La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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Il Gip respinge la riapertura delle indagini sulla morte di padre Volpi. Ingiustizia è fatta (di Mario Castellano)

Ieri, 2 novembre, il defunto Padre Fidenzio Volpi non è stato certamente commemorato come avrebbe meritato per la sua santa vita di religioso, morto nel servizio alla Chiesa ed alla Persona del Santo Padre: il Giudice per le indagini Preliminari, Dottor Fabrizio Gentili, ha infatti respinto l’impugnazione da parte della Signora Loredana Volpi, nipote del Religioso, dell’istanza di archiviazione proposta dal Sostituto Procuratore, Dottor Attilio Pisani, riguardante le possibili responsabilità penali.
Questa decisione, su cui ci permettiamo, pur nel rispetto delle prerogative dell’Autorità Giudiziaria, di esprimere alcune valutazioni critiche, non chiude le vicende giudiziarie legate alla situazione in cui versa l’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata: nei procedimenti ancora in corso potrebbero infatti emergere elementi tali da determinare una riapertura delle indagini sulla morte del Commissario Apostolico.
In primo luogo, è in corso il processo per lesioni a carico dell’uomo che ai primi di quest’anno, dopo essere penetrato nella Basilica di santa Maria Maggiore, luogo tutelato dalla condizione di extraterritorialità in base al Trattato del 1929 tra l’Italia e la Santa Sede, ha tentato di sgozzare – per fortuna senza riuscirvi, ma riducendolo comunque quasi in fin di vita – Padre Angelo Maria Gaeta. Sulla personalità dell’attentatore occorrerà che i Giudici facciano piena luce, così come sui moventi del suo gesto criminale e sacrilego.

Non si deve dimenticare che Padre Gaeta aveva reso testimonianza, poco prima di essere aggredito, nel processo in corso presso il Tribunale Penale di Avellino a carico di Padre Stefano Maria Manelli, già Superiore Generale dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata e dei suoi ex Economi Padre Pietro Maria Luongo e Padre Bernardino Maria Abate, tutti e tre accusati di truffa aggravata (reato in seguito derubricato) e di falso ideologico per una vicenda connessa con la morte di Padre Fidenzio Volpi.
Poco dopo la nomina di quest’ultimo Religioso alla carica di Commissario Apostolico dell’Istituto, decisa dall’attuale Pontefice in considerazione delle risultanze acquisite dal Visitatore Apostolico inviato dall’anteriore Pontefice Benedetto XVI, gli Statuti delle due persone giuridiche di Diritto Privato cui era ed è tuttora attribuita la proprietà dei beni riferiti all’Istituto venero emendati per trasferire la loro Legale Rappresentanza dai Religiosi – soggetti al Voto di Obbedienza – ai laici.
Nel procedere frettolosamente a tale modifica, non vennero rispettate le norme stabilite a tal fine dagli stessi Statuti: di qui trae origine il procedimento penale tuttora in corso, così come un procedimento civile volto a fare dichiarare la nullità di quanto deliberato.
La Procura di Avellino ha anche disposto indagini in merito ad alcune morti sospette di Religiosi e di benefattrici laiche dell’Istituto, sepolti nella cripta del Convento di Frigento.
E’ comunque fondato il sospetto che il movente dell’aggressore di Padre Gaeta consista in una vendetta per la testimonianza resa in giudizio da questo Religioso a carico degli imputati.
Il commissariamento dell’Istituto si protrae comunque senza che i nuovi Commissari Apostolici siano riusciti a reintegrare l’Autorità dell’Istituto nella disponibilità dei beni ad esso riferiti, malgrado un intervento diretto del Santo Padre in questo senso.
La resistenza dei laici chiamati ad assumere la Legale Rappresentanza delle persone giuridiche titolari delle temporalità alle richieste provenienti dall’Autorità Ecclesiastica si spiega tanto con l’enorme valore dei beni in questione – tra cui figurano diversi parchi eolici e moltissimi immobili – quanto con l’origine delle donazioni, che potrebbero fare risultare l’Istituto quale prestanome della camorra.

