i fratelli Ciclopi ed Ecatonchi li confinò nel Tartaro. Sposò poi la sorella Rea. A Cronos era stato predetto però che sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi figli, proprio come aveva fatto lui stesso con il padre. Così cominciò a divorare i figli. La moglie Rea riuscì a sottrargli il figlio Zeus, con un escamotage: dopo aver partorito, avvolse una pietra nei panni e la mandò al marito. Così Zeus rimase in vita e, una volta cresciuto, somministrò a Cronos un veleno per fargli vomitare i figli cresciuti. In seguito a una guerra intrapresa con i fratelli liberati, sconfisse il padre. Liberò i Ciclopi, giganti con un occhio solo, e gli Ecatonchiri, mostri con cento braccia e cento gambe. In cambio i Ciclopi gli regalarono i fulmini. E lui si pose al comando dell’Universo, sul monte più alto della Grecia, l’Olimpo. Al museo del Prado di Madrid, è esposto il celebre dipinto di Francisco de Goya che rappresenta Cronos (nella foto) proprio mentre divora i suoi figli. Cronos era raffigurato di solito con una falce e in compagnia di una cornacchia. Sembra infatti che kronos derivi dalla parola greca Korone, che vuol dire proprio cornacchia.

http://www.farodiroma.it/2015/12/19/i-francescani-dellimmacolata-perdono-le-proprieta-si-ripropone-il-mito-di-cronos/

IDEOLOGIA O TEOLOGIA?

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Nuova sconfessione del Manelli e dei suoi accoliti, questa volta sul piano dottrinale.

La prestigiosa rivista internazionale LATERANUM a cura della Facoltà Teologica della Pontificia Università Lateranense, recensisce un volume del Padre Serafino Lanzetta: “Il Vaticano II, un Concilio pastorale”.

La critica scientifica elaborata dalla celebre “università del Papa” rappresenta un ulteriore “sconfesso” della linea “dottrinale” del Fondatore dei Francescani dell’Immacolata.

Nel mirino, infatti non è solo l’azione di governo del Padre Manelli attraverso la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, né la truffa aggravata su cui indaga la Magistratura.

Anche alla Congregazione per la Dottrina della Fede ci sono denunce corredate di prove (scritti e registrazioni) ai danni di quei Religiosi (frati e suore) che si erano lanciati in una campagna di relativizzazione del Concilio Ecumenico Vaticano II per assecondare il Fondatore che “stava vendendo” l’Istituto ai generosi tradizionalisti.

Quanto fosse cattolicamente fuorviante la loro linea lo rilevò già Benedetto XVI quando autorizzò la Visita Apostolica che produsse successivamente il commissariamento.

Sin dall’inizio del suo ministero petrino, Papa Benedetto XVI si era impegnato decisamente per una corretta comprensione del Concilio, respingendo come erronea la cosiddetta “ermeneutica della discontinuità e della rottura” promuovendo quella che lui stesso denominò “l’ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso unico soggetto del Popolo di Dio in cammino.

Nel volume del Lanzetta – forse anche a causa della sua inesperienza – emergono inequivocabili limiti epistemologici.

Gli argomenti non sono trattati in modo argomentato e sistematico con il ricorso a un certo apriorismo astratto.

“Davanti a una così grande quantità di contrasti interpretativi tra la visione di Lanzetta e i documenti conciliari, non ci si può che meravigliare del fatto che Lanzetta non venga mai sfiorato dal dubbio circa le proprie sicurezze e che l’acribia di tanti altri e autorevoli interpreti del Vaticano II non possa essere, se non superiore, almeno al pari della sua”.

Un monumento all’arroganza fatta carne, tipico della saccenteria giovanile.

Lo stesso recensore è in imbarazzo per la clamorosa incapacità del Lanzetta di distinguere sufficientemente tra “Teologia” e “Magistero”.

Il Lanzetta poi cade in clamorose generalizzazioni e frasi polemiche “alle quali ci ha già abbondantemente abituato” (sic)  nella  sua presunta confusione tra “spirito del Concilio” e “spirito del mondo”.

Lanzetta trascina nella dissidenza anche Manfred Hauke così come altri teologi che gettano la maschera nel lodare un volume apertamente polemico.

Siamo di fronte a uno dei più grandi fraintendimenti del Vaticano II per opera di uno degli “illustri professori” del Seminario Teologico dei Francescani dell’Immacolata (STIM) la cui chiusura è stata un atto di amore alla Chiesa.

