La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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I MANELLI: UN CASO CHE FA DISCUTERE (la nuova testimonianza di una ex suora)

La nuova testimonianza di una ex suora

Cerco di metabolizzare la mia uscita dal convento ricostruendo il mio presente sulle ceneri del mio passato.
Non avrei voluto liberare la mia memoria dai lucchetti che avevo chiusi, ma le recenti notizie di cronaca giudiziaria sulla vicenda di P. Stefano Manelli, il Fondatore dell’istituto religioso al quale appartenevo, hanno riaperto delle ferite profonde che come tali difficilmente si cicatrizzeranno.
Come il resto delle mie consorelle ero mantenuta nell’ignoranza.
“La scienza gonfia” ci dicevano, citando esempi della Bibbia e della vita dei santi.
Ho dovuto riprendere i miei studi cercando lavori estivi ed avventizi per mantenermi, ma alla fine mi avvicino intanto alla conclusione della Triennale.
Dopo enorme sofferenza fatta da quei pregiudizi indotti e falsi concetti inculcatimi nel convento, ho scoperto un nuovo orizzonte esistenziale che mi ha fatto sentire più libera e vera nei confronti del prossimo e della società.
Tanto hanno concorso alla mia evoluzione psicologica e sociale dei bravi sacerdoti che il P. Manelli avrebbe indicizzato di “eretici, modernisti e rilassati”.
Solo la verità libera.
Non che prima le cose andassero molto meglio, ma soprattutto dal periodo del commissariamento dei frati in poi è stato per me e per tutte noi un inferno sulla terra.
Ci imponevano preghiere, digiuni e penitenze estenuanti per il “povero” fondatore.


P. Manelli intanto stava dalla mattina alla sera a telefono con la mia superiora Madre Maria Grazia alla quale forniva delle direttive per tutta la Delegazione italiana.
Delle Filippine, del Brasile e dell’Africa, molto meno se ne importava. Le suore straniere per lui erano di categoria o “razza” inferiore.
Ho sentito spesso parole di disprezzo verso le suore straniere, sia da parte del fondatore che delle mie superiore.
La madre generale rimossa, Michela Cozzolino ci ha fatto tribolare.
Era un pupazzo nelle mani di P. Manelli. Parlava a “frasi preconfezionate” del fondatore senza nessuna personalità.
L’economa Generale, invece, Madre Consiglia De Luca ci diceva spesso di pregare per lei perché si sarebbe dannata…
“Troppi soldi” le diceva qualche consorella, “troppi soldi…”
Pure lei sempre incollata al telefono e a skype. Dalle suore però esigeva la perfetta osservanza…
Mantengo ancora furtivamente il contatto sia con qualche frate che con qualche consorella che è rimasta dentro.
Ho saputo così che si continua a disprezzare Papa Francesco sino ad arrivare a dire che sia un “massone” con la propria Loggia.
Era questa la “calunnia magica” con la quale sospendere ogni giudizio critico e dissipare ogni dubbio su accuse menzognere e peccaminose del fondatore e delle nostre superiore ai danni del Pontefice e di nostri ignari ed inermi confratelli, colpevoli di seguire il Papa come ogni buon cattolico.
Ricordo ancora quei ragionamenti striscianti e da ignoranti nei quali alla domanda sul discernimento della priorità di obbedienza al Papa o al Fondatore la superiora di turno sentenziava dicendo: “Bisogna prima obbedire al fondatore e poi al Papa!”
Ho chiesto e ottenuto la dispensa dai voti ma mi chiedo se io sia stata sin dall’inizio una vera religiosa. Mi chiedo oggi se i miei voti fossero validi.
Non mi è stato insegnato ad amare Gesù Cristo e la Chiesa, ma ad adorare P. Manelli.
La mattina a meditazione dovevamo meditare il suo “Libro della Santificazione”. A colazione in silenzio e in ginocchio dovevamo ascoltare le predicazioni dei suoi ritiri. Per la lettura spirituale dovevamo ancora sottoporci all’ascolto e alla lettura dei suoi libretti da pop religioso e per la direzione spirituale dovevamo andare o da lui o da P. Gabriele Pellettieri. Dal cofondatore appena citato non ricordo mai un incoraggiamento.
Alla richiesta di aiuto o di consiglio ricevevo solo bastonate o piegate di spalle con un comodo: “… e che ti debbo dire? Cosa vuoi che ti dica?”
La vita in convento era diventata insopportabile. Avevamo l’obbligo di spiarci e denunciarci alla superiorina di turno le une con le altre. Ci venne imposto a un dato momento di rivolgerci fra di noi con il “lei”.
Un vero e proprio attentato alla vita di comunione e di fraternità.
Qual pronome infatti, di per sé innocuo, era il risultato di una nuova dinamica comunitaria fatta di classismo e di ulteriore presa di distanza dalla gente, il vulgus.
Mi rincresce anche il trattamento diverso applicato ad ogni suora e subordinato alla capacità benefattrice della famiglia allargata più tardi all’impegno di militanza col fondatore nella battaglia contro i frati cosiddetti dissidenti o traditori, il commissario, la Congregazione per la vita consacrata.
Prime fra tutte, tra le favorite, figuravano e figurano le nipoti del P. Manelli alle quali tutto era ed è permesso.
Suor Stefania, una brava persona, è stata contenuta dalla stessa famiglia e pur essendosi lasciata andare a confidenze sulla “ragion di Stato” che la spinge ancora a rimanere dentro per non ternire l’immagine dello zio, Suor Costanza, la sorella più piccola, è invece convolata a nozze.
Mentre per le ex suore la strada del matrimonio era un peccato, un fallimento e una maledizione, per la nipote del Manelli si trattava di una benedizione. Si è giustificata la scelta in nome della scoperta della “vera sua vocazione” che meritava il coro delle suore alla cerimonia nuziale officiata dai nostri frati sacerdoti, quelli non traditori e dissidenti.
Compatisco invece Suor Cecilia per una difficile infanzia che ha dovuto vivere visto che aveva il vizio di allungare le mani e le dita sulle altre consorelle.
Aveva bisogno di consolazioni che cercava nel momento del bisogno nella cella della Madre Francesca Perillo.
Non credo che sia stato solo il cattivo esempio dello zio prete ma un orientamento affettivo deviato o da rigidismi o da deliri di onnipotenza che hanno portato alla corruzione.
Naturalmente le povere vittime che non stavano al giochetto saffico o le suore che la scoprivano, dovevano sparire, inghiottite nelle missioni lontane o tacciate per disobbedienti e invitate calorosamente ad uscire dall’Istituto da superiore complici.
Vorrei completare il terzetto di famiglia con le altre due nipotine, quelle più giovani, sulle quali lo zio nutre grandi speranze di mantenimento dell’asset fondazionale, frutto però non dei sacrifici della famiglia Manelli, ma dei risparmi della povera gente.
Due povere illuse, due povere recluse.


