La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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UNA CONFERENZA ALLA CARLONA NELL’HOTEL CARLTON

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“Alessandro (fa gli) Gnocchi”

 

All’Hotel Carlton di Rimini, dal 28 al 30 ottobre 2016 si è svolto il 24° Convegno di Studi “Cattolici” organizzati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X in collaborazione con la Rivista Tradizione Cattolica.

Con il magnanime gesto di Papa Francesco di estendere dopo l’Anno della Misericordia ai sacerdoti lefebvriani l’ascolto delle confessioni dei fedeli cattolici, credevamo che l’incontro di Rimini potesse stavolta significare una certa riconoscenza verso il pontefice regnante e un passo in avanti nella ricerca di una piena comunione con Roma.

Ci eravamo illusi fino a quando il cinquantasettenne pubblicista Alessandro Gnocchi ha preso la parola sul tema: “Caritatevoli soprusi: Dell’oscuramento dell’ordine divino alla violenza di una misericordia secolarizzata”.

Eterodossia, mondanità spirituale, paranoia, pseudomessianicità potrebbe essere il titolo che il tema merita per la forma e per il contenuto. Sembra nella prima parte un ossimoro illogico e nella seconda parte un’eresia materiale.

Il “conferenziere” del paese degli Orobi anche se non è titolato a sviluppare teologicamente un discorso sulla misericordia, dovrebbe almeno conoscere bene la misericordia di Papa Francesco.

Nel novembre del 2013 il suo amico Mario Palmaro, con il quale ha condiviso la stesura di alcuni libri “accademici” (… le vecchie zie,  … la bella addormentata, … antijuventino e … sopravvivenza interisti...) fu raggiunto da una telefonata personale di Papa Francesco che lo volle confortare nel decorso della sua malattia terminale.

Il gesto commosse l’interessato e colpì specialmente per il fatto che poco tempo prima sia Mario Palmaro che proprio Alessandro Gnocchi, avevano pubblicato per “Il Foglio” di Giuliano Ferrara l’articolo sarcastico “Questo Papa mi piace troppo” in piena polemica con l’incipiente pontificato. I due erano stati anche allontanati per questo da Radio Maria, nella quale avevano uno spazio fisso di collaborazione.

L’intervento di Alessandro Gnocchi al convegno di Rimini è fruibile sul canale youtube “Pascendi Domini Regis”  il cui archivio sembra espressione di un cristianesimo fondamentalista in direzione filolefevbriana.

Nel suo “caritatevole sopruso” lo Gnocchi cita la domanda dell’amico Luigi Girlanda che chiede: “E’ vero che l’idea della conquista appartiene all’ Islam ma si può intendere conquista anche quando Gesù manda i suoi discepoli nel mondo?”

Rivolgendosi alla platea del Carlon, in una sorta di indovinello a risposta multipla, lo Gnocchi chiede ex abrupto: “Chi afferma questa idea?

A ) Il Mago di Milano?

B ) Alessandro Cecchi Paone?

C ) Emma Bonino?

D ) Il Vescovo di Roma?”

E’ molto compiaciuto nel sentire come risposta di una pubblico divertito: “Bergoglio!”

 

Per onestà intellettuale (nostra) riportiamo integralmente quanto il Papa dichiarò nel maggio del 2016 al corrispondente del giornale francese “La Croix”: «Oggi io non credo che ci sia paura dell’islam ma dell’Isis e della sua guerra di conquista che è in parte tratta dall’islam. È vero che l’idea della conquista appartiene allo spirito dell’islam. Ma si potrebbe interpretare secondo la stessa idea di conquista la fine del Vangelo di Matteo, quando Gesù invia i suoi discepoli a tutte le nazioni. Di fronte al terrorismo islamico, sarebbe meglio interrogarci sul modo in cui un modello troppo occidentale di democrazia è stato esportato in paesi come l’Iraq, dove un governo forte esisteva in precedenza. Oppure, in Libia, dove esiste una struttura tribale. Non possiamo andare avanti senza prendere in considerazione queste culture. Come ha detto di recente un libico: “Eravamo abituati ad avere un Gheddafi, ora ne abbiamo cinquanta.” La coesistenza tra cristiani e musulmani è ancora possibile. Io provengo da un paese dove coabitano bene».

Fraternità Sacerdotale San Pio X logo

Conquistata la simpatia della platea del Carlon, secondo lo schema “amicus meus, inimicus inimici mei”,  lo Gnocchi parla della sua partecipazione a un corso di aggiornamento di giornalisti a Mestre al quale è andato suo malgrado poiché non ama partecipare a quelli che trattano di gender o di immigrazione; avendo il dono mistico della scienza infusa ed essendo leghista lui non ha bisogno né dell’uno, né dell’altro.

Con rammarico fa presente che a quel corso un anziano giornalista ha osato parlare per tre quarti d’ora di Papa Francesco, cosa che lo ha reso paonazzo dalla rabbia poiché per lo Gnocco il Papa – che chiama semplicemente “Bergoglio” –  andrebbe solo criticato e messo alla gogna pubblica.

Lo Gnocchi cita poi l’affermazione di Papa Francesco rivolta ai giornalisti: “Si deve cercare la verità sennò si schiacciano le persone…” e continua di più bella dicendo: “Bergoglio parla di sé stesso! E’ il tema della nostra giornata!”

Caspita!

Poiché non si capisce bene dove voglia atterrare con i primi cinque minuti del suo discorso, lo Gnocchi tira fuori “il caso scuola”, quello di cui “tutta la cronaca ne parla”  – lo dice lui –  e cioè i Francescani dell’Immacolata (sic)!

Lo Gnocchi cita due documenti: quello del decreto di commissariamento della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata sul commissariamento dei Frati e la lettera con la quale Padre Fidenzio Volpi si presentava all’Ordine dei Francescani dell’Immacolata.

Lo Gnocchi considera scandalosa la richiesta della Santa Sede di rimborso spese e l’onorario di servizio al Commissario ed eventuali collaboratori a carico dei Francescani dell’Immacolata.

“Nel regime sovietico e comunista – dice – i familiari pagavano le pallottole dei condannati”.

Lo Gnocchi sembra indignato e forse vorrebbe dire che nel regime capitalista i guai di casa propria sono gli altri a pagarli, proprio così come accade nel welfare statunitense…

Come se fosse un dirigente in un ufficio pubblico, lo Gnocchi si chiede addirittura come sia possibile che un numero di protocollo di un Dicastero vaticano sul decreto di commissariamento emesso nel 2013, porti la cifra 2012.

E’ sicuro che quel numero sia la datazione dell’annata?

Secondo lui è stato scritto un anno prima, addirittura prima del ricorso dei frati e della visita canonica…

Senza dare scampo a nessuno, come gli estremisti alla strage del Bataclan parigino, lo Gnocchi innesta un nuovo caricatore per le sue sparate e prosegue ironizzando sulla seguente citazione del defunto Padre Volpi su Papa Francesco: “non è possibile che dei consacrati non sentano con la Chiesa che ci ha generato nel battesimo e trovino l’espressione filiale nella comunione con i pastori e il Papa segno della visibile unità”.

Ecco la lettura di Gnocchi: “E’ una risoluzione delle Brigate Rosse in forma di enciclica!”

Gnocchi, poi, dimenticando il principio cristiano di non parlare male degli assenti, cita Massimo Introvigne definendolo ironicamente “il più grande sociologo degli ultimi cento anni”.

La definizione gli occorre per attaccare il termine “dissidente” che Massimo Introvigne nella sua “ultima esibizione di stampa” – così come dice lo Gnocchi –  attribuisce a coloro che criticano il Papa.

Nel continuare a parlare a braccio lo Gnocco dice: “cerchiamo di capire le ragioni” (? ndr) e cita la lettera di un religioso che riassumeva la situazione che si era instaurata all’interno dell’Ordine (dei Francescani dell’Immacolata ndr).

Secondo lo Gnocchi che cita la lettera del religioso (quale? ndr) la situazione era questa già nel 2013:

 

  • Obbligo di non celebrare la Santa Messa secondo il Vetus Ordo;
  • Divieto del Breviario e dei rituali tridentini “come permesso da Papa Benedetto” (? ndr);
  • Divieto di scrivere al Fondatore;
  • Proibizione di scrivere articoli sulle riviste della Casa Mariana editrice;
  • Proibizione di diffondere le pubblicazioni di Casa Mariana Editrice;
  • Divieto di avere un gruppo di laici che seguivano i Frati;
  • Divieto di avere un proprio Seminario;
  • Divieto di gestire autonomamente l’economia…

 

Su quest’ultimo punto lo Gnocchi dice che questo è un “severo e costante rimprovero del Commissario” e sottolinea che il religioso che fa la lista dei divieti scrive “commissario” con la lettera “C” anziché la “K”, sbagliandosi.

A tale affermazione l’assemblea applaude…

Il religioso scrivano poi dichiara che “secondo voci” (Daniele Murgia nipote di Stefano Manelli e giornalista a TV2000 ndr) il commissario percepisca “a spese nostre” 5.300 euro al mese (nostre di chi? ndr);

c’è poi la chiusura di alcuni conventi;

non si può liberamente usare il cellulare e il computer:

“tutto è controllato da un sofisticato sistema e sarà utilizzato per darlo al commissario”.

A questo punto lo Gnocchi interrompe la lista delle doglianze e dice: “non so se era utilizzato questo sistema, ma i frati hanno estorto confidenze telefoniche registrate e portate al commissario”.

Chiuso l’argomento dei Francescani dell’Immacolata, lo Gnocchi dice che lo stesso problema lo stanno vivendo quelli del “Verbo Incarnato”, istituto argentino “odiato da Bergoglio” che “sta diffondendo l’opera di Cornelio Fabro”.

Dopo questa sgaloppata mentale lo Gnocchi dice: “E’ tutto il problema della Messa col Rito Tradizionale (sic). “Quando morì mio padre – scrive – io volevo fargli celebrare il funerale tridentino, ma il parroco disse: ‘ se sei ortodosso o protestante per ecumenismo te lo potrei fare, ma se sei cattolico non lo posso fare’…”.

Tronca così il discorso e senza raccordo logico continua lo Gnocchi dicendo: “E’ la distruzione della ragione e dell’essere uomini! E’ la traduzione tipica della rivoluzione giacobina e dei paesi comunisti, l’odio per il proprio popolo. E’ ciò che accade nella Chiesa contro il popolo di Dio (sic). E’ la distruzione di ciò che c’è nei confini. Si parla del male solo per la Germania nazista, ma l’odio per il popolo è dei comunisti!”

Per altri cinquanta minuti la “conferenza” scientifica dello Gnocchio continua con questo tenore tra qualche sbadiglio e visione del cellulare del popolo che si rianima solo agli insulti per “Bergoglio”…

 

Ho atteso qualche giorno prima di rispondere a questa provocazione che offende i sentimenti dei cattolici per il rispetto dovuto alla persona del Pontefice felicemente regnante, di servitori della Chiesa come Padre Fidenzio Volpi e di onesti cittadini e studiosi come Massimo Introvigne.