A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, anche se proviamo dolore per le miserie della nostra epoca e siamo lontani da ingenui ottimismi, il maggiore realismo non deve significare minore fiducia nello Spirito né minore generosità. In questo senso, possiamo tornare ad ascoltare le parole del beato Giovanni XXIII in quella memorabile giornata dell’11 ottobre 1962: «Non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai […] A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Papa Francesco in Evangelii Gaudium 84)

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S.M. Lanzetta, Il Vaticano II, un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014, 490 p.

Come emerge dal titolo, Serafino Lanzetta, con il suo recente volume, persegue l’intenzione di dare un «contributo teologico per un’ermeneutica più adeguata da applicare al Vaticano II» (26), avvalendosi di un metodo i cui principali momenti sembrano tre: (1) l’interpretazione del Concilio “a partire dalla tradizione” (intendendo però con “tradizione” sostanzialmente i Concili di Trento e il Vaticano I); (2) l’interpretazione delle dinamiche del Concilio come un superamento, “imposto” dai Padri e teologi d’oltralpe, degli schemi preparatori, caratterizzati dall’Autore come dottrinali e dogmatici in favore di una formulazione pastorale ed ecumenica delle dottrine cattoliche che renderebbe il Concilio non definitorio ma dichiaratorio; (3) la visione della Chiesa che prescinde dalla sua collocazione nel tempo e nella società, cosa che esclude ogni bisogno di confronto con la modernità, facendo apparire il Concilio non come una “risposta” della Chiesa ad una crisi sociale ed ecclesiale esistente, bensì come inizio mono causale di quella crisi religiosa dell’Occidente che perdura ancora oggi. Si tratta di tre aspetti caratteristici del metodo che muovono da una prospettiva decisamente astorica, essenziali sta e deduttivistica, sulle orme di alcune espressioni di certa teologia preconciliare. Come si evincerà dalla disamina del volume, si tratta di premesse che ben difficilmente potranno valere come sufficienti agli effetti di una lettura più oggettiva ed adeguata del Concilio stesso. E se l’Autore non esita a valutare negativamente autori e posizioni assai più profonde ed articolate rispetto a quelle da lui presentate, stupisce la mancanza di dubbio e di interrogazione critica sul punto di vista che egli ha assunto, come pure quella di un esame critico e accurato dei tre aspetti metodologici che abbiamo menzionato.

Lanz_rece_lat_665Il primo elemento viene affermato in maniera chiara quando Lanzetta sottolinea che «non vi era nessun motivo per interpretare il Vaticano II come correzione del Vaticano I. Questa dichiarazione potrebbe essere d’aiuto anche oggi» (343). Mentre la dottrina del Vaticano I sarebbe definita, quella del Vaticano II si dovrebbe considerarla solo proposta (cf. 367); già in questo si rispecchia, come del resto in molti altri passi, che il modello di Concilio assunto dal nostro Autore è quello del Concilio di Trento e del Vaticano I (cf. 245). L’opera di ressourcement alla scuola dei Padri della Chiesa, il recupero della tradizione liturgica come reale luogo teologico e il ritorno alla Scrittura quale “anima della teologia” sono menzionate soltanto en passant; in compenso, però, il Tridentino e il Vaticano I definiscono per il nostro Autore l’essenza della Chiesa e questa essenza è ciò che viene a sua volta anteposto a tutti i Concili. In questo modo, tanto i concili anteriori al Tridentino, quanto il Vaticano II, vengono relativizzati per mezzo della formula: «prima c’è la Chiesa poi i suoi concili» (421).