Padre Volpi, come è noto, durante il suo mandato fu colpito da una campagna sistematica di diffamazioni, minacce ed insulti orchestrata da innumerevoli pubblicazioni elettroniche facenti capo al tradizionalismo più estremo, questo per impedirgli di accertare la verità sull’effettiva origine dei beni riferiti ai Francescani dell’Immacolata e sull’impiego delle rendite da essi originate. Certamente il Religioso è stato vittima delle pressioni subite, sulle quali esiste una documentazione imponente.

La malattia che lo portò alla morte si manifestò subito dopo che Commissario Apostolico si era impegnato in un durissimo confronto con una ditta inglese, la “Baronius Press”, che pretendeva dall’Istituto un pagamento indebito, riferito ad una fornitura di libri non ordinati.
Se il decesso di Padre Volpi non risultasse dovuto a cause naturali, il movente degli uccisori consisterebbe nella necessità di fermarlo prima che giungesse a chiarire l’effettiva situazione economica dei Francescani dell’Immacolata e la relativa connessione con la malavita organizzata.

E’ naturale che i suoi esponenti esultino per la decisione adottata dal Giudice per le Indagini Preliminari di Roma, in quanto si allontana la possibilità di una indagine approfondita sui moventi di un omicidio la cui eventualità viene esclusa; l’Autorità Giudiziaria si è comunque preclusa la possibilità di indagare sul suo movente che potrebbe averlo determinato.
In merito all’atteggiamento tenuto dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, ci limitiamo ad osservare che essa non solo evitò di sostenere Padre Volpi nel suo confronto con la “Baronius Press”, ma giunse a schierarsi apertamente con la sua controparte, intimando al Commissario Apostolico di effettuare un pagamento risultato assolutamente indebito.

Essendosi preclusa la possibilità di ulteriori accertamenti giudiziali sulla morte del Religioso, è anche escluso che la Magistratura possa acquisire la documentazione relativa alle divergenze insorte tra le Autorità della Congregazione e Padre Volpi: questo materiale probatorio avrebbe potuto aiutare la Giustizia a far luce sulle cause della morte del Religioso, ma anche sulle possibili pressioni esercitate su questo organo della Santa Sede da chi si opponeva all’opera da lui svolta.

Nel celebrare la Messa Esequiale in San Lorenzo in Verano, il Segretario della Congregazione fece espresso riferimento ad alcuni “errori” compiuti dal Commissario Apostolico: richiesto di un chiarimento sugli atti di governo dell’Istituto cui si era riferito, Monsignor José Rodriguez Carballo reiterò la sua valutazione, ma non chiarì a quali comportamenti di Padre Volpi si fosse riferito; tutto ciò è documentato nel libro che abbiamo dedicato alla vicenda.
Sul merito della decisione assunta dal Giudice per le Indagini Preliminari, va rilevato che l’istanza della Signora Loredana Volpi si basava sulla totale assenza di atti istruttori da parte del Sostituto Procuratore incaricato delle indagini, il quale non ha acquisito agli atti le cartelle cliniche relative al ricovero di Padre Volpi in tre diversi ospedali, il San Giovanni il Don Gnocchi ed il Policlinico Gemelli, né ha escusso alcun testimone – in particolare i Medici curanti – né soprattutto ha disposto l’esame necroscopico del corpo.
Solo eseguendo l’autopsia sarebbe stato possibile accertare od escludere l’avvelenamento da arsenico, che invece risulta possibile in base all’esame compiuto sui peli della barba prelevati a Padre Volpi da parte del Direttore dell’Istituto Tossicologico “Maugeri” dell’Università di Pavia, cioè dalla massima Autorità scientifica e dalla più prestigiosa Istituzione dedita alla ricerca in questo campo.

