La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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MANELLI A GIUDIZIO IN NOVEMBRE

Lo scandalo del convento di Frigento, Manelli a giudizio a novembre

Scatta il giudizio su padre Manelli. Dopo due anni esatti dall’avvio dell’indagine della Procura di Avellino.

A novembre il giudizio per Padre Stefano Manelli, fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, per l’ex-economo Padre Bernardino Maria Abate, e per Padre Pietro Maria Luongo, in qualità di rappresentante legale dell’associazione “Missione dell’Immacolata” di Frigento, una delle due associazioni munite di personalità giuridica di diritto privato cui sono intestate le temporalità dell’Istituto.

Nell’inchiesta affidata alla Finanza, scandali a sfondo sessuale e testimonianze di ex-suore sulle devianze di Manelli descritto come un guru. Trenta milioni di euro, fra beni mobili e immobili, sarebbero stati sottratti alla Congregazione e trasferiti a soggetti non legittimati.

Domenica 9 Aprile 2017, 16:51 – Ultimo aggiornamento: 09-04-2017 17:15
http://www.ilmattino.it/avellino/manelli_giudizio_novembre-2370919.html
Frigento

MANELLI, A NOVEMBRE IL PROCESSO
SULLA MISSIONE IMMACOLATA

La gestione degli ingenti fondi e le presunte violenze sessuali in convento in aula ad Avellino

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Loredana Zarrella

FRIGENTO. Scatta il giudizio su padre Manelli. Dopo due anni esatti dall’avvio dell’indagine della Procura di Avellino.
A novembre il giudizio per Padre Stefano Manelli, fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, per l’ex economo Padre Bernardino Maria Abate, e per padre Pietro Maria Luongo, in qualità di rappresentante legale dell’associazione “Missione dell’Immacolata” di Frigento, una delle due associazioni munite di personalità giuridica di diritto privato cui sono intestate le temporalità dell’Istituto.
Nell’inchiesta affidata alla Finanza, scandali a sfondo sessuale e testimonianze di ex suore sulle devianze di Manelli descritto come un guru. Trenta milioni di euro, fra beni mobili e immobili, sarebbero stati sottratti alla Congregazione e trasferiti a soggetti non legittimati.
Il Gup Antonio Sicuranza ha accolto la richiesta avanzata dal Pm Fabio Massimo del Mauro, rinviando a giudizio i tre imputati, accusati di falso ideologico. Il processo dal 2 novembre prossimo, davanti al giudice monocratico del Tribunale di Avellino Francesco Spella. Nelle carte del Tribunale si parla di “disegno criminoso”, di Manelli “istigatore e determinatore dell’attività dei correi”. Il frate fondatore, 83 anni, difeso dall’avvocato Enrico Tuccillo, e due frati avrebbero tratto in inganno notai, e dunque la Prefettura, nel redigere l’atto modificativo dello statuto delle due associazioni, il tutto all’oscuro del Commissario apostolico Padre Fidenzio Volpi e con il fine ultimo, si presume, di sottrarre i beni al controllo dell’Istituto controllato ormai a vista dalla Santa Sede. Altre tre associati non sono stati convocati pur avendone diritto. Pesanti le modifiche agli statuti. Perché consentire l’ingresso di laici?
Il giudizio arriva dopo il rinvio dell’udienza preliminare del 22 dicembre scorso, mancando il difensore di Maurizio Abate, noto come Padre Bernardino Maria, di Atripalda, che è stato tesoriere dell’associazione. Manelli ritiene di aver trasferito le donazioni alle associazioni perché “l’Istituto deve vivere in povertà”- Se è vero che parte del denaro è stata destinata ai poveri e alle missioni, restano 59 fabbricati, 17 terreni, 5 impianti fotovoltaici, 102 autovetture, più numerosi conti bancari: erano il patrimonio delle associazioni di laici e religiosi ostili al Commissariamento.

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Le Francescane dell’Immacolata violate e fatte prostituire. I punti di contatto tra la vicenda di padre Viroche e quella di padre Volpi (di Mario Castellano)

 

Il tema assegnato per la mia relazione non corrisponde esattamente con il suo contenuto, dato che – illustrando la vicenda dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata – mi dedicherò in particolare a descrivere il caso del presunto omicidio del Commissario Apostolico, Padre Fidenzio Volpi.

Tuttavia, questo tema possiede nondimeno una rilevanza generale in questa triste storia, in quanto consente di metterne a fuoco una componente fondamentale, e cioè l’immoralità eretta a sistema. La corruzione sessuale delle religiose, accompagnata da pratiche pseudo penitenziali quali la loro marchiatura a fuoco, come si usa fare per il bestiame, e come tristemente si faceva nei campi di sterminio nazisti, nonché dalla pronunzia di un voto di fedeltà riferito personalmente al fondatore dell’Istituto, del tutto estraneo ed anzi contrario alla norma canonica, non era finalizzata a soddisfare occasionali urgenze dello stesso fondatore o di altri religiosi, bensì volta a fare delle monache altrettante prostitute, da offrire ai cosiddetti “benefattori” in cambio di dazioni di denaro o di altri beni, oppure di loro autorevoli “protezioni”.

E’ così che si perviene al completo rovesciamento della norma morale: un religioso che contravviene al Voto di Castità riconosce di commettere un peccato, agisce per debolezza, e non lo fa in modo sistematico e pianificato.

Se invece le suore vengono indotte ad offrirsi a dei laici al solo fine di procurare all’Istituto dei mezzi materiali, o degli appoggi altolocati, non è possibile invocare la debolezza umana come giustificazione, o quanto meno come attenuante per un simile comportamento, che – soprattutto in quanto presentato alle monache come un supposto loro “dovere” – può soltanto appoggiarsi sul principio machiavellico per cui il fine giustifica i mezzi.

Questo stesso principio – come vedremo ora – ispira e regola un poco tutti gli aspetti della vita e del “modus operandi” dell’Istituto.

Si rigetta infatti il Magistero della Chiesa, a partire dal Concilio, si proibisce ai seminaristi perfino la lettura de “L’Osservatore Romano” tacciando questo giornale di “modernismo”, si giunge ad accogliere la teoria sedevacantista per rifiutare l’autorità degli ultimi Sommi Pontefici in materia dottrinale, si asserisce che la Messa in latino ha un presunto maggior valore rispetto alla Messa in lingua volgare, si proibisce addirittura di officiare secondo il “Novus Ordo” nel Seminario, e quando infine – per tutti questi motivi – la Santa Sede decide il commissariamento dell’Istituto, si impugnano sistematicamente tutti gli atti di carattere amministrativo (nessuna sanzione disciplinare viene infatti emanata dal Commissario Apostolico) compiuti da Padre Fidenzio Volpi, non già – si badi – in base ad una loro asserita illegittimità nel merito o ad un “error in procedendo”, bensì mettendo in discussione in linea di principio la legittimità dell’Autorità conferita dalla Santa Sede allo stesso Padre Fidenzio Volpi.