Per quanto riguarda il secondo elemento, l’Autore avanza la tesi che, essendo stati rifiutati gli schemi iniziali perché «carent[i] quanto all’indole pastorale» (182), «il fine pastorale [e si può aggiungere, secondo Lanzetta: ecumenico; cf. 157] del Concilio ha giocato un ruolo così determinante da indirizzare anche il magistero conciliare verso un livello generale autentico ordinario», quindi senza « definitività » (423). A nostro avviso, il problema non consiste in questa lettura, oggettivamente giusta, dell’Autore, ma nel suo completo fraintendimento dell’importanza che il Concilio attribuisce a tale «livello generale autentico ordinario » che, a detta del nostro Autore, colloca il Vaticano II al di sotto dei due Concili precedenti, mentre era proprio la rivalorizzazione di questo aspetto nei confronti di quello definitorio ciò che il Vaticano II si proponeva. Ed è a partire da questo fondamentale fraintendimento che l’Autore procede a relativizzare senza alcun limite le affermazioni del Concilio, elencando alcuni pronunciamenti di Padri conciliari appartenenti all’ala conservatrice del Concilio ed evitando ogni tipo di confronto teologico con le posizioni che il nostro Autore classifica come “progressiste”. Ora ecco la conclusione dedotta con stile tardo-neoscolastico, poiché il Vaticano II è privo di “definitività”, ne consegue che «le cose che il magistero conciliare dichiara come dottrina della Chiesa» sono «suscettibili di nuove formulazioni più precise a causa di possibili errori» (430). Da questa conclusione, di per sé formalmente giusta, l’Autore desume il diritto di relativizzare le affermazioni del Concilio, dimenticando però che questa operazione presuppone l’accoglimento della svolta conciliare verso il metodo “pastorale”, cosa che egli però rifiuta categoricamente. In questo momento, quindi, Lanzetta realizza un’auto-contraddizione performativa. Questa si esprime ulteriormente nella posizione secondo la quale il Vaticano II elaborerebbe un’ermeneutica preconciliare, quando cioè si riconosce «la carità più grande […]  nel distinguere l’errore dalla verità» (447) e che «non si tratta […] solo di condannare gli errori quanto soprattutto di asserire la verità in modo inequivocabile» (448), secondo i parametri preconciliari. Il rifiuto di ogni confronto con la modernità, che vale come terzo elemento, si evince innanzitutto dal rifiuto di qualsiasi pluralità all’interno del dibattito teologico. Nei tempi moderni – questa la tesi dell’Autore – si assisterebbe solo ad uno smarrimento di identità da parte della teologia, che ha come conseguenza una «contraddittoria produzione teologica» che va al di là di ogni «legittimo pluralismo» (54, cf. 160): a questo punto sarebbe opportuno chiedere al nostro Autore con quali criteri egli intenda determinare il pluralismo definito “legittimo”, poiché un eventuale pluralismo “illegittimo”, qualora si trattasse di errore o di eresia, non apparterrebbe più alla categoria del “pluralismo” all’interno della dottrina, in quanto costituirebbe il suo abbandono. Ma Lanzetta intende colpire proprio tale senso autentico di “pluralismo” quando si rammarica che oggi «le teologie sono contrastanti. Soprattutto le prediche, che a volte rappresentano un grande pericolo di disorientamento per i fedeli» (362). A prescindere dal fatto che una predica sbagliata non è necessariamente riconducibile ad una teologia, ciò che qui emerge è il rapporto fra “contenuto” e “forma” della fede, problema teologico da sempre dibattuto e che l’apparato concettuale ed essenziali sta di ascendenza neoscolastica tende spesso a nascondere più che a risolvere. Ne abbiamo un esempio nel presente volume, in cui il nostro Autore concorda, da un lato, con l’intenzione del Concilio di mantenere la “sostanza” cambiando la “forma”, come se si trattasse di una “distinzione reale”; dall’altro lato, però conclude che ogni nuova teologia che riflette sulla sostanza della fede servendosi di un apparato concettuale nuovo, non è più collocata a livello di “forma”, ma viene giudicata come cambiamento “sostanziale” della dottrina. E accade così che la formula del Vaticano II, quasi come un “cavallo di Troia”, viene impiegata per delegittimare le novità teologico dogmatiche, sia quelle presenti nello stesso Concilio sia quelle che dal Concilio sono state ispirate (cf. 51-57). Lanz_rece_lat_666