Il Giudice ha rifiutato di prendere in considerazione tali risultanze adducendo il motivo che il prelievo del referto ed il relativo esame sarebbe avvenuto in modo irrituale: il modo in cui sono state condotte le indagini rivela però che qualora il referto fosse stato consegnato all’Autorità Giudiziaria, l’esame non si sarebbe svolto.
Esso inoltre comportava la distruzione del reperto, per cui non risulta possibile una sua ripetizione.
Solo l’esame degli organi interni del corpo di Padre Volpi potrebbe dissipare ogni dubbio sulla “causa mortis”, ma è quanto precisamente l’Autorità Giudiziaria ha rifiutata di disporre.
Desta però soprattutto meraviglia che nel testo del provvedimento adottato dal Giudice per le Indagini Preliminari non sia fatto alcun riferimento ad una circostanza non esposta né dal denunziante, né dalla parte lesa, bensì dai Medici dell’Ospedale Don Gnocchi e riferita dai Sanitari nella cartella clinica.
L’episodio, se fosse stato valutato adeguatamente e fatto oggetto delle indagini dovute, avrebbe potuto portare al chiarimento di alcune circostanze che qui ricordiamo
In primo luogo, si sarebbe scoperto chi si fosse introdotto nell’Ospedale Don Gnocchi e per quale motivo avesse agito.

In secondo luogo, sarebbe stata valutata la possibile connessione tra la somministrazione di un caffelatte, accertata dai Medici curanti e riferita nella cartella clinica, ed il successivo improvviso peggioramento delle condizioni di salute del paziente.
In terzo luogo, sarebbe risultata la connessione, se non la coincidenza, tra la persona del responsabile e quanti prima della sua malattia si trovavano quotidianamente a contatto con Padre Volpi, oltre alla loro eventuale connessione con ambienti dichiaratamente e violentemente ostili al Commissario Apostolico.
Purtroppo, la circostanza più rilevante ai fini delle indagini è stata trascurata dalle Autorità Giudiziarie che successivamente ne sono state incaricate, al punto di non essere neppure citata nelle loro conclusioni.

Ciò basta per motivare il nostro rispettoso ma fermo e convinto dissenso rispetto alle conclusioni cui sono pervenuti, almeno allo stato attuale, i Magistrati incaricati del caso.

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/gip-respinge-la-riapertura-delle-indagini-sulla-morte-padre-volpi-ingiustizia-fatta-mario-castellano/
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PROCESSO A MANELLI, PRIME TESTIMONIANZE A MAGGIO

di Loredana Zarrella

Il Mattino, pagina Avellino, ed. 3/11/2017

Primo atto in Tribunale del processo a padre Manelli. Incardinato in aula, ieri mattina, il procedimento per falso ideologico a carico di Stefano Manelli, fondatore dell’Ordine dei frati dal saio grigio-celeste, ma anche di padre Pietro Maria (Pietro Luongo) e padre Bernardino Maria (Maurizio Abate), rappresentanti legali delle due associazioni, «Missione dell’Immacolata» e «Missione del Cuore Immacolato», cui sono intestati i beni dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, e finite sotto inchiesta per presunte irregolarità nella gestione.
Assenti gli imputati, il giudice Francesca Spella ha ammesso, e rinviato all’8 maggio, la prova orale dei testi proposta dagli avvocati Gianfranco Antonelli e Domenico Ducci, rispettivamente difensori di Maurizio Abate e Stefano Manelli. Presente all’udienza, ma solo come uditore, l’avvocato Enrico Tuccillo che, per «divergenze interpretative» (come dichiarato a Il Mattino), ha rinunciato alla difesa di Padre Manelli.
Il noto legale partenopeo, che è già riuscito a far scagionare Manelli dalle accuse di abusi e molestie verso le suore, facendole archiviare, resta il difensore di Pietro Luongo. All’udienza a cui era presente come uditore, si è fatto però rappresentare dall’avvocato Francesco Gala Trinchera.
Nessuna proposta di testimoni per la difesa di Padre Pietro Maria. «Dimostrerò la totale estraneità di Pietro Luongo senza chiamare in causa testi ma basandomi solo sugli atti», afferma Tuccillo che, a margine dell’udienza, cita un altro fascicolo ancora aperto tra i filoni di inchiesta che pendono, da tre anni ormai, sull’intero Istituto dei frati fondato a Frigento. Il riferimento del legale è a quella decina di «complottisti, tra religiosi e laici» che avrebbero ordito un piano contro Padre Manelli.
Il nodo da sciogliere, presso il Tribunale di Avellino, resta intanto quello che lega i tre frati imputati a carte che sarebbero state manipolate subdolamente, con l’inganno di notai e Prefettura. «Nell’imputazione si assume che i soci originari siano stati destituiti in maniera formalmente non corretta, secondo la normativa dello statuto all’epoca vigente – dice l’avvocato Antonelli – Vi sono in realtà ragioni specifiche per le quali sono stati destituiti. L’ipotesi ruota intorno alle dichiarazioni rese al notaio circa la completezza o meno della compagine societaria. È chiaro che sia importante sentire se questi soci siano stati destituiti o meno in maniera consapevole e quali fossero le ragioni della loro destituzione. A nostro giudizio è fondamentale che la lista testi venga mantenuta intatta. Sono tutti oggetti della prova particolarmente significativi. Valuterà il giudice poi. Sarà una battaglia simpatica sotto questo aspetto».
La lista dei testi è particolarmente corposa. Al momento, il giudice ha ammesso i primi due. L’8 maggio si ascolteranno gli ufficiali della Guardia di Finanza (Palumbo e Carpenito) che hanno redatto l’informativa e che, quindi, hanno assunto le testimonianze. Agli atti sarà acquisita, come è doveroso che sia dal punto di vista processuale, anche l’originaria querela di Padre Fidenzio Volpi, il commissario apostolico dell’Istituto, morto nel 2015. Al tempo delle modifiche statutarie non venne interpellato. I frati, anzi, dichiararono ai notai, falsamente, di aver avuto il suo assenso.

