La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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PAOLO SIANO “IL SIGNOR CENSORE”

In un misto di accuse, sofismi e paranoie, Stefano Manelli delega nuovamente il suo dissenso anti-bergogliano a una delle sue “vittime”.

Fra’ Paolo Siano, salernitano classe ‘70, incardinato a Ferrara,  si sfoga nuovamente su un blog tradipolemista denominato “Corrispondenza Romana”. E’ intanto ripreso da “Chiesa e Postconcilio” e da “Il Giornale” di Berlusconi in un infelice copia e incolla che potrebbe continuare all’interno degli stessi circoli da cinquanta lettori.

Grazie a Dio la facoltà di esprimersi da “libero pensatore” è la novità del regime commissariale.

Non si comprende perché il Siano contesti quindi i suoi superiori diretti e le autorità vaticane visto che  sotto il ventecinquennale ininterrotto governo di Stefano Manelli venivano violati i diritti fondamentali della persona.

Tranne che per la nomenklatura al resto della truppa di frati e di suore veniva aperta la corrispondenza privata, vietata la posta elettronica, l’uso personale del telefono cellulare.

Un frate mi ha detto che oggi il Manelli dispone di ben cinque diversi telefonini la cui scheda sim è intestata a parenti, amici e benefattori per ovviare, mi dicono, ad attività di spionaggio nei suoi confronti. E’ un fantasy!

Chissà quale segreto vaticano nasconda o quale omicidio (avvelenamento?) stia pianificando…

Per l’uso del cellulare, anzi dei cellulari, Manelli però non deve ringraziare il Commissario poiché da sempre la legge lui non l’ha mai seguita ed eseguita.

Oggi il fuorilegge Manelli incoraggia alla resistenza i suoi partigiani contro il nemico comune: la Chiesa. Da novello Voltaire grida rabbioso: “Ecrasez l’infame”!

Non tutti sanno che durante L’Ancien Regime manelliano era proprio il Siano ad esercitare il ruolo di “signor censore” dei Francescani dell’Immacolata, vigile ad eventuali “eresie” che riusciva a trovare dappertutto da far invidia a Tomas de Torquemada!

Avrebbe mandato tutti al rogo se non l’avesse trattenuto lo scrupolo – malattia spirituale di cui era afflitto – di concorso in omicidio.

Durante il suo insegnamento allo STIM, cioè lo studio interno che il Manelli aveva inventato per far diventare preti anche quelli con la terza media, ridevo a crepapelle per la sua ignoranza. Nemmeno ancora laureato in storia si improvvisava professore di filosofia. Un mito!

Era uno spasso sentirlo commentare il “pensiero debole” senza aver mai letto un rigo su Heidegger, Vattimo e Severino. In realtà la sua era la semplice lettura del libro di Battista Mondin.

Negli anni è maturato alzando la posta e la pretesa. Non più fraticelli da condannare ma il Papa da censurare!

Lui stesso scrive: “… sarebbe interessante sondare la posizione dei frati e vertici dei FI (i Commissari e CIVCSVA ndr)dinanzi al caso della Comunione concessa ai divorziati risposati che vivono “more uxorio”.

E’ fiero inoltre di affermare che “condivide invece i “dubia” dei 4 (ora 2) Cardinali e di tanti altri Pastori e sacerdoti più o meno noti (come lui ndr)”.

Durante le sue lezioni era uno spasso sentirlo parlare di Massoneria, la sua fissa di sempre.

Era così coraggioso e intrepido che anche in estate ci faceva chiudere porte e finestre (nella campagna!) affinché nessuno lo sentisse.

Una voce davvero coraggiosa.

Un cuor di leone o un pezzo di coglione ?

Da buon kapò di un tempo, nell’anniversario delle “Leggi Razziali” di Mussolini e del “Giorno della Memoria” ricorda, oltre alle sue origini ebree (Siano…) il sesto anniversario dell’incontro tra l’allora Consiglio Generale FI da un lato, e dall’altro 5 frati (due americani e tre italiani) contestatori della persona e del governo di padre Stefano Manelli, fondatore e Ministro generale.

Ero già uscito dall’Istituto benché la mia posizione canonica è stata solo più tardi regolarizzata, ma per l’amicizia che ho con tanti bravi ex confratelli, da subito ho saputo dettagli importanti sulla faccenda.

Le cose già alla fine degli anni Novanta, cioè dopo il riconoscimento pontificio, NON andavano bene nell’Istituto.

Diversamente ci sarei rimasto!

Nel 2002 avrebbe dovuto il Manelli cedere lo scettro al Pellettieri, ma dichiarando falsamente alla CIVCSVA di essere stato eletto all’unanimità conservò il potere per altri undici anni.

I cinque frati contestatori di cui parla il Siano, adottando il Lagersprache, erano membri autorevoli dei Frati Minori Conventuali prima e dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata poi: ex Definitori Provinciali, Consiglieri Generali, Segretari Generali, Docenti Universitari, Chierici Episcopabili, Scrittori, Rettori, Parroci, Missionari… grandi lavoratori e figli devoti della Chiesa. Altro che Manelli e Siano messi insieme!

Avevano semplicemente chiesto di parlare con il loro Superiore e con il Consiglio Generale.

Quel giorno, il 21 Gennaio 2012, Stefano Manelli non si presentò, vile come sempre e incapace come sempre di dialettizzare e fornire spiegazioni alle sue follie decisionali.

Oltre al ragionier Siano, la versione fantozziana dell’Istituto, invitò invece dei giovani frati come il geometra Lanzetta e il nerd Gianlorenzo Polis per insultare dei religiosi più anziani, degni e rispettabili.

Anziché un confronto pacato e costruttivo, i cinque frati che avevano servito l’Istituto per venticinque anni e il Manelli dagli anni Settanta, si videro snobbati e disprezzati da rozzi post adolescenti.

Mi hanno raccontato che il trentenne Lanzetta bacchettò addirittura P. Pierdamiano Fehlner più che ottantenne e lo fece leggendo (anche male) un testo preconfezionato forse dal Manelli in persona.

Che uomo e che teologo ha fornito alla Chiesa e alla società la terra dei pomodori San Marzano! Una mutazione genetica!

Il Siano parla di veemenza di accuse velenose contro il fondatore senza però citarne una, forse per timore di rivelare la verità.

Uno dei cinque frati disprezzati dal Siano chiese le dimissioni di Stefano Manelli, cosa che avrebbe salvato l’Istituto da sicura deriva prima e dal commissariamento poi.

Gli oligarchi naturalmente si stracciarono le vesti perché sapevano che in un governo secondo la Chiesa, fatto di meritocrazia, turnazione di responsabilità e considerazione delle competenze, non avrebbero avuto più posto e … poltrona.

Perché il Siano non si chiede cosa sarebbe successo se il Manelli avesse umilmente accolto i suoi fedeli servitori, ascoltato le loro ragioni, seguito i loro consigli?

Avrebbe salvato l’Istituto!

Pochi giorni dopo due dei “contestatori” andarono a Casalucense a trovare il Manelli che non li lasciò nemmeno parlare dicendo a modo di mantra buddista: “Lo vuole il Papa, lo vuole il Papa, lo vuole il Papa, lo vuole il Papa…”.