Ho fatto alcune ricerche su internet, ho incontrato e telefonato a qualche frate ed ex suora e sono arrivato alle seguenti conclusioni:

  • La celebrazione secondo il Vetus Ordo non è stata mai proibita, ma si trattava di regolamentarla visti gli abusi. I seminaristi assistevano solo al cosiddetto rito tridentino perché il Manelli diceva che solo questa Messa era oro, mentre quella di Paolo VI era argento: valida ma non lecita! (sic);
  • Benedetto XVI non ha mai autorizzato ad hoc l’uso del breviario tridentino, ma nel motu proprio Summorum Pontificum ne sdoganava l’uso e faceva riferimento a quegli istituti che normalmente ne facevano uso o che conservavano quei libri liturgici: non era il caso dei Francescani dell’Immacolata. Mi hanno riferito, inoltre, che in ogni convento c’erano due cappelle: una per i frati dotti che recitavano il Breviario in latino e un’altra per i frati “ignoranti” che recitavano il breviario in italiano. A qualcuno, l’esperto liturgista padre Stefano Manelli disse addirittura: “se non sei sacerdote, ti basti la recita dei Pater Noster…;
  • Risulta con evidenza che non solo non era vero che Padre Stefano non poteva ricevere i Frati, ma si permetteva di ricevere anche Suore e laici liberamente, continuando a fare vestizioni e ricevere i voti; qualcuno dice addirittura che nei pressi di Cassino faceva la prova di verginità alle aspiranti religiose;
  • Scrivere articoli è regolato per i chierici dal Diritto Canonico e rileva dall’autorizzazione dell’Ordinario. Nella fattispecie la Casa Mariana editrice che apparteneva a tutti gli effetti all’Istituto, venne sottratta ai Frati e affidata a un certo Claudio Circelli. Non si capisce quindi perché i Frati dovessero scrivere per un tale che aveva sottratto loro un’opera. Tale editrice ci è stato riferito che è sotto inchiesta giudiziaria per non chiari passaggi finanziari e inadempienze fiscali: come dichiarò l’avvocato Sarno in televisione, su un fatturato di ventiquattromila euro c’erano entrate annuali per novecentomila euro e altrettante uscite senza una identificata provenienza e destinazione. Sembra inoltre che il Signor Claudio Circelli avesse una figlia suora francescana dell’Immacolata la quale ha poi abbandonato la vita religiosa e forse sposato un ex frate… Non siamo sicuri se sia proprio lei o si tratti di un altro caso analogo nell’ambito dei sodali del Manelli nell’operazione ai danni ai beni e alle opere dell’Istituto di Diritto Pontificio;
  • E’ accertato che non è vero che il commissario proibì al gruppo di laici che seguivano la spiritualità dei Frati di continuare gli incontri. Da più di una testimonianza formalizzata nelle opportune sedi canoniche e giudiziarie, un certo Pio Manelli, il fratello più piccolo di Padre Stefano Manelli, si rese attivista di una campagna divisoria all’interno del gruppo dei laici. Pio Manelli era stato nominato da padre Stefano Manelli maestro dei laici terziari. Aveva creato come un certo Claudio Nalin condannato e poi assolto solo in appello al Tribunale di Bolzano per violenza sui figli, una associazione parallela ai frati. In buona sostanza c’erano i laici che si reputavano fedeli al Fondatore e quelli che invece obbedivano al Papa, alla Chiesa, crudele e nemica di un “santo” come Padre Manelli, novello San Francesco e Padre Pio del secolo XXI.
  • “La chiusura del Seminario interno è stata una delle più grandi grazie dell’Istituto” mi ha confidato un seminarista che frequenta una Pontifica Università. Padre Settimio Manelli, il nipote di Padre Stefano Manelli era il papa e l’imperatore dei futuri sacerdoti dell’Istituto che governandoli in modo monocratico secondo le disposizioni del Fondatore – zio aveva fatto di loro degli zingari che si esibivano nel servizio liturgico in tridentino. Mi hanno assicurato anche che in quel seminario era addirittura messo sotto censura l’Osservatore Romano! Un modello di rettore.
  • Se il Manelli fece fare piazza pulita di tutti i beni e le opere dopo un mese dal commissariamento, non si capisce cosa non potesse più gestire autonomamente. Qualora fossero rimasti dei beni e delle opere, un superiore generale ne è forse il padrone-proprietario?
  • Vero che sono state chiuse diverse case. I frati non ne potevano più di stare in due o tre nei conventi solo perché Padre Manelli mettesse sul mappamondo o le cartine d’Europa delle bandierine imperialiste per dire: siamo anche qui!
  • Non si capisce come non si potesse usare liberamente computer e cellulare se erano strumenti interdetti ai Frati dal Manelli stesso. Un fraticello mi ha detto che Padre Manelli proibì addirittura con una lettera circolare l’uso dei pen disc! Risibile la bufala di spionaggio con “un sofisticato sistema”. Questo non è tecnicamente possibile per un privato;
  • Non risultano “estorsioni” di colloqui telefonici. Ho accertato che alcuni frati fedelissimi al Manelli facessero invece i centralinisti per cercare di far passare dei religiosi fedeli alla Chiesa e al Commissario, dalla parte del Manelli. Questo mi è stato riferito addirittura da un officiale della Congregazione per la Vita Consacrata.

 

In definitiva sono rimasto disgustato da Alessandro Gnocchi.

Non si comporta da figlio della Chiesa e offende i sentimenti più sacri dei cattolici per come tratta il Papa.

Non rende servizio alla verità che cristallizza solo negli eventi polemici della prima fase del commissariamento rivelando una sua diretta implicazione.

Mi è stato detto che s’incontrasse a Roma con un certo Padre Alessandro Apollonio, ex Procuratore Generale che non saprei dire dove sta adesso. Alcuni laici di Cassino lo ricordano e rimasero male quando fu mandato via da Padre Manelli. Era infatti rettore dei seminaristi, ma Padre Stefano Manelli volle concentrare tutti i formandi del mondo in Italia nelle mani del nipote. Un frate nigeriano che sta a Roma mi ha detto che era molto offensivo verso gli africani.

Sarebbe il caso di dire che la formazione del nipote del Padre Stefano Manelli fosse fatta con i piedi poiché giocava e faceva giocare sempre a calcio: calcium et circens.

Padre Apollonio, prima che uscisse di scena stava a Roma e qualcuno mi ha detto che cercò di riscattarsi presso Padre Manelli facendo l’attivista a suo favore.

Sono dinamiche raccapriccianti che fanno riflettere.

L’Istituto era scaduto nel tradizionalismo estremo alla mercé del cardinale Burke e sodali contro Papa Francesco.

Fingendosi vittime il Fondatore e sodali misero in moto una campagna diffamatoria contro il Commissario Padre Fidenzio Volpi ostacolando il suo governo ed esasperandolo fino alla morte.

Che Alessandro Gnocchi non sia una grande mente ci può stare; non tutti sono chiamati ad essere geni e benefattori dell’umanità.

Che non mostri nemmeno rispetto per una persona defunta, questo però è inaccettabile.

Se incrociassi uomini di questo genere riterrei che la mia saliva è troppo preziosa per essere sprecata nello sputargli in faccia.

 

 

LETTERA APERTA AL “GRAN MAESTRO” DI PADRE PAOLO SIANO FI

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Egregio Maestro Fabio Venzi o Chiarissimo professore, visto che lei non è un semplice maestro, ma un “grande maestro”, mi ha molto divertita su Corrispondenza Romana la “breve” risposta di P. Paolo M. Siano FI alla conferenza da lei tenuta  presso la Loggia Quatuor Coronati di Roma (GLRI) sul tema “Libera Muratoria e Chiesa Cattolica”.

Conosco P. Siano dal 2009 e cioè da quando mi avvicinai all’istituto religioso di cui fa parte, presa dalla curiosità sulla celebrazione secondo il Vetus Ordo.

Durante un breve periodo, inoltre, il p. Siano risiedeva proprio a Roma, dove ho avuto modo di conoscerlo ancora più da vicino.

Con le note vicissitudini dei Francescani dell’Immacolata dal 2013 in poi, la mia frequentazione di frati e suore è scemata, ma non per questo non ho continuato a interessarmi dei personaggi e dei fatti che li riguardavano.

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Dall’aspetto semianoressico il padre Siano rivelava, almeno all’epoca, uno stato di ansia paranoico accompagnato da gesti ossessivi che trasmettevano anche ad altri stress e paure.

Dal suo modo anche recente di scrivere e di elaborare un pensiero per dialettizzarsi, credo che non sia cambiato più di tanto.

Ho saputo che oggi è a Ferrara, nella Diocesi che l’uscente Mons. Luigi Negri ha trasformato nell’ultimo bastione del cesaropapismo ruin-berlusconiano attraverso gli squadristi “Amici del Timone” e i mantenuti de’ “La Nuova Bussola Quotidiana”: l’alleanza tra mignottocrati e clericocrati.

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Era proprio il caso, prof. Venzi, di attribuire a un povero fratacchione nerd la recrudescenza del dialogo – qualora fosse possibile – tra Chiesa e Libera Muratoria?

Un tempo nella campagna romana si diceva che lavare la testa all’asino significava sprecare acqua e sapone…

Perché poi a un massone debba tanto interessare avere diritto di cittadinanza nella Chiesa Cattolica, questo proprio non lo capisco…

Forse per la teoria gnostica degli opposti che coincidono?

Quanto a TV 2000, la CEI proprietaria dell’emittente credo che non c’entri proprio nulla sulla sporadica apparizione del Siano.

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Davide Murgia, lo speaker (come lo chiama lei ndr)  che definisce il Padre Siano lo specialista “numero uno” della Massoneria non si sbaglia solo se il Siano fosse l’unico studioso sulla faccia della terra.

Perditempo come questo prete francescano ce ne sono pochi dietro un soggetto che non interessa a nessuno, salvo lo sparuto numero di psicopatici complottisti, alla fine tutta gente col piatto a tavola assicurato che non ha altro a cui pensare.

Che i preti si occupino delle anime e i laici della propria famiglia e dei bisognosi!

Il caso si illumina ancora meglio quando apprendo che Davide Murgia è il figlio della sorella di Padre Stefano Manelli, il fondatore ex superiore del Siano, oramai imputato per truffa, falso ideologico e indagato per reati sessuali e violenze private (sic).

Deve averlo invitato il Murgia come ospite.

Davide Murgia mi incuriosì, non tanto per il tratto da autoctono di Tor Pignattara, quanto per il fatto di aver pubblicato sul suo profilo facebook che padre Fidenzio Volpi, il defunto commissario dei Frati Francescani dell’Immacolata, percepiva un compenso di 5300 € mensili.

Chiesi informazioni a due fonti attendibili e mi fu detto con fermezza che quel cappuccino nominato dal Vaticano percepiva solo un rimborso spese intorno ai 1000 € a trimestre.

Mi chiedo come possa un giornalista che lavora nell’emittente della Conferenza Episcopale Italiana, agire in maniera così deontologicamente disonesta anche se solo sul suo account personale.

Vade retro!

Inconfondibile con il profilo ventresco da fagiolaro, spero non incontrarlo alla stazione “Conca d’Oro” sulla linea della Metro C o sul 105 ATAC!

Mi hanno raccontato che in una cena col prossimo cardinale Mons. Joseph Tobin si incalzò sulla questione dei Francescani dell’Immacolata.

Il prelato fu molto abbottonato e glissò sull’argomento.

Dieci minuti dopo, a grande sorpresa disse fuori contesto: “Che cosa brutta quando arrivano in Dicastero lettere di religiosi contro confratelli più anziani. E’ la cosa che più  fa dispiacere”.

Ho saputo un anno dopo da un mio zio che lavora alla CIVCSVA che Padre Paolo Siano scrisse una lunga lettera contro un suo confratello sacerdote che viveva in Francia. Lo volle infangare per indebolire le accuse pertinenti e fondate che aveva sollevato all’epoca contro il Padre Stefano Manelli e il suo sistema mafioso.

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Accadde poco dopo che Mons. Tobin da Segretario della CIVCSVA fu nominato vescovo di Bloomington.

In questo promoveatur ut amoveatur dovette intervenire il Card. Raymond Leon Burke, all’epoca consultore della Congregazione per i Vescovi e successivamente rimosso da Papa Francesco da quell’incarico per l’ingerenza sulle nomine a favore della lobby.

Burke, infatti, è nemico giurato di questo pontificato, con faccia di bronzo non disdegna di raccontarlo in giro ed è molto legato ad ambienti dell’estrema destra repubblicana statunitense e persino filonazisti.

E’ vicinissimo al Padre Manelli al quale promise protezione in cambio di manovalanza dei suoi frati nell’utopia restaurazionista dei tradizionalisti sotto il pontificato di Benedetto XVI.

Non ci capii nulla all’epoca, ma venni delucidata un anno dopo da un domenicano americano all’Angelicum al quale un frate dell’Immacolata aveva rivelato che in uno Stato degli USA il card. Burke aveva offerto ai Francescani dell’Immacolata un grosso santuario.

