La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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Tentato esproprio della casa di Adriana Pallotti

«A STEFANO MANELLI → IN NOME DI DIO, ANDATEVENE!»

18 LUG 2017 — Lettera aperta

Come molti sanno della notizia, la nostra cara e dolcissima Adriana, più che felice sole, è salita al Cielo il 22 dicembre scorso, tra la totale indifferenza di molti e la particolare incuria degli arcivescovi della Chiesa locale che l’hanno completamente abbandonata a sé stessa, Castoro e Pichierri, nonostante abbia subito pure la più acerba persecuzione da parte della sua stessa Amm. di Sostegno: Rosa Merla. Inadempiente sino alla fine [Vedi → Lettera al Giudice Tutelare], quest’ultima viene tuttora coordinata insieme al maresciallo Vincenzo Pugliese dal sig. Stefano Manelli, per i gravi motivi che già conoscete. Quest’anno avrebbe compiuto cent’anni. Cionondimeno, però, sta facendo più rumore da “morta” che da viva, proprio come il suo direttore spirituale: Padre Pio. Per continuare da lassù insieme a tutti gli Angeli e Santi la santa battaglia contro gli spiriti del male e le loro immonde nefandezze della terra.

Non è lecito possedere dei beni altrui con l’usurpazione, ossia senza alcun “genuinus” e “regalis” diritto di proprietà.

«Se vuoi entrare nella vita eterna osserva i Comandamenti». (Mt 19,16-17)
5) Non uccidere.
6) Non commettere atti impuri.
7) Non rubare.
8) Non dire falsa testimonianza.
10) Non desiderare la roba d’altri.

Nel diritto italiano, la truffa è l’ottenimento di un vantaggio a scapito di un altro soggetto indotto in errore attraverso artifici e raggiri. Mentre il falso ideologico è la menzogna contenuta in un documento che annulla la veridicità dell’atto.

“L’Umanità attuale si è abituata a non chiamare le cose con il loro nome o a occultare quello che le risulta sgradevole. Si può dissimulare ciò che risulta sgradevole in due modi: nascondendo la verità o fabbricando menzogne.” (Padre Alfonso Gálvez)

Gli stessi autori del “Sequestro Adriana Pallotti” compiuto nel 2015 per creare un corridoio a quell’infelice signore di Frigento, Stefano Manelli, a colui che l’ha raggirata per permettere di intrufolarsi indegnamente nella Casa della Divina Volontà, sono tornati di nuovo alla carica il 21 giugno u.s. Forzando però l’ingresso principale con violenza allarmante e voce rabbiosa: a “colpi di mazza”. Tentando, invano, di strappare al sottoscritto il possesso della sua abitazione. Violando ancora una volta ogni regola e procedura legale.

Ecco il punto. La Casa di Preghiera per il Regno della Divina Volontà è stata nuovamente presa di mira da un attacco frontale, «violentissimo», da parte di chi brama la roba d’altri, «Stefano Manelli». Per mezzo dei suoi più vili e ostinati strumenti d’azione: Rosa Merla, il maresciallo Pugliese ed il tenente Matteo Gravina. In molti erano tra Forze dell’Ordine e Polizia Municipale. Come belve inferocite, hanno agito e sfondato i cancelli, minacciato l’avente diritto sino all’arresto, con intimidazione anche fisica poi, presso il comando dei carabinieri, perché ritenuto un abusivo, sebbene sia “l’erede universale” di Adriana Pallotti.
Per fortuna in diversi hanno assistito, attoniti, all’indecoroso spettacolo prodotto dalla loro ennesima vergogna. Che schifo! La Casa, tra l’altro, si trova proprio sotto al muro di cinta del convento di San Pio, innanzi alla nuova e svettante croce. Ciononostante però, a San Giovanni Rotondo, nessuna vera voce “cattolica” s’è pronunciata, autorevole. L’unico a prendere le sue strenue difese, della Casa della Divina Volontà, è stato proprio il Cielo, addirittura, che ha tuonato con fulmini e saette scagliati giusto su tal croce, come mai accaduto prima. Vi è rimasto persino il segno, il sigillo di questa vergogna. Un avvertimento!
Dice Gesù a Luisa Piccarreta: “Quando un bene si possiede con diritto di proprietà, nessuna legge, né umana, né divina, può con modi «legittimi» togliere i beni che si posseggono.” L’eredità ricevuta.

Scaltro e “demagogos”. Quell’irpino travestito da frate che riesce ancora, suo malgrado, a darla a bere è infaticabile in tutto ciò. Stolti! Forse che non ci sia nulla di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto? O ciò che avremo detto nelle tenebre all’orecchio, nelle stanze più interne, non sarà udito in piena luce e annunziato sui tetti? (Cfr. Lc 12, 2-3)

Non sappiamo se la giustizia umana riuscirà ad emettere il suo verdetto di condanna. Tuttavia, però, abbiamo la certezza della: condanna di Dio. Essa, che è già in atto, pesa come una macina da asino sulla coscienza di chi, ritenendo di agire impunemente, è in peccato mortale e continua a ‘sfidare’ la Divina Volontà, mettendosi fuori dalla grazia di Dio.
Il “ 2 NOVEMBRE 2017 ”, nel centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima, scatta il giudizio su Stefano Manelli. Esattamente dopo due anni dall’avvio dell’indagine della Procura di Avellino, aperta a seguito del lancio della nostra Petizione bomba. Povertà, castità e obbedienza. Si legge sulla stampa ufficiale (qui): “Nell’inchiesta affidata alla Finanza, scandali a sfondo sessuale e testimonianze di ex-suore sulle devianze di Manelli descritto come un guru. Trenta milioni di euro, fra beni mobili e immobili, sarebbero stati sottratti alla Congregazione e trasferiti a soggetti non legittimati.” “Oltre agli abusi emergono infiltrazioni della camorra.” Traffici di droga. Inoltre, viene riportato che alcuni religiosi sono protagonisti di una vicenda criminale:
“Padre Fidenzio Volpi era sul punto di scoprire il meccanismo finanziario costituito dalla camorra intorno all’Istituto, ma dall’altro lato – proprio in quel momento – veniva abbandonato a sé stesso, ed anzi osteggiato, da quella stessa Autorità che lo aveva nominato, e che avrebbe dovuto sostenerlo. Sul presunto, conseguente omicidio di Padre Fidenzio Volpi […] posso affermare che il mandante fu la malavita organizzata, mentre il sicario va ricercato nelle fila dei tradizionalisti fanatici. E qui arriviamo al peccato più grave, ed al più grave dei delitti, l’omicidio.” (qui).