Un’altra persona che a me dava fastidio era il nipote P. Settimio.
Mi hanno detto che continua a scorrazzare nei nostri conventi e in quelli delle Clarisse dell’Immacolata pontificando e incoraggiando le fedelissime alla resistenza a oltranza.
Cammina con petizioni in tasca raccogliendo firme e consensi contro Papa Francesco e l’attuale Commissario Ardito Sabino.
E’ stato così vile da mettere il cognome della mamma (Sancioni) su una lettera congiunta antibergogliana resa pubblica dai soliti strumenti internet finanziati da gruppi ultratradizionalisti e denominata “Correzione filiale”, dove il corretto è il Papa!
Un religioso esemplare, tutto di un pezzo, non so di che materia…, come il nonno di cui porta il nome.
Una signora amica di Frigento mi ha detto che in paese i giovani scherzano sulla presunta santità dei genitori di Stefano Manelli dovuta alla numerosa prole dicendo: “se la loro santità era stare uno sopra all’altro allora a me dovrebbero farmi santo, altro che beato!”
Il P. Manelli voleva in realtà fare di Frigento una seconda San Giovanni Rotondo glorificando la propria famiglia.
Peccato per lui che a Frigento ci mancava sia P. Pio che il santo o i santi.
Ho saputo di testimonianze gonfiate fornite al processo di canonizzazione persino da persone che poco avevano avuto a che fare con i coniugi Settimio e Licia Manelli.
Come disse la Barbara d’Urso in una delle trasmissioni seriali sul P. Manelli, saranno state pure delle brave persone i coniugi Manelli, ma volerle santificare è eccessivo e per me un insulto alla serietà e alla santità della Chiesa.
Se l’albero si riconosce dai frutti, pensare al fondatore p. Stefano Manelli, ai suoi nipoti e agli antipaticoni invadenti della sua famiglia, non depone affatto a favore della loro qualità di vita cristiana.
Un frate mi ha detto che ad ogni festa il fratello Pio, marito di Annamaria, si trincava almeno tre bottiglie di vino.
Si tratta naturalmente di quelle feste organizzate per permettere ai genitori di vedere le figlie che non andavano mai a casa.
Mi rileggo e mi chiedo il perché di questo mio scritto così forte e così critico.
E’ il grido di una gioventù che non tornerà più, di anni di vita che mi sono stati rubati insieme ad ideali che non saranno più realizzati.


So di un P. Stefano Manelli che dalla sua Albenga dove dimora insieme all’arrogante e affaccendato nipote Settimio continua a dare degli ordini in un governo ombra o parallelo presente negli istituti di frati e suore francescane dell’Immacolata.
Se io sono uscita di mia volontà dal convento, attualmente è il P. Manelli ad incoraggiare l’uscita di convento e la richiesta di dispensa dai Voti alle mie ex consorelle.
Il motivo è duplice: Il fondatore vagheggia anche per le donne la ricomposizione di un nuovo Istituto partendo dalla pia associazione filippina eretta da Mons. Arguelles.
In seconda battuta il P. Manelli non riesce a non avere contatti con le donne della sua corte.
Poiché gli è stato fatto veto d’incontrare le Suore Francescane dell’Immacolata, deve assolutamente ridurle a laiche per ovviare al veto e raggirare l’ostacolo. Un vizioso.
Una cosa del genere è semplicemente mostruosa, ma non è stato forse chiamato il P. Manelli “il mostro di Frigento?”
Non so se troverò pace, ma riconciliarmi col passato significava anche denunciare questi misfatti non ancora terminati.
Francamente non ho molta fiducia negli uomini di Chiesa ingessati in un sistema di compromessi e di clientelismo.
Ne ho incontrati diversi a Roma e nella mia Diocesi, ma poi ho lasciato perdere. Qualcuno mi ha anche confidato degli appoggi politici di P. Manelli con la estrema Destra romana.
Non mi faccio molte illusioni sul giudizio dei tribunali penali, civili ed ecclesiastici, ma credo in Dio che con i fatti ha già condannato su questa terra un santone di cartone.
Donne ed uomini distrutti con le loro famiglie mentre P. Manelli che ne è la causa crede ancora di poter giocare sulle vite degli altri?
La storia non glielo ha concesso. Dio nella sua Misericordia ha messo tutto alla luce del sole.

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Le Francescane dell’Immacolata violate e fatte prostituire. I punti di contatto tra la vicenda di padre Viroche e quella di padre Volpi (di Mario Castellano)

 

Il tema assegnato per la mia relazione non corrisponde esattamente con il suo contenuto, dato che – illustrando la vicenda dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata – mi dedicherò in particolare a descrivere il caso del presunto omicidio del Commissario Apostolico, Padre Fidenzio Volpi.

Tuttavia, questo tema possiede nondimeno una rilevanza generale in questa triste storia, in quanto consente di metterne a fuoco una componente fondamentale, e cioè l’immoralità eretta a sistema. La corruzione sessuale delle religiose, accompagnata da pratiche pseudo penitenziali quali la loro marchiatura a fuoco, come si usa fare per il bestiame, e come tristemente si faceva nei campi di sterminio nazisti, nonché dalla pronunzia di un voto di fedeltà riferito personalmente al fondatore dell’Istituto, del tutto estraneo ed anzi contrario alla norma canonica, non era finalizzata a soddisfare occasionali urgenze dello stesso fondatore o di altri religiosi, bensì volta a fare delle monache altrettante prostitute, da offrire ai cosiddetti “benefattori” in cambio di dazioni di denaro o di altri beni, oppure di loro autorevoli “protezioni”.

E’ così che si perviene al completo rovesciamento della norma morale: un religioso che contravviene al Voto di Castità riconosce di commettere un peccato, agisce per debolezza, e non lo fa in modo sistematico e pianificato.

Se invece le suore vengono indotte ad offrirsi a dei laici al solo fine di procurare all’Istituto dei mezzi materiali, o degli appoggi altolocati, non è possibile invocare la debolezza umana come giustificazione, o quanto meno come attenuante per un simile comportamento, che – soprattutto in quanto presentato alle monache come un supposto loro “dovere” – può soltanto appoggiarsi sul principio machiavellico per cui il fine giustifica i mezzi.

Questo stesso principio – come vedremo ora – ispira e regola un poco tutti gli aspetti della vita e del “modus operandi” dell’Istituto.

Si rigetta infatti il Magistero della Chiesa, a partire dal Concilio, si proibisce ai seminaristi perfino la lettura de “L’Osservatore Romano” tacciando questo giornale di “modernismo”, si giunge ad accogliere la teoria sedevacantista per rifiutare l’autorità degli ultimi Sommi Pontefici in materia dottrinale, si asserisce che la Messa in latino ha un presunto maggior valore rispetto alla Messa in lingua volgare, si proibisce addirittura di officiare secondo il “Novus Ordo” nel Seminario, e quando infine – per tutti questi motivi – la Santa Sede decide il commissariamento dell’Istituto, si impugnano sistematicamente tutti gli atti di carattere amministrativo (nessuna sanzione disciplinare viene infatti emanata dal Commissario Apostolico) compiuti da Padre Fidenzio Volpi, non già – si badi – in base ad una loro asserita illegittimità nel merito o ad un “error in procedendo”, bensì mettendo in discussione in linea di principio la legittimità dell’Autorità conferita dalla Santa Sede allo stesso Padre Fidenzio Volpi.