Lo studio dell’Autore è suddiviso in cinque capitoli affiancati da una Presentazione di Manfred Hauke (9-19) e da alcuni Rilievi conclusivi (421-449). Un ampia, ma estremamente unilaterale, Bibliografia (451-479) e un Indice dei nomi (481-486) chiudono il volume. Nel primo capitolo si considerano i termini principiali per la lettura del Concilio Vaticano II (43-90). Viene formulata l’idea fondamentale con la quale, come un cantus firmus che attraversa tutta l’opera, sostiene che non è stata mantenuta la «distinzione tradizionale tra dottrina e pastorale […] lasciando i due concetti in una sorta di ondeggiamento generale» (30). L’annuncio della formulazione di «un possibile principio ermeneutico» (37) non viene però realizzato in modo argomentato e sistematico, ma affidato all’economia generale del libro nella quale è però sempre riconoscibile e che si risolve nella difesa dello status quo preconciliare. Ciò viene giustificato con una scelta di metodo che considera soltanto il magistero definitorio, quale si è formato nel Tridentino e nel Vaticano I, come espressione della fede cattolica. A questo magistero, come del resto confermano anche Rahner e altri teologi classificati come «progressisti» (274), il Vaticano II non ha aggiunto nulla. Ma secondo il nostro Autore, la preoccupazione pastorale ed ecumenica avrebbe spesso superato di molto ciò che un semplice cambiamento di “metodo” avrebbe concesso. Va comunque osservato che per “metodo” il nostro Autore, dimenticando la lezione del realismo di S. Tommaso e rifugiandosi in un apriorismo astratto, intende un semplice “strumento” con il quale si applicano dottrine già definite e antecedenti al metodo stesso: da qui l’inseguimento quasi idolatrico della «precisione e […] chiarezza dogmatiche» (72) e “pure”, senza compromessi, rispetto alla quale il Vaticano II non può che risultare un momento tendenzialmente pericoloso e fuorviante circa la siffatta comprensione definitoria del magistero ecclesiale. A ben guardare, però, nella permanente preoccupazione di sminuire la novità del Vaticano II ed evitare che possa apparire come un Anfang (421) che  mette in ombra i XX Concili Ecumenici precedenti (in realtà si interessa solo degli ultimi due), l’Autore non riconosce al Vaticano II la stessa dignità degli altri Concili Ecumenici, preferendo dequalificarlo come un concilio senza definizioni, caratterizzato da un metodo ecumenico e pastorale che esporrebbe la fede cristiana più al dubbio che alla chiarezza. Polemizzando con la categoria “evento” (cf. 73), Lanzetta costruisce, al contrario, una tradizione coerente, lineare e assolutamente priva di rotture e cambi di percorso (cf.75). Più nel dettaglio, vengono criticati gli studi di Sauer e Theobald, che non si sono limitati all’interpretazione del principio “pastorale” come mera applicazione esteriore del dogma, ma vi hanno letto un nuovo principio che mette al centro l’esperienza della fede (cf. 34s.). Anche se la pastoralità è “preponderante”, essa secondo il nostro Autore non può costituire un nuovo principio teologico ma, al massimo, valere come metodo prediletto di questo Concilio (cf. 36) al quale viene paradossalmente rimproverata «una visione metafisica» (65); ora, francamente, è difficile dire se ci si debba (negativamente) stupire per la riduzione della “metafisica” all’essenzialismo astorico e astratto della neoscolastica (la sola alla quale l’Autore si riferisce o che, probabilmente, conosce) e che è cosa assai diversa dalla grande tradizione classica e tommasiana, o per l’incapacità, quasi pregiudiziale di comprendere autori moderni, quali ad es. K. Rahner, di cui tutto si può criticare, tranne che la mancanza di una visione metafisica.