«Il “Cervello” inventore dell’operazione cadde in una grossolana ingenuità non acquisendo e non includendo nel verbale (redatto tra l’altro con Atto Notarile) il necessario preventivo assenso all’operazione espresso dal Superiore Generale: la classica “buccia di banana” per gli attuali imputati, che conferma la saggezza popolare, secondo cui “la gatta frettolosa fece i gattini ciechi”.» (qui).

Egli, tal ripugnante impostore, ammantato di celeste santità, di santo ha solo quel Dio che lo attende in giudizio. Anime senza scrupoli. Figli dell’unico padre di tutte le menzogne: Satana. Sul loro capo pendono i fulmini della Divina Giustizia.
Trovando di fronte una ferma resistenza, cattolica e adeguata, pieni di livore, loro malgrado, non sono affatto riusciti a portare a segno il colpo preparato sin dalla morte di Adriana. Sono alquanto impressionato delle infinite e benefiche “risorse” di questa Casa super protetta da Dio e benedetta anche da Padre Pio. È davvero una fortezza inespugnabile contro i suoi nemici. Benedetti coloro che varcando l’ingresso ne sono stati degni. Maledetti tutti gli altri, operatori d’iniquità.

«La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio». (Eb 4,12) Qualcuno di voi ha mai letto con attenzione il passo del profeta Isaia che tratta del castigo, ovvero della morte improvvisa ed infausta del re d’Assiria, Sennàcherib? Un empio tiranno che assediava e sterminava con la forza del suo potere umano tutti quei popoli che a lui si opponevano, che non si fossero arresi e sottomessi. Poiché il re d’Assiria e i suoi servitori avevano oltraggiato l’Iddio d’Israele, ecco, è caduto per mano dei suoi stessi figli, a fil di spada!

“Pertanto dice il Signore contro il re di Assiria:
Non entrerà in questa città
né vi lancerà una freccia,
non l’affronterà con gli scudi
né innalzerà contro di essa un terrapieno.
Ritornerà per la strada per cui è venuto;
non entrerà in questa città.
Oracolo del Signore:
Io proteggerò questa città e la salverò,
per riguardo a me stesso e al mio servo Davide.

Ora l’angelo del Signore scese e percosse nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini. Quando i superstiti si alzarono al mattino, ecco erano tutti cadaveri.
Sennàcherib re di Assiria levò le tende e partì; tornato a Ninive, rimase colà.
Ora, mentre egli era prostrato in venerazione nel tempio di Nisrok suo dio, i suoi figli AdramMèlech e Zarèzer lo uccisero di spada, mettendosi quindi al sicuro nel paese di Araràt. Assarhàddon suo figlio regnò al suo posto.“ (Isaia 37, 33-38)

Dunque, infine, anziché scegliere la strada della polemica o della contrapposizione, imbocco piuttosto quella del suggerimento propositivo.
Al fondatore dell’Ordine dei F.I. dico, in nome di Dio, per il bene della sua anima e di coloro che sono coinvolti a causa del suo ostinato umano volere, che si fermi e faccia un passo indietro verso la conversione. Il santo timor di Dio. Prima che sia troppo tardi! Ecco! Il coraggio e l’amore alla verità hanno preso il sopravvento sulla paura e la debolezza umana. La sete di giustizia.

FIAT VOLUNTAS TUA
Luciano Mirigliano
_______________
P.S. Davvero siamo giunti all’epilogo di molte ingiustizie ed empietà. Esso riguarda non solo
gli empi di questa triste vicenda. Chi ha orecchi, ascolti.

Scarica l’originale qui e su Gloria tv

https://drive.google.com/file/d/0B5PwCOPisixISDB5NkFYQzBqMUk/view

https://gloria.tv/article/QKHsWA43zVop1vpn9LkTXVY6g

Firmate la Petizione

https://www.change.org/p/papa-francesco-chiedo-a-padre-manelli-la-restituzione-immediata-del-maltolto/u/20846008

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Francescani dell’Immacolata: indaga la DNA

08 Lug 2017
by redazione

La Procura Nazionale Antimafia, guidata con energia dal Dottor Roberti, ha deciso di intervenire nella questione dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata.
Attualmente, sono già in corso diversi procedimenti su vicende aventi rilevanza penale connesse con la vicenda di questo Ordine religioso.
In primo luogo, il prossimo 27 settembre è fissata l’udienza dinnanzi al Giudice per le Indagini Preliminari di Roma, Dottor Enzo Gentili, che dovrà decidere se accogliere l’istanza di archiviazione – presentata dal Sostituto Procuratore Dottor Attilio Pisani – del procedimento contro ignoti relativo alla morte, in circostanze mai chiarite, di Padre Fidenzio Volpi.
Il prestigioso prelato lombardo, nominato Commissario Apostolico dell’Istituto da Papa Bergoglio, venne fatto oggetto – durante lo svolgimento delle sue funzioni – di una velenosa campagna di diffamazioni, ingiurie e minacce da parte dei “media” tradizionalisti.
L’Avvocato Emilio Varaldo, del Foro di Imperia, prestigioso esponente del laicato cattolico, si accinge a richiedere al G.I.P. lo svolgimento di quegli atti istruttori – in primo luogo l’autopsia sul corpo di Padre Volpi, la valutazione delle cartelle cliniche elaborate dagli Ospedali in cui egli venne a suo tempo ricoverato, nonché l’escussione dei testimoni indicati dalla parte lesa (rappresentata dai familiari del Religioso) – che la Procura non ha fino ad ora disposto.

Il caso di Padre Volpi è stato anche portato all’attenzione della Santa Sede: la Signora Loredana Volpi, nipote del Religioso, ha consegnato infatti nelle mani del Santo Padre, da cui è stata ricevuta nello scorso novembre in occasione della messa celebrata quotidianamente a Santa Marta, la prima copia del libro dedicato al caso, di cui sono autori la stessa Signora Volpi ed il nostro collaboratore Mario Castellano.
Si spera che la pronunzia del Giudice per le Indagini Preliminari possa aiutare nella ricerca della verità, auspicata anche da un forte movimento di opinione sorto nella zona di Bergamo, di cui Padre Volpi era originario, grazie all’opera di sensibilizzazione intrapresa dal locale periodico di orientamento cattolico “Araberara”.

In secondo luogo, la Procura di Avellino sta indagando su diverse precedenti morti sospette, avvenute nell’ambito dell’Istituto, sia di due ricche signore che avevano lasciato in eredità i loro beni all’Istituto, riservandosene però in vita l’usufrutto, sia di alcuni Religiosi e Religiose, i quali pare avessero espresso ad alta voce i propri sospetti sui presunti legami tra i Francescani dell’Immacolata e la Camorra.
Nell’ambito delle indagini promosse dalla Procura irpina, una colonna di autoveicoli dell’Arma dei Carabinieri, agli ordini del solerte Maresciallo Ivan Molinaro, comandante la Tenenza di Mirabella Eclano e benemerito della lotta contro la delinquenza organizzata, ha raggiunto il Convento di Frigento, nella cui cripta giacciono le persone riguardate dalle indagini, per verificare che nessuno avesse tentato di manomettere le sepolture.
Il fatto è stato pubblicato con molto rilievo dai mezzi di informazione della Campania, dato lo scandalo causato dai sospetti gravanti sulle anteriori Autorità dell’Istituto.