A questo punto, essendo stato emanato l’atto di nomina del Commissario Apostolico da parte della competente Congregazione, e non già da parte del Sommo Pontefice, e risultando dunque tale atto passibile di impugnazione dinnanzi al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, sarebbe stato logico attendersi precisamente questo ricorso alla giurisdizione, che però non venne mai interposto.

Per quale motivo?

Semplicemente per la presunzione che tale ricorso sarebbe stato respinto, ed una volta così sancita la legittimità del potere attribuito al Commissario Apostolico, la sua asserita illegittimità non avrebbe più potuto essere invocata nei ricorsi attinenti ai singoli atti emanati da Padre Volpi.

Queste impugnazioni non si proponevano dunque lo scopo di ottenere giustizia, bensì quello scopo che ho definito “politico”, mettendo beninteso tra virgolette questo termine, consistente nel mantenere uno stato di agitazione permanente nell’Istituto, ricorrendo ad una sistematica contestazione della sua massima Autorità.

E tale contestazione si manifestava – non dimentichiamolo – non soltanto con la presentazione di ricorso contro ogni suo singolo atto, ma anche nella sistematica e dichiarata ed anzi ostentata disobbedienza a quanto tali atti disponevano, e soprattutto in una sistematica azione pubblicistica, condotta da innumerevoli pubblicazioni cartacee ed elettroniche, caratterizzata dalla costante diffamazione, dal costante vilipendio e dalla costante intimidazione contro Padre Fidenzio Volpi.

Ed allora, una volta chiarito che risulta certamente immorale diffondere in modo sistematico la disobbedienza nella Chiesa, chiarito anche che risulta altrettanto immorale diffamare, vilipendere ed intimidire chi è incaricato di esercitare l’Autorità della stessa Chiesa, ci domandiamo di nuovo quale fosse il fine perseguito mediante tali mezzi immorali.

Il fine consisteva in apparenza nel sostituire alla Autorità del Commissario Apostolico, ma in sostanza alla stessa Autorità del Papa, dalla quale Padre Fidenzio Volpi derivava la propria, l’Autorità del fondatore.

Un fine dunque manifestamente scismatico, tale da rendere lo scontro ingaggiato contro il Commissario Apostolico, come egli stesso scrisse rivolgendosi con le sue relazioni periodiche alla Congregazione, una “quaestio stantis vel cadentis Ecclesiae”.

Abbiamo visto prima come questo scopo venisse perseguito sul piano dottrinale; quindi come venisse perseguito sul piano giuridico e disciplinare.

Fin qui, però, non si sarebbe costituito il movente di una possibile eliminazione fisica del Commissario Apostolico.

Questo movente si produsse quando Padre Fidenzio Volpi – senza nemmeno rendersene conto – mise un dito nell’ingranaggio del sistema finanziario costruito nell’Istituto ed intorno all’Istituto: non però da parte dell’Istituto, bensì da parte della camorra.

Alla camorra apparteneva infatti in realtà l’enorme quantità di beni materiali riferiti ai Frati Francescani dell’Immacolata, configurando il loro Istituto allo stesso tempo come una cassaforte ed un prestanome di questa delinquenza organizzata.

Questi beni – riassumo rapidamente – erano attribuiti alla proprietà di due Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, i cui Legali Rappresentanti, in base ai lori rispettivi Statuti, potevano essere soltanto dei Religiosi, sottoposti come tali al Voto di Obbedienza, riferito – per effetto della sua nomina a Commissario Apostolico – a Padre Fidenzio Volpi.

Si provvide dunque, precisamente subito dopo la sua assunzione della carica, ad emendare gli Statuti, rendendo possibile il conferimento della Legale rappresentanza delle due associazioni a dei laici, per i quali, naturalmente non vale il Voto di Obbedienza.

Essendosi però commesso, nella fretta di mantenere il controllo della camorra sui beni, un errore procedurale (mancava – per l’emendamento degli Statuti – l’autorizzazione del Superiore Generale, che costui avrebbe potuto esprimere finché era in carica, anche svolgendosi le Assemblee delle Associazioni in un momento successivo), lo stesso ex Superiore Generale e i due religiosi già Legali Rappresentanti delle stesse Associazioni sono finiti sotto processo per truffa aggravata e falso ideologico.

Al di sotto delle due Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, ne esistono altre tre che ne sono sprovviste, e quindi non sono tenute a redigere le scritture contabili prescritte per i soggetti di Diritto.

Le une passavano – e passano tutt’ora – il denaro ricavato dalla gestione dei beni di loro proprietà alle alte.

E queste ultime lo mandavano – e lo mandano tutt’ora – in gran parte in Nigeria, formalmente al fine di sostenere le Missioni insediate in questo Paese, ma in realtà per acquistare la droga che vi viene commercializzata apertamente (il Presidente della Repubblica è il primo narcotrafficante.

La droga viene poi inviata dalla camorra, presente in Nigeria coi propri affiliati, in Italia per esservi raffinata.

E’ da notare che le Associazioni non munite di personalità giuridica distribuiscono tutt’ora le loro elargizioni ai Frati, e che questi presunti donativi vengono elargiti – da parte dei lori inviati – a nome del fondatore.

In tal modo i Religiosi – ed in particolare i seminaristi – continuano ad oscillare nella loro fedeltà tra i nuovi Commissari Apostolici, rappresentanti della Santa Sede, ed il fondatore.

Risultando impossibile in linea di Diritto Canonico – il riconoscimento da parte della Congregazione di un nuovo Istituto, risulta di conseguenza impossibile tanto scindere l’attuale quanto dare una collocazione giuridicamente fondata nell’ambito della Chiesa a coloro che si sono già distaccati dall’Istituto ma persistono nella loro vita comunitaria in obbedienza al fondatore.

Tuttavia si riesce a proseguire – sempre con mezzi moralmente illeciti, in quanto basati sulla possibilità, asserita in modo menzognero, di costituire un nuovo Istituto, l’opera iniziata con la fondazione stessa di quello originario, opera consistente nella sostituzione dell’autorità di Padre Manelli alla Autorità del Papa.

Ancora una volta, dunque, il fine giustifica i mezzi, mezzi forniti – come si è visto – da attività illecite messe in atto da una organizzazione criminale.

Torniamo però alla vicenda di Padre Fidenzio Volpi.

Dopo la vendita della droga, acquistata nel modo che abbiamo descritto, la camorra elargiva una ulteriore mancia all’Istituto, a saldo dell’operazione.