MANELLI A GIUDIZIO IN NOVEMBRE

Lo scandalo del convento di Frigento, Manelli a giudizio a novembre

Scatta il giudizio su padre Manelli. Dopo due anni esatti dall’avvio dell’indagine della Procura di Avellino.

A novembre il giudizio per Padre Stefano Manelli, fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, per l’ex-economo Padre Bernardino Maria Abate, e per Padre Pietro Maria Luongo, in qualità di rappresentante legale dell’associazione “Missione dell’Immacolata” di Frigento, una delle due associazioni munite di personalità giuridica di diritto privato cui sono intestate le temporalità dell’Istituto.

Nell’inchiesta affidata alla Finanza, scandali a sfondo sessuale e testimonianze di ex-suore sulle devianze di Manelli descritto come un guru. Trenta milioni di euro, fra beni mobili e immobili, sarebbero stati sottratti alla Congregazione e trasferiti a soggetti non legittimati.

Domenica 9 Aprile 2017, 16:51 – Ultimo aggiornamento: 09-04-2017 17:15
http://www.ilmattino.it/avellino/manelli_giudizio_novembre-2370919.html
Frigento

MANELLI, A NOVEMBRE IL PROCESSO
SULLA MISSIONE IMMACOLATA

La gestione degli ingenti fondi e le presunte violenze sessuali in convento in aula ad Avellino