Sempre ad Avellino è in corso un procedimento penale per i reati di truffa aggravata e di falso ideologico a carico di tre di loro, il Fondatore Padre Stefano Maria Manelli ed i Padri Pietro Maria Luongo e Bernardino Maria Abate, già Legali Rappresentanti delle Associazioni denominate “Missione dell’Immacolata” e “Missioni del Cuore Immacolato”, titolari delle ingentissime temporalità riferite all’Ordine Religioso.
I fatti di cui costoro rispondono alla Giustizia riguardano il cambiamento dei rispettivi Statuti, introdotto frettolosamente ed in modo irregolare, non essendosi rispettata la procedura prescritta a tal fine, subito dopo la nomina di Padre Volpi a Commissario Apostolico.

Mentre in precedenza potevano esercitare la Legale Rappresentanza delle Associazioni soltanto dei Religiosi, sottoposti come tali al Voto di Obbedienza all’Autorità dell’Istituto, in base al successivo emendamento queste funzioni possono essere assunte da laici, come è puntualmente avvenuto.
Vani sono risultati i tentativi, intrapresi prima da Padre Volpi e poi dai nuovi Commissari Apostolici, per acquisire all’Istituto i proventi dei beni ad esso riferiti: Padre Manelli ha infatti risposto in entrambi i casi che non può esercitare alcuna autorità su dei laici; il processo in corso dovrà però stabilire se egli abbia propiziato precisamente il loro avvento alla guida delle Associazioni.
Sugli emendamenti introdotti negli Statuti è in corso anche un procedimento civile, volto a farne dichiarare la nullità.

Infine, la Guardia di Finanza di Avellino indaga sui rapporti con il Fisco delle Associazioni titolari dei beni, per appurare se vi sia stata evasione, o addirittura totale elusione delle imposte da parte dei loro Legali Rappresentanti.
Il motivo dell’intervento nelle indagini da parte della Procura Nazionale Antimafia deve essere messo in rapporto con l’elemento comune a tutti i procedimenti in corso, e cioè da un lato la possibile infiltrazione della Camorra negli ambienti laicali gravitanti intorno all’Istituto, e dall’altro l’eventuale uso illecito degli enormi profitti derivanti dai beni intestati alle Associazioni.

Malgrado tali introiti, in base precisamente ai loro Statuti, fossero destinati al sostegno delle attività pastorali e missionarie dei Francescani dell’Immacolata, a partire dalla nomina del Commissario Apostolico questo finanziamento si è interrotto.
Padre Volpi si ammalò – ed il procedimento penale in corso a Roma dovrà chiarire la possibile origine dolosa dell’infermità che lo condusse alla morte – dopo essersi opposto alle pretese di pagamento indirizzategli da una misteriosa Ditta inglese, la “Baronius Press”, per una fornitura di breviari in latino: una fornitura che non era stata però richiesta, né debitamente fatturata, e risultava inoltre chiaramente sproporzionata rispetto all’entità della merce fornita.

Il sospetto, che la Procura Nazionale Antimafia si accinge a chiarire, riguarda un uso illecito, da parte della delinquenza organizzata, dei proventi de beni riferiti all’Istituto.
A questo punto, si attende di conoscere se l’Ufficio guidato dal Dottor Roberti intenda avocare a sé i procedimenti penali in corso, ovvero promuovere una nuova azione penale.
Esiste inoltre la possibilità di una confisca dei beni, qualora risulti la loro provenienza illecita: si può infatti ipotizzare che l’Istituto venisse usato dalla Camorra come prestanome e/o come “cassaforte”.
In ogni caso, siamo dinnanzi ad una svolta importante, e probabilmente decisiva, delle indagini.

http://www.farodiroma.it/2017/07/08/francescani-dellimmacolata-la-dna-indaga-padre-manelli-le-associazioni-detentrici-dei-beni-della-camorra/

Il processo a Manelli. Gli atti smascherano la sottrazione dei beni dell’Istituto

Scatta il giudizio su padre Manelli. Dopo due anni esatti dall’avvio dell’indagine della Procura di Avellino. A novembre il giudizio per Padre Stefano Manelli, fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, per l’ex economo Padre Bernardino Maria Abate, e per padre Pietro Maria Luongo, in qualità di rappresentante legale dell’associazione “Missione dell’Immacolata” di Frigento, una delle due associazioni munite di personalità giuridica di diritto privato cui sono intestate le temporalità dell’Istituto.

Nell’inchiesta affidata alla Finanza, scandali a sfondo sessuale e testimonianze di ex suore sulle devianze di Manelli descritto come un guru. Trenta milioni di euro, fra beni mobili e immobili, sarebbero stati sottratti alla Congregazione e trasferiti a soggetti non legittimati. Il Gup Antonio Sicuranza ha accolto la richiesta avanzata dal Pm Fabio Massimo del Mauro, rinviando a giudizio i tre imputati, accusati di falso ideologico. Il processo dal 2 novembre prossimo, davanti al giudice monocratico del Tribunale di Avellino Francesco Spella. Nelle carte del Tribunale si parla di “disegno criminoso”, di Manelli “istigatore e determinatore dell’attività dei correi”. Il frate fondatore, 83 anni, difeso dall’avvocato Enrico Tuccillo, e due frati avrebbero tratto in inganno notai, e dunque la Prefettura, nel redigere l’atto modificativo dello statuto delle due associazioni, il tutto all’oscuro del Commissario apostolico Padre Fidenzio Volpi e con il fine ultimo, si presume, di sottrarre i beni al controllo dell’Istituto controllato ormai a vista dalla Santa Sede. Altre tre associati non sono stati convocati pur avendone diritto. Pesanti le modifiche agli statuti. Perché consentire l’ingresso di laici?

Il giudizio arriva dopo il rinvio dell’udienza preliminare del 22 dicembre scorso, mancando il difensore di Maurizio Abate, noto come Padre Bernardino Maria, di Atripalda, che è stato tesoriere dell’associazione. Manelli ritiene di aver trasferito le donazioni alle associazioni perché “l’Istituto deve vivere in povertà”. Se è vero che parte del denaro è stata destinata ai poveri e alle missioni, restano 59 fabbricati, 17 terreni, 5 impianti fotovoltaici, 102 autovetture, più numerosi conti bancari: erano il patrimonio delle associazioni di laici e religiosi ostili al Commissariamento.