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Il progetto di Padre Manelli, mi disse più tardi un altro frate tanto intelligente quanto informato, era quello di “confinare” tutti i frati – americani e non – che contestavano le sbandate di governo del Fondatore, proprio nel convento di Bloomington, essendo di proprietà di benefattori americani e quindi non alienabile facilmente dal Manelli che poco dopo il commissariamento agì – secondo il Pubblico Ministero – praticamente da ladro truffaldino sui beni dell’intero Istituto dei Frati.

Il novello vescovo Tobin, quale rimedio a casi estremi, avrebbe dovuto addirittura accogliere i cosiddetti “frati dissidenti” (dalla linea Manelli ndr) sempre americani e non, come associazione pubblica di fedeli, ripiego al quale più tardi ricorse invece il Manelli attraverso il traffichino vescovo filippino Mons. Ramon Arguelles per raccogliere un manipolo di giovani da lui fanatizzati.

Mi perdoni queste digressioni da bega interna, illustre professore Venzi, ma volevo semplicemente farle capire come il Siano sia solo un esecutore di ordini che vengono dall’alto. Prima di scriverle la lettera di risposta, quale scriba dalla mano veloce abituato a vili libelli e dossieraggi credo che avrà almeno telefonato a Stefano Manelli, come per il placet chiesto al capocosca, al “padrino”, poiché il Manelli “padre” non è per il suo comportamento verso frati e suore.

Non la lascia perplesso, inoltre, il ricorso a Corrispondenza Romana  e lo spazio accordatogli da questo blog del baroncino Roberto De Mattei?

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Dopo l’Amoris Laetitia stanno dando addosso a Papa Francesco per la visita ai luterani in Svezia.

Il Siano è ancora legato a questi ambienti?

C’è anche lui quindi dietro alla turbativa di Corrispondenza Romana all’azione del defunto Commissario?

Ha passato carte, documenti, abbozzato testi da solo o in compagnia di altri balordi?

Semel malus semper praesumitur esse malus in eodem genere ripeteva spesso il Manelli alle sue suore tra una palpatina e un’altra, mi ha rivelato una religiosa la scorsa estate.

Il Commissario, anzi i commissari, sanno di tutto questo?

Ma è una vergogna, uno scandalo che pesa sulla Chiesa!

In cauda venenum rimasi inorridita dalle circa cinquanta pagine che il Siano dedicò al compianto don Tonino Bello, servo di Dio, la cui causa già lo scorso anno ha conosciuto un ulteriore passo in avanti verso la beatificazione.

Altro che i genitori del Manelli! Che impostura! Quella sì che è “massoneria”!

In Fides Catholica, rivista oggi diretta da Corrado Gnerre che mi è sempre sembrato un fondamentalista di periferia, il Siano insulta il vescovo di Molfetta in odore di santità con il puzzo delle sue insinuazioni sulla moralità di don Tonino Bello.

Per me il Siano è problematico e forse ha turbe sessuali: “tale padre (fondatore), tale figlio”…

Insomma, egregio maestro professore, se un tempo si affermava che la frammassoneria è il nemico numero uno della Chiesa Cattolica, oggi c’è chi le fa agguerrita concorrenza nell’osteggiare l’azione del pontificato in nome della “sana tradizione”.

Quale, poi? L’eresia dei manelliani? Il manellismo?

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Non faccia del male al Siano che immagino tremare come una foglia.

Non dia ordini alla Santa Sede di castigarlo, così come lui teme e lo scrive!

Caspita!  Ma davvero ha questo potere la sua Loggia?

L’arsenico per eliminare i superiori e i commissari, è ormai un’esclusiva dei tradizionalisti.

Mica fa ancora queste cose la Massoneria!

Mi raccontavano divertiti dei frati che quando il Siano parlava di massoneria (cioè sempre) faceva chiudere porte e finestre anche in piena estate.

Se la Massoneria ha le sue Logge, il Siano ha il suo balcone poiché la sua scienza somiglia a quelle vecchie zie che osservano il passeggio in paese dal balcone, cioè dalla “loggia” di casa.

Guai a scendere in piazza e sentire l’odore delle pecore!

Alla luce di tutto questo crede proprio che valga la pena andare dietro agli istrioni da avanspettacolo?

La buffa risposta al suo indirizzo il Siano la conclude in maniera goffa e impertinente quando si autodefinisce, senza sbagliarsi, un povero frate al quale la Santa Sede non stenderà mai il tappeto rosso…

Gli piacerebbe? Si rosica per questo?

Peccato che proprio il Siano abbia invece sciolto la cappa magna rossa a cardinali paonazzi e pavoni come Burke e Rodé, tutti compari del Manelli e naturalmente nemici di Papa Francesco.

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Il popolo di Dio è già troppo scandalizzato per essere ulteriormente danneggiato da queste buffonate e da questi buffoni.

E basta!

Misericordia e pace! Amen.

#COMMISSARIAMENTO : ALCUNE NOTE A MARGINE DI UNA STORIA POCO CHIARA

clicca per allargare e leggere il box di Marini

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#COMMISSARIAMENTO 
ALCUNE NOTE A MARGINE DI UNA STORIA POCO CHIARA

di ADOLFO MARINI

Occorre aggiungere che il ricorso dei cinque frati presso la Congregazione dei religiosi è seguito alla richiesta rivolta al Superiore Generale, con la quale i religiosi avevano portato alla sua attenzione diverse problematiche. Solo dopo essere rimasti senza soddisfazione presso il loro Superiore i cinque frati si sono decisi a ricorrere alla Congregazione, dove hanno denunciato diversi punti problematici nella vita della congregazione, richiedendo il ritorno al carisma originario.

 

I cinque religiosi hanno lamentato:

a) la “svolta tradizionalista” della congregazione, tanto nel seminario quanto nell’apostolato, e la vicinanza a esponenti del dissenso tradizionalista contestatori del Concilio Vaticano II;

b) l’implementazione autoritaria del Summorum Pontificum;

c) lo stile arbitrario nel governo dell’Istituto e la mancanza di meccanismi per affrontare il problema;

d) le ricadute di questi problemi sulla formazione interna dei religiosi;

e) l’influenza esercitata dall’ex-madre generale delle Suore Francescane dell’Immacolata sul Fondatore, nonché la sempre più marcata radicalizzazione delle suore.

 

Va anche detto che molti attribuiscono la fecondità delle vocazioni dei FFI a un proselitismo piuttosto superficiale in materia di discernimento vocazionale (almeno rispetto alla prassi di altri ordini religiosi). E non si può tralasciare, tra le cause della crisi dell’Istituto, la vera e propria guerra intestina scatenatasi al suo interno già all’indomani del commissariamento.

Ha dato impulso alla radicalizzazione del conflitto la mediatizzazione in chiave polemica della vicenda, alla quale hanno dato un massiccio contributo i circoli tradizionalisti vicini all’Istituto dei FFI (schierati dalla parte delle autorità decadute col commissariamento).

Questa ingerenza mediatica ha esasperato gli animi alimentando un clima di veleni e asprezze. Da questa temperie si è così originata una autentica «guerra civile» tra fazioni «pro» e «contro» il commissariamento; una faida che sembra avere eletto il web (siti e blog) e i social network come terreno di scontro.

A onor del vero padre Fidenzio Volpi, il commissario da poco deceduto, nell’esercizio delle sue funzioni ha sempre goduto dell’appoggio da parte della Congregazione dei Religiosi e del Papa.

L’ipotesi che una delle ragioni del commissariamento sia stata il favore con cui padre Manelli avrebbe guardato alla “messa antica” sembra essere stata fugata proprio dal Papa. Nel suo incontro coi giovani seminaristi e i formatori dei Frati Francescani dell’Immacolata (10 giugno 2014) papa Francesco ha motivato la sua decisione di demandare al commissario apostolico la facoltà di concedere il permesso di celebrare secondo il rito antico.

Il provvedimento si è reso necessario, ha detto il Pontefice, affinché nessuno credesse che fosse «obbligatorio fare (il Vetus Ordo)», in modo da «ripristinare la libertà».

Papa Bergoglio ha anche ricordato la funzione di garante dell’ortodossia assolta dal Successore di Pietro, che governa la vita della Chiesa anche attraverso i suoi delegati (non senza aggiungere che il principio dell’«obbedienza» è «il principio della cattolicità»). Infine, dopo aver assicurato di aver preso coscienza della situazione dell’Istituo promettendo di fare tutto il possibile per trovare una soluzione veloce, ha osservato che «quando qualcuno, per difendere il carisma, fa una divisione» non agisce secondo lo «spirito evangelico».

 

Articolo pubblicato: La Croce quotidiano ed. 10 luglio 2015

LA PERFIDA ALBIONE

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Tentativo di fuga e di rifondazione in Inghilterra del gruppo di potere delle Suore Francescane dell’Immacolata

                                                                                                      

Dopo il sempre più acclarato e acclamato insuccesso del gruppetto dissidente dei Frati Francescani dell’Immacolata di costituire una nuova indefinita realtà canonica per sottrarsi dall’autorità del Commissario Apostolico,  nel ramo femminile si esplorano le possibilità per preparare una via di fuga in caso di esautorazione delle attuali Superiore.

Sono in molti a credere che il Fondatore Padre Stefano Maria Manelli stia orchestrando il terzo tentativo con il quale beffeggiare ulteriormente la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata di cui mai ha nascosto il suo disprezzo e questo dopo essersi rifugiato nel convento del ramo femminile a San Giovanni Rotondo (FG), grazie all’alibi delle cure presso l’Ospedale “Casa sollievo della Sofferenza”, oramai dallo scorso settembre.

Nell’autunno del 2013, infatti, con la complicità di nipoti, religiose ed ex formatori dei Francescani dell’Immacolata aveva fatto fraudolentemente raccogliere firme dei Frati per una petizione al Santo Padre. Con esse voleva  suscitare l’erezione di un nuovo Istituto o di un nuovo ramo dei Frati Francescani dell’Immacolata che potesse, sotto la disciplina di Ecclesia Dei, privilegiare, anche se poi praticamente esclusivizzare, il Vetus Ordo.

Smascherato e fallito miseramente questo primo tentativo dalla dialettica  tradiprotestante che sostituisce ai valori della Vita Religiosa l’idolatria esoterica verso un Rito, ad inizio estate 2014 Padre Stefano prese contatti con l’Arcivescovo filippino di Lipa, Monsignor Ramon Arguellas, riuscendo ad ottenere con non poche promesse sostenute anche dall’Ambasciatrice, la nascita di un’Associazione pubblica di fedeli.

Doveva essere questo il primo passo per mettere la Congregazione per la Vita Consacrata nella condizione di approvare un Istituto dalle fila artificiosamente ingrossate da ex studenti e fuoriusciti dei Frati irrimediabilmente plagiati dal Padre Manelli.

L’intervento del Santo Padre presso il Nunzio Apostolico delle Filippine sta facendo altrettanto miseramente fallire questo aleatorio tentativo di seconda presa in giro del Dicastero per i Religiosi.

Poiché non c’è due senza tre, la terza cartuccia sparata attraverso – questa volta – le Suore Francescane dell’Immacolata, procede dalla terra che Napoleone spregiativamente definiva la “perfida Albione”.

Con l’inizio del Secondo Conflitto Mondiale, Mussolini riesumò l’ingiuria malgrado prima delle ostilità avesse considerato l’Inghilterra “fascistissima”.

Questa qualità forse si è ibernata ed oggi sciolta in qualche pozzanghera del mondo cattolico se si considera che le Suore Francescane dell’Immacolata sono legate in Inghilterra ad Unavox International disposta a coprirle di oro per sostenerle nella battaglia di opposizione all’attuale papato.

Il terzo stratagemma sarebbe quindi il tentativo di una richiesta di dispensa dai Voti di un gruppetto di Suore Francescane dell’Immacolata le quali, prima che vengano commissariate, una volta ottenuta l’erezione in novello Istituto da parte di un compiacente vescovo inglese, potrebbero eventualmente risucchiare anche i Frati dissidenti quali membri di un loro ramo maschile.