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Loredana Zarrella

FRIGENTO. Scatta il giudizio su padre Manelli. Dopo due anni esatti dall’avvio dell’indagine della Procura di Avellino.
A novembre il giudizio per Padre Stefano Manelli, fondatore dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, per l’ex economo Padre Bernardino Maria Abate, e per padre Pietro Maria Luongo, in qualità di rappresentante legale dell’associazione “Missione dell’Immacolata” di Frigento, una delle due associazioni munite di personalità giuridica di diritto privato cui sono intestate le temporalità dell’Istituto.
Nell’inchiesta affidata alla Finanza, scandali a sfondo sessuale e testimonianze di ex suore sulle devianze di Manelli descritto come un guru. Trenta milioni di euro, fra beni mobili e immobili, sarebbero stati sottratti alla Congregazione e trasferiti a soggetti non legittimati.
Il Gup Antonio Sicuranza ha accolto la richiesta avanzata dal Pm Fabio Massimo del Mauro, rinviando a giudizio i tre imputati, accusati di falso ideologico. Il processo dal 2 novembre prossimo, davanti al giudice monocratico del Tribunale di Avellino Francesco Spella. Nelle carte del Tribunale si parla di “disegno criminoso”, di Manelli “istigatore e determinatore dell’attività dei correi”. Il frate fondatore, 83 anni, difeso dall’avvocato Enrico Tuccillo, e due frati avrebbero tratto in inganno notai, e dunque la Prefettura, nel redigere l’atto modificativo dello statuto delle due associazioni, il tutto all’oscuro del Commissario apostolico Padre Fidenzio Volpi e con il fine ultimo, si presume, di sottrarre i beni al controllo dell’Istituto controllato ormai a vista dalla Santa Sede. Altre tre associati non sono stati convocati pur avendone diritto. Pesanti le modifiche agli statuti. Perché consentire l’ingresso di laici?
Il giudizio arriva dopo il rinvio dell’udienza preliminare del 22 dicembre scorso, mancando il difensore di Maurizio Abate, noto come Padre Bernardino Maria, di Atripalda, che è stato tesoriere dell’associazione. Manelli ritiene di aver trasferito le donazioni alle associazioni perché “l’Istituto deve vivere in povertà”- Se è vero che parte del denaro è stata destinata ai poveri e alle missioni, restano 59 fabbricati, 17 terreni, 5 impianti fotovoltaici, 102 autovetture, più numerosi conti bancari: erano il patrimonio delle associazioni di laici e religiosi ostili al Commissariamento.

Le Francescane dell’Immacolata violate e fatte prostituire. I punti di contatto tra la vicenda di padre Viroche e quella di padre Volpi (di Mario Castellano)

 

Il tema assegnato per la mia relazione non corrisponde esattamente con il suo contenuto, dato che – illustrando la vicenda dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata – mi dedicherò in particolare a descrivere il caso del presunto omicidio del Commissario Apostolico, Padre Fidenzio Volpi.

Tuttavia, questo tema possiede nondimeno una rilevanza generale in questa triste storia, in quanto consente di metterne a fuoco una componente fondamentale, e cioè l’immoralità eretta a sistema. La corruzione sessuale delle religiose, accompagnata da pratiche pseudo penitenziali quali la loro marchiatura a fuoco, come si usa fare per il bestiame, e come tristemente si faceva nei campi di sterminio nazisti, nonché dalla pronunzia di un voto di fedeltà riferito personalmente al fondatore dell’Istituto, del tutto estraneo ed anzi contrario alla norma canonica, non era finalizzata a soddisfare occasionali urgenze dello stesso fondatore o di altri religiosi, bensì volta a fare delle monache altrettante prostitute, da offrire ai cosiddetti “benefattori” in cambio di dazioni di denaro o di altri beni, oppure di loro autorevoli “protezioni”.

E’ così che si perviene al completo rovesciamento della norma morale: un religioso che contravviene al Voto di Castità riconosce di commettere un peccato, agisce per debolezza, e non lo fa in modo sistematico e pianificato.

Se invece le suore vengono indotte ad offrirsi a dei laici al solo fine di procurare all’Istituto dei mezzi materiali, o degli appoggi altolocati, non è possibile invocare la debolezza umana come giustificazione, o quanto meno come attenuante per un simile comportamento, che – soprattutto in quanto presentato alle monache come un supposto loro “dovere” – può soltanto appoggiarsi sul principio machiavellico per cui il fine giustifica i mezzi.

Questo stesso principio – come vedremo ora – ispira e regola un poco tutti gli aspetti della vita e del “modus operandi” dell’Istituto.