 

Loredana Zarrella per Il Mattino

Padre Manelli restituisca i beni e poi accetti di farsi processare

Mentre si attende il primo processo penale a carico di padre Stefano Maria Manelli, la Santa Sede – rivela il valoroso vaticanista Marco Tosatti sul suo seguitissimo blog – sta nuovamente cercando di convincere il fondatore dei francescani dell’Immacolata (che si trova ad Albenga, in situazione di domicilio coatto per ordine del Papa) ad esercitare pressioni sulle associazioni laicali a lui vicine affinché restituiscano i beni all’Istituto religioso. Garantista contro ogni evidenza, Tosatti ricostruisce: “circa quindici giorni fa padre Manelli ha ricevuto una lettera da parte della Congregazione per i religiosi in cui gli si chiedeva di mettere in disponibilità della Chiesa i beni temporali adesso sotto il controllo delle associazioni di laici. Ingenuamente il fondatore dei FFI ha risposto che non poteva mettere a disposizione nulla, perché i beni erano sotto il controllo delle associazioni di laici. Forse avrebbe fatto meglio a chiedere un incontro con i laici stessi e far loro presenti le richieste vaticane; ovviamente poi i laici, che non sono tenuti all’obbedienza avrebbero potuto agire come meglio avrebbero creduto.
Non ha usato questa astuzia, e adesso il Vaticano può usare la sua risposta come una forma di mancata obbedienza al Papa; e quindi ne possono seguire sanzioni canoniche”.

La questione dei beni

A due anni esatti dall’avvio dell’indagine della Procura di Avellino, a novembre infatti si apre finalmente il processo per padre Stefano Manelli, fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, per l’ex-economo padre Bernardino Maria Abate, e per padre Pietro Maria Luongo, in qualità di rappresentante legale dell’associazione “Missione dell’Immacolata” di Frigento, una delle due associazioni munite di personalità giuridica di diritto privato cui sono intestate le temporalità dell’Istituto. Ci si augura che padre Manelli non si sottragga alla giustizia con falsi ricoveri e certificati medici compiacenti, come ha fatto in passato per non rispondere dei suoi comportamenti davanti alle autorità ecclesiastiche.

Nell’inchiesta affidata alla Finanza, scandali a sfondo sessuale e testimonianze di ex-suore sulle devianze di Manelli descritto come un guru, reati tuttavia prescritti per decirrenza dei termini. Ma dei trenta milioni di euro, fra beni mobili e immobili, sottratti alla Congregazione e trasferiti a soggetti non legittimati, di quelli dovrà rispondere.

Le molestie e violenze

“Ci palpeggiava il seno e le natiche, ci stringeva la vite e ci abbracciava, avvicinava le sue labbra alle nostre, metteva la nostra testa sulle sue ginocchia durante la confessione… Ammetto che eravamo tutte contente di questo, estasiate di essere oggetto delle sue attenzioni, giustificate in nome della sua santità che si manifestava misticamente attraverso espressioni erotiche di cui nemmeno la Bibbia è esente…”. Questa la testimonianza di una delle religiose vittime di padre Stefano Manelli, il boia di Frigento, pubblicata dal sito “La verità sul commissariamento dei Francescani dell’Immacolata”.

Si tratta di una lettera aperta al religioso attualmente sottoposto per decisione di Papa Francesco ad un regime di rigida clausura. “Oggi – scrive la ex suora che ha trovato il coraggio di denunciare padre Manelli – vederla così ostinato e incapace di accettare un minimo di disciplina dopo aver preteso da noi persino la morte di una giovane vita, mi disgusta”.

“L’opinione pubblica sa che lei, Stefano Manelli, si è già sottratto ad un incontro presso il promotore di giustizia ecclesiastico e il giudice del Tribunale civile di Avellino lo scorso 22 dicembre? Vuole che il procedimento vada in prescrizione per decorsi termini e poi far credere all’opinione pubblica che il caso è chiuso’, che lei è innocente, che è stato ‘scagionato’ come scrivono i suoi nipotini? Crede che siamo tutte delle ingenue, tutte delle ignoranti, come quando ci ha tenute segregate in convento?”.

L’ex francescana dell’Immacolata elenca una serie di fatti, per poi chiedere a padre Manelli se “tutto questo è vero o falso” invitandolo – come ha già fatto questo giornale on line – a rinunciare alla prescrizione e a non sottrarsi alla giustizia.

“E’ vero – domanda la donna – Stefano Manelli che ci portava nella sua camera (all’interno della nostra clausura conventuale) e ci tratteneva fino a notte fonda per motivi tutt’altro che religiosi? Le marchiature a fuoco sul petto, i patti di sangue dei quali andavamo fiere, le punture sulle dita per vergare col sangue la nostra offerta di obbedienza assoluta ai fondatori. La preferenza sul tipo di morte da martire di cui lei ci esaltava a modo di gioco: sbranata da leoni, bruciata viva, fatta a pezzi… Che le suore non fossero curate adeguatamente, che venissero isolate dal mondo, allontanate dai familiari, i nemici della vocazione, è vero o falso? Mi chiedo se oggi le suore lontane dall’Italia Centrale sanno o meno che c’è stato il terremoto. Come può la Chiesa nostra madre continuare a coprirla e a perpetuare impunemente questi abusi su delle consacrate?”.

Gli omicidi

Accanto alle inchieste a carico del fondatore padre Stefano Maria Manelli, e alle accuse di violenza sessuale e maltrattamenti, archiviate per prescrizione e non perchè infondate, la magistratura continua a verificare le ipotesi di almeno due omicidi che potrebbero essere stati compiuti nei conventi dei Francescani dell’Immacolata.

“Sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti – ha ricostruito il settimanale specializzato Giallo, diretto dall’ottimo Andrea Biavardi e edito da Umberto Cairo – c’è la morte del frate filippino Matthew Lim, 20 anni, noto a tutti come fra Matteo, un probabile caso di omicidio. Il frate morì il 22 luglio del 2002 precipitando in un pozzo, che oggi è chiuso con un grande masso. Nonostante il frate avesse invocato aiuto con delle urla che sentirono in molti, morì annegato. La Procura avellinese in merito a questo “’incidente’ ha in mano l’importante testimonianza di una ex sorella, LT, che in una relazione finita in un corposo dossier nelle mani dei giudici afferma: ‘Ho conosciuto personalmente Fra Matteo: era una persona sorridente, solare. Prima che morisse mi rivelò sgomento: ‘Ci sono e si fanno cose che non vanno in questo Istituto’. Con lui nei giorni precedenti al suicidio parlava sempre un frate, uno dei quaranta nipoti di Manelli’. Ma quella del frate filippino non è l’unica morte sospetta avvenuta in quel convento: nel famoso dossier alcuni testimoni indicano altri 5 casi di presunti ‘omicidi o suicidi strani’.
A questi si aggiunge anche la “strana morte” di padre Fidenzio Volpi, il commissario Apostolico inviato da Papa Benedetto XVI per scoprire cosa accadeva nel convento degli orrori di Frigento e in tutto l’istituto. I suoi familiari hanno presentato alla Procura di Roma una dettagliata denuncia per omicidio volontario. Il frate morì il 7 giugno del 2015, ufficialmente a causa di un ictus da stress. Ma la verità potrebbe essere un’altra.