A questo punto, essendo stato emanato l’atto di nomina del Commissario Apostolico da parte della competente Congregazione, e non già da parte del Sommo Pontefice, e risultando dunque tale atto passibile di impugnazione dinnanzi al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, sarebbe stato logico attendersi precisamente questo ricorso alla giurisdizione, che però non venne mai interposto.

Per quale motivo?

Semplicemente per la presunzione che tale ricorso sarebbe stato respinto, ed una volta così sancita la legittimità del potere attribuito al Commissario Apostolico, la sua asserita illegittimità non avrebbe più potuto essere invocata nei ricorsi attinenti ai singoli atti emanati da Padre Volpi.

Queste impugnazioni non si proponevano dunque lo scopo di ottenere giustizia, bensì quello scopo che ho definito “politico”, mettendo beninteso tra virgolette questo termine, consistente nel mantenere uno stato di agitazione permanente nell’Istituto, ricorrendo ad una sistematica contestazione della sua massima Autorità.

E tale contestazione si manifestava – non dimentichiamolo – non soltanto con la presentazione di ricorso contro ogni suo singolo atto, ma anche nella sistematica e dichiarata ed anzi ostentata disobbedienza a quanto tali atti disponevano, e soprattutto in una sistematica azione pubblicistica, condotta da innumerevoli pubblicazioni cartacee ed elettroniche, caratterizzata dalla costante diffamazione, dal costante vilipendio e dalla costante intimidazione contro Padre Fidenzio Volpi.

Ed allora, una volta chiarito che risulta certamente immorale diffondere in modo sistematico la disobbedienza nella Chiesa, chiarito anche che risulta altrettanto immorale diffamare, vilipendere ed intimidire chi è incaricato di esercitare l’Autorità della stessa Chiesa, ci domandiamo di nuovo quale fosse il fine perseguito mediante tali mezzi immorali.

Il fine consisteva in apparenza nel sostituire alla Autorità del Commissario Apostolico, ma in sostanza alla stessa Autorità del Papa, dalla quale Padre Fidenzio Volpi derivava la propria, l’Autorità del fondatore.

Un fine dunque manifestamente scismatico, tale da rendere lo scontro ingaggiato contro il Commissario Apostolico, come egli stesso scrisse rivolgendosi con le sue relazioni periodiche alla Congregazione, una “quaestio stantis vel cadentis Ecclesiae”.

Abbiamo visto prima come questo scopo venisse perseguito sul piano dottrinale; quindi come venisse perseguito sul piano giuridico e disciplinare.

Fin qui, però, non si sarebbe costituito il movente di una possibile eliminazione fisica del Commissario Apostolico.

Questo movente si produsse quando Padre Fidenzio Volpi – senza nemmeno rendersene conto – mise un dito nell’ingranaggio del sistema finanziario costruito nell’Istituto ed intorno all’Istituto: non però da parte dell’Istituto, bensì da parte della camorra.

Alla camorra apparteneva infatti in realtà l’enorme quantità di beni materiali riferiti ai Frati Francescani dell’Immacolata, configurando il loro Istituto allo stesso tempo come una cassaforte ed un prestanome di questa delinquenza organizzata.

Questi beni – riassumo rapidamente – erano attribuiti alla proprietà di due Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, i cui Legali Rappresentanti, in base ai lori rispettivi Statuti, potevano essere soltanto dei Religiosi, sottoposti come tali al Voto di Obbedienza, riferito – per effetto della sua nomina a Commissario Apostolico – a Padre Fidenzio Volpi.

Si provvide dunque, precisamente subito dopo la sua assunzione della carica, ad emendare gli Statuti, rendendo possibile il conferimento della Legale rappresentanza delle due associazioni a dei laici, per i quali, naturalmente non vale il Voto di Obbedienza.

Essendosi però commesso, nella fretta di mantenere il controllo della camorra sui beni, un errore procedurale (mancava – per l’emendamento degli Statuti – l’autorizzazione del Superiore Generale, che costui avrebbe potuto esprimere finché era in carica, anche svolgendosi le Assemblee delle Associazioni in un momento successivo), lo stesso ex Superiore Generale e i due religiosi già Legali Rappresentanti delle stesse Associazioni sono finiti sotto processo per truffa aggravata e falso ideologico.

Al di sotto delle due Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, ne esistono altre tre che ne sono sprovviste, e quindi non sono tenute a redigere le scritture contabili prescritte per i soggetti di Diritto.

Le une passavano – e passano tutt’ora – il denaro ricavato dalla gestione dei beni di loro proprietà alle alte.

E queste ultime lo mandavano – e lo mandano tutt’ora – in gran parte in Nigeria, formalmente al fine di sostenere le Missioni insediate in questo Paese, ma in realtà per acquistare la droga che vi viene commercializzata apertamente (il Presidente della Repubblica è il primo narcotrafficante.

La droga viene poi inviata dalla camorra, presente in Nigeria coi propri affiliati, in Italia per esservi raffinata.

E’ da notare che le Associazioni non munite di personalità giuridica distribuiscono tutt’ora le loro elargizioni ai Frati, e che questi presunti donativi vengono elargiti – da parte dei lori inviati – a nome del fondatore.

In tal modo i Religiosi – ed in particolare i seminaristi – continuano ad oscillare nella loro fedeltà tra i nuovi Commissari Apostolici, rappresentanti della Santa Sede, ed il fondatore.

Risultando impossibile in linea di Diritto Canonico – il riconoscimento da parte della Congregazione di un nuovo Istituto, risulta di conseguenza impossibile tanto scindere l’attuale quanto dare una collocazione giuridicamente fondata nell’ambito della Chiesa a coloro che si sono già distaccati dall’Istituto ma persistono nella loro vita comunitaria in obbedienza al fondatore.

Tuttavia si riesce a proseguire – sempre con mezzi moralmente illeciti, in quanto basati sulla possibilità, asserita in modo menzognero, di costituire un nuovo Istituto, l’opera iniziata con la fondazione stessa di quello originario, opera consistente nella sostituzione dell’autorità di Padre Manelli alla Autorità del Papa.