Ma l’antirahnerismo dell’autore è troppo consolidato e viscerale per permettere una valutazione fondata, serena e argomentata, o, semplicemente, scientifica. Lanz_rece_lat_667 Davanti a una così grande quantità di contrasti interpretativi tra la visione di Lanzetta e i documenti conciliari, non ci si può che meravigliare del fatto che Lanzetta non venga mai sfiorato dal dubbio circa le proprie sicurezze e che l’acribia di tanti altri e autorevoli interpreti del Vaticano II non possa essere, se non superiore, almeno pari alla sua. Come anche il fatto che il Vaticano II, al pari degli altri Concili ecumenici, meriti a pieno titolo la qualifica di “ecumenico”. Ma forse è proprio questa la cosa che “disturba” di più la prospettiva del nostro Autore. Il difetto metodico e sistematico che caratterizza l’inizio dell’opera (e cioè la tendenziale esclusione del principio ecumenico e pastorale e della pluralità di posizioni all’interno della teologia) si riproduce anche nel secondo capitolo, in cui Lanzetta presenta sette posizioni e/o autori, senza tuttavia offrire una minima giustificazione dei criteri di scelta, ma limitandosi semplicemente a dichiarare «esemplari» (159) le posizioni scelte. Non è però soltanto la mancanza di metodo nella scelta degli autori a fare difetto, ma anche la coerenza concernente l’esposizione degli argomenti che di questi autori vengono analizzati. Stupisce infatti l’abbondante spazio concesso ad un autore critico nei confronti del pluralismo teologico, quale si configura Parente, mentre si rinuncia ad un confronto serio e scientifico di Rahner, la cui produzione teologica è certamente più articolata e vasta rispetto a quella di Parente (cf. 116-121). La terza persona di riferimento, Laurentin, viene citata attraverso una sua valutazione post-conciliare (cf. 121-126); si passa poi al Card. Betti, al quale è dedicato un maggiore spazio a motivo della lettura da questi compiuta del rapporto tra Scrittura e Tradizione rispetto al Concilio Vaticano I e al Tridentino (cf. 131-142). Il nostro Autore evidentemente non condivide però la determinazione dell’importanza della Tradizione ricollegata all’interpretazione della Sacra Scrittura, il che costituirebbe una «certa discontinuità del Vaticano II rispetto a Trento e al Vaticano I» (142). Infine, egli riassume la visione ecclesiologica di Scheffczyk sull’identità tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica (cf. 143-151), e critica la lettura del Concilio come «evento storico» da parte degli esponenti della “Scuola bolognese”, tra cui Bruno Forte (cf. 151-158). Già dopo i due primi capitoli è difficile evitare l’imbarazzante impressione che l’Autore non distingua sufficientemente tra “teologia” e  “magistero”: non si spiega diversamente la sua paura nei confronti di quelle che chiama «teologie ecclesiali» (al plurale) (54). Significativa risulta poi la “conclusione” a proposito della presenza di Rahner nel Vaticano II: poiché «l’episcopato tedesco dipende[va] in gran parte da Rahner» (177), è proprio il teologo tedesco che va individuato come il responsabile dell’indebolimento della teologia romana e mediterranea, come pure della “deformazione” pastorale ed ecumenica del Concilio. Se tutto ciò richiede ben altra ricerca e fondazione scientifica, risulta più comprensibile il rammarico dell’Autore per la considerazione ecumenica riservata ai protestanti, molto maggiore di quella dedicata agli ortodossi (cf.190). I Capitoli principali (cap. 3-5) trattano di tre temi centrali del Concilio: del rapporto tra Scrittura e Tradizione (cf. 163-263), dell’ appartenenza alla Chiesa (cf. 265-368) e della dottrina mariologica (cf. 369-419). Essi sono volti ad enuclearne la dinamica delle «epifanie pastorali» a partire dagli schemi iniziali fino alle formulazioni definitive. Nel primo e nel secondo caso si trattava di schemi presentati da Ottaviani in piena sintonia con i due concili precedenti e nella convinzione di esporre la dottrina «secondo le necessità del tempo» (170, cf. 275) e in linea con il «carattere difensivo» (172) di ogni concilio in quanto tale. Sulla linea di Ottaviani si trovava anche Parente, che ribadiva la dottrina tridentina o Pio XII (cf. 178, 290). Proprio l’ecumenicità e la pastoralità sono le chiavi di lettura con cui l’Autore paragona i relativi schemi iniziali con la versione testuale definitiva. Egli critica il fatto che gli schemi iniziali furono rifiutati, anche se è consapevole che, ad es. nel caso di De fontibus, c’erano buoni argomenti per farlo: ossia (1) che «risultava contrario al magistero (scritturistico) di Leone XIII, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII», (2) per l’esigenza di «consultare la Pontificia Commissione Biblica» e, soprattutto, (3) «per il fatto che lo schema, nel primo capitolo, sembrava ignorare gli studi moderni sulla Rivelazione, sulla Sacra Scrittura e sulla Chiesa» (171). Questi argomenti non raggiungono, però, per l’Autore il peso che ha l’argomento della continuità con il Tridentino e il Vaticano I. Ancora una volta, anche qui la posizione dei teologi dei primi schemi, tra i quali Ottaviani e Parente, non viene fatta oggetto di alcuna analisi teologico-critica, come pure non vengono considerate le motivazioni teologiche dei “progressisti”. Lanzetta si limita, su un puro piano positivistico, a considerare soltanto i meccanismi con cui questi ultimi riuscirono a far superare gli schemi iniziali e ad influire sui processi conciliari. Consiste dunque in questa dinamica, e non negli argomenti teologici, il “torto” dei cosiddetti “progressisti”. Il superamento degli schemi iniziali viene presentato quasi come un’usurpazione, e il riconoscimento di una piena disposizione al “dialogo” fatta nei confronti dei sostenitori dello schema iniziale – con la motivazione che «normalmente, coloro che erano favorevoli allo schema non erano contrari alle modifiche da apportare» (180; cf. 274s) – è la premessa per indurre a concludere che ai “progressisti” d’oltralpe una tale disponibilità mancava. Lanz_rece_lat_668