 

Sante Cavalleri

http://www.farodiroma.it/2017/06/01/138689/

MANELLI A GIUDIZIO IN NOVEMBRE

Lo scandalo del convento di Frigento, Manelli a giudizio a novembre

Scatta il giudizio su padre Manelli. Dopo due anni esatti dall’avvio dell’indagine della Procura di Avellino.

A novembre il giudizio per Padre Stefano Manelli, fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, per l’ex-economo Padre Bernardino Maria Abate, e per Padre Pietro Maria Luongo, in qualità di rappresentante legale dell’associazione “Missione dell’Immacolata” di Frigento, una delle due associazioni munite di personalità giuridica di diritto privato cui sono intestate le temporalità dell’Istituto.

Nell’inchiesta affidata alla Finanza, scandali a sfondo sessuale e testimonianze di ex-suore sulle devianze di Manelli descritto come un guru. Trenta milioni di euro, fra beni mobili e immobili, sarebbero stati sottratti alla Congregazione e trasferiti a soggetti non legittimati.

Domenica 9 Aprile 2017, 16:51 – Ultimo aggiornamento: 09-04-2017 17:15
http://www.ilmattino.it/avellino/manelli_giudizio_novembre-2370919.html
Frigento

MANELLI, A NOVEMBRE IL PROCESSO
SULLA MISSIONE IMMACOLATA

La gestione degli ingenti fondi e le presunte violenze sessuali in convento in aula ad Avellino

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Loredana Zarrella

FRIGENTO. Scatta il giudizio su padre Manelli. Dopo due anni esatti dall’avvio dell’indagine della Procura di Avellino.
A novembre il giudizio per Padre Stefano Manelli, fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, per l’ex economo Padre Bernardino Maria Abate, e per padre Pietro Maria Luongo, in qualità di rappresentante legale dell’associazione “Missione dell’Immacolata” di Frigento, una delle due associazioni munite di personalità giuridica di diritto privato cui sono intestate le temporalità dell’Istituto.
Nell’inchiesta affidata alla Finanza, scandali a sfondo sessuale e testimonianze di ex suore sulle devianze di Manelli descritto come un guru. Trenta milioni di euro, fra beni mobili e immobili, sarebbero stati sottratti alla Congregazione e trasferiti a soggetti non legittimati.
Il Gup Antonio Sicuranza ha accolto la richiesta avanzata dal Pm Fabio Massimo del Mauro, rinviando a giudizio i tre imputati, accusati di falso ideologico. Il processo dal 2 novembre prossimo, davanti al giudice monocratico del Tribunale di Avellino Francesco Spella. Nelle carte del Tribunale si parla di “disegno criminoso”, di Manelli “istigatore e determinatore dell’attività dei correi”. Il frate fondatore, 83 anni, difeso dall’avvocato Enrico Tuccillo, e due frati avrebbero tratto in inganno notai, e dunque la Prefettura, nel redigere l’atto modificativo dello statuto delle due associazioni, il tutto all’oscuro del Commissario apostolico Padre Fidenzio Volpi e con il fine ultimo, si presume, di sottrarre i beni al controllo dell’Istituto controllato ormai a vista dalla Santa Sede. Altre tre associati non sono stati convocati pur avendone diritto. Pesanti le modifiche agli statuti. Perché consentire l’ingresso di laici?
Il giudizio arriva dopo il rinvio dell’udienza preliminare del 22 dicembre scorso, mancando il difensore di Maurizio Abate, noto come Padre Bernardino Maria, di Atripalda, che è stato tesoriere dell’associazione. Manelli ritiene di aver trasferito le donazioni alle associazioni perché “l’Istituto deve vivere in povertà”- Se è vero che parte del denaro è stata destinata ai poveri e alle missioni, restano 59 fabbricati, 17 terreni, 5 impianti fotovoltaici, 102 autovetture, più numerosi conti bancari: erano il patrimonio delle associazioni di laici e religiosi ostili al Commissariamento.

Le Francescane dell’Immacolata violate e fatte prostituire. I punti di contatto tra la vicenda di padre Viroche e quella di padre Volpi (di Mario Castellano)

 

Il tema assegnato per la mia relazione non corrisponde esattamente con il suo contenuto, dato che – illustrando la vicenda dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata – mi dedicherò in particolare a descrivere il caso del presunto omicidio del Commissario Apostolico, Padre Fidenzio Volpi.

Tuttavia, questo tema possiede nondimeno una rilevanza generale in questa triste storia, in quanto consente di metterne a fuoco una componente fondamentale, e cioè l’immoralità eretta a sistema. La corruzione sessuale delle religiose, accompagnata da pratiche pseudo penitenziali quali la loro marchiatura a fuoco, come si usa fare per il bestiame, e come tristemente si faceva nei campi di sterminio nazisti, nonché dalla pronunzia di un voto di fedeltà riferito personalmente al fondatore dell’Istituto, del tutto estraneo ed anzi contrario alla norma canonica, non era finalizzata a soddisfare occasionali urgenze dello stesso fondatore o di altri religiosi, bensì volta a fare delle monache altrettante prostitute, da offrire ai cosiddetti “benefattori” in cambio di dazioni di denaro o di altri beni, oppure di loro autorevoli “protezioni”.

E’ così che si perviene al completo rovesciamento della norma morale: un religioso che contravviene al Voto di Castità riconosce di commettere un peccato, agisce per debolezza, e non lo fa in modo sistematico e pianificato.

Se invece le suore vengono indotte ad offrirsi a dei laici al solo fine di procurare all’Istituto dei mezzi materiali, o degli appoggi altolocati, non è possibile invocare la debolezza umana come giustificazione, o quanto meno come attenuante per un simile comportamento, che – soprattutto in quanto presentato alle monache come un supposto loro “dovere” – può soltanto appoggiarsi sul principio machiavellico per cui il fine giustifica i mezzi.

Questo stesso principio – come vedremo ora – ispira e regola un poco tutti gli aspetti della vita e del “modus operandi” dell’Istituto.