Voleva il Papa cosa? La sua follia?

Quando i frati gli dissero che se non li avesse nemmeno ascoltati avrebbero fatto ricorso a un’autorità superiore, il Manelli rispose: “Fate, fate”!

Ci fu visita canonica prima e commissariamento poi. Quello sì che lo ha voluto il Papa!

Il Siano dice che contro il Manelli vennero mosse delle accuse inviate al Vaticano.

L’onestà intellettuale e la storia avrebbero dovuto fargli dire che fu lui invece a presentare contro i cinque frati un corposo dossier alla CIVCSVA sotto l’allora segretario Mons. Tobin.

Poiché il prelato della Congregazione per i religiosi non era un simpatizzante del Manelli, con l’aiuto del Card. Raymond Burke che all’epoca era consultore nelle nomine dei vescovi, Mons. Tobin venne rispedito negli USA a fare il vescovo di Bloomington dove il Manelli sperava di fare la “riserva indiana”, nello stato dell’Indiana, dei suoi frati contestatori.

Non è così?

Più tardi con la nomina di Mons. Carballo a successore di Tobin ci fu l’assalto alla baionetta di Manelli, Pellettieri e Apollonio che andarono a trovarlo alla nostra curia Generalizia di via Mediatrice a Roma per poi inviargli a Compostela, durante la sua consacrazione episcopale, un bel Rolex dalle venerate mani di un monsignore amico del Manelli, di Apollonio e del Lanzetta che all’epoca occupava incarichi apicali nel Governatorato Vaticano. Lo dicono gli stessi interessati!

Il Siano attacca Papa Francesco ma dimentica che la visita canonica fu effettuata sotto Papa Benedetto XVI e che solo la sua rinuncia (altro che Manelli!) ritardò il commissariamento al quale peraltro un Carballo novellino si mostrava all’epoca tentennante, specie quando guardava l’orario.

Sorprende che il Siano metta tra virgolette una sua ricostruzione personale. Ecco la perla: “In quell’incontro del 21-1-2012, quei tre frati italiani ci dissero, in sostanza, così (sono testimone): «Se non togliete il latino dal Seminario [di allora, Seminario Teologico dell’Immacolata Mediatrice – STIMvi denunciamo in Congregazione [CIVCSVA] dove sapete che ci sono «modernisti» [o «progressisti»] che vi faranno commissariare»”.

Dispiace ancora una volta la disonestà intellettuale del Siano perché avrebbe dovuto specificare che i “frati contestatori” mettevano in discussione l’uso esclusivo del latino in seminario secondo l’usus antiquior: Breviario e S. Messa.

Il nipote Rettore del Manelli voleva inoltre sbattere fuori dall’Istituto un bravo frate dell’Alto Adige che diceva di non poterne più del latino.

Il Cardinale Velasio De Paolis di venerata memoria raccontò a un mio confratello di aver consigliato vivamente al luogotenente del Manelli, il già citato fra Alessandro Apollonio, di soprassedere all’azione persecutoria verso i cinque frati e pro bono pacis mettere da parte la liturgia tridentina fino a un chiarimento interno, magari al nuovo Capitolo Generale osservando nel frattempo la ricezione del Motu Proprio nella Chiesa Universale.

Fu voce nel deserto.

Il Manelli ascoltava solo la voce di Marcella Perillo, all’epoca Suor Maria Francesca Perillo, della quale conosceva ogni centimetro… Pur di tenerla in Istituto assecondò ogni capriccio.

Il Siano accusa la Chiesa (sic) di snaturare il carisma FI ma dimentica come il Manelli, indotto dalla Perillo, stesse trasformando i Francescani dell’Immacolata in monaci pseudobenedettini sotto Ecclesia Dei. Un obbrobrio canonico e pneumatologico.

Raggiunge poi il ridicolo il Siano quando contesta l’assenza di citazioni sui fondatori all’interno del Calendario FI 2018.

Non si rende conto purtroppo che i frati si vergognano dei loro Fondatori, proprio come i Legionari di Cristo.

Manelli e Pellettieri avrebbero potuto risolvere meglio la questione. Sarebbe bastato obbedire alla Chiesa anziché creare una guerra civile. Da fondatori sono diventati sfondatori.

Il Pellettieri ha peccato di ignavia e di omissione, succube come sempre del Manelli, ma anche di se stesso alla fine. Mi hanno riferito che anche lui era sempre schiaffato dalle suore e cenava con loro.

Tutte mancanze affettive di persone entrate in seminario a nove anni…

Il Manelli ha ingaggiato una battaglia da assatanato che porterà se stesso e i suoi seguaci, uomini e donne, all’autodistruzione.

Il Siano si preoccupa della sua sorte.

Se vuole lo faccio entrare dai Frati Minori, che ho trovato più spirituali e francescani di tanti miei “santi” ex confratelli.

Paolo, anche alla luce del suo linguaggio un tempo inconcepibile, non capisce che deve oramai preoccuparsi di rimanere all’interno della Chiesa.

Parla di riprogrammazione dell’Istituto, non si capisce in che cosa e da chi, citando Rahner e Gutierrez di cui non ha mai letto un libro.

Qualcuno ha forse dogmatizzato questi due autori per la formazione dei Francescani dell’Immacolata? Ne ha imposto la linea dottrinale? Davvero non capiamo…

Non si rende conto Paolo che di tutto questo e delle sue rivendicazioni, elucubrazioni, mistificazioni, teorie del complotto… nessuno se ne frega niente?

Fra Paolo Siano accusa infine i commissari di aver riformulato o manipolato a tavolino il carisma, la storia, la formazione, il pensiero e la coscienza dell’Istituto.

Da buon storico, se lo è, ha mai pensato il Siano ai fondatori dei Cappuccini? Come mai non vengono mai citati e benché nati tre secoli dopo S. Francesco si riconducono direttamente a lui?

Non caddero forse anche quei fondatori nell’eresia accusando arrogantemente la Chiesa?

Non ha forse l’Ordine Cappuccino continuato la sua storia e prodotto innumerevoli santi – P. Pio compreso – a dispetto delle infedeltà dei fondatori?

Intanto proprio il Siano è la prova di come ognuno oggi sia libero anche di dissentire.

Prima c’era la dittatura del pensiero unico: quello del Manelli, il clonatore.

Paolo gioca a fare il tuttologo come ogni superbo.

Il Siano non capisce abbastanza di Diritto Canonico e Teologia della Vita Religiosa. La sua specializzazione è solo sulla Storia Ecclesiastica.

Dice che il Voto Mariano era un voto costitutivo?

Un voto specifico non può essere costitutivo poiché ciò che rende il religioso tale è la professione stabile dei tre consigli evangelici.

Quarto Voto è la denominazione che San Massimiliano dette al voto di Consacrazione illimitata all’Immacolata e Quarto Voto è quanto ha sempre affermato lo stesso Stefano Manelli alla nascita dell’Istituto fino a quando una religiosa – che poi lui stesso indusse ad uscire – preparò una tesi sul Voto Mariano per forzare la mano.