Ancora una volta, dunque, il fine giustifica i mezzi, mezzi forniti – come si è visto – da attività illecite messe in atto da una organizzazione criminale.

Torniamo però alla vicenda di Padre Fidenzio Volpi.

Dopo la vendita della droga, acquistata nel modo che abbiamo descritto, la camorra elargiva una ulteriore mancia all’Istituto, a saldo dell’operazione.

Questa elargizione veniva inoltrata in Inghilterra, Paese che si qualifica se non come un “paradiso  fiscale”, quanto meno come un luogo di transito verso i “paradisi fiscali”.

Per giustificare l’esportazione del denaro, si acquistavano periodicamente dei libri da una ditta inglese, la “Baronius Press”, che provvedeva a sovrafatturarli.

Padre Fidenzio Volpi, una volta insediato quale Commissario Apostolico, rifiutò di pagare una ingente fattura di libri, adducendo il fatto che nessuno – e tanto meno egli stesso, quale Legale Rappresentante dell’Istituto – li aveva ordinati.

Nel braccio di ferro che si instaurò tra la ditta inglese e Padre Fidenzio Volpi, la Congregazione – anziché sostenere, come sarebbe stato giusto e prevedibile, le ragioni del Commissario Apostolico, gli ingiunse di pagare.

A questo punto, il Commissario Apostolico venne a trovarsi un una situazione senza via di uscita.

Da un lato, Padre Fidenzio Volpi era sul punto di scoprire il meccanismo finanziario costituito dalla camorra intorno all’Istituto, ma dall’altro lato – proprio in quel momento – veniva abbandonato a sé stesso, ed anzi osteggiato, da quella stessa Autorità che lo aveva nominato, e che avrebbe dovuto sostenerlo.

Sul presunto, conseguente omicidio di Padre Fidenzio Volpi rinvio al mio libro, ma posso affermare che il mandante fu la malavita organizzata, mentre il sicario va ricercato nelle fila dei tradizionalisti fanatici.

E qui arriviamo al peccato più grave, ed al più grave dei delitti, l’omicidio.

Ancora una volta, però, il fine di mantenere e di sostenere una autorità di fatto, contraria a quella legittima della Chiesa, una autorità sostanzialmente scismatica, giustifica il mezzo, il mezzo più immorale, la violazione del comandamento che vieta di uccidere.

Rimane da ultimo la domanda fondamentale: chi perseguiva il fine?

Nel momento stesso in cui l’Istituto veniva fondato, era chiara l’intenzione di costituirlo come una chiesa nella Chiesa, e se necessario una chiesa contro la Chiesa.

Lo testimoniano tutti gli aspetti che abbiamo esaminato, a partire dall’esigere alle Suore un Voto di obbedienza particolare al fondatore, continuando con l’elaborazione di un Magistero eretico, contrapposto a quello dei Papi e del Concilio, fino alla pratica sistematica della disobbedienza alla Autorità Ecclesiastica, accentuatasi dopo il commissariamento.

Fin dalla costituzione dell’Istituto, esso si era però costituito come cassaforte e prestanome della camorra, e di questo i fondatori erano ben consci.

L’opera di divisione della Chiesa abbisognava però di mezzi economici illimitati, ed ecco dunque la pretesa giustificazione di un simile “pactum sceleris”.

Ancora una volta, il fine giustifica i mezzi.

Proviamo però, in conclusione del nostro discorso, a metterci dal punto di vista dei camorristi.

Qui il discorso si rovescia, e si può formulare in questi termini: i mezzi giustificano il fine.

Nella mentalità mafiosa, l’elargizione di denaro alla Chiesa, e comunque ad un soggetto religioso, crea un’aura di rispetto e di considerazione per il malavitoso.

Le cronache sono piene di manifestazioni di questa mentalità aberrante.

I dirigenti delle Associazioni di cui abbiamo parlato, quelle munite e quelle sprovviste di personalità giuridica, godono di prestigio sociale, precisamente in quanto “aiutano i Frati”.

Che poi questo aiuto venga elargito al fine di dividere la Chiesa e di minare la sua Autorità legittima, si tratta per loro di una necessità, ed al contempo di una garanzia della possibilità di continuare a controllare lo strumento che essi stessi – con la complicità dei fondatori – hanno costituito per perseguire i loro scopi criminali.

Su questo tema, il Papa si è pronunziato in modo molto chiaro.

Riferendoci al nostro caso, ci auguriamo che la Congregazione ed  i nuovi Commissari Apostolici ne traggano le conseguenze.

Questo è il debito morale verso la memoria di Padre Fidenzio Volpi: un debito che attende ancora di essere pagato.

 

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/2017/04/07/le-francescane-dellimmacolata-violate-fatte-prostituire-punti-contatto-la-vicenda-padre-viroche-quella-padre-volpi-mario-castellano/

Francescani dell’Immacolata. Oltre agli abusi di Manelli emergono infiltrazioni di camorra

Si sarebbe dovuta concludere lo scorso settembre la fase di commissariamento dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata (fondato da padre Stefano Maria Manelli che è stato esautorato dalla Santa Sede nel 2013 a causa dei gravissimi abusi dei quali è accusato). Era attesa infatti la celebrazione di un Capitolo Generale e l’elezione delle nuove Autorità. E Don Ardito, Padre Calloni e Padre Ghirlanda i tre commissari nominati nel 2015 (dopo la morte di padre Volpi, il cappuccino che era stato incaricato di guidare l’Istituto) avrebbero dovuto dire al Papa: “Santità, missione compiuta!”, e sarebbero tornati ai loro impegni pastorali ed accademici anteriori. Così non è stato, ed ancora si brancola nel buio, in cerca di una improbabile via di uscita.

Escluso che i tre Commissari Apostolici protraggano di proposito il proprio incarico, essendosi affezionati ad una posizione di potere in cui gli oneri superano ampiamente gli onori, e tenuto conto che ogni giorno trascorso senza assolvere il compito loro affidato si risolve in un aggravamento dello stallo, o per meglio dire della sconfitta, mi sembra che essi siano ormai dediti ad una fatica di Sisifo. Forse, all’inizio, hanno creduto che bastasse ancora un provvedimento amministrativo, ancora una esortazione rivolta ai Frati per far loro accettare il Magistero della Chiesa, ancora un paterno richiamo all’obbedienza, per potere considerare assolto l’incarico di completare l’opera di Padre Volpi.