Si rigetta infatti il Magistero della Chiesa, a partire dal Concilio, si proibisce ai seminaristi perfino la lettura de “L’Osservatore Romano” tacciando questo giornale di “modernismo”, si giunge ad accogliere la teoria sedevacantista per rifiutare l’autorità degli ultimi Sommi Pontefici in materia dottrinale, si asserisce che la Messa in latino ha un presunto maggior valore rispetto alla Messa in lingua volgare, si proibisce addirittura di officiare secondo il “Novus Ordo” nel Seminario, e quando infine – per tutti questi motivi – la Santa Sede decide il commissariamento dell’Istituto, si impugnano sistematicamente tutti gli atti di carattere amministrativo (nessuna sanzione disciplinare viene infatti emanata dal Commissario Apostolico) compiuti da Padre Fidenzio Volpi, non già – si badi – in base ad una loro asserita illegittimità nel merito o ad un “error in procedendo”, bensì mettendo in discussione in linea di principio la legittimità dell’Autorità conferita dalla Santa Sede allo stesso Padre Fidenzio Volpi.

A questo punto, essendo stato emanato l’atto di nomina del Commissario Apostolico da parte della competente Congregazione, e non già da parte del Sommo Pontefice, e risultando dunque tale atto passibile di impugnazione dinnanzi al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, sarebbe stato logico attendersi precisamente questo ricorso alla giurisdizione, che però non venne mai interposto.

Per quale motivo?

Semplicemente per la presunzione che tale ricorso sarebbe stato respinto, ed una volta così sancita la legittimità del potere attribuito al Commissario Apostolico, la sua asserita illegittimità non avrebbe più potuto essere invocata nei ricorsi attinenti ai singoli atti emanati da Padre Volpi.

Queste impugnazioni non si proponevano dunque lo scopo di ottenere giustizia, bensì quello scopo che ho definito “politico”, mettendo beninteso tra virgolette questo termine, consistente nel mantenere uno stato di agitazione permanente nell’Istituto, ricorrendo ad una sistematica contestazione della sua massima Autorità.

E tale contestazione si manifestava – non dimentichiamolo – non soltanto con la presentazione di ricorso contro ogni suo singolo atto, ma anche nella sistematica e dichiarata ed anzi ostentata disobbedienza a quanto tali atti disponevano, e soprattutto in una sistematica azione pubblicistica, condotta da innumerevoli pubblicazioni cartacee ed elettroniche, caratterizzata dalla costante diffamazione, dal costante vilipendio e dalla costante intimidazione contro Padre Fidenzio Volpi.

Ed allora, una volta chiarito che risulta certamente immorale diffondere in modo sistematico la disobbedienza nella Chiesa, chiarito anche che risulta altrettanto immorale diffamare, vilipendere ed intimidire chi è incaricato di esercitare l’Autorità della stessa Chiesa, ci domandiamo di nuovo quale fosse il fine perseguito mediante tali mezzi immorali.

Il fine consisteva in apparenza nel sostituire alla Autorità del Commissario Apostolico, ma in sostanza alla stessa Autorità del Papa, dalla quale Padre Fidenzio Volpi derivava la propria, l’Autorità del fondatore.

Un fine dunque manifestamente scismatico, tale da rendere lo scontro ingaggiato contro il Commissario Apostolico, come egli stesso scrisse rivolgendosi con le sue relazioni periodiche alla Congregazione, una “quaestio stantis vel cadentis Ecclesiae”.

Abbiamo visto prima come questo scopo venisse perseguito sul piano dottrinale; quindi come venisse perseguito sul piano giuridico e disciplinare.

Fin qui, però, non si sarebbe costituito il movente di una possibile eliminazione fisica del Commissario Apostolico.

Questo movente si produsse quando Padre Fidenzio Volpi – senza nemmeno rendersene conto – mise un dito nell’ingranaggio del sistema finanziario costruito nell’Istituto ed intorno all’Istituto: non però da parte dell’Istituto, bensì da parte della camorra.

Alla camorra apparteneva infatti in realtà l’enorme quantità di beni materiali riferiti ai Frati Francescani dell’Immacolata, configurando il loro Istituto allo stesso tempo come una cassaforte ed un prestanome di questa delinquenza organizzata.

Questi beni – riassumo rapidamente – erano attribuiti alla proprietà di due Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, i cui Legali Rappresentanti, in base ai lori rispettivi Statuti, potevano essere soltanto dei Religiosi, sottoposti come tali al Voto di Obbedienza, riferito – per effetto della sua nomina a Commissario Apostolico – a Padre Fidenzio Volpi.

Si provvide dunque, precisamente subito dopo la sua assunzione della carica, ad emendare gli Statuti, rendendo possibile il conferimento della Legale rappresentanza delle due associazioni a dei laici, per i quali, naturalmente non vale il Voto di Obbedienza.

Essendosi però commesso, nella fretta di mantenere il controllo della camorra sui beni, un errore procedurale (mancava – per l’emendamento degli Statuti – l’autorizzazione del Superiore Generale, che costui avrebbe potuto esprimere finché era in carica, anche svolgendosi le Assemblee delle Associazioni in un momento successivo), lo stesso ex Superiore Generale e i due religiosi già Legali Rappresentanti delle stesse Associazioni sono finiti sotto processo per truffa aggravata e falso ideologico.

Al di sotto delle due Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, ne esistono altre tre che ne sono sprovviste, e quindi non sono tenute a redigere le scritture contabili prescritte per i soggetti di Diritto.

Le une passavano – e passano tutt’ora – il denaro ricavato dalla gestione dei beni di loro proprietà alle alte.

E queste ultime lo mandavano – e lo mandano tutt’ora – in gran parte in Nigeria, formalmente al fine di sostenere le Missioni insediate in questo Paese, ma in realtà per acquistare la droga che vi viene commercializzata apertamente (il Presidente della Repubblica è il primo narcotrafficante.

La droga viene poi inviata dalla camorra, presente in Nigeria coi propri affiliati, in Italia per esservi raffinata.

E’ da notare che le Associazioni non munite di personalità giuridica distribuiscono tutt’ora le loro elargizioni ai Frati, e che questi presunti donativi vengono elargiti – da parte dei lori inviati – a nome del fondatore.

In tal modo i Religiosi – ed in particolare i seminaristi – continuano ad oscillare nella loro fedeltà tra i nuovi Commissari Apostolici, rappresentanti della Santa Sede, ed il fondatore.

Risultando impossibile in linea di Diritto Canonico – il riconoscimento da parte della Congregazione di un nuovo Istituto, risulta di conseguenza impossibile tanto scindere l’attuale quanto dare una collocazione giuridicamente fondata nell’ambito della Chiesa a coloro che si sono già distaccati dall’Istituto ma persistono nella loro vita comunitaria in obbedienza al fondatore.