Le preoccupazioni ecumeniche e pastorali avrebbero portato poi a delle formule definitive di compromesso, aprendo lo spazio alle interpretazioni post-conciliari perniciose (237). Contrariamente a queste, l’Autore preferisce la chiarezza dogmatica definitoria, anche se le decisioni interpretative che a questa vengono premesse appaiono, dal punto di vista teologico, alquanto discutibili. Ad esempio, si lamenta che la Tradizione verrebbe ridotta a «strumento interpretativo, quasi ci si fosse dimenticati di quel plus che offre alla fede in ragione della sua unità rivelativa con le Scritture» (237): ma senza indagare e discutere in che cosa possa consistere un tale plus, una simile affermazione può ben difficilmente reclamare di costituire l’unica oggettività teologica. Inoltre, per fare un altro esempio, secondo Lanzetta il subsistit in di LG 8 è veramente «da leggersi alla luce dell’est della Mystici Corporis» (326). Ma una tale affermazione meritava perlomeno una pur breve problematizzazione: ignorando tanti ed eccellenti studi che negano la possibilità di identificare semplicemente e assolutamente “est” con “subsistit” (un nome fra tutti: W. Kasper), l’Autore si limita a dichiarare questa «identità sostanziale» (357) e a ripetere continuamente la propria posizione, come se questa continua ripetizione possa sostituire la fatica argomentativa. Infine, preoccupato che «si offuschi il dato dogmatico della salvezza solo nella Chiesa» (356), il nostro Autore critica che la definizione dell’appartenenza ecclesiale sarebbe risultata così troppo “ampia” e “inclusiva”, il che spiegherebbe la necessità e la molteplicità dei tanti documenti successivi al Concilio finalizzati al chiarimento della posizione cattolica (cf. 361); manca tuttavia, come già in altre parti, una riflessione teoretica che giustifichi le premesse dalle quali l’Autore muove le sue critiche al Vaticano II. La stessa mancanza si esprime nell’affermazione, a proposito della discussione sulle affermazioni mariane che «[s]arebbe stato un atto molto imperfetto della Chiesa che un Concilio non parlasse anche della Madonna, soprattutto in questi tempi dove si vedeva un massimo conflitto tra i fedeli e Satana» (373).

 

Lanz_rece_lat_669Per Lanzetta, il carattere pastorale ed ecumenico sono dunque due facce della stessa medaglia erronea (cf.157) che, con un «eccessivo entusiasmo» (33), pervade l’intero Concilio (cf. 184-186): questo, infatti, non si sarebbe preoccupato dell’aspetto dogmatico nel formulare quei testi che l’Autore indica come oggetto di critica. Ciò che, secondo il nostro Autore, rimane di un Concilio difettoso, di una «chiara precisazione della sua natura e di conseguenza del tenore dei suoi documenti» (161), non è nemmeno una vera e propria definizione, ma solo un’opera di traduzione di alcune dottrine «in termini teologico-pastorali per i tempi moderni con cui il Concilio chiedeva il dialogo» (244). Secondo il risultato delle analisi dell’Autore, sono stati soprattutto i Padri tedeschi a voler evitare un fraintendimento troppo giuridico (cf. 285) di queste dottrine: ora, però, solo «sapendo perché il Concilio ha detto così, si potrebbe anche migliorare il concetto teologico» (237), che significa ricondurre di nuovo il metodo ecumenico e  pastorale a quello dogmatico-dottrinale e giuridico. Si può dire che, alla fine di tutto, sia questo il principio teologico-ermeneutico proposto dal nostro Autore. Lanz_rece_lat_670

Infine è doveroso annotare che l’intero volume è ricco di affermazioni generali e vaghe, specialmente proprio là dove l’argomentazione teologica sarebbe stata oltremodo necessaria. Ade esempio, viene detto che lo “spirito del Concilio” sarebbe stato «molto spesso confuso con lo spirito del mondo» in una « “primavera” costruita a tavolino da alcuni esperti della pastorale» (25). Pur prescindendo dall’imperdonabile generalizzazione dell’affermazione, che può indistintamente riguardate tutti e nessuno, una simile dichiarazione, per nulla supportata da testi e argomentazioni, si configura come una delle tante frasi polemiche e prive di contenuto a cui l’Autore ci ha già abbondantemente abituato.