In realtà, il nemico che essi fronteggiano assomiglia molto ai Vietcong, i quali avevano eretto davanti agli Americani un muro di gomma, tale da mantenere impantanato il più potente esercito del mondo nelle paludi dll’Indocina. Non sono mancati, è vero i successi tattici, quali le ricollocazioni dei Frati dall’una all’altra sede, o le dichiarazioni formali di obbedienza agli stessi Commissari ed al Papa. E’ invece mancata, e non potrà arrivare – andando avanti di questo passo – la vittoria strategica, che consisterebbe nella adesione piena ed incondizionata dei Religiosi alla Chiesa del Concilio, alla Chiesa degli ultimi Pontefici; e soprattutto allo spirito ed al disegno riformatore proprio dell’attuale Papa.

Il quale viene anzi percepito con malcelato fastidio come un “modernista”: termine con cui si designa nell’Istituto, o meglio si pretende di liquidare, tutto quanto non corrisponde con il cosiddetto “spirito di Padre Manelli”: espressione, quest’ultima, che figura financo negli Statuti delle Associazioni intestatarie delle temporalità riferite ai Frati Francescani dell’Immacolata, ma della quale non siamo mai riusciti a farci dare una interpretazione autentica, o quanto meno attendibile.

Se non quella che lo fa coincidere con la volontà e con l’autorità indiscussa del Fondatore: siccome però costui ha fondato il suo potere spirituale sulla base dell’apporto economico della camorra, ecco come questo “spirito” finisce per materializzarsi molto volgarmente in interessi malavitosi.

I Commissari Apostolici potrebbero dunque assolvere al loro compito se riuscissero a convertire i camorristi: opera che riuscì a San Francesco d’Assisi con il Lupo di Gubbio, il quale simboleggiava dietro le sembianze ferine un noto peccatore, cioè un grassatore, un camorrista, dei suoi tempi. Il Poverello riuscì però nel suo compito non solo in quanto dotato di Santità, ma anche perché non ebbe timore di affrontare personalmente il peccatore, come fece anche – ne è testimone il Manzoni – il Cardinale Federigo Borromeo con l’Innominato (che era in realtà Bernardino Visconti).

I Commissari Apostolici rifuggono sistematicamente da simili incontri ravvicinati, e temono perfino di affrontare la situazione loro affidata nella sua cruda quotidianità. Così avviene che mentre i Frati si proclamano devoti ed obbedienti al Papa, essi continuano a ricevere un sostegno materiale tratto dai beni intestati alla famose Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, controllate dalla camorra.

E poiché l’Istituto ha ben poche altre possibilità di sostentamento, si assiste alla tessitura di una tela di Penelope: un giorno ci si inchina alla legittima Autorità ecclesiastica, e il giorno dopo, avendo ricevuto la “Provvidenza” elargita da solerti incaricati a nome del Fondatore, si disfa quanto era stato poco prima tessuto, ritornando ad un immutabile “status quo antes”. Basterebbe – tanto per cominciare – dare impulso al procedimento civile che verte sulla legittimità delle modifiche apportate agli Statuti delle Associazioni che, permettendo a laici di divenirne soci, hanno riportato i beni riferiti all’Istituto sotto l’effettivo controllo della criminalità organizzata. Ci furono due momenti in cui l’edificio edificato dai camorristi parve vacillare.

Il primo fu quando il Tribunale Penale di Avellino, nell’ambito del processo per truffa aggravata e falso ideologico a carico del Fondatore e dei due Religiosi già Legali Rappresentanti delle stesse Associazioni, dispose il sequestro giudiziale dei beni attribuiti alla loro proprietà. Questa decisione – in seguito alla quale Padre Volpi venne nominato Custode Giudiziale dei beni – fu revocata dal Tribunale del Riesame, la cui decisione venne confermata in Cassazione.

Grande fu l’esultanza dei seguaci del Fondatore per queste sentenze, che essi giunsero a spacciare per una assoluzione degli imputati nel merito delle imputazioni (mentre – per fortuna – il processo penale continua). Il secondo momento fu quello in cui Padre Volpi rifiutò di pagare alla misteriosa Ditta inglese “Baronius Press” una fornitura non richiesta dall’Istituto.

Fu quello il momento in cui il compianto Commissario Apostolico mise il dito nell’ingranaggio del contubernio tra l’Istituto e la camorra; e fu anche il momento in cui – se i sospetti sulla sua fine venissero confermati dalla Giustizia Penale – venne pronunziata la condanna capitale di Padre Volpi. I nuovi Commissari hanno pagato la “Baronius Press”. Ci sarebbe da chiedersi se essi hanno almeno consultato, prima di deciderlo, la corrispondenza intercorsa con l’Inghilterra, da cui risulta chiaramente che il pagamento non era dovuto. Non lo sappiamo, ma conosciamo bene le pressioni esercitate, con assoluto spregio del Diritto, dall’Autorità della Congregazione su Padre Volpi affinché pagasse.

A questo punto, dato che con il povero Padre Volpi ci accomunava l’interesse per il Manzoni, verrebbe spontaneo paragonarlo a Padre Cristoforo, ed anche – di conseguenza – paragonare i suoi successori a Don Abbondio: nell’Italia del nuovo millennio abbondano d’altronde i Don Rodrigo. E, continuando nel paragone con ” Promessi Sposi”, l’intimazione rivolta dai Commissari Apostolici al Fondatore affinché restituisca all’Istituto quanto gli appartiene ricorda le “gride” dei governanti spagnoli di Milano. Non serve fingere di combattere gli epifenomeni del potere camorristico se ci si rifiuta di andare alla sua radice.

Per fortuna, lo Stato, con il Potere Giudiziario e con le Forze di Polizia, combatte la malavita organizzata. Non si chiede ai Commissari Apostolici di improvvisarsi Pubblici Ministeri, né Ufficiali di Polizia Giudiziaria: basterebbe che nei rapporti interni all’Istituto essi chiamassero la camorra con il suo nome, e si dimostrassero coerenti con il richiamo del Papa a combatterla. Questo, però vorrebbe dire fare la Rivoluzione, sentirsi titolari effettivi – e non formali – del proprio ruolo. Altrimenti si continuerà a girare a vuoto, proprio come quel personaggio di Cecov che continuava, disperato, a ripetere: “Ci deve essere una soluzione, ci deve essere una soluzione!”