Essi potrebbero essere impiegati nella Corte di Gamelot come  vassalli cappellani, valvassori, valvassini e servi della gleba, secondo la famosa “parabola dei talenti”.

Suscita interrogativi e sospetti l’assenza dalla circolazione di alcuni studenti inglesi dei Frati.

Possiamo immaginare che stiano preparando un’azione di reclutamento vocazionale e di sabotaggio del loro Istituto a partire dal proprio Paese.

Qualcuno avrebbe riferito di un sacerdote italiano vestito come i Frati dell’Immacolata, avvistato nel Sud dell’Inghilterra.

La descrizione sembra coincidere con il Religioso salernitano noto nell’impegno blogghistico e nella pubblicistica tradizionalista quale promettente e fedele discepolo imitatore di Brunero Gherardini.

Sono ancora presenti in rete le presentazioni delle opere del venerando sacerdote toscano sul palcoscenico della chiesa di Ognissanti di Firenze.

Poiché gli italiani hanno la tradizione di allenare la Nazionale e i club inglesi di calcio, è probabile che al francescano connazionale verrà offerta una cattedra in un Seminario vescovile inglese a corto di professori. Hub di queste operazioni è il Monastero di Lanherne, oggetto di non poche critiche per una piega liturgico-dottrinale oramai più vicina agli ambienti lefebvriani che allo stesso tradizionalismo più estremo.

Le leggende celtiche e quelle legate alla Cornovaglia stimolano ancora maggiormente l’immaginario collettivo del popolo bue mosso dai cinici profeti di sventura.

Oltre alla comunità delle Suore, sembra che si affianchino a questa operazione due sacerdoti francescani americani promotori di profezie catastrofiste e sottili eresie materiali, purtroppo diffuse anche attraverso il Giorno con Maria.

Si tratta di una giornata di preghiera e catechesi sul Messaggio di Fatima.

Se lo scopo originario si trasforma in fattore contaminante in Inghilterra dell’eresia manelliana, il Giorno con Maria o A Day with Mary, si è già snaturato.

Come “eresia manelliana” si intende – tra l’altro – un modo di interpretare la vita religiosa pelagiano – volontarista, svuotato quindi dalla perfetta carità e dall’incondizionata fedeltà al Papa e la fiducia nella Madre Chiesa.

La presenza della Santa Sede in Italia, per effetto del meccanismo della prossimità, facilita il discernimento dei Vescovi e rende quasi impossibile l’accoglienza di un Gruppo di religiose od ex religiosi in opposizione all’azione magisteriale e disciplinare del Romano Pontefice.

Oltre la Manica, l’inavvedutezza e la scarsa conoscenza delle problematiche italiane da parte di giovani Vescovi britannici inseriti in un contesto ecclesiale più isolato rispetto al Continente, facilita pretese di riconoscimenti canonici da parte di soggetti non in piena comunione con Roma.

Nel Regno Unito – salvo il caso dell’Irlanda colpita però dallo scandalo delle “maddalene” e dei preti pedofili  –  la Chiesa Cattolica è una realtà di minoranza.

La sua vivacità, a causa anche di una certa impreparazione del clero, è assicurata da gruppi tendenzialmente vicini al mondo tradizionalista propizio al compassato  British style.

Da questo insieme di cose, emerge il grande interesse a ritardare e condizionare le decisioni della Santa Sede sulle Suore.

L’espediente più semplice – ma anche più perverso – è quello ora di inficiare la Visita Canonica così come già tentarono i Frati nel 2013, prima che qualcuno, mosso da retta coscienza, denunciasse in seconda battuta la losca manovra.

Anche a mezzo di avvocati patrocinatori, si aspetta che le Suore sollevino ulteriori mille accuse calunniose contro la Visitatrice, suor Fernanda Barbiero, già oggetto di diffamazione a mezzo stampa.

La distorsione dei fatti, che altra fonte non può avere che nelle Suore stesse, sta per produrre provvedimenti penali non solo in sede canonica, ma anche in sede giudiziale secondo l’ordinamento dello Stato italiano.

Compare sul nostro servizio informatico alla verità sul Commissariamento, la denuncia degli attacchi contro Sr. Fernanda Barbiero, Visitatrice Apostolica, ad opera della Signora Maria Olivera de Gristelli su Infocatolica e Adelanteconlafe.

Gli inquirenti hanno scoperto che sul numero di Luglio –Settembre 2014 della Rivista Missio Immaculatae International, a firma di una Suora Francescana dell’Immacolata, in un articolo sui “Maestri e testimoni del cattolicesimo Argentino” si parla alla pagina 21 della vicinanza alle suore del “Circolo di formazione San Bernardo di Chiaravalle” di cui è responsabile proprio la Olivera de Gristelli ospitata presso le Religiose a San Justo in ottobre 2014 per un “incontro di formazione”.

La ricostruzione spazio-temporale degli indizi sull’appoggio argentino contro la Visitatrice, non depone a favore delle Suore Francescane dell’Immacolata.

Quest’Istituto femminile difficilmente può ancora giocare a sua difesa la carta dell’esagerata indignazione e ricattare la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica al primo starnuto.

Tutto è al vaglio degli analisti ed investigatori che dovranno confrontarsi con l’implicazione delle Suore nella vicenda dei Frati, con le loro coperture e complicità verso gli abusi del Fondatore, il maneggio dei beni.

Altre nubi minacciose sono rappresentate dal costituendo Comitato delle Famiglie, vittime delle vessazioni inflitte alle loro figlie da parte delle Superiore delle Suore Francescane dell’Immacolata e dal loro Fondatore.

La nebbia londinese si sta mano a mano diradando, mossa dal prossimo sole e tepore primaverile.

Mussolini non faceva forse cantare la seguente filastrocca dedicata ad Albione?

La patata e il pomodoro/hanno tanta vitamina/noi cantiamo lieti in coro/l’ Inghilterra non ci mina“.

IL COMITATO DIABOLICO

COMITATO  DIABOLICO - 2

il comitato diabolico

Circola in rete una nuova testimonianza di Padre Alessandro Calloni. Il coinvolgimento di un gruppo di laici, fanatici nei confronti del Fondatore, sta creando solo nuove tensioni e rivelando fatti sempre più gravi. Il Commissariamento era un “atto dovuto” ma da solo o limitato al ramo maschile non potrà ristabilire la giustizia e la pace.

IL COMITATO DELL’IMMACOLATA

Qualche giorno fa, alcuni amici, mi hanno inviato un testo, scritto da un sedicente Comitato dell’Immacolata, che sembra presentarsi come portavoce ufficiale di un gruppo di frati francescani dell’Immacolata, oramai, da più di un anno, in conflitto stabile con le direttive date dal Santo Padre e dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata. Purtroppo, a capo di questo gruppo di frati disobbedienti c’è, addirittura, il Padre Fondatore, Stefano Maria Manelli, il quale, capeggiando direttamente e astutamente la “rivolta” (frati e laici, in conflitto con la Chiesa Cattolica, che rispondono solo a lui), dimostra più che mai, come certi doni dati da Dio ad alcuni dei suoi figli (per es. il carisma fondazionale), appartenendo alla qualità soprannaturale della gratia gratis data, non affermano la santità del “destinatario”, ma lo abilitano, semplicemente, ad agire per il bene degli altri; cioè a guidarli, aiutarli, disporli alla vita di unione con Dio; restando ferma la verità, che il Fondatore stesso dovrà commisurarsi quotidianamente con la perfezione del dono fattogli, vivendone la sua personale fedeltà (cosa per nulla scontata: basti pensare al Fondatore dei Legionari di Cristo, Padre Marcial Maciel Degollado). Ora, il sedicente Comitato, ha pubblicato una lettera di risposta a un internauta (non intendo interessarmi della loro diatriba), dove si fanno, purtroppo, alcune affermazioni false, e si esprimono dei contenuti per nulla corrispondenti alla reale verità dei fatti. Li esamineremo ora, uno per uno, per mostrarne gli errori.

1) Padre Stefano Manelli è presentato come: “un vecchio inerme e indifeso…. che utilizza il suo tempo nella preghiera e lo studio”. Non sembra proprio che Padre Stefano possa essere presentato come una persona inerme, viste le volte che “fugge” dai conventi, senza alcun permesso (l’ultima, da San Giovanni Rotondo a Villa Santa Lucia); oppure quando, scaltramente, organizza appuntamenti nei momenti che sa che il superiore è impegnato, e non lo può scoprire (celebrare la s. Messa, ecc.). Non mi sembra inerme neanche quando chiama al telefono i frati per “ordinar loro” di lasciare la vita religiosa (com’è testimoniato dalle lettere presenti in Congregazione), né quando incontra le Autorità ecclesiastiche calunniando i frati – e su richiesta di codeste (Autorità) di mettere il tutto per iscritto, chiaramente, rifiuta; non potendo provare le sue false affermazioni. Sono solo alcuni esempi, ma se ne potrebbero elencare molti di più.

Indifeso? Da chi e da che cosa? È stato minacciato, picchiato, ecc.? Se mai siamo noi a doverci “difendere” dagli “avvertimenti” dei famigliari di Padre Stefano, che pretendono di fare e disfare le comunità del nostro Istituto a misura dei desideri del fratello, paventando chissà quali ritorsioni, qualora a Padre Manelli accada…: che cosa? Ma di che cosa hanno il coraggio di parlare queste persone? Recuperassero almeno il pudore del silenzio.

Preghiera e studio. In effetti questa è l’immagine che ama dare di sé all’esterno. Anche nell’ultimo colloquio avuto con lui, si fece trovare con il Rosario in mano e con un libro di mariologia davanti a sé, ringraziando per la possibilità datagli, di poter pregare e studiare; salvo poi mentirmi due volte in pochi minuti su di alcune vicende importanti del nostro Istituto. Ricordo che quando gli feci notare che ero in possesso di scritti che dicevano l’esatto contrario di quello che lui affermava, e che li avevo nella camera accanto e, qualora volesse, potevo andare a prenderli per mostrarglieli, abbassò la testa e cambiò immediatamente discorso. Fu uno dei momenti più tristi dei miei, più che vent’anni, di vita religiosa francescana; lo guardavo mentre tutto serio mi raccontava fatti inesistenti, e tra me dicevo: “non è possibile, ma guarda come mente…”. Comunque, il resoconto di quella triste mattinata, nel convento di Casalucense, sta in Congregazione, visto che parlammo anche di altre cose, dove il Padre, non intendeva rispettare i desideri del Santo Padre e della Congregazione. Se sono questi i frutti della preghiera e dello studio…

2) Cercano di colpevolizzarlo e di accusarlo di non intervenire per mettere pace… è come se il nostro anonimo accusatore scrivesse: “Caro Padre Stefano, dopo che ti abbiamo tolto tutti i poteri di governo e ridotto a semplice frate, nonostante tu sia privato di ogni autorità, ora devi intervenire per ristabilire la concordia”. Quante volte abbiamo sentito (purtroppo, però solo a parole, visto il suo comportamento dopo il commissariamento dell’Istituto) il Padre, parlare del desiderio che aveva di poter fare il frate semplice; di poter obbedire e di potersi ritirare; quindi nessuno, sembra avergli fatto un torto, togliendogli il potere, ecc. Nella lettera, però, non si specifica chi glielo avrebbe tolto questo potere: forse il Papa? Oppure un organo ufficiale rappresentante la Santa Sede? Se si: qual è il problema? Quando un numero notevole di frati chiede alla Santa Sede d’intervenire, perché crede che nel loro Istituto siano “entrati” dei problemi di natura dottrinale, di abuso del potere di comando, di gestione del denaro e dei beni materiali, forse che l’Autorità ecclesiastica, possa far finta di nulla, solo perché a voi, evidentemente, va bene così? Di questo, in specifico, ci occuperemo più avanti.