Paolo dimentica che anche la Traccia Mariana di Vita Francescana è sparita dalla formulazione dei Voti in quanto è un testo spirituale e non può avere applicabilità giuridica, come bene dicevano i Frati Minori Conventuali, traditi dal transfugo Manelli, dopo che si era però fregato dalla Provincia di Napoli quanto poteva.

La storia si ripete con la differenza che i tre miliardi di lire di allora sono diventati i trenta milioni di euro di oggi, vero fra Paolo Siano?

Il lupo (Manelli) perde il pelo ma non il vizio.

Si parla di settecentomila euro erogati all’avvocato!

Solo di parcella?

Serve per comprare chi? Ecclesiastici, Magistrati…?

Ah! Manelli! Manelli!

Ti dedico caro fra Paolo questa bella canzone nella quale nel soggetto ironizzato da Edoardo Bennato riconoscerai te stesso:

Signor Censore che fai lezioni di morale.
Tu che hai l’appalto per separare il bene e il male,
sei tu che dici quello che si deve e non si deve dire.

Signor Censore nessuno ormai ti fermerà,
e tu cancelli in nome della libertà
la tua crociata per il bene dell’Umanità. Ah!

Signor Censore da chi ricevi le istruzioni (Manelli ndr.)
per compilare gli elenchi dei cattivi e buoni?
Lo so è un segreto, Io so che non me lo puoi dire.

Signor Censore, Signor Censore,
Signor Censore, Signor Censore,
sei tu che dici quello che si deve e non si deve dire. Ah!

 

Ha! Ha ! Ha ! Ha!

Alla fine anche le tue, caro fra Paolo, sono solo canzonette.

S.P.

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Un nuovo episodio nella sceneggiata di padre Manelli (di Mario Castellano)

Un nuovo episodio nella sceneggiata di padre Manelli (di Mario Castellano)

Padre Stefano Maria Manelli ha escogitato nuove mosse nella partita di scacchi ingaggiata da tempo con i Commissari Apostolici del suo Istituto e con le Autorità della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata.
Il teatro prescelto per muovere i pezzi sulla scacchiera non poteva essere migliore, naturalmente dal punto di vista del Fondatore: si tratta di Frigento, ridente località della “Verde Irpinia”, assurta ad una sorta di Avignone dei Francescani dell’Immacolata.
Come l’esilio del Papato sulle rive del Rodano venne propiziato dal Re di Francia per sottomettere al proprio diretto controllo i Successori di Pietro, così Frigento è capoluogo di una delle più agguerrite “famiglie” della Camorra, che notoriamente “fanno il tifo” per i manelliani.

Un tempo queste strutture territoriali venivano chiamate “paranze”, dal nome di una barca da pesca tipica dell’Italia Meridionale (vedi “I Malvoglia”): la nuova definizione è però più consona alla geografia fisica, essendo i simpatizzanti di Padre Manelli arroccati sulle pendici del Partenio, ancora infestate dai lupi; non a caso si usa il termine di “Lupi irpini” per designare gli abitanti di quelle contrade, oltre che – in ambito sportivo – i giocatori dell’Avellino.
Una delle caratteristiche precipue della malavita organizzata consiste nelle sue qualità mimetiche, grazie alle quali mafiosi, ‘ndranghetisti e camorristi riescono a dissimulare sotto le apparenze più svariate e più insospettabili le loro efficientissime strutture e le loro attività illegali.

Padre Manelli e due suoi collaboratori sono attualmente processati ad Avellino per falso ideologico per avere modificato irregolarmente gli Statuti delle Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato cui sono attribuite le temporalità riferite all’Istituto; i beni si trovano però tuttora nella disponibilità di alcuni laici chiamati – precisamente grazie a tale operazione truffaldina – a sostituire i Religiosi quali Legali Rappresentanti.
Il che significa che tutti i proventi vengono sempre conferiti al settore dei Francescani dell’Immacolata fedele a Padre Manelli.
Ciò spiega anche come vengano finanziate le Suore o ex Suore Francescane dell’Immacolata di Frigento.
Ogni riferimento alla Camorra non è puramente casuale.

I Francescani dell’Immacolata, o meglio il loro settore “irriducibile”, refrattario alla disciplina canonica cui invano tentano di ridurlo i “triunviri” designati a sostituire il compianto padre Fidenzio Volpi, pare avere mutuato tale abilità tattica.
Chiuso il Seminario di Sassoferrato per decisione del primo Commissario Apostolico, una parte degli studenti si disperse, per riapparire in seguito in svariate località della Penisola sempre osservando la compattezza e lo spirito di corpo tipico dei seguaci di Padre Manelli: la loro presenza venne segnalata a Ferrara, a Viterbo e ad Ascoli Piceno, mentre altri Religiosi compivano incursioni da “isolati” in altri siti.
La loro tattica ricordava la guerriglia, o meglio l’insegnamento contenuto nel famoso trattato “L’Arte della Guerra” di Sun Tzu: “Il nemico avanza, ci ritiriamo; il nemico arretra, avanziamo; il nemico è stanco, lo stuzzichiamo”.
Delle tre regole enunziate dal leggendario Generale cinese, quest’ultime era evidentemente la preferita dai “manelliani”: anche perché Don Ardito (in questo caso, pare smentita la regola “nomen, omen”), padre Calloni e padre Ghirlanda diedero fin dall’inizio palesi segnali di affaticamento, in contrasto con l’indirizzo belligerante proprio di padre Volpi.
Per mantenere la compattezza degli ex seminaristi sloggiati da Sassoferrato, si fece anche un uso sapiente delle “fake news”, anticipando l’opera di destabilizzazione intrapresa in seguito mediante tale strumento da certi Servizi Segreti: questi ragazzi non erano più studenti, data la chiusura della loro Facoltà Teologica ed il concomitante rifiuto di immatricolarsi presso le Università Pontificie dell’Urbe; né d’altronde potevano considerarsi dei Religiosi, non avendo ricevuto l’Ordinazione.

Come al tempo della spedizione dei Mille Rosolino Pilo girava per la Sicilia animando i “Picciotti” con l’annunzio dell’imminente arrivo del Generale Garibaldi, così Padre Settimio Manelli, nipote del Fondatore, batteva la Penisola annunziando che la Santa Sede avrebbe riconosciuto un fantomatico nuovo Istituto aderente ad “Ecclesia Dei”: il che avrebbe significato per gli “irriducibili” prendere i classici due piccioni con una fava, mantenendo in vita l’Istituto ed in vigenza il “Vetus Ordo”; quanto meno – per così dire – ad uso interno.
Che si trattasse di palese disinformazione risultava evidente, dal momento che in tanto un soggetto di Diritto Canonico può essere ammesso in “Ecclesia Dei” in quanto sia stato previamente espresso il “placet” della Congregazione: sul cui diniego, però, tanto il Prefetto quanto il Segretario erano stati sempre espliciti ed irremovibili.
Gli “irriducibili”, fedeli al motto “quod volimus, libenter credimus”, continuavano però a mantenersi coesi, comi i monarchici russi esiliati dopo la Rivoluzione, i quali “dormivano sulle valige”.
Le valige dovettero invece farle i “manelliani”, dato che la locazione di vari Conventi era esposta alla benevolenza di alcuni Ordinari tradizionalisti, puntualmente sostituiti allo scoccare dei settantacinque anni da Bergoglio.
Il Cardinale Bagnasco, in qualità di Presidente della Conferenza Episcopale, esortava da parte sua i Confratelli a non tutelare situazioni irregolari dal punto di vista canonico.
Pare comunque esista una rete di case private – segnatamente un appartamento situato a Roma, di proprietà di un cognato di Padre Manelli – attrezzate come “santuari” dei ribelli.
Né manca loro l’Intendenza, cui provvede tale “Beppe Ave Maria”, al secolo Giuseppe Carotenuto, un pittoresco personaggio di Portici, degno di una “sceneggiata” di Mario Merola, il quale circola esibendo una strana veste simile al talare: costui si vanta di essere in grado di rifornire contemporaneamente di vettovaglie diversi Conventi.
Nelle Filippine, un gruppo di “irriducibili” locali venne ospitato e riconosciuto quale Associazione Laicale dall’Arcivescovo di Lipa, tale Monsignor Arguelles.
Partì dall’Italia per riportarli all’obbedienza tale padre Lim, fedele al Papa, ma i ribelli – avvertiti del suo arrivo dalla loro “Intelligence” – riuscirono ad inoltrarsi a tempo nella giungla, imitando i Giapponesi ancora intenti a combattere la Seconda Guerra Mondiale.