Questa elargizione veniva inoltrata in Inghilterra, Paese che si qualifica se non come un “paradiso  fiscale”, quanto meno come un luogo di transito verso i “paradisi fiscali”.

Per giustificare l’esportazione del denaro, si acquistavano periodicamente dei libri da una ditta inglese, la “Baronius Press”, che provvedeva a sovrafatturarli.

Padre Fidenzio Volpi, una volta insediato quale Commissario Apostolico, rifiutò di pagare una ingente fattura di libri, adducendo il fatto che nessuno – e tanto meno egli stesso, quale Legale Rappresentante dell’Istituto – li aveva ordinati.

Nel braccio di ferro che si instaurò tra la ditta inglese e Padre Fidenzio Volpi, la Congregazione – anziché sostenere, come sarebbe stato giusto e prevedibile, le ragioni del Commissario Apostolico, gli ingiunse di pagare.

A questo punto, il Commissario Apostolico venne a trovarsi un una situazione senza via di uscita.

Da un lato, Padre Fidenzio Volpi era sul punto di scoprire il meccanismo finanziario costituito dalla camorra intorno all’Istituto, ma dall’altro lato – proprio in quel momento – veniva abbandonato a sé stesso, ed anzi osteggiato, da quella stessa Autorità che lo aveva nominato, e che avrebbe dovuto sostenerlo.

Sul presunto, conseguente omicidio di Padre Fidenzio Volpi rinvio al mio libro, ma posso affermare che il mandante fu la malavita organizzata, mentre il sicario va ricercato nelle fila dei tradizionalisti fanatici.

E qui arriviamo al peccato più grave, ed al più grave dei delitti, l’omicidio.

Ancora una volta, però, il fine di mantenere e di sostenere una autorità di fatto, contraria a quella legittima della Chiesa, una autorità sostanzialmente scismatica, giustifica il mezzo, il mezzo più immorale, la violazione del comandamento che vieta di uccidere.

Rimane da ultimo la domanda fondamentale: chi perseguiva il fine?

Nel momento stesso in cui l’Istituto veniva fondato, era chiara l’intenzione di costituirlo come una chiesa nella Chiesa, e se necessario una chiesa contro la Chiesa.

Lo testimoniano tutti gli aspetti che abbiamo esaminato, a partire dall’esigere alle Suore un Voto di obbedienza particolare al fondatore, continuando con l’elaborazione di un Magistero eretico, contrapposto a quello dei Papi e del Concilio, fino alla pratica sistematica della disobbedienza alla Autorità Ecclesiastica, accentuatasi dopo il commissariamento.

Fin dalla costituzione dell’Istituto, esso si era però costituito come cassaforte e prestanome della camorra, e di questo i fondatori erano ben consci.

L’opera di divisione della Chiesa abbisognava però di mezzi economici illimitati, ed ecco dunque la pretesa giustificazione di un simile “pactum sceleris”.

Ancora una volta, il fine giustifica i mezzi.

Proviamo però, in conclusione del nostro discorso, a metterci dal punto di vista dei camorristi.

Qui il discorso si rovescia, e si può formulare in questi termini: i mezzi giustificano il fine.

Nella mentalità mafiosa, l’elargizione di denaro alla Chiesa, e comunque ad un soggetto religioso, crea un’aura di rispetto e di considerazione per il malavitoso.

Le cronache sono piene di manifestazioni di questa mentalità aberrante.

I dirigenti delle Associazioni di cui abbiamo parlato, quelle munite e quelle sprovviste di personalità giuridica, godono di prestigio sociale, precisamente in quanto “aiutano i Frati”.

Che poi questo aiuto venga elargito al fine di dividere la Chiesa e di minare la sua Autorità legittima, si tratta per loro di una necessità, ed al contempo di una garanzia della possibilità di continuare a controllare lo strumento che essi stessi – con la complicità dei fondatori – hanno costituito per perseguire i loro scopi criminali.

Su questo tema, il Papa si è pronunziato in modo molto chiaro.

Riferendoci al nostro caso, ci auguriamo che la Congregazione ed  i nuovi Commissari Apostolici ne traggano le conseguenze.

Questo è il debito morale verso la memoria di Padre Fidenzio Volpi: un debito che attende ancora di essere pagato.

 

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/2017/04/07/le-francescane-dellimmacolata-violate-fatte-prostituire-punti-contatto-la-vicenda-padre-viroche-quella-padre-volpi-mario-castellano/

TESTIMONIANZA DI UNA RELIGIOSA MOLESTATA DAL BOIA DI FRIGENTO. “TUTTO QUESTO E’ VERO O FALSO? NON SI SOTTRAGGA AL PROCESSO, PADRE MANELLI”

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In foto: Tatuaggio prodotto da D. L. ex suora di padre Manelli per mascherare le marchiature a fuoco inflittegli nel “Colombaio” di Città di Castello (PG) sotto la spinta dell’ex superiora Francesca Perillo rifugiatasi in Inghilterra per fondare un nuovo raggruppamento religioso

 

“Ci palpeggiava il seno e le natiche, ci stringeva la vite e ci abbracciava, avvicinava le sue labbra alle nostre, metteva la nostra testa sulle sue ginocchia durante la confessione… Ammetto che eravamo tutte contente di questo, estasiate di essere oggetto delle sue attenzioni, giustificate in nome della sua santità che si manifestava misticamente attraverso espressioni erotiche di cui nemmeno la Bibbia è esente…”. Questa la testimonianza di una delle religiose vittime di padre Stefano Manelli, il boia di Frigento, pubblicata oggi dal sito “La verità sul commissariamento dei Francescani dell’Immacolata”.

 

Si tratta di una lettera aperta al religioso attualmente sottoposto per decisione di Papa Francesco ad un regime di rigida clausura. “Oggi – scrive la ex suora che ha trovato il coraggio di denunciare padre Manelli – vederla così ostinato e incapace di accettare un minimo di disciplina dopo aver preteso da noi persino la morte di una giovane vita, mi disgusta”.

“L’opinione pubblica sa che lei, Stefano Manelli, si è già sottratto ad un incontro presso il promotore di giustizia ecclesiastico e il giudice del Tribunale civile di Avellino lo scorso 22 dicembre? Vuole che il procedimento vada in prescrizione per decorsi termini e poi far credere all’opinione pubblica che il caso è chiuso’, che lei è innocente, che è stato ‘scagionato’ come scrivono i suoi nipotini? Crede che siamo tutte delle ingenue, tutte delle ignoranti, come quando ci ha tenute segregate in convento?”.

L’ex francescana dell’Immacolata elenca una serie di fatti, per poi chiedere a padre Manelli se “tutto questo è vero o falso” invitandolo – come ha già fatto questo giornale on line – a rinunciare alla prescrizione e a non sottrarsi alla giustizia.