Per tornare al nostro argomento, desidero chiedere al Comitato (dell’Immacolata?), se crede che serva, necessariamente, un’autorizzazione canonica per “comandare” un comportamento consono a un religioso della Chiesa cattolica che, avendo rifiutato l’autorità della Santa Sede e del Papa, ora riceve ordini, unicamente da te (Padre Stefano Manelli).

Volete che ve lo spieghi io, o preferite che sia l’Autorità ecclesiastica legittima, a spiegarvi chi sia stato a ordinare ai frati, dopo il commissariamento, di ostacolare in tutti i modi illeciti, per un vero francescano, il lavoro del Commissario apostolico, con le lettere di rimostranza, i certificati medici, le perizie psicologiche, i ricoveri ospedalieri ad personam, le latitanze, le irreperibilità, le fughe dalle parrocchie, ecc., per “obbligare” il Commissario a comminare delle sanzioni, gridando poi allo scandalo ed alle persecuzioni.

3) Se ripercorriamo i fatti, vediamo che è proprio la famiglia religiosa a non esistere più; pertanto non esistono più i fratelli in senso stretto, figli di uno stesso padre, perché alcuni di loro non si riconoscono più nel loro Fondatore. È tipico della logica autentica – quella che considera la verità come un valore – desiderare di risolvere le questioni che la interpellano, riconducendo l’insieme dei termini (della questione) al loro fondamento ultimo. Arrestarsi al/ai fondamenti intermedi, significa “espellere” la verità dalla conclusione, consegnando la questione alla tirannia del sofisma, artifizio retorico, tipico degli ideologi, perennemente strutturati, intellettualmente, in visioni di natura riduttiva e settoriale. Nessun frate, infatti, rifiuta il fondatore (ecco il sofisma); quello che si è rifiutato è una modalità comportamentale, di scelte di governo e, soprattutto, di alcune visioni teologiche, del fondatore. Una famiglia religiosa, inoltre, non esiste o viene meno in ragione del fondatore. Quest’ultimo è solo un fondamento intermedio, poiché, l’analogato principale ultimo e fondativo di un Istituto religioso, è un’autorità certamente più alta: la stessa che fonda il fondatore e al quale, quest’ultimo, deve necessariamente ubbidire – pena il suo stesso dissolvimento come religioso-fondatore. Basterebbe consultare il CIC, can. 590 “Gli Istituti di vita consacrata, in quanto dediti in modo speciale al servizio di Dio e di tutta la Chiesa, sono per un titolo peculiare soggetti alla suprema autorità della Chiesa stessa. I singoli membri sono tenuti ad obbedire al Sommo Pontefice, come loro supremo Superiore, anche a motivo del vincolo sacro di obbedienza”. E ancora: can. 593: “Fermo restando il disposto del can. 586, gli Istituti di diritto pontificio sono soggetti in modo immediato ed esclusivo alla potestà della Sede Apostolica in quanto al regime interno e alla disciplina”. È chiaro che alla luce di questi due semplici canoni del DIC, tutto il punto 3 si dissolve da sé, implodendo per la sua nullità di contenuto e per la “stravaganza” intellettuale dello stesore stesso. Come fa a non esistere più una famiglia religiosa che nella stragrande maggioranza, dei suoi frati, obbedisce al Sommo Pontefice e alla Santa Sede? Solo una mente a-cattolica può non rendersi conto che il fondamento ultimo del nostro Istituto religioso, non è un padre (il Fondatore), ma una madre: la Santa Madre Chiesa, con a capo il Santo Padre. Sono solo un piccolo numero di frati che non riconoscendo più il fondamento ultimo della cattolicità, la Chiesa, il Papa, la Santa Sede, si sono estraniati dall’Istituto, eleggendo come “Assoluto” chi, di fatto, in relazione ad altri (Santo Padre, ecc.) è semplicemente un “relativo” e dipendente. Nessuno, quindi, ha mai inteso disobbedire alla legittima potestà di un padre fondatore; ma si è unicamente rivendicato il diritto a non essere “abortiti” dall’obbedienza alla Chiesa, al Papa, ecc., unica condizione ineludibile di permanenza nella cattolicità. Non mi risulta, ancora, che l’aborto (spirituale) rientri nei diritti possibili di un fondatore, se non quando egli abbia perso la “memoria” del carisma-dono ricevuto, e del valore di ogni vocazione.

4) Se il nostro anonimo firmatario fosse meno ripiegato su se stesso e più capace di un’analisi oggettiva, si accorgerebbe che la lotta in atto non è tra fratelli di una stessa famiglia religiosa, ma tra due idee di vita religiosa: una fedele alla regola di San Francesco e alla spiritualità kolbiana, con tutti i suoi approfondimenti che conducono al voto mariano, l’altra….. È interessante notare che i frati ritenuti fedeli alla Regola francescana e alla spiritualità kolbiana sono gli stessi che si sono rifiutati di obbedire alle disposizioni del Santo Padre e alla legittima autorità della Santa Sede; nonché al Commissario Apostolico, da essa nominato. È per me qualcosa d’incredibile dover spiegare l’ovvio, ma siamo in un contesto di tale mancanza di lucidità intellettuale che si resta sbigottiti dinanzi ad una tale cecità. Scusate: ma se io occupo una carica nel nostro Istituto come delegato per l’Italia, e la esercito in piena comunione con il Commissario Apostolico, che risponde direttamente alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata; che sono in contatto continuo con il Santo Padre, che sente personalmente, a volte, lo stesso Commissario Apostolico, il quale – Santo Padre – ci ha detto chiarissimamente quello che vuole da noi, in quell’incontro di circa un’ora e trenta minuti, e che noi stiamo cercando di realizzare: ma si può sapere cosa vogliono queste persone? Ma, soprattutto: in quale Chiesa vivono? Cap. 1 della Regola: “Frate Francesco promette obbedienza e reverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana…”. Io il Papa non l’ho mai insultato, né denigrato; né ho mai insegnato ai laici la nuova teologia della fedeltà nella disobbedienza; né ho mai chiesto preghiere ai laici che vengono a confessarsi per la conversione del Papa; non ho mai detto neppure che sia un massone, e non mi sentirei molto tranquillo se, a difendermi, fossero solo, a turno, persone che negano che il Papa sia il Papa; oppure che lo riconoscano come Papa, negandogli però l’obbedienza anche nel legittimo; e, dulcis in fundo, da coloro che restano quotidianamente “turbati”, perché il Papa non si conforma ai loro parametri o aspettative, ecc. Si voleva, inoltre, portare l’Istituto a schierarsi apertamente contro il CVII, corrompendolo nella sua più intima natura di Istituto religioso cattolico, organizzando un nuovo convegno (dopo quello del dicembre 2010), dove il Vaticano II doveva essere attaccato direttamente. Si parlava, nell’Istituto, dei frati che avrebbero dovuto organizzare il convegno, senza fare però alcuna relazione, ma lasciando tutto il lavoro relazionale nelle “mani” di convenisti laici. Ricordo la grande preoccupazione di alcuni frati che conoscendo tali intenzioni, si chiedevano dove stesse andando l’Istituto, qualora continuasse a restare nelle “mani” di questi intemperanti. Cap. 2 della Regola: “Li ammonisco, però, e li esorto a non disprezzare e a non giudicare gli uomini che vedono vestiti di abiti molli e colorati”. Come ho fatto notare, in uno degli articoli precedenti, c’era chi s’inventava addirittura delle sconcezze morali da attribuire ai vescovi della Chiesa cattolica (Mons. Tonino Bello). Ci sono diversi episodi in cui si racconta come san Francesco incontra degli eretici che contestano la Chiesa e vogliono approfittare della sua venuta, portandolo di fronte al prete del paese che vive in concubinato e che è di scandalo, chiedendogli: “allora cosa bisogna fare con questo prete?” San Francesco gli va incontro e gli dice: “se tu sei peccatore io non lo so, ma so che le tue mani possono toccare il Verbo di Dio”, e si inginocchia a baciargliele. Loro per come sono strutturati moralmente, quel prete, l’avrebbero massacrato. E loro sono i veri francescani: gli “Unici”. Ma quello che più infastidiva, era lo stato di gossip perpetuo che si respirava nell’Istituto e soprattutto nel nostro Seminario, che rendeva molti dei nostri studenti delle “pettegole” arroganti e piene di sé – vista l’estrema facilità con la quale disubbidirono poi alla volontà del Santo Padre, Francesco. Il loro moralismo di matrice puritana, li rendeva una sorta di quaccheri vestiti dell’abito francescano che, come si è ben visto, agiscono per illuminazione interiore, prescindendo, di fatto, dal vincolo dell’obbedienza a qualsiasi autorità ecclesiastica, che non li confermi nella loro “in-coscienza soggettivistica”. È sufficiente leggere le “letterine”, scritte da alcuni di questi studenti, per comprenderne il soggettivismo soggiacente = 1) nessun riferimento all’Autorità legittima (come se essa non avesse manifestato la sua volontà; 2) credere che l’Istituto sia iniziato con loro, che sia sorto quasi miracolosamente dalla loro preghiera, come se si fosse trattato di una nuova creazione; è la solita palingenesi di matrice illuministica: prendi dei “mediocri” (in senso cattolico), li esalti al di sopra dei loro meriti e capacità effettive, e hai creato dei “cagnolini” che ti seguiranno ovunque, finanche se li porti alla distruzione e dissoluzione. 3) Una nozione di coscienza a-cattolica. Cap. 3 della Regola:Consiglio invece, ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che, quando vanno per il mondo, non litighino ed evitino le dispute di parole, e non giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come si conviene”. Hanno mosso “guerra” a un Concilio della Chiesa cattolica; non obbediscono al Papa e insultano i vescovi; litigano, disputano (disonestamente) e giudicano sprezzantemente tutti coloro che non intendono secondo il loro gusto; ma chi di calunnia ferisce, di verità perisce. Ancora un po’ di pazienza. Cap. 4 della Regola: “Comando fermamente a tutti i frati che in nessun modo ricevano denari o pecunia…. come conviene a servi di Dio e a seguaci della santissima povertà”.

Dopo il commissariamento siamo a venuti a conoscenza che le nostre Associazioni possedevano più di 60 beni tra alberghi, ville, appartamenti e terreni, per un valore di molti milioni di euro.

Una cosa spaventosa per un Istituto che si manifestava all’esterno come esempio di povertà francescana, vissuta nella sua totale radicalità, che criticava “ferocemente” (proprio nelle persone artefici di questo scandalo), gli altri Ordini religiosi, in ragione dell’accumulo dei beni, che contraddiceva la santa Povertà dei religiosi. Senza contare la liquidità di denaro, sparsa su svariati conti correnti bancari, che ammontava, purtroppo anche questa, a qualche milione di euro. Dopo il commissariamento, senza alcuna autorizzazione, questi beni sono passati nelle mani di alcuni laici – parenti e amici di P. Stefano Manelli – che, di fatto, moralmente, ne è divenuto l’unico proprietario, visto che questi laici, sono dei semplici prestanome, un puro nominalismo etico, perfettamente a lui obbedienti, che in nome della santissima povertà, ha spogliato l’Istituto dei “suoi” beni (che una volta restituiti ai frati saranno immediatamente venduti), per possederli moralmente, lui solo, facendone di fatto, quello che vuole. Oramai credo che sia nota a tutti l’indagine in corso da parte della magistratura italiana, insieme alla Guardia di Finanza.

Desidero porre al nostro Comitato delle semplici domande, così, per mia conoscenza e crescita personale:

1) è moralmente lecito scrivere lettere post datate per raggiungere dei fini, personalmente convenienti, ma immorali?

2) È lecito servirsi di notai compiacenti, per raggiungere questi fini?

3) È lecito produrre firme false, magari al posto di alcuni frati che sono membri di un’Associazione che possiede dei beni, al fine di estrometterli, senza che loro lo sappiano?

4) È morale che al posto di chi è stato, inconsapevolmente, estromesso da un’Associazione, subentrino, magari degli altri frati, che poi firmeranno per dare tutto agli amici dell’amico; che useranno di questi beni contro gli interessi dei legittimi proprietari?

Attendo risposta.

In attesa, un’altra domanda.