Ora un altro coniglio è uscito dal cappello di Padre Manelli, e si scorge nell’operazione la fervida mente del suo Consigliere Giuridico, l’Avvocato Artiglieri (qui vale pienamente il principio “nomen omen”, dato il calibro delle sue sparate): le Suore o ex Suore “irriducibili”, sfuggite al controllo – in verità ancora più blando di quello vigente per il ramo maschile dell’Istituto – esercitato dalla Commissaria Apostolica, sono apparse – vestite di tutto punto come ai loro “bei tempi” – nella Chiesa di Frigento: così attesta “Il Mattino” di Napoli.
La “location” non poteva risultare migliore: il Convento è circondato da una fama sulfurea, essendo stato teatro delle misteriose morti di Frati, Suore e benefattrici laiche su cui ha indagato la Procura di Avellino, ed ospita inoltre in un apposito cimitero, allocato nella cripta della Chiesa, tanto le salme di questi malcapitati quanto quelle dei genitori del Fondatore, per i quali a suo tempo venne promosso un processo canonico in vista della Beatificazione.
In un albergo adiacente si celebravano inoltre i ludi del “Terz’Ordine” manelliano, in occasione dei quali – tra abbondanti libagioni di spumante e distribuzione di torte dolci – si manifestava la geografia “politica” dell’Istituto, con delegazioni provenienti da tutto il Meridione: i cui componenti portavano tutti rigorosamente il talare: una donna (che non era suora) si esibiva addirittura rapata e senza velo, mentre anche i bambini erano vestiti con la tonaca.
Sul Partenio operavano d’altronde a suo tempo le “brigantesse”, alle cui gesta si ricollegano le “irriducibili” di cui riferiscono le cronache: il femminismo si coniuga fecondamente con il tradizionalismo.
Le Suore o ex Suore Francescane dell’Immacolata riapparse a Frigento hanno evidentemente ottenuto – non si sa da chi – il riconoscimento quale Associazione Laicale. Il Generale De Gaulle soleva dire: “L’Intendence suivra”, ma nella fattispecie tale servizio addirittura anticipa le azioni della truppa.

http://www.farodiroma.it/un-episodio-nella-sceneggiata-padre-manelli-mario-castellano/

Tornano a Frigento le francescane dell’Immacolata. Padre Manelli le ha “laicizzate” per sottrarle al commissariamento

Tornano a Frigento le francescane dell’Immacolata. Padre Manelli le ha “laicizzate” per sottrarle al commissariamento

Indossano un abito religioso grigio – celeste e sul capo, sempre chino, è adagiato un velo scuro, blu violaceo. Per i fedeli che frequentano il Santuario del Buon Consiglio di Frigento, in via Piano della Croce, è sembrato solo un cambio di look, un rinnovamento del vestiario delle Suore Francescane dell’Immacolata, sempre viste ricoperte da un velo luminoso, di color celeste.
Nessuno si è accorto, invece, che le dodici donne con l’abito castigato, molto simile a quello dell’Ordine fondato da Padre Stefano Manelli, sono in realtà delle laiche appartenenti a un’associazione cattolica riconosciuta da un vescovo.
Hanno di fatto preso il posto delle Suore dell’Immacolata dal 28 dicembre scorso, andando a ricoprire il ruolo che queste svolgevano nella radio e nella Casa mariana editrice.

Perché allora indossano un vestito religioso completo se non sono suore?
Sotto quel cambio di look, che non è passato inosservato durante la celebrazione delle messe, mandate in onda anche su Tele Radio Buon Consiglio, si nasconderebbe dunque un atto di forza.
“Il Mattino” è venuto a conoscenza che questi personaggi femminili sono ex suore dell’Istituto delle Suore Francescane dell’Immacolata, oggi commissariato, dell’Istituto religioso fondato da Padre Manelli, il frate ultraottantenne, che ora vive ad Albenga, finito sotto processo per le accuse di molestie sessuali, maltrattamenti e falso ideologico in atto pubblico.

Archiviate le prime (ma solo per l’intervenuta prescrizione, ndr), si resta ancora in attesa del giudizio sull’ultimo capo di accusa, intorno a cui ruota il presunto scippo dei beni (30 milioni di euro) alla Chiesa a vantaggio di un trasferimento nelle mani di laici e, in particolare, delle associazioni Missione dell’Immacolata e Missione del Cuore Immacolato.
Ufficialmente, le suore hanno lasciato i conventi di Frigento per motivi di salute, insofferenti agli ambienti freddi che occupavano. La richiesta, avanzata alle commissarie dell’Istituto, è stata accolta e le religiose si sono trasferite in altri conventi.

Quanto alle nuove arrivate si sa che sono state suore, indotte da Padre Stefano a chiedere la dispensa dai voti.
Perché?
La novità nel panorama frigentino, tra le proprietà intestate alle associazioni finite sotto inchiesta, si tinge di giallo. Certo è che le fuoriuscite, ora laiche travestite da suore, con un abito che surroga quello delle Francescane dell’Immacolata, non sono più soggette all’obbedienza dettata dalle commissarie dell’Ordine, ne obbligate a non frequentare il Manelli.
Con la loro laicizzazione decade, cioé, il vincolo imposto dalla Santa Sede a Padre Stefano di non avere contatti con le religiose. Il veto si aggiunge al decreto firmato da Papa Francesco che, dopo la scoperta dei patti di sangue con cui Manelli affiliava le suore, ha dispensato tutti i membri dell’Istituto dal voto privato di speciale obbedienza al fondatore.
Allo scoccare del quinto anno del Commissariamento della Congregazione, una nuova anomalia, dal tocco violaceo, torna ora a scuotere la comunità religiosa e, con molta probabilità, a dare seccature all’autorità vescovile e alla Santa Sede. Si tratta di una vicenda che annuncia sviluppi tutti da verificare.