Si rigetta infatti il Magistero della Chiesa, a partire dal Concilio, si proibisce ai seminaristi perfino la lettura de “L’Osservatore Romano” tacciando questo giornale di “modernismo”, si giunge ad accogliere la teoria sedevacantista per rifiutare l’autorità degli ultimi Sommi Pontefici in materia dottrinale, si asserisce che la Messa in latino ha un presunto maggior valore rispetto alla Messa in lingua volgare, si proibisce addirittura di officiare secondo il “Novus Ordo” nel Seminario, e quando infine – per tutti questi motivi – la Santa Sede decide il commissariamento dell’Istituto, si impugnano sistematicamente tutti gli atti di carattere amministrativo (nessuna sanzione disciplinare viene infatti emanata dal Commissario Apostolico) compiuti da Padre Fidenzio Volpi, non già – si badi – in base ad una loro asserita illegittimità nel merito o ad un “error in procedendo”, bensì mettendo in discussione in linea di principio la legittimità dell’Autorità conferita dalla Santa Sede allo stesso Padre Fidenzio Volpi.

A questo punto, essendo stato emanato l’atto di nomina del Commissario Apostolico da parte della competente Congregazione, e non già da parte del Sommo Pontefice, e risultando dunque tale atto passibile di impugnazione dinnanzi al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, sarebbe stato logico attendersi precisamente questo ricorso alla giurisdizione, che però non venne mai interposto.

Per quale motivo?

Semplicemente per la presunzione che tale ricorso sarebbe stato respinto, ed una volta così sancita la legittimità del potere attribuito al Commissario Apostolico, la sua asserita illegittimità non avrebbe più potuto essere invocata nei ricorsi attinenti ai singoli atti emanati da Padre Volpi.

Queste impugnazioni non si proponevano dunque lo scopo di ottenere giustizia, bensì quello scopo che ho definito “politico”, mettendo beninteso tra virgolette questo termine, consistente nel mantenere uno stato di agitazione permanente nell’Istituto, ricorrendo ad una sistematica contestazione della sua massima Autorità.

E tale contestazione si manifestava – non dimentichiamolo – non soltanto con la presentazione di ricorso contro ogni suo singolo atto, ma anche nella sistematica e dichiarata ed anzi ostentata disobbedienza a quanto tali atti disponevano, e soprattutto in una sistematica azione pubblicistica, condotta da innumerevoli pubblicazioni cartacee ed elettroniche, caratterizzata dalla costante diffamazione, dal costante vilipendio e dalla costante intimidazione contro Padre Fidenzio Volpi.

Ed allora, una volta chiarito che risulta certamente immorale diffondere in modo sistematico la disobbedienza nella Chiesa, chiarito anche che risulta altrettanto immorale diffamare, vilipendere ed intimidire chi è incaricato di esercitare l’Autorità della stessa Chiesa, ci domandiamo di nuovo quale fosse il fine perseguito mediante tali mezzi immorali.

Il fine consisteva in apparenza nel sostituire alla Autorità del Commissario Apostolico, ma in sostanza alla stessa Autorità del Papa, dalla quale Padre Fidenzio Volpi derivava la propria, l’Autorità del fondatore.

Un fine dunque manifestamente scismatico, tale da rendere lo scontro ingaggiato contro il Commissario Apostolico, come egli stesso scrisse rivolgendosi con le sue relazioni periodiche alla Congregazione, una “quaestio stantis vel cadentis Ecclesiae”.

Abbiamo visto prima come questo scopo venisse perseguito sul piano dottrinale; quindi come venisse perseguito sul piano giuridico e disciplinare.

Fin qui, però, non si sarebbe costituito il movente di una possibile eliminazione fisica del Commissario Apostolico.

Questo movente si produsse quando Padre Fidenzio Volpi – senza nemmeno rendersene conto – mise un dito nell’ingranaggio del sistema finanziario costruito nell’Istituto ed intorno all’Istituto: non però da parte dell’Istituto, bensì da parte della camorra.

Alla camorra apparteneva infatti in realtà l’enorme quantità di beni materiali riferiti ai Frati Francescani dell’Immacolata, configurando il loro Istituto allo stesso tempo come una cassaforte ed un prestanome di questa delinquenza organizzata.

Questi beni – riassumo rapidamente – erano attribuiti alla proprietà di due Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, i cui Legali Rappresentanti, in base ai lori rispettivi Statuti, potevano essere soltanto dei Religiosi, sottoposti come tali al Voto di Obbedienza, riferito – per effetto della sua nomina a Commissario Apostolico – a Padre Fidenzio Volpi.