Come giustificate il conto corrente bancario posseduto nascostamente, da anni, da parte di P. Stefano, che contraddice formalmente la nostra Regola francescana e le Costituzioni dell’Istituto?

Nella riflessione filosofica c’è una regola che si chiama “principio di semplicità”, la quale, insegna, l’inutilità di moltiplicare gli enti senza una necessità. Padre Manelli, per fare tutto il bene possibile, aveva già a sua totale disposizione i conti correnti dell’Istituto: perché allora la necessità di un conto personale? Non sarebbe utile, anche per sanare in radice, qualsiasi dubbio – che sorge lecitamente – rendere pubblica la motivazione di quel conto corrente personale, la somma presente sul conto, ma soprattutto le operazioni bancarie fatte attraverso quel conto (chiaramente, cifre e destinatari).

Attendo risposta anche a queste domande; e sarebbe molto utile averle alacremente, poiché alcuni confratelli, anche loro, senza alcun permesso, sicuramente per difetto di emulazione, o spirito d’imitazione, hanno anche loro dei conti correnti personali: chiaramente nascosti. D’altronde, di questi tempi, non è facile la vita dei “veri frati”, quelli che voi conoscete, e che sono così fedeli alla Regola francescana.

E visto che siete così ben informati sulle vita e i “segreti” del nostro Istituto, se qualcuno del presente Comitato, è anche uno dei “prestanomi” delle nostre Associazioni, desidererei sfruttare questo mio momento “socratico”, per porgervi un’ulteriore domanda.

Vi sembra normale che si possano spendere, soldo più soldo meno, due milioni e mezzo di euro, per comprare un albergo di prima categoria, a Frigento, per farlo poi diventare un semplice convento di suore?

Potete farci sapere come sono stati ricuperati questi soldi?

Perché ho il serio dubbio che ci fossero pure quelli dei miei genitori – i quali, in questi anni, hanno dato all’Istituto qualche centinaio di migliaia di euro, che ora possedete voi – mi raccomando usateli bene!

E poiché ci sono pure i soldi dei miei genitori, potete rendere pubblica la modalità dei pagamenti, sperando che tutto sia in regola; perché è tutto in regola vero? Oppure avete delle cose da nascondere?

Fatemi/ci sapere, perché se non possiamo più fidarci neppure di voi, che siete addirittura il COMITATO DELL’IMMACOLATA, allora è proprio vero che non esiste più la speranza.

Su di una cosa, però, desidero rendervi edotti. Non è vero che le Associazioni siano state create per mantenere intatto nell’Istituto il voto di povertà, poiché si pensò di crearle, quando alcuni laici, ai quali erano stati intestati dei beni dell’Istituto, ci crearono una serie di problemi.

Si pensò, quindi, di ricorrere a questo artifizio legale (le Associazioni), per salvaguardare giuridicamente la povertà (ma alcuni frati e laici ritenevano il tutto immorale), pur avendo il controllo totale dei beni.

Non so se la cosa sia chiara? Povertà legale e controllo totale dei beni sono l’elemento formale dell’idea di fondo delle nostre Associazioni; tant’è vero, che nel dicembre del 2012, a pochi mesi dal commissariamento, fu creata una nuova Associazione con a capo solo dei religiosi; evidentemente non era ancora “scattato”, in qualcuno, quel desiderio di povertà assoluta. Cap. 6 della Regola: “I frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcuna altra cosa”. Credo che abbiamo già risposto, con una certa dovizia di particolari, a questa esigenza della Regola francescana; è nostra intenzione, quando ritorneremo in possesso dei beni dell’Istituto, vendere immediatamente tutti quei beni che, di fatto, sono posseduti immoralmente, per lasciare poi tutto il resto sotto la potestà e il controllo della sola Santa Sede = della Chiesa cattolica.

Il resto sono solo chiacchere.

Restano ancora l’XI e XII capitolo della Regola, ma non intendo perderci troppo tempo, poiché c’è chi sta molto più in alto di me che se occupa già personalmente. Cap. XI della Regola: “Comando fermamente a tutti i frati […] di non entrare nei in monasteri di monache”. Purtroppo tutti sanno che Padre Stefano viveva più nei conventi delle suore che in quelli dei frati; entrava come se nulla fosse anche nei monasteri di clausura papale, quindi è inutile stare a discutere dell’ovvio: come dicevo sopra c’è chi se ne occupa e quindi …. Cap. XII della Regola: “[…] I ministri poi non concedano a nessuno il permesso di andarvi se non a quelli che ritengono idonei ad essere mandati”. Prescindendo dai frati che venivano mandati in missione per essere allontanati dall’Italia (bisognava occultarli soprattutto agli studenti, perché una volta conosciutili, nella loro rettitudine di veri uomini, non potevano più essere calunniati senza contradditorio), in modo da poter continuare, con più facilità, il processo di trasformazione dell’Istituto, messo a disposizione, quasi unilateralmente del vetus ordo, e dell’attacco al Concilio Vaticano II, non si può far finta di nulla, dell’inidoneità purtroppo totale di alcuni frati, che venivano mandati in missione, e fatti superiori senza averne la capacità, la preparazione e la maturità personale.

I disastri in terra di missione sono tanti e tali che non spetta a noi raccontarli in questo scritto, anche per rispetto verso quei frati, confratelli, ai quali è stato chiesto, troppo presto e molto di più, di quello che potevano effettivamente dare, con grande pericolo per la loro vocazione. Alcuni, purtroppo, l’hanno pure perduta malamente, con grande responsabilità di chi, imprudentemente, li ha mandati allo sbaraglio, solo come meri strumenti, di fini secondari. Anche dei filosofi non cattolici, sono arrivati a comprendere che l’uomo non può essere mai trattato come se fosse un mezzo, ma unicamente per quello che è: sempre un fine; evidentemente, per qualcuno, è pretendere troppo.

Finiamo qui questa prima parte di risposta a questo fantomatico Comitato dell’Immacolata che, evidentemente, non ha ben presente l’identità della Chiesa cattolica, come ci si comporti e si viva al suo interno, ma soprattutto, come ci si rapporti con le sue Autorità, e la Gerarchia che la costituisce.

È chiaro che il nostro Istituto deve guardare al futuro, deve mettersi rapidamente alle spalle, questa pessima esperienza, e deve farsi guidare con fede, speranza e umile obbedienza, da chi, solo, può restituirgli la sua vocazione originaria. È certamente utile, per la nostra crescita personale, leggere e riflettere sui contenuti del Comunicato del Capitolo Generale Straordinario dei Legionari di Cristo. Con tutti i dovuti e necessari distinguo, chiaramente, dobbiamo assimilare i punti dove si parla del ruolo del Fondatore e del carisma. Per esempio: “Nell’ambito della revisione del nostro carisma, il Delegato Pontificio ci ha guidato, in primo luogo, ad una comprensione adeguata del ruolo di P. Maciel in relazione alla Legione. La congregazione ha già chiarito che non può proporre P. Maciel come modello, né i suoi scritti personali come guida di vita spirituale. Riconosciamo la sua condizione di fondatore. Nonostante questo, una congregazione religiosa e i suoi tratti essenziali non hanno origine nella persona del fondatore; sono un dono di Dio che la Chiesa accoglie e approva e che poi, vive nell’istituto e nei suoi membri. Una comprensione inadeguata del concetto di fondatore, l’esaltazione eccessiva e la visione acritica della persona di P. Maciel, ci hanno condotti molte volte a dare un peso universale alle sue indicazioni e ad afferrarci troppo ad esse. Per questo, nella revisione delle attuali costituzioni, uno dei compiti principali è stato quello di separare ciò che realmente esprime il patrimonio carismatico della nostra congregazione da altri elementi accidentali. […] Costatiamo alcune tendenze che hanno offuscato la comprensione del nostro carisma, tra le altre, la mancanza di un maggior inserimento nella Chiesa locale […] e nel compimento di norme minuziose. Per ciò che concerne l’esercizio dell’autorità, l’accompagnamento del Delegato Pontificio è stata una lezione continua ed efficace per mettere in pratica tutto ciò che la Chiesa indica sul governo degli istituti di vita religiosa”.

Questa è solo una piccola parte del rapporto tra fondatore e carisma nel quale parleremo in abbondanza nel prossimo scritto. Mutuando alcuni termini dal linguaggio dell’analogia filosofica, risulta chiaro che, il principio sintetico che garantisce il rapporto d’identità tra il consacrato e la sua vocazione, ultimativamente, è dato unicamente dal carisma, custodito dalla Chiesa e dalle sue legittime autorità, alle quali ogni fondatore deve rimettersi (sontuoso è l’esempio di sant’Alfonso Maria de Liguori), per essere custodito, a sua volta, nella vocazione: pena una rovinosa caduta.

Questa è dottrina cattolica; il resto lo lasciamo alle vanità del Comitato dell’…. ?

fine prima parte.

UN’AUTOGIUSTIFICAZIONE CHE NON CONVINCE

suore_colosseo

Un coagulo di sofismi e di argomentazioni che potrebbero iscriversi nella corrente del cosiddetto “pensiero debole” viene esposto a difesa di alcune scelte liturgiche e disciplinari nel governo delle Suore Francescane dell’Immacolata.

Distinguo!” avrebbe detto il buon Aristotele e con lui il realismo tomista di fronte all’evidente confusione tra l’assenza di sensus Ecclesiae e la predilezione della forma extraordinaria per la Santa Messa e il Breviario all’interno dell’Istituto femminile attualmente sub iudice.

In un imbarazzato e precipitoso comunicato presente sul Sito ufficiale delle Suore Francescane dell’Immacolata si corre a un disperato rimedio per fronteggiare le evidenze emerse durante la Visita apostolica ma conosciute e sofferte da chi viveva, frequentava o continua ad avere contatti con le religiose fondate dal Padre Manelli.

L’anonimo comunicato parla di un sondaggio condotto all’interno delle case religiose delle suore e che avrebbe fornito l’opzione pressoché esclusiva dell’uso liturgico del Vetus Ordo. Non entriamo solo nel merito dell’uso improprio della terminologia, ma sconfessiamo la metodologia di una votazione plebiscitaria orchestrata ad hoc, estranea alle tecniche e alle procedure della statistica a cui la formulazione e l’elaborazione dei dati di un sondaggio fa riferimento. Divide et impera è stato sempre il leitmotiv utilizzato dal Padre Manelli per avere il controllo sulle case religiose. In una piccola comunità – così come lo sono tutte le case dell’Istituto delle Suore Francescane dell’Immacolata tranne quelle di formazione –, appare evidente come sia impossibile nascondere la scelta preferenziale, espressa da una scheda preconfezionata dal Governo centrale. È un fatto acclarato che la scelta del Vetus Ordo era un modo con il quale compiacere da un lato il nostalgicismo del Fondatore e dall’altro l’archeologismo estetico del suo alter ego cioè Madre Francesca Perillo.

Dalla psicologia e pedagogia infantile – di cui l’attuale Madre Generale dovrebbe essere avvezza – si sa che facendo ripetere per diverse volte a un bambino che per mangiare occorre il cucchiaio, alla domanda: “Con che cosa mangi gli spaghetti?”, lo stesso bambino risponderà: “Col cucchiaio!”.

Nel momento in cui la Liturgia Tridentina era diventata l’oggetto dei colloqui fraterni, della ricreazione, della formazione, della preghiera, dell’apostolato, della ricreazione a tavola, il macigno del condizionamento psicologico e pedagogico del “privilegio tridentino” è ben che spiegato. Qualora qualche religiosa avesse sollevato obiezioni, due erano le soluzioni: un rincaro della tecnica del plagio oppure l’uscita dall’Istituto, preceduta dalle vessazioni, dalla messa alla gogna, dall’isolamento socio-comunitario che portava la vittima all’esasperazione. Le Superiore si risparmiavano, in questo modo, la responsabilità di dover procedere alla dimissione di una consorella scomoda.