Oltretutto costituisce anche un’evidente negazione della storia, poiché una “primavera”, prima e dopo del Concilio, c’è stata veramente, e sarebbe assurdo, oltre che maliziosamente ingenuo, volerla liquidare come “costruzione” dello stesso Concilio. Lanz_rece_lat_671Inoltre, per fare un altro esempio, l’Autore critica Rahner per aver tralasciato, nel suo testo sulla rivelazione, «la questione del limbo per i bambini morti senza battesimo e privi dell’uso di ragione» (196), non considerando che lo stesso J. Ratzinger, già nel 1984, aveva espresso tutti i suoi dubbi teologici circa questa dottrina e, una volta divenuto papa Benedetto XVI, approvò un documento della Commissione Teologica Internazionale nel quale vi riconosceva una “visione eccessivamente restrittiva della salvezza”. Considerando gli interrogativi posti all’Autore, ma anche tutti quelli che egli ha ignorato o evitato, non può che destare seria perplessità leggere che questo testo dovrebbe essere considerato come l’esempio di una «trattazione brillante» (Hauke, 18).

Lanz_rece_lat_672Tentiamo una considerazione finale su un volume il cui unico merito – anche se perseguito in maniera pregiudiziale, unilaterale e scientificamente scorretta e insufficiente – consiste nell’avere riportato una mole di materiali storici intorno alle dinamiche interne del Concilio Vaticano II (compito che, peraltro, altri e in modo assai più convincente ed equilibrato già avevano svolto). Ci si può facilmente rendere conto di trovarsi davanti ad un bivio importante: o si tiene conto delle nuove condizioni dei tempi, in cui si trova non solo il mondo ma anche la Chiesa, che vive nel mondo senza essere del mondo, e che quindi impedisce di considerare le novità ecclesiali come cedimenti o abbandoni di un patrimonio intangibile, oppure non resta che dubitare della possibilità che nel futuro della Chiesa, stando al criterio ermeneutico sostenuto dall’Autore, possano essere celebrati ancora dei Concili Ecumenici.  Anche perché, come ricordava il Card. Congar – grande protagonista del Vaticano II e suo affidabile interprete – la Tradizione non è un’immobilità museale, ma il debito che la fedeltà alla Rivelazione compiuta in Gesù Cristo mantiene nei confronti del futuro. O anche, come ricordava S. Giovanni XXIII, che la Chiesa non è un museo da custodire, ma un giardino da coltivare. Lanz_rece_lat_673E’ certamente legittimo fare del Vaticano II letture diverse, talvolta anche contrastanti, anche perché è lo stesso Concilio ad aver lasciato in sospeso alcune domande e questioni. Circoscriverne l’interpretazione però ad una lettura minimalista, più preoccupata di negare “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” nel mutare dei tempi, anziché cogliere l’occasione per celebrare la perenne giovinezza del Vangelo, e il preferire uno sguardo preoccupato e nostalgico, rispetto alla missione richiesta dal futuro e, per di più, infine, vedere nel Concilio stesso un elemento di preoccupazione che spinge a dichiararne la “pastoralità” quasi per sminuirne la forza dottrinale e missionaria, tutto ciò sembra costituire il più grande fraintendimento dello stesso Vaticano II.

 

Markus Krienke

UNO SPORT NAZIONALE: LA MINACCIA

lettera

Il Sindaco di Milano afferma che la metà delle centinaia di lettere pervenute ogni settimana prospettano delle violenze.

Anche noi ci iscriviamo alla grande ideale Associazione dei “Minacciati d’Italia”.

Se perfino chi svolge un ruolo molto marginale trova altre persone disposte a formulare prospettive truculente di o quanto meno espressioni malauguranti, possiamo immaginare che cosa succede a chi esercita ruoli di responsabilità.

Il caso del Sindaco di Milano è al riguardo illuminante: metà dei Fratelli Ambrosiani che si rivolgono per lettera al Primo Cittadino, lo fanno per significare che lo odiano e vorrebbero vederlo al più presto sotto terra; anche se per fortuna non tutti sono disposti a far seguire i fatti alle parole.

Perfino il Colonnello Bernacca veniva minacciato da alcuni italiani superstiziosi, convinti che avesse il potere di causare eventi atmosferici negativi.

Né serve – per sottrarsi a tale malevolenza – fare di “pace e bene a tutti!” il proprio motto: anche Padre Mariano contava legioni di detrattori particolarmente agguerriti, pronti a mettere per iscritto il loro risentimento.

L’Italia è il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, la Nazione che vive lo sport come un perenne surrogato della guerra civile, il popolo che si diverte contemplando i politicanti intenti a insultarsi nei “talk shows”.