Loredana Zarrella per Il Mattino

http://www.farodiroma.it/tornano-frigento-le-francescane-dellimmacolata-laicizzate-padre-manelli-sottrarle-al-commissariamento-voluto-dal-papa/

IL MISTERO DELLE EX FRANCESCANE IN CHIESA

Frigento. Nuovo capitolo nella vicenda dell’Istituto religioso

IL MISTERO DELLE EX FRANCESCANE IN CHIESA

Le religiose, ora allo stato laico, sono riapparse in abito talare. La comunità locale si interroga.

Loredana Zarrella

Frigento. Indossano un abito religioso grigio – celeste e sul capo, sempre chino, è adagiato un velo scuro, blu violaceo. Per i fedeli che frequentano il Santuario del Buon Consiglio di Frigento, in via Piano della Croce, è sembrato solo un cambio di look, un rinnovamento del vestiario delle Suore Francescane dell’Immacolata, sempre viste ricoperte da un velo luminoso, di color celeste.

Nessuno si è accorto, invece, che le dodici donne con l’abito castigato, molto simile a quello dell’Ordine fondato da Padre Stefano Manelli, sono in realtà delle laiche appartenenti a un’associazione cattolica riconosciuta da un vescovo.

Hanno di fatto preso il posto delle Suore dell’Immacolata dal 28 dicembre scorso, andando a ricoprire il ruolo che queste svolgevano nella radio e nella Casa mariana editrice.

Perché allora indossano un vestito religioso completo se non sono suore?

Sotto quel cambio di look, che non è passato inosservato durante la celebrazione delle messe, mandate in onda anche su Tele Radio Buon Consiglio, si nasconderebbe dunque un atto di forza.

“Il Mattino” è venuto a conoscenza che questi personaggi femminili sono ex suore dell’Istituto delle Suore Francescane dell’Immacolata, oggi commissariato, dell’Istituto religioso fondato da Padre Manelli, il frate ultraottantenne, che ora vive ad Albenga, finito sotto processo per le accuse di molestie sessualli, maltrattamenti e falso ideologico in atto pubblico.

Archiviate le prime, si resta ancora in attesa del giudizio sull’ultimo capo di accusa, intorno a cui ruota il presunto scippo dei beni (30 milioni di euro) alla Chiesa a vantaggio di un trasferimento nelle mani di laici e, in particolare, delle associazioni Missione dell’Immacolata e Missione del Cuore Immacolato.

Ufficialmente, le suore hanno lasciato i conventi di Frigento per motivi di salute, insofferenti agli ambienti freddi che occupavano. La richiesta, avanzata alle commissarie dell’Istituto, è stata accolta e le religiose si sono trasferite in altri conventi.

Quanto alle nuove arrivate si sa che sono state suore, indotte da Padre Stefano a chiedere la dispensa dai voti.

Perché?

La novità nel panorama frigentino, tra le proprietà intestate alle associazioni finite sotto inchiesta, si tinge di giallo. Certo è che le fuoriuscite, ora laiche travestite da suore, con un abito che surroga quello delle Francescane dell’Immacolata, non sono più soggette all’obbedienza dettata dalle commissarie dell’Ordine, ne obbligate a non frequentare il Manelli.

Con la loro laicizzazione decade, cioé, il vincolo imposto dalla Santa Sede a Padre Stefano di non avere contatti con le religiose. Il veto si aggiunge al decreto firmato da Papa Francesco che, dopo la scoperta dei patti di sangue con cui Manelli affiliava le suore, ha dispensato tutti i membri dell’Istituto dal voto privato di speciale obbedienza al fondatore.

Allo scoccare del quinto anno del Commissariamento della Congregazione, una nuova anomalia, dal tocco violaceo, torna ora a scuotere la comunità religiosa e, con molta probabilità, a dare seccature all’autorità vescovile e alla Santa Sede. Si tratta di una vicenda che annuncia sviluppi tutti da verificare.

Articolo anche online a questo link:

https://www.ilmattino.it/avellino/il_mistero_delle_ex_francescane_in_chiesa-3464122.html

I MANELLI: UN CASO CHE FA DISCUTERE (la nuova testimonianza di una ex suora)

La nuova testimonianza di una ex suora

Cerco di metabolizzare la mia uscita dal convento ricostruendo il mio presente sulle ceneri del mio passato.
Non avrei voluto liberare la mia memoria dai lucchetti che avevo chiusi, ma le recenti notizie di cronaca giudiziaria sulla vicenda di P. Stefano Manelli, il Fondatore dell’istituto religioso al quale appartenevo, hanno riaperto delle ferite profonde che come tali difficilmente si cicatrizzeranno.
Come il resto delle mie consorelle ero mantenuta nell’ignoranza.
“La scienza gonfia” ci dicevano, citando esempi della Bibbia e della vita dei santi.
Ho dovuto riprendere i miei studi cercando lavori estivi ed avventizi per mantenermi, ma alla fine mi avvicino intanto alla conclusione della Triennale.
Dopo enorme sofferenza fatta da quei pregiudizi indotti e falsi concetti inculcatimi nel convento, ho scoperto un nuovo orizzonte esistenziale che mi ha fatto sentire più libera e vera nei confronti del prossimo e della società.
Tanto hanno concorso alla mia evoluzione psicologica e sociale dei bravi sacerdoti che il P. Manelli avrebbe indicizzato di “eretici, modernisti e rilassati”.
Solo la verità libera.
Non che prima le cose andassero molto meglio, ma soprattutto dal periodo del commissariamento dei frati in poi è stato per me e per tutte noi un inferno sulla terra.
Ci imponevano preghiere, digiuni e penitenze estenuanti per il “povero” fondatore.