 

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/2017/04/04/tempi-ancora-lunghi-la-rinascita-dei-francescani-dellimmacolata-oltre-agli-abusi-manelli-emergono-infiltrazioni-della-camorra-mario-castellano/

PROMEMORIA SUL BOIA DI FRIGENTO E I SUOI AMICI: Leggerlo prima di fare le spallucce davanti a certi manifesti

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http://www.farodiroma.it/2017/02/06/promemoria-sul-boia-frigento-suoi-amici-leggerlo-spallucce-davanti-certi-manifesti/

IL MATTINO: TESTIMONI CONTRO PADRE MANELLI, FERITI A ROMA

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Lo scandalo di Frigento

TESTIMONI CONTRO PADRE MANELLI, FERITI A ROMA

I due frati della Congregazione sotto inchiesta aggrediti da squilibrato a Santa Maria Maggiore

di Loredana Zarrella

Singolari coincidenze, legate a prevedibili e imminenti provvedimenti canonici nei confronti di Padre Stefano Manelli, fanno da sfondo all’aggressione avvenuta a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, ai danni di due frati francescani dell’Immacolata.

Padre Angelo Gaeta e padre Gregorio Adolfo, tra gli accusatori di Manelli, erano in sacrestia quando, sabato pomeriggio, verso le 18, un uomo di 42 anni si è diretto minaccioso verso di loro con un coccio di bottiglia, eludendo tutti gli apparati di sicurezza, gendarmeria vaticana e pattuglie dell’esercito. Li ha sfregiati al volto, farfugliando frasi come «la Chiesa non mi capisce», e poi è scappato via, fuori dalla Basilica papale situata sul Colle Esquilino, dove ha cercato di disfarsi dell’improvvisata arma di vetro.

Ma la sua fuga è durata poco. Fermato dai carabinieri, Renzo Cerro, questo il nome dell’aggressore, originario di Roccasecca, in provincia di Frosinone, è stato portato in caserma. Ancora da chiarire i motivi alla base del folle gesto che ha portato i due frati in ospedale, al Policlinico Umberto I, tra lo sgomento dei fedeli che, dopo aver sentito le urla provenire dalla sacrestia, hanno visto lo sconosciuto fuggire all’esterno.

Padre Angelo Gaeta, sacrestano della Basilica, e amico di Papa Francesco, è stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso, in codice rosso, per una profonda ferita dallo zigomo al mento. Operato d’urgenza, ha fatto sapere ora di stare meglio. Più lievi le ferite riportate dall’altro religioso. Subito scongiurata la matrice terroristica del gesto, i carabinieri hanno chiarito che il movente, seppur ancora in corso di accertamento, è da rintracciare nei sentimenti di astio che Renzo Cerro, con precedenti per droga, nutre verso la Chiesa. Secondo la ricostruzione riferita ad «Avvenire» dal cardinale arciprete della basilica liberiana, Santos Abril y Castelló,

L’UOMO AL MOMENTO DELL’AGGRESSIONE AVREBBE AFFERMATO DI AGIRE «SECONDO GLI ORDINI DI UNA SETTA».

«Non ce l’avevo con loro due, ma sono un incompreso, la Chiesa non mi ha capito», ha detto in caserma. Si ipotizza che possa soffrire di disturbi psichici. Ma si ipotizza anche che il gesto sia legato alla delicata situazione che ruota intorno alla Congregazione fondata a Frigento da Padre Stefano Manelli, esautorato dal suo ruolo di guida dell’Ordine da Papa Francesco nel 2013 per presunti abusi di potere, sia nella gestione del patrimonio sia nel governo della vita dei frati e delle suore, diverse di cui hanno affermato di aver subito abusi sessuali.

L’aggressione del ciociaro contro i frati dell’Immacolata potrebbe essere letta, dunque, come un’intimidazione verso chi ha testimoniato contro l’operato di Padre Stefano Manelli. O come uno sfregio alla Chiesa di Papa Francesco, lo stesso che dispensò tutti i membri religiosi dal voto privato di speciale obbedienza alla persona del fondatore. Il riferimento, esplicito, era alla costrizione di suggellare, con il sangue, voti di fedeltà a Padre Manelli.

Padre Angelo Gaeta, che ha vissuto nel convento di Frigento fino ai primi anni ’90, ha di recente testimoniato nell’ambito del processo sulle irregolarità nella gestione dell’Associazione Missione dell’Immacolata. È stato infatti socio dell’associazione ma fu estromesso a sua insaputa da Manelli.

Sul frate fondatore pende ancora il reato di falso ideologico mentre ora il giallo sull’aggressione ai frati si aggiunge a quello sulle morti sospette del frate filippino trovato morto nel pozzo nel 2002, nel convento di Frigento, e di Padre Fidenzio Volpi, il commissario dell’Ordine deceduto nel 2015, sulla cui barba sono poi state rinvenute tracce di arsenico.

FARODIROMA: I FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA FERITI SONO TRA GLI ACCUSATORI DI PADRE MANELLI, IL BOIA DI FRIGENTO

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Padre Angelo Gaeta e padre Adolfo Ralph, feriti a Santa Maria Maggiore, sono tra gli “accusatori” di padre Stefano Manelli (nella foto) il fondatore dei Francescani dell’Immacolata esautorato nel 2013 da Papa Francesco a causa di presunti abusi di potere, di gestione economica e anche sessuali. Lo scrive l’AGI.

Nell’inchiesta vaticana emersero molte circostanze che sono successivamente diventate oggetto di indagini della Procura di Avellino, in quanto la maggior parte dei fatti avvenne a Frigento e per questo il nostro quotidiano online lo ha definito il “boia di Frigento”. Alcuni reati risultarono poi prescritti. Tra l’altro nel dossier ci sono due morti le cui cause non sono state ancora chiarite: quella di un frate filippino e quella dello stesso commissario inviato dalla Santa Sede, padre Fidenzio Volpi che fu oggetto di una pesantissima campagna mediatica per delegittimarne l’azione di risanamento dell’istituto voluta dal Papa.

Un anno e mezzo fa erano partite le indagini della Procura di Avellino che grazie al lavoro della Guardia di Finanza aveva compiuto sequestri nel marzo 2015 di 30 milioni di euro di proprietà delle due società. Si tratta di 59 fabbricati, 17 terreni, un impianto radio-tv, 5 impianti fotovoltaici dislocati su tutto il territorio nazionale, 102 autovetture, più saldi giacenti su numerosi rapporti di natura finanziaria. Beni sulla cui liceità di acquisizione e gestione pesa il dubbio degli inquirenti che ipotizzano i reati di truffa e falso ideologico.

Nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, notificato agli indagati nel luglio scorso si parlava del “disegno criminoso con più azioni commesse anche in tempi diversi in violazione di più norme di legge”. Un disegno che sarebbe stato attuato per sottrarre beni all’Istituto religioso che ha sede a Frigento, in via Piano della Croce, in quel convento intorno a cui si sono concentrate anche altre indagini.

Padre Manelli fu individuato dalla Procura come “istigatore e determinatore dell’attività dei correi”, ossia come l’orchestratore della truffa. Risulterebbero invece prescritte (perché riguardano fatti avvenuti prima del 2009 e che prevedono pene non superiori ai 6 anni di detenzione) le accuse per gli abusi sessuali e maltrattamenti subiti da alcune suore in diversi conventi dell’Istituto commissariato dalla Santa Sede nel 2013, reati per i quali l’83enne padre Manelli, nato a Fiume, era stato iscritto nel registro degli indagati dal pm Adriano Del Bene.

http://www.farodiroma.it/2017/01/08/i-francescani-dellimmacolata-feriti-sono-tra-gli-accusatori-di-padre-manelli-il-boia-di-frigento/

UNA CONFERENZA ALLA CARLONA NELL’HOTEL CARLTON

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“Alessandro (fa gli) Gnocchi”

 

All’Hotel Carlton di Rimini, dal 28 al 30 ottobre 2016 si è svolto il 24° Convegno di Studi “Cattolici” organizzati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X in collaborazione con la Rivista Tradizione Cattolica.

Con il magnanime gesto di Papa Francesco di estendere dopo l’Anno della Misericordia ai sacerdoti lefebvriani l’ascolto delle confessioni dei fedeli cattolici, credevamo che l’incontro di Rimini potesse stavolta significare una certa riconoscenza verso il pontefice regnante e un passo in avanti nella ricerca di una piena comunione con Roma.

Ci eravamo illusi fino a quando il cinquantasettenne pubblicista Alessandro Gnocchi ha preso la parola sul tema: “Caritatevoli soprusi: Dell’oscuramento dell’ordine divino alla violenza di una misericordia secolarizzata”.

Eterodossia, mondanità spirituale, paranoia, pseudomessianicità potrebbe essere il titolo che il tema merita per la forma e per il contenuto. Sembra nella prima parte un ossimoro illogico e nella seconda parte un’eresia materiale.

Il “conferenziere” del paese degli Orobi anche se non è titolato a sviluppare teologicamente un discorso sulla misericordia, dovrebbe almeno conoscere bene la misericordia di Papa Francesco.

Nel novembre del 2013 il suo amico Mario Palmaro, con il quale ha condiviso la stesura di alcuni libri “accademici” (… le vecchie zie,  … la bella addormentata, … antijuventino e … sopravvivenza interisti...) fu raggiunto da una telefonata personale di Papa Francesco che lo volle confortare nel decorso della sua malattia terminale.

Il gesto commosse l’interessato e colpì specialmente per il fatto che poco tempo prima sia Mario Palmaro che proprio Alessandro Gnocchi, avevano pubblicato per “Il Foglio” di Giuliano Ferrara l’articolo sarcastico “Questo Papa mi piace troppo” in piena polemica con l’incipiente pontificato. I due erano stati anche allontanati per questo da Radio Maria, nella quale avevano uno spazio fisso di collaborazione.

L’intervento di Alessandro Gnocchi al convegno di Rimini è fruibile sul canale youtube “Pascendi Domini Regis”  il cui archivio sembra espressione di un cristianesimo fondamentalista in direzione filolefevbriana.

Nel suo “caritatevole sopruso” lo Gnocchi cita la domanda dell’amico Luigi Girlanda che chiede: “E’ vero che l’idea della conquista appartiene all’ Islam ma si può intendere conquista anche quando Gesù manda i suoi discepoli nel mondo?”

Rivolgendosi alla platea del Carlon, in una sorta di indovinello a risposta multipla, lo Gnocchi chiede ex abrupto: “Chi afferma questa idea?

A ) Il Mago di Milano?

B ) Alessandro Cecchi Paone?

C ) Emma Bonino?

D ) Il Vescovo di Roma?”

E’ molto compiaciuto nel sentire come risposta di una pubblico divertito: “Bergoglio!”

 

Per onestà intellettuale (nostra) riportiamo integralmente quanto il Papa dichiarò nel maggio del 2016 al corrispondente del giornale francese “La Croix”: «Oggi io non credo che ci sia paura dell’islam ma dell’Isis e della sua guerra di conquista che è in parte tratta dall’islam. È vero che l’idea della conquista appartiene allo spirito dell’islam. Ma si potrebbe interpretare secondo la stessa idea di conquista la fine del Vangelo di Matteo, quando Gesù invia i suoi discepoli a tutte le nazioni. Di fronte al terrorismo islamico, sarebbe meglio interrogarci sul modo in cui un modello troppo occidentale di democrazia è stato esportato in paesi come l’Iraq, dove un governo forte esisteva in precedenza. Oppure, in Libia, dove esiste una struttura tribale. Non possiamo andare avanti senza prendere in considerazione queste culture. Come ha detto di recente un libico: “Eravamo abituati ad avere un Gheddafi, ora ne abbiamo cinquanta.” La coesistenza tra cristiani e musulmani è ancora possibile. Io provengo da un paese dove coabitano bene».

Fraternità Sacerdotale San Pio X logo

Conquistata la simpatia della platea del Carlon, secondo lo schema “amicus meus, inimicus inimici mei”,  lo Gnocchi parla della sua partecipazione a un corso di aggiornamento di giornalisti a Mestre al quale è andato suo malgrado poiché non ama partecipare a quelli che trattano di gender o di immigrazione; avendo il dono mistico della scienza infusa ed essendo leghista lui non ha bisogno né dell’uno, né dell’altro.

Con rammarico fa presente che a quel corso un anziano giornalista ha osato parlare per tre quarti d’ora di Papa Francesco, cosa che lo ha reso paonazzo dalla rabbia poiché per lo Gnocco il Papa – che chiama semplicemente “Bergoglio” –  andrebbe solo criticato e messo alla gogna pubblica.

Lo Gnocchi cita poi l’affermazione di Papa Francesco rivolta ai giornalisti: “Si deve cercare la verità sennò si schiacciano le persone…” e continua di più bella dicendo: “Bergoglio parla di sé stesso! E’ il tema della nostra giornata!”

Caspita!