“E’ vero – domanda la donna – Stefano Manelli che ci portava nella sua camera (all’interno della nostra clausura conventuale)  e ci tratteneva fino a notte fonda per motivi tutt’altro che religiosi? Le marchiature a fuoco sul petto, i patti di sangue dei quali andavamo fiere, le punture sulle dita per vergare col sangue la nostra offerta di obbedienza assoluta ai fondatori. La preferenza sul tipo di morte da martire di cui lei ci esaltava a modo di gioco: sbranata da leoni, bruciata viva, fatta a pezzi… Che le suore non fossero curate adeguatamente, che venissero isolate dal mondo, allontanate dai familiari, i nemici della vocazione, è vero o falso? Mi chiedo se oggi le suore lontane dall’Italia Centrale sanno o meno che c’è stato il terremoto. Come può la Chiesa nostra madre continuare a coprirla e a perpetuare impunemente questi abusi su delle consacrate?”

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Nella foto il giovane Manelli ancora Frate Minore Conventuale

“Manelli – rivela la sua ex adepta –  ha sempre mangiato cibi speciali, cucinati con cura, adottato un regime di vita personalizzato, fruito delle migliori cure e dei migliori specialisti medici, ha sempre viaggiato come, quando e dove voleva con una grossa berlina che cambiava ogni due anni e un autista personale. Noi soffrivamo la fame o dovevamo mangiare smisuratamente per sformarci, apparire più brutte; lei nel frattempo faceva quello che voleva…E’ poi iniziata la favola degli extraterrestri, degli asteroidi che dovevano cadere sulla terra, della Terza Guerra Mondiale termonucleare imminente, del grande buio, della grande carestia e ne forniva persino le date! Non ne ha azzeccata una, peggio dei Testimoni di Geova!”.

“Mi dispiace – conclude la vittima di padre Manelli – che tante persone in buona fede continuano ad andarle dietro, pendere dalle sue labbra, considerarla un oracolo e obbedirle più che al Papa… Cosa racconterà a San Pietro quando si ritroverà al Giudizio di Dio? Ha trascinato tante persone dietro le sue follie e si è lasciato trascinare a sua volta da chi era più esaltato di lei. Oggi sta invitando ad uscire dall’Istituto le mie consorelle per sottrarle all’obbedienza delle commissarie, sognare di creare una nuova corte in una chiesa dei sogni, delle fantasie, delle eresie”.

http://www.farodiroma.it/2017/02/11/la-testimonianza-religiosa-molestata-dal-boia-frigento-vero-falso-non-si-sottragga-al-processo-padre-manelli/

PROMEMORIA SUL BOIA DI FRIGENTO E I SUOI AMICI: Leggerlo prima di fare le spallucce davanti a certi manifesti

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http://www.farodiroma.it/2017/02/06/promemoria-sul-boia-frigento-suoi-amici-leggerlo-spallucce-davanti-certi-manifesti/

MANELLI DEVE RESTITUIRE 30 MILIONI ALLA CHIESA

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Loredana Zarrella

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Frigento. Nel convento di Albenga, dove ora risiede, ad oltre 800 chilometri di distanza da Frigento, Padre Manelli stringe tra le mani un nuovo documento, articolato in vari punti, tra cui l’intimazione di restituire tutti i beni alla Santa Sede.

È un decreto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata, firmato dal prefetto João Braz de Aviz, che gli è stato consegnato a mano direttamente dai commissari dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata, il salesiano don Sabino Ardito, per il ramo maschile, e Suor Noris Adriana Calzavara, per il ramo femminile.

È una carta riservata, non di pubblico dominio, di cui Il Mattino è venuto a conoscenza attraverso fonti attendibili. Indiscrezioni che trapelano tracciando nuovi capitoli nella storia della Congregazione fondata a Frigento da Padre Stefano Maria Manelli.

Sarebbero quindici i giorni di tempo entro cui il frate 83enne dovrebbe far restituire tutto alla Santa Sede.

Si tratta dei beni delle associazioni Missione dell’Immacolata di Frigento e della Missione del Cuore Immacolato di Benevento, per cui si è aperto un contenzioso anche presso il Tribunale di Avellino. Sotto accusa la sottrazione di beni ecclesiastici all’Istituto dei frati e delle suore dal saio grigio-celeste.

Beni mobili e immobili, per 30 milioni, sotto i riflettori delle Fiamme Gialle. In discussione il cambiamento di gestione del patrimonio, in un primo momento amministrato solo da religiosi, secondo la stessa volontà del frate fondatore.

Padre Manelli avrebbe poi fatto entrare laici di sua fiducia e familiari nel governo di questi averi, procurando un danno all’Istituto ormai commissariato. Nel decreto ingiuntivo consegnato a Manelli anche il divieto di confessare le suore e la richiesta di non fare ostruzionismo alle azioni del commissariamento.

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Per tre anni sarebbe stato posto, inoltre, il blocco dell’ammissione di nuove vocazioni alle suore per impreparazione delle formatrici.

L’indiscrezione sul nuovo documento giunto nella città ligure direttamente dal Vaticano viene rafforzata da quanto affermato da Marco Tosatti sul suo blog «Stilum Curiae» circa la volontà della Congregazione di chiudere a breve la questione legata ai Frati Francescani dell’Immacolata.

Dopo il ricorso alla Segnatura Apostolica, da parte di alcune suore contro il commissariamento- ricorso che aveva depotenziato l’autorità della commissaria e delle sue collaboratrici – adesso si profila una riformulazione del decreto di commissariamento a firma del Santo Padre stesso in modo che il provvedimento risulti inappellabile, come fu per i frati nel 2013.

Troppe, evidentemente, le inosservanze delle Superiori durante questo periodo di ricorso.

Le stesse Suore Superiori che molte ex suore hanno accusato di abuso di potere, con cui le sottoponevano ai marchi a fuoco, a penitenze disumane, a umiliazioni, costringendole all’idolatria del padre fondatore fino a un voto segreto di fedeltà, in alcuni casi vergato a sangue, abolito da Papa Francesco solo lo scorso anno.

Il Mattino, ed. Avellino 1/02/2017

PADRE SERAFINO LANZETTA: “TEOLOGO” DELLA DISSIDENZA?

 

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E’ con piacere che rispondo all’invito di fornire una riflessione sulla polemica clerico-faziosa sorta in seguito alla pubblicazione  dell’Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia di Papa Francesco.

Ho accettato di intervenire sullo spazio di un blog critico al Fondatore dei Francescani dell’Immacolata perché come teologo e figlio della Chiesa sento il dovere di difendere colei che ritengo mia madre, mia maestra, sposa di Cristo riscattata con il Sangue dell’Agnello.

I danni di padre Stefano Manelli alle anime e alla Chiesa sono infatti incalcolabili.

Osservo quest’uomo da diversi decenni e ritengo che con la sua superbia e testardaggine sia il  dominus del dissenso al governo commissariale dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata e quindi il responsabile intanto morale della morte di Padre Fidenzio Volpi, in attesa di ulteriori risultati d’indagine su un presunto omicidio.