P. Manelli intanto stava dalla mattina alla sera a telefono con la mia superiora Madre Maria Grazia alla quale forniva delle direttive per tutta la Delegazione italiana.
Delle Filippine, del Brasile e dell’Africa, molto meno se ne importava. Le suore straniere per lui erano di categoria o “razza” inferiore.
Ho sentito spesso parole di disprezzo verso le suore straniere, sia da parte del fondatore che delle mie superiore.
La madre generale rimossa, Michela Cozzolino ci ha fatto tribolare.
Era un pupazzo nelle mani di P. Manelli. Parlava a “frasi preconfezionate” del fondatore senza nessuna personalità.
L’economa Generale, invece, Madre Consiglia De Luca ci diceva spesso di pregare per lei perché si sarebbe dannata…
“Troppi soldi” le diceva qualche consorella, “troppi soldi…”
Pure lei sempre incollata al telefono e a skype. Dalle suore però esigeva la perfetta osservanza…
Mantengo ancora furtivamente il contatto sia con qualche frate che con qualche consorella che è rimasta dentro.
Ho saputo così che si continua a disprezzare Papa Francesco sino ad arrivare a dire che sia un “massone” con la propria Loggia.
Era questa la “calunnia magica” con la quale sospendere ogni giudizio critico e dissipare ogni dubbio su accuse menzognere e peccaminose del fondatore e delle nostre superiore ai danni del Pontefice e di nostri ignari ed inermi confratelli, colpevoli di seguire il Papa come ogni buon cattolico.
Ricordo ancora quei ragionamenti striscianti e da ignoranti nei quali alla domanda sul discernimento della priorità di obbedienza al Papa o al Fondatore la superiora di turno sentenziava dicendo: “Bisogna prima obbedire al fondatore e poi al Papa!”
Ho chiesto e ottenuto la dispensa dai voti ma mi chiedo se io sia stata sin dall’inizio una vera religiosa. Mi chiedo oggi se i miei voti fossero validi.
Non mi è stato insegnato ad amare Gesù Cristo e la Chiesa, ma ad adorare P. Manelli.
La mattina a meditazione dovevamo meditare il suo “Libro della Santificazione”. A colazione in silenzio e in ginocchio dovevamo ascoltare le predicazioni dei suoi ritiri. Per la lettura spirituale dovevamo ancora sottoporci all’ascolto e alla lettura dei suoi libretti da pop religioso e per la direzione spirituale dovevamo andare o da lui o da P. Gabriele Pellettieri. Dal cofondatore appena citato non ricordo mai un incoraggiamento.
Alla richiesta di aiuto o di consiglio ricevevo solo bastonate o piegate di spalle con un comodo: “… e che ti debbo dire? Cosa vuoi che ti dica?”
La vita in convento era diventata insopportabile. Avevamo l’obbligo di spiarci e denunciarci alla superiorina di turno le une con le altre. Ci venne imposto a un dato momento di rivolgerci fra di noi con il “lei”.
Un vero e proprio attentato alla vita di comunione e di fraternità.
Qual pronome infatti, di per sé innocuo, era il risultato di una nuova dinamica comunitaria fatta di classismo e di ulteriore presa di distanza dalla gente, il vulgus.
Mi rincresce anche il trattamento diverso applicato ad ogni suora e subordinato alla capacità benefattrice della famiglia allargata più tardi all’impegno di militanza col fondatore nella battaglia contro i frati cosiddetti dissidenti o traditori, il commissario, la Congregazione per la vita consacrata.
Prime fra tutte, tra le favorite, figuravano e figurano le nipoti del P. Manelli alle quali tutto era ed è permesso.
Suor Stefania, una brava persona, è stata contenuta dalla stessa famiglia e pur essendosi lasciata andare a confidenze sulla “ragion di Stato” che la spinge ancora a rimanere dentro per non ternire l’immagine dello zio, Suor Costanza, la sorella più piccola, è invece convolata a nozze.
Mentre per le ex suore la strada del matrimonio era un peccato, un fallimento e una maledizione, per la nipote del Manelli si trattava di una benedizione. Si è giustificata la scelta in nome della scoperta della “vera sua vocazione” che meritava il coro delle suore alla cerimonia nuziale officiata dai nostri frati sacerdoti, quelli non traditori e dissidenti.
Compatisco invece Suor Cecilia per una difficile infanzia che ha dovuto vivere visto che aveva il vizio di allungare le mani e le dita sulle altre consorelle.
Aveva bisogno di consolazioni che cercava nel momento del bisogno nella cella della Madre Francesca Perillo.
Non credo che sia stato solo il cattivo esempio dello zio prete ma un orientamento affettivo deviato o da rigidismi o da deliri di onnipotenza che hanno portato alla corruzione.
Naturalmente le povere vittime che non stavano al giochetto saffico o le suore che la scoprivano, dovevano sparire, inghiottite nelle missioni lontane o tacciate per disobbedienti e invitate calorosamente ad uscire dall’Istituto da superiore complici.
Vorrei completare il terzetto di famiglia con le altre due nipotine, quelle più giovani, sulle quali lo zio nutre grandi speranze di mantenimento dell’asset fondazionale, frutto però non dei sacrifici della famiglia Manelli, ma dei risparmi della povera gente.
Due povere illuse, due povere recluse.


Un’altra persona che a me dava fastidio era il nipote P. Settimio.
Mi hanno detto che continua a scorrazzare nei nostri conventi e in quelli delle Clarisse dell’Immacolata pontificando e incoraggiando le fedelissime alla resistenza a oltranza.
Cammina con petizioni in tasca raccogliendo firme e consensi contro Papa Francesco e l’attuale Commissario Ardito Sabino.
E’ stato così vile da mettere il cognome della mamma (Sancioni) su una lettera congiunta antibergogliana resa pubblica dai soliti strumenti internet finanziati da gruppi ultratradizionalisti e denominata “Correzione filiale”, dove il corretto è il Papa!
Un religioso esemplare, tutto di un pezzo, non so di che materia…, come il nonno di cui porta il nome.
Una signora amica di Frigento mi ha detto che in paese i giovani scherzano sulla presunta santità dei genitori di Stefano Manelli dovuta alla numerosa prole dicendo: “se la loro santità era stare uno sopra all’altro allora a me dovrebbero farmi santo, altro che beato!”
Il P. Manelli voleva in realtà fare di Frigento una seconda San Giovanni Rotondo glorificando la propria famiglia.
Peccato per lui che a Frigento ci mancava sia P. Pio che il santo o i santi.
Ho saputo di testimonianze gonfiate fornite al processo di canonizzazione persino da persone che poco avevano avuto a che fare con i coniugi Settimio e Licia Manelli.
Come disse la Barbara d’Urso in una delle trasmissioni seriali sul P. Manelli, saranno state pure delle brave persone i coniugi Manelli, ma volerle santificare è eccessivo e per me un insulto alla serietà e alla santità della Chiesa.
Se l’albero si riconosce dai frutti, pensare al fondatore p. Stefano Manelli, ai suoi nipoti e agli antipaticoni invadenti della sua famiglia, non depone affatto a favore della loro qualità di vita cristiana.
Un frate mi ha detto che ad ogni festa il fratello Pio, marito di Annamaria, si trincava almeno tre bottiglie di vino.
Si tratta naturalmente di quelle feste organizzate per permettere ai genitori di vedere le figlie che non andavano mai a casa.
Mi rileggo e mi chiedo il perché di questo mio scritto così forte e così critico.
E’ il grido di una gioventù che non tornerà più, di anni di vita che mi sono stati rubati insieme ad ideali che non saranno più realizzati.


So di un P. Stefano Manelli che dalla sua Albenga dove dimora insieme all’arrogante e affaccendato nipote Settimio continua a dare degli ordini in un governo ombra o parallelo presente negli istituti di frati e suore francescane dell’Immacolata.
Se io sono uscita di mia volontà dal convento, attualmente è il P. Manelli ad incoraggiare l’uscita di convento e la richiesta di dispensa dai Voti alle mie ex consorelle.
Il motivo è duplice: Il fondatore vagheggia anche per le donne la ricomposizione di un nuovo Istituto partendo dalla pia associazione filippina eretta da Mons. Arguelles.
In seconda battuta il P. Manelli non riesce a non avere contatti con le donne della sua corte.
Poiché gli è stato fatto veto d’incontrare le Suore Francescane dell’Immacolata, deve assolutamente ridurle a laiche per ovviare al veto e raggirare l’ostacolo. Un vizioso.
Una cosa del genere è semplicemente mostruosa, ma non è stato forse chiamato il P. Manelli “il mostro di Frigento?”
Non so se troverò pace, ma riconciliarmi col passato significava anche denunciare questi misfatti non ancora terminati.
Francamente non ho molta fiducia negli uomini di Chiesa ingessati in un sistema di compromessi e di clientelismo.
Ne ho incontrati diversi a Roma e nella mia Diocesi, ma poi ho lasciato perdere. Qualcuno mi ha anche confidato degli appoggi politici di P. Manelli con la estrema Destra romana.
Non mi faccio molte illusioni sul giudizio dei tribunali penali, civili ed ecclesiastici, ma credo in Dio che con i fatti ha già condannato su questa terra un santone di cartone.
Donne ed uomini distrutti con le loro famiglie mentre P. Manelli che ne è la causa crede ancora di poter giocare sulle vite degli altri?
La storia non glielo ha concesso. Dio nella sua Misericordia ha messo tutto alla luce del sole.