Sappiamo che è in atto uno sciamare di uscite dall’Istituto senza una formalizzazione canonica che, in questo momento, non gioverebbe agli interessi e all’immagine dell’attuale Governo delle religiose. Alle Suore Francescane dell’Immacolata è sfuggito, tuttavia, il dettaglio importantissimo di trovarsi sotto la lente di ingrandimento Vaticana che fa poca fatica a setacciare errori, tutt’altro che microscopici.

Ragazze entrate poco più che adolescenti nella vita religiosa presso le Suore Francescane dell’Immacolata si ritrovano, loro malgrado, fuori dall’Istituto. Pur avendo riconosciuto e sperimentato l’insostenibilità della vita nel chiostro sono incapaci di oggettivizzare un qualunque giudizio critico per quell’opera di spersonalizzazione che l’insana formazione della loro Famiglia religiosa ha arrecato.

Dati statistici mostrano come nemmeno il 3% di tutti i membri dell’Istituto avesse una formazione scolastica di tipo classico-umanistico. Dall’ignoranza e dalla mancanza di padronanza del latino si sussume la scarsa qualità della preghiera che dalla classica formulazione del Catechismo, lungi dall’essere colloquio tra l’uomo e Dio, assurge ad ebete soliloquio mantrico. A chi afferma “tanto Dio capisce tutte le lingue” chiediamo perché non si possa allora pregare nella lingua stessa di Gesù che è l’aramaico oppure nella lingua liturgica di Gesù che è l’ebraico, oppure ancora nel greco della koiné, lingua diffusa nel bacino Mediterraneo ai tempi di Gesù e che venne utilizzata nella redazione dei Vangeli e nei commenti dei Padri.

Circa l’argomento di offrire, attraverso il latino, una lingua comune di preghiera per quelle religiose che si recano in visita in territori di missione, possiamo candidamente rispondere che i pochi giorni delle rare visite di “mantenimento del regime” effettuate all’estero dalle Superiore non giustificano il disagio imposto diariamente a delle religiose e a delle aspiranti della vita religiosa che proprio non hanno dimestichezza con la lingua di Cicerone né con i suoi derivati. Qualche anno fa sembra che più di una decina di aspiranti alla vita religiosa siano andati via dal convento dei frati in Brasile a causa dell’introduzione – rivelatasi ben presto fallimentare – del Breviario tridentino. Se nella formazione delle Suore Francescane dell’Immacolata, così come nell’interpretazione del Magistero da esse proposto alle formande, ci sono delle eresie sarà compito dei Dicasteri preposti al giudizio e alla vigilanza esprimersi nel merito. Che Papa Francesco non rientri nelle grazie dell’attuale Governo delle suore del Padre Manelli è un fatto certo che difficilmente può essere celato attraverso sterili dichiarazioni di circostanza. Quanto alla giustapposizione tra l’impiego praticamente esclusivo del Vetus Ordo e del sensus Ecclesiae, le due problematiche sono interconnesse. La capacità di integrarsi nelle Diocesi e di rientrare nel loro progetto pastorale è dalle Suore Francescane dell’Immacolata pressoché sconosciuta. È già successo che alla nomina di un Vescovo o di un parroco che non fosse di loro gradimento le religiose del Manelli abbandonassero la missione assegnata loro, infischiandosene del Popolo di Dio spesso da loro stramunto e del cattivo esempio, a prova di una faccia di bronzo quasi sempre china sul suolo e nascosta dai “mistici veli”. L’indifferenza verso gli altri – a partire dalle proprie consorelle – è purtroppo una malattia cronica all’interno dell’Istituto. Papa Francesco – forse per questo poco simpatico alle Nostre – lo ha ricordato alla Curia Romana il 22 dicembre 2014 quando indicava, tra le malattie spirituali, l’egoismo e la perdita di sincerità e di calore nei rapporti umani. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito! Nulla a che vedere con delle faccine funeree, burbere, arcigne e dipinte con quella stessa severità che è il metro di relazione verso gli altri. Le persone amabili non perdono occasione, anche dalle situazioni difficili, di fare auto-ironia; le Suore Francescane dell’Immacolata perdono ogni occasione per fare auto-critica e indignate si scagliano contro chiunque stigmatizzi le loro malattie spirituali, illudendosi di vincere la battaglia contro se stesse attraverso l’ausilio del legale di turno.

Un’altra malattia di cui le nostre religiose sembrano afflitte è la divinizzazione del Fondatore e delle Superiore. Con essa si onorano le persone e non Dio, segno di meschinità tipica di anime piccole che sperano di ottenere la benevolenza di chi le governa o viceversa ottenere la benevolenza delle suddite attraverso la tecnica dell’uso alternato del bastone e della carota. Quando si parla di sensus Ecclesiae viene subito in mente il giudizio negativo delle Suore Francescane dell’Immacolata su altri Istituti femminili contro i quali s’improvvisavano sarte dotate del metro al laser per quantificare la lunghezza della gonna al di sotto del ginocchio o peggio la lunghezza delle maniche dal gomito in giù, o peggio la lunghezza del velo copricapo. Ricordiamo che le Suore Francescane dell’Immacolata professano la Regola Bollata di san Francesco dove, al capitolo secondo, il Serafico Padre richiama al dovere della carità che impone di non giudicare gli altri ma di giudicare piuttosto se stessi. Questa è una lezione, già in epoca medioevale, sul vero sensus Ecclesiae che conduceva san Francesco a un’incondizionata stima verso tutti i sacerdoti, senza voler neanche giudicare la qualità della loro personale moralità.

Nella racconta antologica degli argomenti per i quali la stima della forma ordinaria della Liturgia è pari a quella extraordinaria, si legge la diffusione del Messalino trimestrale edito da Casa Mariana Editrice, ente sottratto al controllo dei Frati ma di fatto, nella disponibilità delle suore, malgrado lo stratagemma di aver affidato la rappresentanza legale al genitore di uno di esse. Con la stampa e la diffusione di tale Messalino, le suore riconoscono la pressoché totale adozione, sul territorio nazionale, della Santa Messa secondo il Messale del Beato Paolo VI. In una scala di valori sembra che il profitto materiale abbia il sopravvento sulla stessa ideologia. Oltre alla schizofrenia spirituale, la malattia dell’accumulare si presenta come ulteriore diagnosi delle Suore Francescane dell’Immacolata. L’accumulo di beni materiali di questi decenni è stato un modo per sentirsi al sicuro e respingere ogni eventuale attacco con la tecnica di Salomone più che di Davide. È ancora la malattia del “circolo chiuso” dove l’appartenenza al gruppo diventa più forte di quella al Corpo (Mistico) e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. È la trasformazione del servizio in potere, in nome del profitto mondano. I mali che affliggono le Suore Francescane dell’Immacolata sono iniziati con delle buone intenzioni, ma le debolezze del Fondatore nei loro confronti, con il passare del tempo, sono diventati un cancro. Il capolavoro di ogni disgrazia che viene dal diavolo ma che inesorabilmente passa attraverso gli uomini – anche quelli che si reputano Santi – è la divisione che porta alla rovina. A donne libere e responsabili che dovevano essere “l’Immacolata l’una per l’altra” ha ceduto il posto lo sguardo truce e l’orecchio corrotto di chi accusa la propria sorella. Il calore che si respirava un tempo in ogni Casa dell’Immacolata diventa oggi una gelida “Caina” dove “glacei vultibus pectoribus et ventribus congelati” offrono la desolante immagine di una perduta vocazione e missione.

Possa dunque una benaugurata soluzione per siffatta situazione irrompere nel destino delle Suore Francescane dell’Immacolata prima che lo sguardo sospettoso e timoroso verso la Madre Chiesa le possa condurre a formalizzare quello scisma che tanto s’industriano a negare.

L’Immacolata aiuti!

LA “CENSURA” A DON DOLINDO RUOTOLO

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Un Frate francescano dell’Immacolata continua le sue testimonianze sui “mali dell’Ordine”.

I panni sporchi si lavano in famiglia – è vero –  ma la tracotanza dei “manelliani” obbliga alla doverosa risposta per evitare che si creda che il silenzio di qualche “signor frate” venga confuso con assenso alle calunnie propalate contro di lui.

Ci assumiamo la responsabilità del rilancio di tale notizia con la libertà e l’autonomia che ci è propria.

Raccoglieremo volentieri altre testimonianze, tutto in amore alla verità e alla giustizia.

 

 

C’è un altro fatto che bisogna necessariamente raccontare, anche se piuttosto detestabile, perché è quello che esprime meglio l’opzione ideologica, assunta dal precedente governo del nostro Istituto, il quale pur di occultare ai frati e alle suore le verità “scomode”, giungeva persino a cancellare intere pagine scritte dagli autori sacri, alterandone, di fatto, nella comprensione dei lettori, non solo il pensiero, ma pure la personalità.

Il nostro Istituto aveva, e ha tuttora, da editare in esclusiva, le intere Opere di Don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano morto in concetto di santità, del quale – il nostro Istituto – “curava” anche la causa di beatificazione (ne vedremo l’importanza più avanti). Ebbene, il Ruotolo commentando il XIV cap. della I Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, si permetteva di domandare all’Autorità ecclesiastica di allora, motivandola, una semplice richiesta. É un po’ lunga, ma vi assicuro che ne vale la pena leggerla tutta.

Il paragrafo si intitola: Un umile proposta.
Eccolo!