Si provvide dunque, precisamente subito dopo la sua assunzione della carica, ad emendare gli Statuti, rendendo possibile il conferimento della Legale rappresentanza delle due associazioni a dei laici, per i quali, naturalmente non vale il Voto di Obbedienza.

Essendosi però commesso, nella fretta di mantenere il controllo della camorra sui beni, un errore procedurale (mancava – per l’emendamento degli Statuti – l’autorizzazione del Superiore Generale, che costui avrebbe potuto esprimere finché era in carica, anche svolgendosi le Assemblee delle Associazioni in un momento successivo), lo stesso ex Superiore Generale e i due religiosi già Legali Rappresentanti delle stesse Associazioni sono finiti sotto processo per truffa aggravata e falso ideologico.

Al di sotto delle due Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, ne esistono altre tre che ne sono sprovviste, e quindi non sono tenute a redigere le scritture contabili prescritte per i soggetti di Diritto.

Le une passavano – e passano tutt’ora – il denaro ricavato dalla gestione dei beni di loro proprietà alle alte.

E queste ultime lo mandavano – e lo mandano tutt’ora – in gran parte in Nigeria, formalmente al fine di sostenere le Missioni insediate in questo Paese, ma in realtà per acquistare la droga che vi viene commercializzata apertamente (il Presidente della Repubblica è il primo narcotrafficante.

La droga viene poi inviata dalla camorra, presente in Nigeria coi propri affiliati, in Italia per esservi raffinata.

E’ da notare che le Associazioni non munite di personalità giuridica distribuiscono tutt’ora le loro elargizioni ai Frati, e che questi presunti donativi vengono elargiti – da parte dei lori inviati – a nome del fondatore.

In tal modo i Religiosi – ed in particolare i seminaristi – continuano ad oscillare nella loro fedeltà tra i nuovi Commissari Apostolici, rappresentanti della Santa Sede, ed il fondatore.

Risultando impossibile in linea di Diritto Canonico – il riconoscimento da parte della Congregazione di un nuovo Istituto, risulta di conseguenza impossibile tanto scindere l’attuale quanto dare una collocazione giuridicamente fondata nell’ambito della Chiesa a coloro che si sono già distaccati dall’Istituto ma persistono nella loro vita comunitaria in obbedienza al fondatore.

Tuttavia si riesce a proseguire – sempre con mezzi moralmente illeciti, in quanto basati sulla possibilità, asserita in modo menzognero, di costituire un nuovo Istituto, l’opera iniziata con la fondazione stessa di quello originario, opera consistente nella sostituzione dell’autorità di Padre Manelli alla Autorità del Papa.

Ancora una volta, dunque, il fine giustifica i mezzi, mezzi forniti – come si è visto – da attività illecite messe in atto da una organizzazione criminale.

Torniamo però alla vicenda di Padre Fidenzio Volpi.

Dopo la vendita della droga, acquistata nel modo che abbiamo descritto, la camorra elargiva una ulteriore mancia all’Istituto, a saldo dell’operazione.

Questa elargizione veniva inoltrata in Inghilterra, Paese che si qualifica se non come un “paradiso  fiscale”, quanto meno come un luogo di transito verso i “paradisi fiscali”.

Per giustificare l’esportazione del denaro, si acquistavano periodicamente dei libri da una ditta inglese, la “Baronius Press”, che provvedeva a sovrafatturarli.

Padre Fidenzio Volpi, una volta insediato quale Commissario Apostolico, rifiutò di pagare una ingente fattura di libri, adducendo il fatto che nessuno – e tanto meno egli stesso, quale Legale Rappresentante dell’Istituto – li aveva ordinati.

Nel braccio di ferro che si instaurò tra la ditta inglese e Padre Fidenzio Volpi, la Congregazione – anziché sostenere, come sarebbe stato giusto e prevedibile, le ragioni del Commissario Apostolico, gli ingiunse di pagare.

A questo punto, il Commissario Apostolico venne a trovarsi un una situazione senza via di uscita.