Tuttavia si riesce a proseguire – sempre con mezzi moralmente illeciti, in quanto basati sulla possibilità, asserita in modo menzognero, di costituire un nuovo Istituto, l’opera iniziata con la fondazione stessa di quello originario, opera consistente nella sostituzione dell’autorità di Padre Manelli alla Autorità del Papa.

Ancora una volta, dunque, il fine giustifica i mezzi, mezzi forniti – come si è visto – da attività illecite messe in atto da una organizzazione criminale.

Torniamo però alla vicenda di Padre Fidenzio Volpi.

Dopo la vendita della droga, acquistata nel modo che abbiamo descritto, la camorra elargiva una ulteriore mancia all’Istituto, a saldo dell’operazione.

Questa elargizione veniva inoltrata in Inghilterra, Paese che si qualifica se non come un “paradiso  fiscale”, quanto meno come un luogo di transito verso i “paradisi fiscali”.

Per giustificare l’esportazione del denaro, si acquistavano periodicamente dei libri da una ditta inglese, la “Baronius Press”, che provvedeva a sovrafatturarli.

Padre Fidenzio Volpi, una volta insediato quale Commissario Apostolico, rifiutò di pagare una ingente fattura di libri, adducendo il fatto che nessuno – e tanto meno egli stesso, quale Legale Rappresentante dell’Istituto – li aveva ordinati.

Nel braccio di ferro che si instaurò tra la ditta inglese e Padre Fidenzio Volpi, la Congregazione – anziché sostenere, come sarebbe stato giusto e prevedibile, le ragioni del Commissario Apostolico, gli ingiunse di pagare.

A questo punto, il Commissario Apostolico venne a trovarsi un una situazione senza via di uscita.

Da un lato, Padre Fidenzio Volpi era sul punto di scoprire il meccanismo finanziario costituito dalla camorra intorno all’Istituto, ma dall’altro lato – proprio in quel momento – veniva abbandonato a sé stesso, ed anzi osteggiato, da quella stessa Autorità che lo aveva nominato, e che avrebbe dovuto sostenerlo.

Sul presunto, conseguente omicidio di Padre Fidenzio Volpi rinvio al mio libro, ma posso affermare che il mandante fu la malavita organizzata, mentre il sicario va ricercato nelle fila dei tradizionalisti fanatici.

E qui arriviamo al peccato più grave, ed al più grave dei delitti, l’omicidio.

Ancora una volta, però, il fine di mantenere e di sostenere una autorità di fatto, contraria a quella legittima della Chiesa, una autorità sostanzialmente scismatica, giustifica il mezzo, il mezzo più immorale, la violazione del comandamento che vieta di uccidere.

Rimane da ultimo la domanda fondamentale: chi perseguiva il fine?

Nel momento stesso in cui l’Istituto veniva fondato, era chiara l’intenzione di costituirlo come una chiesa nella Chiesa, e se necessario una chiesa contro la Chiesa.

Lo testimoniano tutti gli aspetti che abbiamo esaminato, a partire dall’esigere alle Suore un Voto di obbedienza particolare al fondatore, continuando con l’elaborazione di un Magistero eretico, contrapposto a quello dei Papi e del Concilio, fino alla pratica sistematica della disobbedienza alla Autorità Ecclesiastica, accentuatasi dopo il commissariamento.

Fin dalla costituzione dell’Istituto, esso si era però costituito come cassaforte e prestanome della camorra, e di questo i fondatori erano ben consci.

L’opera di divisione della Chiesa abbisognava però di mezzi economici illimitati, ed ecco dunque la pretesa giustificazione di un simile “pactum sceleris”.

Ancora una volta, il fine giustifica i mezzi.

Proviamo però, in conclusione del nostro discorso, a metterci dal punto di vista dei camorristi.

Qui il discorso si rovescia, e si può formulare in questi termini: i mezzi giustificano il fine.

Nella mentalità mafiosa, l’elargizione di denaro alla Chiesa, e comunque ad un soggetto religioso, crea un’aura di rispetto e di considerazione per il malavitoso.

Le cronache sono piene di manifestazioni di questa mentalità aberrante.

I dirigenti delle Associazioni di cui abbiamo parlato, quelle munite e quelle sprovviste di personalità giuridica, godono di prestigio sociale, precisamente in quanto “aiutano i Frati”.

Che poi questo aiuto venga elargito al fine di dividere la Chiesa e di minare la sua Autorità legittima, si tratta per loro di una necessità, ed al contempo di una garanzia della possibilità di continuare a controllare lo strumento che essi stessi – con la complicità dei fondatori – hanno costituito per perseguire i loro scopi criminali.

Su questo tema, il Papa si è pronunziato in modo molto chiaro.

Riferendoci al nostro caso, ci auguriamo che la Congregazione ed  i nuovi Commissari Apostolici ne traggano le conseguenze.

Questo è il debito morale verso la memoria di Padre Fidenzio Volpi: un debito che attende ancora di essere pagato.

 

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/2017/04/07/le-francescane-dellimmacolata-violate-fatte-prostituire-punti-contatto-la-vicenda-padre-viroche-quella-padre-volpi-mario-castellano/

Francescani dell’Immacolata. Oltre agli abusi di Manelli emergono infiltrazioni di camorra

Si sarebbe dovuta concludere lo scorso settembre la fase di commissariamento dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata (fondato da padre Stefano Maria Manelli che è stato esautorato dalla Santa Sede nel 2013 a causa dei gravissimi abusi dei quali è accusato). Era attesa infatti la celebrazione di un Capitolo Generale e l’elezione delle nuove Autorità. E Don Ardito, Padre Calloni e Padre Ghirlanda i tre commissari nominati nel 2015 (dopo la morte di padre Volpi, il cappuccino che era stato incaricato di guidare l’Istituto) avrebbero dovuto dire al Papa: “Santità, missione compiuta!”, e sarebbero tornati ai loro impegni pastorali ed accademici anteriori. Così non è stato, ed ancora si brancola nel buio, in cerca di una improbabile via di uscita.

Escluso che i tre Commissari Apostolici protraggano di proposito il proprio incarico, essendosi affezionati ad una posizione di potere in cui gli oneri superano ampiamente gli onori, e tenuto conto che ogni giorno trascorso senza assolvere il compito loro affidato si risolve in un aggravamento dello stallo, o per meglio dire della sconfitta, mi sembra che essi siano ormai dediti ad una fatica di Sisifo. Forse, all’inizio, hanno creduto che bastasse ancora un provvedimento amministrativo, ancora una esortazione rivolta ai Frati per far loro accettare il Magistero della Chiesa, ancora un paterno richiamo all’obbedienza, per potere considerare assolto l’incarico di completare l’opera di Padre Volpi.