“Queste gravi parole dell’Apostolo (“Preferiva dire cinque parole in modo da essere capito, e per istruire gli altri, anziché dire diecimila parole in altra lingua) ci danno occasione di trattare una scottante questione, che prospettiamo, protestando, la più assoluta obbedienza a qualunque disposizione della Chiesa, ed unicamente per implorare dalle competenti Autorità il loro intervento. Nessuno, infatti, potrà negare che il popolo cristiano e la grande maggioranza dei Sacerdoti e dei Religiosi prega tutt’al più con lo spirito e non con la mente, perché non intende ciò che dice. In tutto il mondo le lingue liturgiche sono diverse da quelle comuni e parlate, di modo che la massa dei fedeli, sia latini che greci, non capisce più nulla di quello che si dice nei sacri Riti, ossia nei momenti più solenni nei quali la grazia divina si effonde sulle anime, e le anime parlano a Dio.
É questa la causa vera e profonda dell’ignoranza dei cristiani nelle cose di Dio, e del loro rilassamento spirituale. Non si può disconoscere un intervento diabolico o almeno uno sfruttamento diabolico nel cambiamento delle lingue. Il perfido nemico sapeva bene che il mutamento delle lingue avrebbe portato la confusione e l’isterilimento dei cuori e della vita Cristiana. Una massa di fedeli che assiste ad una Messa, latina o greca, è uno spettacolo molto triste. L’anima ci sta come automa, ci si annoia ci si urta, e non vede più la ragione e l’utilità di stare mezz’ora a sentire un brontolio senza senso. É vero; oggi si è cercato di riparare a questo inconveniente con le versioni in lingua parlata, un po’ troppo tardi in verità, e quando il popolo cristiano si era già abituato a star presente alla Messa più che ad ascoltarla….. Ascoltare la Messa oggi, per la stragrande maggioranza, equivale a rimanere seduti o in piedi in Chiesa, con una grande noia, guardando a destra e a sinistra o schiacciando comodamente un pisolino.
L’unica attenzione che presta questa massa di popolo al sacro rito è il vigilare quando sta per finire, di modo che appena si volta l’ultimo Evangelo scatta su dalle sedie, e va rumorosamente via, senza partecipare alle preghiere finali, le uniche alle quali ancora il popolo partecipa col Sacerdote, pur non capendone un’acca.
Ogni persona che ragiona capisce che in questo barbaro modo il popolo cristiano non si nutrisce, e che per necessità perde ogni spirito di fede e di devozione……Nessuno può negare che il grande e totalitario decadimento cristiano è cominciato proprio quando il latino è diventato incomprensibile alla massa dei fedeli. Quanti tesori di esortazioni vive e rifulgenti di grazia e di Spirito Santo si perdono nella Chiesa perché il popolo non le intende! Non è davvero penoso per es. che quelli che si sposano non ascoltino una sola parola, una sola che li interessi nel sacro rito? Seduti o inginocchiati, si sentono solo come flagellati da us, is, orum, bus, tis, um, e guardando ansiosi solo che si finisca. Quanta luce di pietà, di religione e di ammonimenti in un Battesimo, in una Cresima, nella benedizione di un morto, nelle esequie di un bimbo si sperpera invano, quante perle preziose sono gettate per terra! Eppure, ognuno di questi riti potrebbe rinnovare tante anime!
Senza dire, poi, che il sacerdote, sapendo di non essere compreso…. perde il senso della responsabilità, e con grande facilità acciabatta e arruffa le sacre parole del rito sacro, premuroso anch’egli di finire presto…… É uno sfacelo completo sia dalla parte della maggioranza dei sacri Ministri sia da quella del popolo. Chi regge le sorti del popolo cristiano non può non preoccuparsene….. Scriviamo queste cose in ginocchio davanti alla Chiesa di Dio, supplicandola di dare ai suoi figli il latte del quale è ricolmo il suo petto materno…..
Noi piangiamo tutte le lagrime della nostra vita senza conforto, perché non ascoltiamo neppure nella morte le grandi parole della Chiesa che ci accompagnano alla tomba….. Anche allora, tra le angosce dell’ultimo malanno e l’ansare dell’agonia, noi sentiamo solo us, um, orum, bus, bis, os….. E noi …. osiamo levare alla Chiesa questa supplica ardente in nome degli ignoranti che non intendono, degli infermi che non capiscono la voce del medico che li cura, in nome dei combattenti nell’agone terribile della vita, dove ogni comando deve essere ben chiaro e marcato per poter avanzare…..
Qual valore ha l’Amen, detto come conclusione di una pubblica preghiera, se chi lo dice non capisce la preghiera che si è recitata? E quale frutto può ricavare un fedele dalle più grandi e solenni istruzioni che gli vengono fatte se non le ha capite……?
L’argomento, importantissimo, vale soprattutto per quelli che vogliono ad ogni costo conservare certe tradizioni, senza tener conto del vero bene delle anime.
Volere ad ogni costo conservare una lingua oramai incompresa dalla massa dei fedeli, quando essa fu usata unicamente per essere intesa dai fedeli…. è cosa da fanciulli. L’argomento vale benissimo per quei conservatori ad oltranza, che si ribellano ad ogni sana novità, pur di conservare quello che in realtà non serve più al bene vero delle anime.
A questi possono essere rivolte le parole severe che Dio disse al suo popolo per mezzo di Isaia, e che san Paolo cita non letteralmente: “Per mezzo di uomini di altra lingua, e per altre labbra parlerò a questo popolo, e nemmeno così mi daranno retta, dice il Signore”…..
Certamente è una cosa bella l’universalità del linguaggio della Chiesa nel mondo, certamente è un mezzo di unità, poiché dovunque in tutto il mondo si trovano lo stesso Altare e la stessa preghiera; ma questi vantaggi non compensano l’enorme svantaggio della quasi totale assenza del popolo cristiano dallo spirito e dalla luce dei sacri riti, ossia della più efficace scuola di vita cristiana che abbia la Chiesa…..
Alcuni oppongono a questi palpitanti argomenti il maggior sapore e la migliore espressione che in latino o in greco antico si ha dei concetti del sacro testo, ma questo gusto raffinato è di pochissimi tra gli stessi ecclesiastici, e non si può sacrificare il bene comune del popolo cristiano alle raffinatezze letterarie o spirituali di pochissimi”.

Questa è solo una parte del commento di Don Dolindo alla I Lettera di san Paolo ai Corinzi; ma quello che a noi interessa, non è tanto se Don Dolindo abbia più o meno ragione, nelle cose che dice, ma che questo testo, come altri che loro ritenevano avversi al loro pensiero, sono stati letteralmente fatti scomparire nella nuova edizione, della pubblicazione al commento delle Lettere paoline.
Credo che la falsificazione volontaria degli scritti di una personalità ecclesiale, della quale sei stato chiamato a presentare e custodire il pensiero, sia, all’interno del mondo culturale, l’immoralità più grande della quale uno possa rendersi responsabile. E qui traspare ed emerge inequivocabilmente, la mentalità ideologica, per sua natura, necessariamente falsificatrice della realtà, che ben poco si interessa della verità, sempre “piegabile” all’interesse del momento. Se penso che si facevano addirittura delle conferenze (ai frati), dove si proponeva Don Dolindo Ruotolo, a sostegno dell’opzione liturgica in latino, la cosa fa veramente sorridere.
Sarebbe bello che ci spiegassero in nome di quale diritto, la loro coscienza si attribuiva la possibilità di alterare gli scritti di un uomo di Dio, falsificandoli; oppure ci dicano che cosa intendano nella loro mente, quando parlano di Provvidenza di Dio, dal momento che dagli scritti del Ruotolo, facevano sparire pure le pagine “problematiche” – secondo loro – in relazione alla sua causa di beatificazione.

Ma ritorniamo alla liturgia antica che, secondo loro, era assolutamente libera ed opzionale.

1) Se non la sceglievi eri accusato di infedeltà ai Fondatori (pensate che addirittura P. Gabriele Pellettieri, cofondatore dell’Istituto, aveva detto più volte, che lui non intendeva spendere gli ultimi anni della sua vita per il “Tridentino”). Ma l’ideologia non vive in simbiosi con la verità; anzi: neppure la frequenta.

2) Ci sono numerose testimonianze di frati (la Congregazione ne possiede le carte) che parlano di come a loro fu imposto il Vetus Ordo, con minacce – addirittura un frate, fatto superiore, scrive che è stato “massacrato” (indovinate da chi? fatemi 2 nomi), pur di indurlo a sceglierlo per la sua comunità.

3) Frati che non lo preferivano venivano mandati in altre comunità, per essere “rieducati”.

4) Venivano fatti superiori delle comunità dei giovani frati, appena usciti dal seminario, senza alcuna esperienza, per poter estendere il Tridentino, soprattutto alle missioni, con i disastri che ne sono conseguiti, sotto ogni punto di vista.

5) Alcuni seminaristi, addirittura, venivano minacciati di non poter fare la professione solenne, qualora non si fossero alzati la notte per il Mattutino; quando poi c’erano dei formatori che erano dispensati dall’alzata notturna e uno, in particolare, che andava a dormire di nascosto, quando gli altri frati partecipavano alla santa Messa. Questo fatto dell’alzata notturna è veramente incredibile, poiché lo stesso P. Stefano nel commento alla Traccia Mariana di vita Francescana, parla dell’importanza del sonno (almeno 7 ore, e della indispensabilità soprattutto delle prime 4 che non devono mai essere interrotte). Di fatto, questo era impossibile nelle nostre comunità, le quali, quasi tutte reggono Parrocchie e Santuari. Eppure anche qui inizialmente si è cercato di forzare l’alzata per tutti, ma vedendo il no secco di molti superiori, si era momentaneamente soprasseduto, in attesa di tempi migliori. Il grande problema del Vetus Ordo era dato dal Breviario, non certo dalla Santa Messa, tant’è vero che molte comunità la celebravano tranquillamente. Io come superiore l’avevo introdotta sia nel Santuario di Albenga, sia qui a Trieste; senza mai confliggere però con il bene delle anime dei fedeli, perché un’anima, sotto questo aspetto, vale mille volte di più di una Santa Messa, proprio perché è la Messa ad essere per la salvezza dell’anima e non l’anima per la Messa. Nostro Signore rende attuale nel Sacrificio eucaristico il mistero della sua Pasqua, per l’anima e per il suo bene, e quindi secondo i “suoi” bisogni, e null’altro. E non mi si dica che prima viene la gloria di Dio – scusate, ma lo so anch’io – ma è da dualisti folli, mettere in conflitto queste due realtà, quando queste esprimono un’unità inseparabile. E solo un “malato” può venire a dirmi che la Messa antica produce più grazia (rivada a leggersi il trattato sulla grazia e poi ritorni rapidamente nel suo – finalmente – silenzio. Sentire P. Stefano dire che un sacerdote che celebra il rito antico è un sacerdote salvato (quante suore hanno sentito questa frase; provate a chiedere loro) è veramente….. Provate a leggere il libretto scritto da Sant’Alfonso Maria de Liguori “La Messa (antica) e l’Ufficio (antico) strapazzati” e poi ci risentiamo. Ma di questo parleremo più avanti trattando del CVII.

6) Addirittura si diceva ai frati di cambiare la guida spirituale, qualora non preferisse il Rito Antico. Quando chiesi spiegazioni mi fu detto che erano solo dei suggerimenti (chiaramente immorali, visto che non c’è adeguazione tra la richiesta e la motivazione). Basti pensare al rapporto asimmetrico esistente tra un formatore e un seminarista, e come per quest’ultimo, il “suggerimento” diventi percepibile, immediatamente, come un comando.

7) Alcuni frati venivano messi in condizione di doversene andare; altri venivano mandati in terra di missione, e altri ancora venivano additati come rilassati, solo perché chiedevano di poter essere, quello che erano sempre stati.

8) Frati che hanno detto, molto chiaramente, di essere “morti” spiritualmente, proprio perché nulla capivano di ciò che pregavano; e che ringraziavano perché il ripristino della liturgia ordinaria, li aveva “ricuperati” spiritualmente. È chiaro che non posso perdermi a raccontare tutti i casi particolari, la Congregazione ha gli scritti e, di conseguenza, sa come deve agire. Ma come si permettevano di umiliare frati (soprattutto i fratelli religiosi) che avevano da sempre servito l’Istituto, a doversi mettere in ginocchio, per esempio, per implorare di non essere mandati in comunità come Rocca di Papa, dove il Tridentino era forzatamente obbligatorio, mettendo seriamente a rischio la loro vocazione?

Queste sono delle piccole porzioni di fatti, realmente accaduti; se loro hanno il coraggio di dire che le mie sono solo delle menzogne, benissimo. Io li “sfido” molto serenamente a un faccia a faccia pubblico; quando vogliono e dove vogliono; con chi vogliono, e con quale platea. Ma li voglio guardare tutti in faccia, li voglio vedere ad uno ad uno, negare tutte queste cose, davanti a me. E posso loro assicurare che non mi permetterei mai di scadere nel gossip, per cui stiano tranquilli: i fatti e nulla di più; quando, dove, con chi, e davanti a chi, decidetelo voi. Fatemi sapere!

Voglio, inoltre, aprire una piccola parentesi, molto breve. Molti dicono che noi abbiamo fatto tutto questo per il potere e sciocchezze di questo genere. È giusto che si sappia che noi abbiamo chiesto immediatamente a P. Gabriele Pellettieri di fare il Padre Generale dell’Istituto, e quando lui rifiutò, gli chiedemmo di fare almeno il Rettore dei chierici; ma anche qui rifiutò. Un vero peccato, perché, dalla Provvidenza di Dio, il Padre era stato voluto come cofondatore, forse proprio in vista dei fatti odierni. Questa è una riflessione mia: ma che senso ha un cofondatore, quando il fondatore è ragione sufficiente, per virtù propria (donata), delle necessità di un Istituto. Forse, la sua funzione ed il suo ruolo erano in vista proprio di questo triste momento, ma….. Ad ognuno le sue responsabilità

Inoltre, io spero che il commissariamento duri ancora a lungo, perché abbiamo la necessità assoluta di essere guidati dalla sapiente mano della Chiesa, nel ricupero di una “personalità”, veramente ecclesiale; e della capacità di ri-costruire l’Istituto nella ricchezza della sua vera essenza, perché possa finalmente ri-splendere la sua autentica vocazione, come è stata voluta dalla volontà originaria di Dio. Obbedienti e docili però alle indicazioni delle uniche Autorità legittime, proprio per evitare il pericolo che possano ri-apparire dei cloni del governo precedente, incapaci di rispettare la dignità delle persone, credendo che possano bastare, semplicemente, lettere di proprio gusto o comunelle grottesche, per sbarazzarsi del confratello.

Chi ha orecchi per intendere: intenda…

P. Alessandro M. Calloni