Né i “leaders” sembrano svolgere alcuna funzione educativa nei confronti delle masse: Togliatti voleva prendere De Gasperi a calci nel sedere, Fanfani considerava pederasti tutti i divorzisti, Berlusconi definiva “coglioni” gli oppositori, ed ora il focoso Landini ritiene disonesti tutti gli elettori di Renzi.

All’insulto si unisce, nel più puro stile mafioso, l’intimidazione: basta scrivere un articolo ed esce fuori chi intima di cancellarlo (miracoli dell’elettronica, al tempo della carta stampata questo non era possibile).

Quale è, però, il denominatore comune di questi milioni di offensori, intimidatori e iettatori sparsi  per l’italico suolo?

La risposta è semplice: l’intolleranza verso le opinioni degli altri, che discende dalla assoluta certezza di essere detentori esclusivi della Verità.

In alcuni casi, questi presuntuosi vengono isolati, ma a volte riescono a circonfondersi di un’aura di perfezione morale (che comporta inevitabilmente infallibilità del pensiero), ed ecco allora stringersi intorno al Capo una falange di cortigiani e di adulatori, pronti a denunziare l’altrui devianza pur di guadagnare la fiducia del “leader”.

A volte questo genere di persone si limita a fare prendere in braccio dal santone i propri bambini, ma a volte la degenerazione giunge al punto di interpretare paranoicamente tutta le realtà in riferimento alla persona del capo.

Secondo i seguaci di Padre Manelli, i Cardinali avrebbero eletto Papa Bergoglio “in odio alla S. Messa Tridentina” o perché coinvolti nel complotto sionistico-massonico che ha voluto mettere nella naftalina  Papa Ratzinger.

A noi risulterebbe vero il contrario, basta analizzare il caso Vatileaks, i mandanti e il perché di quel fenomeno di eversione all’interno delle Mura Leonine.

In quel caso, grande fu Benedetto XVI nel comprendere che, per il bene della Chiesa, avrebbe dovuto affidare a un altro soggetto le “Chiavi di San Pietro” non senza avergli rivelato i cospiratori dei Sacri Palazzi.

Papa Francesco li stimmatizzò sin dalle sue prime omelie tacciandoli di “testardi” e dopo averle tentate tutte, ha dovuto finalmente pervenire a quelle rimozioni alle quali stiamo assistendo e che non sono di certo finite.

Il Manelli – qualcuno dice – è stato deposto data l’invidia che nutrono nei suoi confronti e del suo Istituto, altre Congregazioni.: tra narcisismo e paranoia, si tratta dello stesso delirio di grandezza che induce certi pazzi a credersi Napoleone, o altri grandi personaggi della storia.

Oltre agli uomini, tutto il creato cade nella paranoia manelliana: il sole sarà oscurato, ed una palla di fuoco – dice il Fondatore  – si abbatterà sulla terra, risparmiando però San Giovanni Rotondo e dintorni: non già per rispetto della memoria di Padre Pio, ma per risparmiare il Fondatore, che vi si è rifugiato, e che – in attesa degli eventi apocalittici annunziati – viene nutrito con pesce fresco giunto appositamente dal Gargano.

Nell’imminenza della periodicamente annunziata fine del mondo, chi ci crede mangia, beve e si diverte; nel caso dei seguaci di Padre Manelli, ingannando l’attesa con minacce ed insulti rivolti a Padre Volpi.

PROBLEMATICHE DOTTRINALI E DISCIPLINARI NELL’APPLICAZIONE DEL MOTU PROPRIO

2014-09-07_141016

La Santa Messa Tridentina è un patrimonio della Chiesa. Su questo non si discute e nessuno nega. Molti Istituti religiosi la celebrano e continuano a celebrarla senza problemi.

Il problema è solo la cattiva applicazione del MOTU PROPRIO e l’ideologizzazione del Vetus Ordo.
Dal momento che tra i Frati Francescani dell’Immacolata si sono creati tensioni e disagi nella comunità, il Commissario ha ritenuto opportuno esaminare caso per caso, riservandosi la facoltà di discernere se un sacerdote francescano dell’Immacolata è atto o no a celebrarla. Di fatto alcuni sacerdoti francescani dell’Immacolata la celebrano.
Quando questi due ultimi aspetti saranno completamente risolti, si vivrà la corretta applicazione del Motu Proprio di Papa Benedetto XVI, come già avviene in altre realtà ecclesiali.