Il Gip respinge la riapertura delle indagini sulla morte di padre Volpi. Ingiustizia è fatta (di Mario Castellano)

Ieri, 2 novembre, il defunto Padre Fidenzio Volpi non è stato certamente commemorato come avrebbe meritato per la sua santa vita di religioso, morto nel servizio alla Chiesa ed alla Persona del Santo Padre: il Giudice per le indagini Preliminari, Dottor Fabrizio Gentili, ha infatti respinto l’impugnazione da parte della Signora Loredana Volpi, nipote del Religioso, dell’istanza di archiviazione proposta dal Sostituto Procuratore, Dottor Attilio Pisani, riguardante le possibili responsabilità penali.
Questa decisione, su cui ci permettiamo, pur nel rispetto delle prerogative dell’Autorità Giudiziaria, di esprimere alcune valutazioni critiche, non chiude le vicende giudiziarie legate alla situazione in cui versa l’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata: nei procedimenti ancora in corso potrebbero infatti emergere elementi tali da determinare una riapertura delle indagini sulla morte del Commissario Apostolico.
In primo luogo, è in corso il processo per lesioni a carico dell’uomo che ai primi di quest’anno, dopo essere penetrato nella Basilica di santa Maria Maggiore, luogo tutelato dalla condizione di extraterritorialità in base al Trattato del 1929 tra l’Italia e la Santa Sede, ha tentato di sgozzare – per fortuna senza riuscirvi, ma riducendolo comunque quasi in fin di vita – Padre Angelo Maria Gaeta. Sulla personalità dell’attentatore occorrerà che i Giudici facciano piena luce, così come sui moventi del suo gesto criminale e sacrilego.

Non si deve dimenticare che Padre Gaeta aveva reso testimonianza, poco prima di essere aggredito, nel processo in corso presso il Tribunale Penale di Avellino a carico di Padre Stefano Maria Manelli, già Superiore Generale dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata e dei suoi ex Economi Padre Pietro Maria Luongo e Padre Bernardino Maria Abate, tutti e tre accusati di truffa aggravata (reato in seguito derubricato) e di falso ideologico per una vicenda connessa con la morte di Padre Fidenzio Volpi.
Poco dopo la nomina di quest’ultimo Religioso alla carica di Commissario Apostolico dell’Istituto, decisa dall’attuale Pontefice in considerazione delle risultanze acquisite dal Visitatore Apostolico inviato dall’anteriore Pontefice Benedetto XVI, gli Statuti delle due persone giuridiche di Diritto Privato cui era ed è tuttora attribuita la proprietà dei beni riferiti all’Istituto venero emendati per trasferire la loro Legale Rappresentanza dai Religiosi – soggetti al Voto di Obbedienza – ai laici.
Nel procedere frettolosamente a tale modifica, non vennero rispettate le norme stabilite a tal fine dagli stessi Statuti: di qui trae origine il procedimento penale tuttora in corso, così come un procedimento civile volto a fare dichiarare la nullità di quanto deliberato.
La Procura di Avellino ha anche disposto indagini in merito ad alcune morti sospette di Religiosi e di benefattrici laiche dell’Istituto, sepolti nella cripta del Convento di Frigento.
E’ comunque fondato il sospetto che il movente dell’aggressore di Padre Gaeta consista in una vendetta per la testimonianza resa in giudizio da questo Religioso a carico degli imputati.
Il commissariamento dell’Istituto si protrae comunque senza che i nuovi Commissari Apostolici siano riusciti a reintegrare l’Autorità dell’Istituto nella disponibilità dei beni ad esso riferiti, malgrado un intervento diretto del Santo Padre in questo senso.
La resistenza dei laici chiamati ad assumere la Legale Rappresentanza delle persone giuridiche titolari delle temporalità alle richieste provenienti dall’Autorità Ecclesiastica si spiega tanto con l’enorme valore dei beni in questione – tra cui figurano diversi parchi eolici e moltissimi immobili – quanto con l’origine delle donazioni, che potrebbero fare risultare l’Istituto quale prestanome della camorra.

Padre Volpi, come è noto, durante il suo mandato fu colpito da una campagna sistematica di diffamazioni, minacce ed insulti orchestrata da innumerevoli pubblicazioni elettroniche facenti capo al tradizionalismo più estremo, questo per impedirgli di accertare la verità sull’effettiva origine dei beni riferiti ai Francescani dell’Immacolata e sull’impiego delle rendite da essi originate. Certamente il Religioso è stato vittima delle pressioni subite, sulle quali esiste una documentazione imponente.

La malattia che lo portò alla morte si manifestò subito dopo che Commissario Apostolico si era impegnato in un durissimo confronto con una ditta inglese, la “Baronius Press”, che pretendeva dall’Istituto un pagamento indebito, riferito ad una fornitura di libri non ordinati.
Se il decesso di Padre Volpi non risultasse dovuto a cause naturali, il movente degli uccisori consisterebbe nella necessità di fermarlo prima che giungesse a chiarire l’effettiva situazione economica dei Francescani dell’Immacolata e la relativa connessione con la malavita organizzata.

E’ naturale che i suoi esponenti esultino per la decisione adottata dal Giudice per le Indagini Preliminari di Roma, in quanto si allontana la possibilità di una indagine approfondita sui moventi di un omicidio la cui eventualità viene esclusa; l’Autorità Giudiziaria si è comunque preclusa la possibilità di indagare sul suo movente che potrebbe averlo determinato.
In merito all’atteggiamento tenuto dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, ci limitiamo ad osservare che essa non solo evitò di sostenere Padre Volpi nel suo confronto con la “Baronius Press”, ma giunse a schierarsi apertamente con la sua controparte, intimando al Commissario Apostolico di effettuare un pagamento risultato assolutamente indebito.

Essendosi preclusa la possibilità di ulteriori accertamenti giudiziali sulla morte del Religioso, è anche escluso che la Magistratura possa acquisire la documentazione relativa alle divergenze insorte tra le Autorità della Congregazione e Padre Volpi: questo materiale probatorio avrebbe potuto aiutare la Giustizia a far luce sulle cause della morte del Religioso, ma anche sulle possibili pressioni esercitate su questo organo della Santa Sede da chi si opponeva all’opera da lui svolta.