Poiché non si capisce bene dove voglia atterrare con i primi cinque minuti del suo discorso, lo Gnocchi tira fuori “il caso scuola”, quello di cui “tutta la cronaca ne parla”  – lo dice lui –  e cioè i Francescani dell’Immacolata (sic)!

Lo Gnocchi cita due documenti: quello del decreto di commissariamento della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata sul commissariamento dei Frati e la lettera con la quale Padre Fidenzio Volpi si presentava all’Ordine dei Francescani dell’Immacolata.

Lo Gnocchi considera scandalosa la richiesta della Santa Sede di rimborso spese e l’onorario di servizio al Commissario ed eventuali collaboratori a carico dei Francescani dell’Immacolata.

“Nel regime sovietico e comunista – dice – i familiari pagavano le pallottole dei condannati”.

Lo Gnocchi sembra indignato e forse vorrebbe dire che nel regime capitalista i guai di casa propria sono gli altri a pagarli, proprio così come accade nel welfare statunitense…

Come se fosse un dirigente in un ufficio pubblico, lo Gnocchi si chiede addirittura come sia possibile che un numero di protocollo di un Dicastero vaticano sul decreto di commissariamento emesso nel 2013, porti la cifra 2012.

E’ sicuro che quel numero sia la datazione dell’annata?

Secondo lui è stato scritto un anno prima, addirittura prima del ricorso dei frati e della visita canonica…

Senza dare scampo a nessuno, come gli estremisti alla strage del Bataclan parigino, lo Gnocchi innesta un nuovo caricatore per le sue sparate e prosegue ironizzando sulla seguente citazione del defunto Padre Volpi su Papa Francesco: “non è possibile che dei consacrati non sentano con la Chiesa che ci ha generato nel battesimo e trovino l’espressione filiale nella comunione con i pastori e il Papa segno della visibile unità”.

Ecco la lettura di Gnocchi: “E’ una risoluzione delle Brigate Rosse in forma di enciclica!”

Gnocchi, poi, dimenticando il principio cristiano di non parlare male degli assenti, cita Massimo Introvigne definendolo ironicamente “il più grande sociologo degli ultimi cento anni”.

La definizione gli occorre per attaccare il termine “dissidente” che Massimo Introvigne nella sua “ultima esibizione di stampa” – così come dice lo Gnocchi –  attribuisce a coloro che criticano il Papa.

Nel continuare a parlare a braccio lo Gnocco dice: “cerchiamo di capire le ragioni” (? ndr) e cita la lettera di un religioso che riassumeva la situazione che si era instaurata all’interno dell’Ordine (dei Francescani dell’Immacolata ndr).

Secondo lo Gnocchi che cita la lettera del religioso (quale? ndr) la situazione era questa già nel 2013:

 

  • Obbligo di non celebrare la Santa Messa secondo il Vetus Ordo;
  • Divieto del Breviario e dei rituali tridentini “come permesso da Papa Benedetto” (? ndr);
  • Divieto di scrivere al Fondatore;
  • Proibizione di scrivere articoli sulle riviste della Casa Mariana editrice;
  • Proibizione di diffondere le pubblicazioni di Casa Mariana Editrice;
  • Divieto di avere un gruppo di laici che seguivano i Frati;
  • Divieto di avere un proprio Seminario;
  • Divieto di gestire autonomamente l’economia…

 

Su quest’ultimo punto lo Gnocchi dice che questo è un “severo e costante rimprovero del Commissario” e sottolinea che il religioso che fa la lista dei divieti scrive “commissario” con la lettera “C” anziché la “K”, sbagliandosi.

A tale affermazione l’assemblea applaude…

Il religioso scrivano poi dichiara che “secondo voci” (Daniele Murgia nipote di Stefano Manelli e giornalista a TV2000 ndr) il commissario percepisca “a spese nostre” 5.300 euro al mese (nostre di chi? ndr);

c’è poi la chiusura di alcuni conventi;

non si può liberamente usare il cellulare e il computer:

“tutto è controllato da un sofisticato sistema e sarà utilizzato per darlo al commissario”.

A questo punto lo Gnocchi interrompe la lista delle doglianze e dice: “non so se era utilizzato questo sistema, ma i frati hanno estorto confidenze telefoniche registrate e portate al commissario”.

Chiuso l’argomento dei Francescani dell’Immacolata, lo Gnocchi dice che lo stesso problema lo stanno vivendo quelli del “Verbo Incarnato”, istituto argentino “odiato da Bergoglio” che “sta diffondendo l’opera di Cornelio Fabro”.

Dopo questa sgaloppata mentale lo Gnocchi dice: “E’ tutto il problema della Messa col Rito Tradizionale (sic). “Quando morì mio padre – scrive – io volevo fargli celebrare il funerale tridentino, ma il parroco disse: ‘ se sei ortodosso o protestante per ecumenismo te lo potrei fare, ma se sei cattolico non lo posso fare’…”.

Tronca così il discorso e senza raccordo logico continua lo Gnocchi dicendo: “E’ la distruzione della ragione e dell’essere uomini! E’ la traduzione tipica della rivoluzione giacobina e dei paesi comunisti, l’odio per il proprio popolo. E’ ciò che accade nella Chiesa contro il popolo di Dio (sic). E’ la distruzione di ciò che c’è nei confini. Si parla del male solo per la Germania nazista, ma l’odio per il popolo è dei comunisti!”

Per altri cinquanta minuti la “conferenza” scientifica dello Gnocchio continua con questo tenore tra qualche sbadiglio e visione del cellulare del popolo che si rianima solo agli insulti per “Bergoglio”…

 

Ho atteso qualche giorno prima di rispondere a questa provocazione che offende i sentimenti dei cattolici per il rispetto dovuto alla persona del Pontefice felicemente regnante, di servitori della Chiesa come Padre Fidenzio Volpi e di onesti cittadini e studiosi come Massimo Introvigne.