In realtà, il nemico che essi fronteggiano assomiglia molto ai Vietcong, i quali avevano eretto davanti agli Americani un muro di gomma, tale da mantenere impantanato il più potente esercito del mondo nelle paludi dll’Indocina. Non sono mancati, è vero i successi tattici, quali le ricollocazioni dei Frati dall’una all’altra sede, o le dichiarazioni formali di obbedienza agli stessi Commissari ed al Papa. E’ invece mancata, e non potrà arrivare – andando avanti di questo passo – la vittoria strategica, che consisterebbe nella adesione piena ed incondizionata dei Religiosi alla Chiesa del Concilio, alla Chiesa degli ultimi Pontefici; e soprattutto allo spirito ed al disegno riformatore proprio dell’attuale Papa.

Il quale viene anzi percepito con malcelato fastidio come un “modernista”: termine con cui si designa nell’Istituto, o meglio si pretende di liquidare, tutto quanto non corrisponde con il cosiddetto “spirito di Padre Manelli”: espressione, quest’ultima, che figura financo negli Statuti delle Associazioni intestatarie delle temporalità riferite ai Frati Francescani dell’Immacolata, ma della quale non siamo mai riusciti a farci dare una interpretazione autentica, o quanto meno attendibile.

Se non quella che lo fa coincidere con la volontà e con l’autorità indiscussa del Fondatore: siccome però costui ha fondato il suo potere spirituale sulla base dell’apporto economico della camorra, ecco come questo “spirito” finisce per materializzarsi molto volgarmente in interessi malavitosi.

I Commissari Apostolici potrebbero dunque assolvere al loro compito se riuscissero a convertire i camorristi: opera che riuscì a San Francesco d’Assisi con il Lupo di Gubbio, il quale simboleggiava dietro le sembianze ferine un noto peccatore, cioè un grassatore, un camorrista, dei suoi tempi. Il Poverello riuscì però nel suo compito non solo in quanto dotato di Santità, ma anche perché non ebbe timore di affrontare personalmente il peccatore, come fece anche – ne è testimone il Manzoni – il Cardinale Federigo Borromeo con l’Innominato (che era in realtà Bernardino Visconti).

I Commissari Apostolici rifuggono sistematicamente da simili incontri ravvicinati, e temono perfino di affrontare la situazione loro affidata nella sua cruda quotidianità. Così avviene che mentre i Frati si proclamano devoti ed obbedienti al Papa, essi continuano a ricevere un sostegno materiale tratto dai beni intestati alla famose Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, controllate dalla camorra.

E poiché l’Istituto ha ben poche altre possibilità di sostentamento, si assiste alla tessitura di una tela di Penelope: un giorno ci si inchina alla legittima Autorità ecclesiastica, e il giorno dopo, avendo ricevuto la “Provvidenza” elargita da solerti incaricati a nome del Fondatore, si disfa quanto era stato poco prima tessuto, ritornando ad un immutabile “status quo antes”. Basterebbe – tanto per cominciare – dare impulso al procedimento civile che verte sulla legittimità delle modifiche apportate agli Statuti delle Associazioni che, permettendo a laici di divenirne soci, hanno riportato i beni riferiti all’Istituto sotto l’effettivo controllo della criminalità organizzata. Ci furono due momenti in cui l’edificio edificato dai camorristi parve vacillare.

Il primo fu quando il Tribunale Penale di Avellino, nell’ambito del processo per truffa aggravata e falso ideologico a carico del Fondatore e dei due Religiosi già Legali Rappresentanti delle stesse Associazioni, dispose il sequestro giudiziale dei beni attribuiti alla loro proprietà. Questa decisione – in seguito alla quale Padre Volpi venne nominato Custode Giudiziale dei beni – fu revocata dal Tribunale del Riesame, la cui decisione venne confermata in Cassazione.

Grande fu l’esultanza dei seguaci del Fondatore per queste sentenze, che essi giunsero a spacciare per una assoluzione degli imputati nel merito delle imputazioni (mentre – per fortuna – il processo penale continua). Il secondo momento fu quello in cui Padre Volpi rifiutò di pagare alla misteriosa Ditta inglese “Baronius Press” una fornitura non richiesta dall’Istituto.

Fu quello il momento in cui il compianto Commissario Apostolico mise il dito nell’ingranaggio del contubernio tra l’Istituto e la camorra; e fu anche il momento in cui – se i sospetti sulla sua fine venissero confermati dalla Giustizia Penale – venne pronunziata la condanna capitale di Padre Volpi. I nuovi Commissari hanno pagato la “Baronius Press”. Ci sarebbe da chiedersi se essi hanno almeno consultato, prima di deciderlo, la corrispondenza intercorsa con l’Inghilterra, da cui risulta chiaramente che il pagamento non era dovuto. Non lo sappiamo, ma conosciamo bene le pressioni esercitate, con assoluto spregio del Diritto, dall’Autorità della Congregazione su Padre Volpi affinché pagasse.

A questo punto, dato che con il povero Padre Volpi ci accomunava l’interesse per il Manzoni, verrebbe spontaneo paragonarlo a Padre Cristoforo, ed anche – di conseguenza – paragonare i suoi successori a Don Abbondio: nell’Italia del nuovo millennio abbondano d’altronde i Don Rodrigo. E, continuando nel paragone con ” Promessi Sposi”, l’intimazione rivolta dai Commissari Apostolici al Fondatore affinché restituisca all’Istituto quanto gli appartiene ricorda le “gride” dei governanti spagnoli di Milano. Non serve fingere di combattere gli epifenomeni del potere camorristico se ci si rifiuta di andare alla sua radice.

Per fortuna, lo Stato, con il Potere Giudiziario e con le Forze di Polizia, combatte la malavita organizzata. Non si chiede ai Commissari Apostolici di improvvisarsi Pubblici Ministeri, né Ufficiali di Polizia Giudiziaria: basterebbe che nei rapporti interni all’Istituto essi chiamassero la camorra con il suo nome, e si dimostrassero coerenti con il richiamo del Papa a combatterla. Questo, però vorrebbe dire fare la Rivoluzione, sentirsi titolari effettivi – e non formali – del proprio ruolo. Altrimenti si continuerà a girare a vuoto, proprio come quel personaggio di Cecov che continuava, disperato, a ripetere: “Ci deve essere una soluzione, ci deve essere una soluzione!”

 

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/2017/04/04/tempi-ancora-lunghi-la-rinascita-dei-francescani-dellimmacolata-oltre-agli-abusi-manelli-emergono-infiltrazioni-della-camorra-mario-castellano/