Nel celebrare la Messa Esequiale in San Lorenzo in Verano, il Segretario della Congregazione fece espresso riferimento ad alcuni “errori” compiuti dal Commissario Apostolico: richiesto di un chiarimento sugli atti di governo dell’Istituto cui si era riferito, Monsignor José Rodriguez Carballo reiterò la sua valutazione, ma non chiarì a quali comportamenti di Padre Volpi si fosse riferito; tutto ciò è documentato nel libro che abbiamo dedicato alla vicenda.
Sul merito della decisione assunta dal Giudice per le Indagini Preliminari, va rilevato che l’istanza della Signora Loredana Volpi si basava sulla totale assenza di atti istruttori da parte del Sostituto Procuratore incaricato delle indagini, il quale non ha acquisito agli atti le cartelle cliniche relative al ricovero di Padre Volpi in tre diversi ospedali, il San Giovanni il Don Gnocchi ed il Policlinico Gemelli, né ha escusso alcun testimone – in particolare i Medici curanti – né soprattutto ha disposto l’esame necroscopico del corpo.
Solo eseguendo l’autopsia sarebbe stato possibile accertare od escludere l’avvelenamento da arsenico, che invece risulta possibile in base all’esame compiuto sui peli della barba prelevati a Padre Volpi da parte del Direttore dell’Istituto Tossicologico “Maugeri” dell’Università di Pavia, cioè dalla massima Autorità scientifica e dalla più prestigiosa Istituzione dedita alla ricerca in questo campo.

Il Giudice ha rifiutato di prendere in considerazione tali risultanze adducendo il motivo che il prelievo del referto ed il relativo esame sarebbe avvenuto in modo irrituale: il modo in cui sono state condotte le indagini rivela però che qualora il referto fosse stato consegnato all’Autorità Giudiziaria, l’esame non si sarebbe svolto.
Esso inoltre comportava la distruzione del reperto, per cui non risulta possibile una sua ripetizione.
Solo l’esame degli organi interni del corpo di Padre Volpi potrebbe dissipare ogni dubbio sulla “causa mortis”, ma è quanto precisamente l’Autorità Giudiziaria ha rifiutata di disporre.
Desta però soprattutto meraviglia che nel testo del provvedimento adottato dal Giudice per le Indagini Preliminari non sia fatto alcun riferimento ad una circostanza non esposta né dal denunziante, né dalla parte lesa, bensì dai Medici dell’Ospedale Don Gnocchi e riferita dai Sanitari nella cartella clinica.
L’episodio, se fosse stato valutato adeguatamente e fatto oggetto delle indagini dovute, avrebbe potuto portare al chiarimento di alcune circostanze che qui ricordiamo
In primo luogo, si sarebbe scoperto chi si fosse introdotto nell’Ospedale Don Gnocchi e per quale motivo avesse agito.

In secondo luogo, sarebbe stata valutata la possibile connessione tra la somministrazione di un caffelatte, accertata dai Medici curanti e riferita nella cartella clinica, ed il successivo improvviso peggioramento delle condizioni di salute del paziente.
In terzo luogo, sarebbe risultata la connessione, se non la coincidenza, tra la persona del responsabile e quanti prima della sua malattia si trovavano quotidianamente a contatto con Padre Volpi, oltre alla loro eventuale connessione con ambienti dichiaratamente e violentemente ostili al Commissario Apostolico.
Purtroppo, la circostanza più rilevante ai fini delle indagini è stata trascurata dalle Autorità Giudiziarie che successivamente ne sono state incaricate, al punto di non essere neppure citata nelle loro conclusioni.

Ciò basta per motivare il nostro rispettoso ma fermo e convinto dissenso rispetto alle conclusioni cui sono pervenuti, almeno allo stato attuale, i Magistrati incaricati del caso.

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/gip-respinge-la-riapertura-delle-indagini-sulla-morte-padre-volpi-ingiustizia-fatta-mario-castellano/

PROCESSO A MANELLI, PRIME TESTIMONIANZE A MAGGIO

di Loredana Zarrella

Il Mattino, pagina Avellino, ed. 3/11/2017

Primo atto in Tribunale del processo a padre Manelli. Incardinato in aula, ieri mattina, il procedimento per falso ideologico a carico di Stefano Manelli, fondatore dell’Ordine dei frati dal saio grigio-celeste, ma anche di padre Pietro Maria (Pietro Luongo) e padre Bernardino Maria (Maurizio Abate), rappresentanti legali delle due associazioni, «Missione dell’Immacolata» e «Missione del Cuore Immacolato», cui sono intestati i beni dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, e finite sotto inchiesta per presunte irregolarità nella gestione.
Assenti gli imputati, il giudice Francesca Spella ha ammesso, e rinviato all’8 maggio, la prova orale dei testi proposta dagli avvocati Gianfranco Antonelli e Domenico Ducci, rispettivamente difensori di Maurizio Abate e Stefano Manelli. Presente all’udienza, ma solo come uditore, l’avvocato Enrico Tuccillo che, per «divergenze interpretative» (come dichiarato a Il Mattino), ha rinunciato alla difesa di Padre Manelli.
Il noto legale partenopeo, che è già riuscito a far scagionare Manelli dalle accuse di abusi e molestie verso le suore, facendole archiviare, resta il difensore di Pietro Luongo. All’udienza a cui era presente come uditore, si è fatto però rappresentare dall’avvocato Francesco Gala Trinchera.
Nessuna proposta di testimoni per la difesa di Padre Pietro Maria. «Dimostrerò la totale estraneità di Pietro Luongo senza chiamare in causa testi ma basandomi solo sugli atti», afferma Tuccillo che, a margine dell’udienza, cita un altro fascicolo ancora aperto tra i filoni di inchiesta che pendono, da tre anni ormai, sull’intero Istituto dei frati fondato a Frigento. Il riferimento del legale è a quella decina di «complottisti, tra religiosi e laici» che avrebbero ordito un piano contro Padre Manelli.
Il nodo da sciogliere, presso il Tribunale di Avellino, resta intanto quello che lega i tre frati imputati a carte che sarebbero state manipolate subdolamente, con l’inganno di notai e Prefettura. «Nell’imputazione si assume che i soci originari siano stati destituiti in maniera formalmente non corretta, secondo la normativa dello statuto all’epoca vigente – dice l’avvocato Antonelli – Vi sono in realtà ragioni specifiche per le quali sono stati destituiti. L’ipotesi ruota intorno alle dichiarazioni rese al notaio circa la completezza o meno della compagine societaria. È chiaro che sia importante sentire se questi soci siano stati destituiti o meno in maniera consapevole e quali fossero le ragioni della loro destituzione. A nostro giudizio è fondamentale che la lista testi venga mantenuta intatta. Sono tutti oggetti della prova particolarmente significativi. Valuterà il giudice poi. Sarà una battaglia simpatica sotto questo aspetto».
La lista dei testi è particolarmente corposa. Al momento, il giudice ha ammesso i primi due. L’8 maggio si ascolteranno gli ufficiali della Guardia di Finanza (Palumbo e Carpenito) che hanno redatto l’informativa e che, quindi, hanno assunto le testimonianze. Agli atti sarà acquisita, come è doveroso che sia dal punto di vista processuale, anche l’originaria querela di Padre Fidenzio Volpi, il commissario apostolico dell’Istituto, morto nel 2015. Al tempo delle modifiche statutarie non venne interpellato. I frati, anzi, dichiararono ai notai, falsamente, di aver avuto il suo assenso.