Le sue frustrazioni e la sua rabbia bilosa vengono purtroppo amplificate dall’attivismo di suoi giovani religiosi, sedicenti teologi, vittime di un sistema illusorio e risibile, autoconfinato ai margini della Chiesa.

E’ il caso di Padre Serafino Lanzetta, anche lui da tempo attenzionato, non per la sua rappresentatività, ma per la strumentalizzazione di cui è oggetto in una pericolosa miscela ideologica da farlo sembrare un sovok.

In essa il sacrificio di un giovane fratacchione, da parte di fondamentalisti cattolici più anziani ed astuti, rientra nel cinico machiavellismo delle cordate di potere metaecclesiale.

Da una semplice indagine open source, il padre Lanzetta sarebbe poco meno che quarantenne. E’ originario della campagna di Salerno, di una zona celebre per il pomodoro. Qualche dittatore comunista come Pol Pot avrebbe potuto rimpiangere su di lui l’opportunità di incrementare le risorse umane nella categoria dei braccianti agricoli, ma per la collettività è comunque meno rischioso lo studio spericolato della teologia che la messa a frutto del suo diploma di geometra in una zona sismica come la Campania.

Dallo scorso anno Padre Lanzetta si è trasferito in Inghilterra, sembra dietro richiesta di esclaustrazione,  per assumere la cura pastorale del villaggio di Gosport.

Una mossa strategica per sottrarsi all’obbedienza e agire con autonomia in attesa dei tempi messianici profetizzati dal Padre Manelli.

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La stampa locale ne ha dato notizia manifestando la problematicità del prete italiano che celebra in latino forse per mascherare le sue lacune nella lingua anglosassone

Il 14 maggio 2016 Padre Serafino Lanzetta ha preso parte a un convegno su “matrimonio e famiglia” organizzato dai tradizionalisti inglesi per avversare in realtà il summenzionato documento magisteriale.

La compagine dei sedicenti esperti conferenzieri ci hanno però ricordato il celebre adagio che recita: “in un mondo di ciechi, il guercio diventa re”.

Il convegno è stato ininfluente come incidenza sull’opinione pubblica; un vero flop.

Anche le rare pubblicazioni di Padre Lanzetta rimangono ininfluenti nell’ambito della diffusione libraria e della libera circolazione ed incidenza del pensiero,  assoggettandosi piuttosto alla critica giusta delle riviste specializzate di teologia, punto di riferimento della ricerca accademica ed attento osservatorio contro l’eterodossia o i manifesti ideologici sull’impianto teologico. (Articolo recensione dalla rivista internazionale LATERANUM a cura della Facoltà Teologica della Pontificia Università Lateranense)

Last but not least,  come direbbero gli inglesi, all’inizio del mese di luglio circolava la notizia di un documento di critica ad “Amoris laetitia” rivolto ai cardinali e consegnato al Cardinale Angelo Sodano, Decano del Sacro Collegio. Sottoscritto da 45 tra teologi, filosofi, storici e pastori di anime, il testo chiedeva ai cardinali di rivolgersi al Papa per fare chiarezza e di «ripudiare gli errori presenti nel documento in modo definitivo e finale, e di dichiarare autorevolmente che non è necessario che i credenti credano a quanto affermato dall’Amoris laetitia» (sic).

Tra i 45 firmatari pubblicati dal National Catholic Reporter e poi rilanciati da altri blog del mondo “tradiprotestante”, risulta anche Padre Serafino Lanzetta addirittura con il millantato titolo di Dottore in Filosofia (PhD) e Professore di Dogmatica a Lugano.

Ci chiediamo come mai il Preside o il Decano di quella Facoltà “cattolica” non abbiano “solidarizzato” pubblicamente con lui…

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Solo viltà?

Nel considerare la delicata situazione dei Francescani dell’Immacolata e il loro attuale governo commissariale c’è da chiedersi se era il caso di esporsi in modo così spudorato.

Il modus facendi di Padre Lanzetta ci conferma che la classe e il buon senso non sono qualità universali…

Papa Francesco chinandosi con compassione sulle persone ferite dalla vita familiare si è riallacciato di fatto, con “Amoris Laetitia” a una vecchia tradizione romana di misericordia ecclesiale verso i peccatori. La Chiesa di Roma che fin dal II secolo aveva inaugurato la pratica della penitenza per i peccati commessi dopo il battesimo, nel III secolo fu lì per lì per provocare uno scisma da parte della Chiesa dell’Africa del Nord guidata da San Cipriano, perché questa non accettava la riconciliazione con i lapsi, cioè gli apostati durante le persecuzioni, purtroppo molto più numerosi dei martiri. Di fronte alla rigidità dei donatisti nel IV e V secolo, come più tardi di fronte a quella dei giansenisti, essa ha sempre rifiutato una “Chiesa di puri” a vantaggio del reticulum mixtum, cioè della “nassa composita” di giusti e di peccatori di cui parla sant’Agostino in Psalmus contra partem Donati.

Questo il Lanzetta sembra non averlo preso in considerazione per un limite non solo ideologico, ma anche culturale e pastorale: non è uno specialista in Patrologia e tampoco in Storia della Chiesa, non avendo gli strumenti personali di comprensione adeguata del greco e del latino. Come pastore, inoltre, apprendiamo che si è limitato alla cura della chiesa di Ognissanti a Firenze da lui trasformata in vetrina  per la presentazione dei libri di Brunero Gherardini e di Roberto De Mattei, sconosciuti al grande pubblico, ma ben noti nel mondo dell’estremismo tradizionalista cattolico filolefebvriano.

Padre Lanzetta non curava le pecorelle ferite, ma prediligeva probabilmente i signorotti pingui e opulenti che lo adulavano con il “fumo negli occhi e la polvere di stelle” presente non solo negli istrioni d’avanspettacolo, ma anche nei giovani chierici ambiziosi.

Da un ex frate ben informato, si è inoltre scoperto che padre Lanzetta, da reggente della chiesa di Ognissanti, fece smantellare e sparire dalla notte al giorno anche l’altare cattolico che permetteva la celebrazione del Santo Sacrificio secondo la riforma liturgica di Paolo VI. Lo emularono – ci dice stavolta un ex religiosa – le Suore Francescane dell’Immacolata a St. Mawgan in Cornovaglia, ma vennero intimate dalle autorità governative a ripristinare l’architettura della loro chiesetta sotto pena di quelle severe sanzioni che i più accomodanti italiani lasciano correre. Forse all’epoca Padre Serafino era anche legato al sindaco rampante di Firenze, Matteo Renzi, lo stesso che oggi viene criticato dal mondo cattolico per le “unioni civili”.

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Il Padre Lanzetta non percepisce che la Chiesa non è un club selettivo e chiuso, così come al contrario insegnava Padre Stefano Manelli arrogandosi il diritto di insultare tutti gli altri Istituti religiosi e credendosi “il Migliore”.