Ho fatto alcune ricerche su internet, ho incontrato e telefonato a qualche frate ed ex suora e sono arrivato alle seguenti conclusioni:

  • La celebrazione secondo il Vetus Ordo non è stata mai proibita, ma si trattava di regolamentarla visti gli abusi. I seminaristi assistevano solo al cosiddetto rito tridentino perché il Manelli diceva che solo questa Messa era oro, mentre quella di Paolo VI era argento: valida ma non lecita! (sic);
  • Benedetto XVI non ha mai autorizzato ad hoc l’uso del breviario tridentino, ma nel motu proprio Summorum Pontificum ne sdoganava l’uso e faceva riferimento a quegli istituti che normalmente ne facevano uso o che conservavano quei libri liturgici: non era il caso dei Francescani dell’Immacolata. Mi hanno riferito, inoltre, che in ogni convento c’erano due cappelle: una per i frati dotti che recitavano il Breviario in latino e un’altra per i frati “ignoranti” che recitavano il breviario in italiano. A qualcuno, l’esperto liturgista padre Stefano Manelli disse addirittura: “se non sei sacerdote, ti basti la recita dei Pater Noster…;
  • Risulta con evidenza che non solo non era vero che Padre Stefano non poteva ricevere i Frati, ma si permetteva di ricevere anche Suore e laici liberamente, continuando a fare vestizioni e ricevere i voti; qualcuno dice addirittura che nei pressi di Cassino faceva la prova di verginità alle aspiranti religiose;
  • Scrivere articoli è regolato per i chierici dal Diritto Canonico e rileva dall’autorizzazione dell’Ordinario. Nella fattispecie la Casa Mariana editrice che apparteneva a tutti gli effetti all’Istituto, venne sottratta ai Frati e affidata a un certo Claudio Circelli. Non si capisce quindi perché i Frati dovessero scrivere per un tale che aveva sottratto loro un’opera. Tale editrice ci è stato riferito che è sotto inchiesta giudiziaria per non chiari passaggi finanziari e inadempienze fiscali: come dichiarò l’avvocato Sarno in televisione, su un fatturato di ventiquattromila euro c’erano entrate annuali per novecentomila euro e altrettante uscite senza una identificata provenienza e destinazione. Sembra inoltre che il Signor Claudio Circelli avesse una figlia suora francescana dell’Immacolata la quale ha poi abbandonato la vita religiosa e forse sposato un ex frate… Non siamo sicuri se sia proprio lei o si tratti di un altro caso analogo nell’ambito dei sodali del Manelli nell’operazione ai danni ai beni e alle opere dell’Istituto di Diritto Pontificio;
  • E’ accertato che non è vero che il commissario proibì al gruppo di laici che seguivano la spiritualità dei Frati di continuare gli incontri. Da più di una testimonianza formalizzata nelle opportune sedi canoniche e giudiziarie, un certo Pio Manelli, il fratello più piccolo di Padre Stefano Manelli, si rese attivista di una campagna divisoria all’interno del gruppo dei laici. Pio Manelli era stato nominato da padre Stefano Manelli maestro dei laici terziari. Aveva creato come un certo Claudio Nalin condannato e poi assolto solo in appello al Tribunale di Bolzano per violenza sui figli, una associazione parallela ai frati. In buona sostanza c’erano i laici che si reputavano fedeli al Fondatore e quelli che invece obbedivano al Papa, alla Chiesa, crudele e nemica di un “santo” come Padre Manelli, novello San Francesco e Padre Pio del secolo XXI.
  • “La chiusura del Seminario interno è stata una delle più grandi grazie dell’Istituto” mi ha confidato un seminarista che frequenta una Pontifica Università. Padre Settimio Manelli, il nipote di Padre Stefano Manelli era il papa e l’imperatore dei futuri sacerdoti dell’Istituto che governandoli in modo monocratico secondo le disposizioni del Fondatore – zio aveva fatto di loro degli zingari che si esibivano nel servizio liturgico in tridentino. Mi hanno assicurato anche che in quel seminario era addirittura messo sotto censura l’Osservatore Romano! Un modello di rettore.
  • Se il Manelli fece fare piazza pulita di tutti i beni e le opere dopo un mese dal commissariamento, non si capisce cosa non potesse più gestire autonomamente. Qualora fossero rimasti dei beni e delle opere, un superiore generale ne è forse il padrone-proprietario?
  • Vero che sono state chiuse diverse case. I frati non ne potevano più di stare in due o tre nei conventi solo perché Padre Manelli mettesse sul mappamondo o le cartine d’Europa delle bandierine imperialiste per dire: siamo anche qui!
  • Non si capisce come non si potesse usare liberamente computer e cellulare se erano strumenti interdetti ai Frati dal Manelli stesso. Un fraticello mi ha detto che Padre Manelli proibì addirittura con una lettera circolare l’uso dei pen disc! Risibile la bufala di spionaggio con “un sofisticato sistema”. Questo non è tecnicamente possibile per un privato;
  • Non risultano “estorsioni” di colloqui telefonici. Ho accertato che alcuni frati fedelissimi al Manelli facessero invece i centralinisti per cercare di far passare dei religiosi fedeli alla Chiesa e al Commissario, dalla parte del Manelli. Questo mi è stato riferito addirittura da un officiale della Congregazione per la Vita Consacrata.

 

In definitiva sono rimasto disgustato da Alessandro Gnocchi.

Non si comporta da figlio della Chiesa e offende i sentimenti più sacri dei cattolici per come tratta il Papa.

Non rende servizio alla verità che cristallizza solo negli eventi polemici della prima fase del commissariamento rivelando una sua diretta implicazione.

Mi è stato detto che s’incontrasse a Roma con un certo Padre Alessandro Apollonio, ex Procuratore Generale che non saprei dire dove sta adesso. Alcuni laici di Cassino lo ricordano e rimasero male quando fu mandato via da Padre Manelli. Era infatti rettore dei seminaristi, ma Padre Stefano Manelli volle concentrare tutti i formandi del mondo in Italia nelle mani del nipote. Un frate nigeriano che sta a Roma mi ha detto che era molto offensivo verso gli africani.

Sarebbe il caso di dire che la formazione del nipote del Padre Stefano Manelli fosse fatta con i piedi poiché giocava e faceva giocare sempre a calcio: calcium et circens.

Padre Apollonio, prima che uscisse di scena stava a Roma e qualcuno mi ha detto che cercò di riscattarsi presso Padre Manelli facendo l’attivista a suo favore.

Sono dinamiche raccapriccianti che fanno riflettere.

L’Istituto era scaduto nel tradizionalismo estremo alla mercé del cardinale Burke e sodali contro Papa Francesco.

Fingendosi vittime il Fondatore e sodali misero in moto una campagna diffamatoria contro il Commissario Padre Fidenzio Volpi ostacolando il suo governo ed esasperandolo fino alla morte.

Che Alessandro Gnocchi non sia una grande mente ci può stare; non tutti sono chiamati ad essere geni e benefattori dell’umanità.

Che non mostri nemmeno rispetto per una persona defunta, questo però è inaccettabile.

Se incrociassi uomini di questo genere riterrei che la mia saliva è troppo preziosa per essere sprecata nello sputargli in faccia.