Lanzetta e gli altri 44 firmatari criticano alcuni punti e alcune espressioni del magistrale documento sulla “letizia dell’amore”. Non capiscono o fingono di non capire che l’obiettivo di Papa Francesco, rafforzato dal Magistero dei suoi due ultimi predecessori, è quello di “aiutare le anime” nella situazione concreta in cui il Signore le chiama.

Perdere la comprensione dei fondamenti della coppia e della famiglia significa voler procedere senza bussola, governati soltanto da una compassione affettiva condannata a cadere in un sentimentalismo irrealista. Per esempio, è una verità insuperabile che tutti i cristiani vivono sotto la legge di Cristo e che a tutti vada applicata l’indissolubilità del matrimonio. Non c’è dunque, così come molti dissidenti tradizionalisti contestano,  “gradualità della legge”, cioè una finalità morale che varierebbe a seconda delle situazioni del soggetto. Tuttavia non significa negare o relativizzare questa verità il fatto di chiedere a coloro che non riescono a seguire questo comandamento del Cristo di non aggiungere al peccato di infedeltà quello d’ingiustizia, per esempio non pagando l’assegno di mantenimento in seguito a un divorzio civile. Il fatto di compiere un peccato mortale non autorizza a farne due. Ecco dove si colloca la “legge della gradualità”, che invita le persone che, di fatto, non sono capaci di rompere di colpo con un peccato e uscire progressivamente dal male cominciando a fare la parte di bene, ancora insufficiente ma reale, di cui sono capaci. C’è una casistica che verte sul cosiddetto “esercizio progressivo del bene”. Essa non contraddice in nulla il principio secondo il quale specificamente la legge naturale e la legge di Cristo si applicano in uguale misura a tutti i cristiani.

Anche nell’interpretazione della vicenda dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata dove il Fondatore ha la pretesa di dire, “o con me o con nessuno”, come se trecento uomini e trecento donne consacrati a Dio fossero la sua proprietà privata, emerge un approccio riduttivo ed egoista: “il tutto o niente”.

Tale pastorale sembra più sicura ai teologi tuzioristi, ma porta inevitabilmente a una “Chiesa di puri”. Valorizzando, prima di tutto la perfezione formale come un fine in sé, si rischia disgraziatamente di coprire di fatto molti comportamenti ipocriti e farisiaci.

Di questo è stato vittima Padre Stefano Manelli con i suoi fedelissimi!

COMMEDIA

Papa Francesco ha saputo mettere il dito nella piaga di questo Fondatore che sembra deviato e deviante.

Il Papa, come un bravo medico, preferisce rischiare di far male piuttosto che lasciare che il male dell’orgoglio spirituale si nasconda sotto un bene formalmente virtuoso.

Padre Lanzetta quale firmatario del documento contestatore precisa: «non accusiamo il Papa di eresia, ma riteniamo che numerose proposizioni in “Amoris lætitia” possano essere interpretate come eretiche sulla base di una semplice lettura del testo. Ulteriori affermazioni ricadrebbero sotto altre censure teologiche precise, quali, fra l’altro, “scandalosa”, “erronea nella fede” e “ambigua”».

Capiamo il dramma personale (ma anche ricercato) di Padre Lanzetta, ma nella vita, anche nei momenti di prova, quelli nei quali si discerne la qualità umana e spirituale dei soggetti, non bisogna perdere lucidità e dignità come stanno facendo – ohibò – sia il Padre Manelli, sia il Padre Lanzetta: il primo con la divertente commedia televisiva a puntate con  il suo avvocato Tuccillo come teatrante principale; il secondo con la sua indecente esposizione al ludibrio di vescovi, studiosi e conoscenti.

Leggendo e studiando teologicamente e non ideologicamente l’Esortazione Apostolica post sinodale “Amoris Laetitia”, si è ben lontani dalle temute derive relativiste di cui parlano i firmatari come il Lanzetta.

Non compare, tuttavia, nessun nome di spicco.

Il discernimento penetrante del Papa sulla dinamica personale dei nostri atti umani non si può confondere banalmente con il relativismo. Sarebbe insensato confondere la “legge della gradualità” – che ha come scopo un esercizio progressivo e sempre finalizzato dell’atto libero verso la virtù – con il relativismo soggettivista di una “gradualità della legge”.

L’enciclica Veritatis splendor di San Giovanni Paolo II (criticato pure lui dall’ingrato Manelli) ha chiuso la porta a questo vicolo cieco. Ma ha lasciato aperto il cantiere dell’esercizio prudenziale dell’atto libero di un uomo peccatore che, salvo una grazia eccezionale, non si moralizza in un solo colpo. Si capisce bene la preoccupazione di San Giovanni Paolo II di fronte alla crescita dell’individualismo e del soggettivismo in materia morale, ambito della teologia nel quale sia il Manelli che il Lanzetta non sono specializzati.

Al numero 52 di Amoris Laetitia leggiamo: “I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione semper et pro semper,  senza eccezioni”. San Tommaso infatti distingue le certezze e i metodi speculativi dalle certezze e dai metodi morali. Nelle cose speculative la verità non subisce nessuna eccezione, né nei casi particolari, né nei principi generali. La ragione pratica, cioè la morale, invece si occupa delle realtà contingenti. I principi generali sono sempre universali, ma più si affrontano le cose particolari, più si trovano eccezioni. Sempre nella Summa, di seguito, Tommaso afferma che ci possono essere modifiche alla legge naturale, in un determinato caso specifico e a titolo di eccezione, a motivo di certe cause speciali.

Chi determina le eccezioni? Quando si tratta di una legge universale e quando si tratta di una conclusione o di una applicazione? Sembra proprio che “non uccidere” sia una legge universale, ma il moralista afferma sempre che ci sono delle eccezioni in tempo di guerra, per legittima difesa, o la pena di morte, per esempio.
Anche se la madre degli ignoranti è sempre incinta, è mai possibile che il Lanzetta non lo sappia?

I principi morali che riguardano fini inerenti all’essere umano non sono scopi che ognuno si sceglie a piacere. Essi esprimono infatti finalità della vita umana che sono intermediarie rispetto al fine ultimo che è Dio stesso. La Chiesa li discerne in modo progressivo e omogeneo nello sviluppo della sua dottrina morale. Ma questa finalità raggiunge ogni uomo, sia in natura, sia in grazia, attirandolo verso Dio nella sua libertà personale. Ora, se tutti rispondessimo come la Vergine Maria – cosa che né il Manelli né il Lanzetta hanno mai fatto malgrado il “Voto Mariano”– la nostra vita non avrebbe nessun sbandamento dal percorso originario voluto da Dio. Avendo deviato dal percorso tracciato da Dio, invece, non si torna al punto di partenza ma si continua il percorso esistenziale a partire dalla situazione in cui ci troviamo. In altri termini, ogni volta che deviamo a causa del nostro peccato, Dio non ci chiede di tornare al nostro punto di partenza, perché la conversione biblica del cuore, la metànoia, non è un ritorno (epistrophé) platonico all’inizio. Dio ci riorienta verso di Lui.

La Provvidenza divina raggiunge l’uomo nel concreto della sua situazione personale, sia interna che esterna. Perdere di vista questo governo misericordioso di Dio nostro Padre significa disincarnare i fini morali in un corpus ideale di tipo platonico. Significa dimenticare che la morale che la Chiesa insegna è una saggezza pratica che fa vivere, non un fariseismo che si autogiustifica giudicando gli altri. Significa infine rischiare di apparire ai non credenti, anche a quelli di buona volontà, come una setta dalle convinzioni fanatiche.

Una delle accuse che sento sul Manelli, infatti, è quella di aver attirato uomini e donne a sé e non a Dio. Soggetti deboli e immaturi credono alle storielle accreditate come profezie attribuite al santo di cui il Manelli si fa da sempre scudo e cioè Padre Pio e sono disposti a mettere in gioco salute, cattolicità, famiglia, avvenire.

Ho saputo che in Inghilterra il Lanzetta ha formato una sorta di conventino dove sono convenuti dei religiosi esclaustrati o con i voti scaduti dell’Istituto. Una sorta di “Corte dei Miracoli” senza arte, né parte, dove dei giovani ingannati dal Manelli credono di poter rendersi utili alla società (quale?) alla Chiesa (quale?) senza rendersi conto che stanno perdendo anni preziosi nei quali alcuni potevano forse già essere sacerdoti da almeno due anni, mi disse all’epoca il Commissario Apostolico.

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Si scimmiotta la vita religiosa con un abito che fa da maschera, si gioca a fare gli uomini pii come le beghine d’antan seminando quella confusione che non viene da Dio nel popolo di Dio.

Dopo un Concilio come il Vaticano II si capisce bene la fase di assestamento – che non è una novità nella storia ecclesiastica – e si comprende l’esperienza forte frigentina voluta dal Manelli. Quello che conta, però, è la sostenibilità nel tempo e il buon esempio da parte degli stessi soggetti che la propongono.  Non ci sembra essere il caso sia di Manelli che di Lanzetta. Il discernimento e il commissariamento hanno fatto emergere dei tratti da correggere nell’esperienza cosiddetta frigentina perché il profetismo della testimonianza, spesso ammirevole e talvolta eroico, non venga surrettiziamente contagiato da motivazioni non evangeliche: interessi clanici, peculato, potere…

La cosa più grave del Lanzetta e del suo Fondatore al quale rimane infantilmente o opportunisticamente sottomesso, è quella di porsi come modello arrogante di vita religiosa per gli altri.

Facendo un parallelo anche le famiglie cosiddette “esemplari” giudicando “chi non riesce a fare come loro” rimangono incapaci di vedere e di accogliere la parte di bene che pure c’è nella vita di questi ultimi, senza aiutarli a portare il loro fardello come insegna S. Paolo ai Galati.

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Nella dottrina lanzettiana misuriamo come un certo giansenismo rischi di scivolare nei sostenitori di una “Chiesa di puri”, di “immacolati” .

Eppure è proprio il Manelli, indagato per truffa, falso ideologico, abusi sessuali su consacrate (!) che ci insegna come il peccato mortale non guasta totalmente il bene della natura. S. Tommaso afferma che persino l’infedele può fare una buona azione in ciò che non comporta l’infedeltà come un fine.

Questo permette di capire il paradosso dei buoni frutti dei Francescani dell’Immacolata, malgrado un Fondatore con dei problemi morali.

NON è la posizione più rigida e meno misericordiosa ad essere moralmente la più sicura.

Dal momento che gli atti umani per i quali si fanno le leggi consistono in casi singolari e contingenti, variabili all’infinito, è sempre stato impossibile istituire una regola legale che non fosse mai in difetto. Spetta al Sinodo e al Santo Padre dire fino a che punto la Chiesa può spingersi per aiutare casi particolari di naufraghi del matrimonio in una linea in cui l’equità diventa più chiaramente epieikeia nel suo significato neotestamentario di indulgenza e clemenza.

Lanzetta, i firmatari e lo stesso Manelli sembrano avere lo spirito duro con un cuore arido e il cuore tenero con uno spirito morbido. Sono questi i due atteggiamenti che tendono oggi ad affrontarsi in una dialettica sterile.

Il formalismo idealista scollegato dalla vita e dalla sofferenza degli uomini non è il Vangelo di Gesù Cristo.

In conclusione, indignato, ma non preoccupato dall’ennesima menata manelliana di cui il Lanzetta è un illustre rappresentante, bisogna pregare il beato Paolo VI affinché i cattolici escano da dialettiche frutto di opposte paure per andare verso una saggezza integratrice e ordinatrice dove, come dice il salmo, amore e verità si incontrano.

Come direbbe Papa Francesco, la madre Chiesa non chiude la porta in faccia a nessuno, neppure al più peccatore, neppure al Lanzetta, al Manelli, a nessuno! La madre Chiesa spalanca le sue porte a tutti, perché è madre anche se c’è chi non centra lo spazio aperto delle ante e continua a sbattere contro il muro.

Padre Manelli indagato per truffa, falso, violenza sessuale e maltrattamenti

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14 Lug 2016
by redazione

Padre Stefano Manelli, il fondatore della congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Avellino per i reati di truffa e falso. La notizia è stata pubblicata dal settimanale Giallo e ripresa dal Mattino, per il quale padre Manelli risulta indagato, sempre nell’ambito di una inchiesta avviata dalla Procura di Avellino, anche per i reati di violenza sessuale e maltrattamenti.
L’inchiesta di natura finanziaria, affidata al pubblico ministero Fabio Del Mauro, che ha coinvolto il frate riguarda l’ingente patrimonio della congregazione: 59 fabbricati, 17 terreni, un impianto radiofonico e cinematografico, cinque impianti fotovoltaici e 102 autovetture per un valore di oltre 30 milioni di euro, nonché ingenti disponibilità finanziarie. Risorse affidate a due associazioni i cui vertici sono finiti sotto inchiesta insieme al frate.

Procede anche l’indagine per i presunti abusi sessuali, coordinata dal pubblico ministero Adriano Del Bene. Vittime di Manelli le suore dei vari conventi sparsi sul territorio e in particolare quello di Frigento dove il frate era recentemente tornato a dimorare (ma gli attuali superiori lo hanno allontanato ed ora si troverebbe in un convento ad Albenga).
Guardia di Finanza e Carabinieri stanno sentendo nelle ultime settimane decine di persone prima che le due inchieste vengano chiuse, ma i guai per il fondatore dei francescani dell’Immacolata, esautorato dalla Santa Sede nel 2013 con un provvedimento approvato prima da Benedetto XVI e poi da Papa Francesco, non finiscono qui: gli inquirenti indagano anche sulla morte di fra Mattew Lim, filippino di appena 30 anni, il cui cadavere fu ritrovato in un pozzo.

Padre Manelli indagato per truffa, falso, violenza sessuale e maltrattamenti