Da un lato, Padre Fidenzio Volpi era sul punto di scoprire il meccanismo finanziario costituito dalla camorra intorno all’Istituto, ma dall’altro lato – proprio in quel momento – veniva abbandonato a sé stesso, ed anzi osteggiato, da quella stessa Autorità che lo aveva nominato, e che avrebbe dovuto sostenerlo.

Sul presunto, conseguente omicidio di Padre Fidenzio Volpi rinvio al mio libro, ma posso affermare che il mandante fu la malavita organizzata, mentre il sicario va ricercato nelle fila dei tradizionalisti fanatici.

E qui arriviamo al peccato più grave, ed al più grave dei delitti, l’omicidio.

Ancora una volta, però, il fine di mantenere e di sostenere una autorità di fatto, contraria a quella legittima della Chiesa, una autorità sostanzialmente scismatica, giustifica il mezzo, il mezzo più immorale, la violazione del comandamento che vieta di uccidere.

Rimane da ultimo la domanda fondamentale: chi perseguiva il fine?

Nel momento stesso in cui l’Istituto veniva fondato, era chiara l’intenzione di costituirlo come una chiesa nella Chiesa, e se necessario una chiesa contro la Chiesa.

Lo testimoniano tutti gli aspetti che abbiamo esaminato, a partire dall’esigere alle Suore un Voto di obbedienza particolare al fondatore, continuando con l’elaborazione di un Magistero eretico, contrapposto a quello dei Papi e del Concilio, fino alla pratica sistematica della disobbedienza alla Autorità Ecclesiastica, accentuatasi dopo il commissariamento.

Fin dalla costituzione dell’Istituto, esso si era però costituito come cassaforte e prestanome della camorra, e di questo i fondatori erano ben consci.

L’opera di divisione della Chiesa abbisognava però di mezzi economici illimitati, ed ecco dunque la pretesa giustificazione di un simile “pactum sceleris”.

Ancora una volta, il fine giustifica i mezzi.

Proviamo però, in conclusione del nostro discorso, a metterci dal punto di vista dei camorristi.

Qui il discorso si rovescia, e si può formulare in questi termini: i mezzi giustificano il fine.

Nella mentalità mafiosa, l’elargizione di denaro alla Chiesa, e comunque ad un soggetto religioso, crea un’aura di rispetto e di considerazione per il malavitoso.

Le cronache sono piene di manifestazioni di questa mentalità aberrante.

I dirigenti delle Associazioni di cui abbiamo parlato, quelle munite e quelle sprovviste di personalità giuridica, godono di prestigio sociale, precisamente in quanto “aiutano i Frati”.

Che poi questo aiuto venga elargito al fine di dividere la Chiesa e di minare la sua Autorità legittima, si tratta per loro di una necessità, ed al contempo di una garanzia della possibilità di continuare a controllare lo strumento che essi stessi – con la complicità dei fondatori – hanno costituito per perseguire i loro scopi criminali.

Su questo tema, il Papa si è pronunziato in modo molto chiaro.

Riferendoci al nostro caso, ci auguriamo che la Congregazione ed  i nuovi Commissari Apostolici ne traggano le conseguenze.

Questo è il debito morale verso la memoria di Padre Fidenzio Volpi: un debito che attende ancora di essere pagato.

 

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/2017/04/07/le-francescane-dellimmacolata-violate-fatte-prostituire-punti-contatto-la-vicenda-padre-viroche-quella-padre-volpi-mario-castellano/

Francescani dell’Immacolata. Oltre agli abusi di Manelli emergono infiltrazioni di camorra

Si sarebbe dovuta concludere lo scorso settembre la fase di commissariamento dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata (fondato da padre Stefano Maria Manelli che è stato esautorato dalla Santa Sede nel 2013 a causa dei gravissimi abusi dei quali è accusato). Era attesa infatti la celebrazione di un Capitolo Generale e l’elezione delle nuove Autorità. E Don Ardito, Padre Calloni e Padre Ghirlanda i tre commissari nominati nel 2015 (dopo la morte di padre Volpi, il cappuccino che era stato incaricato di guidare l’Istituto) avrebbero dovuto dire al Papa: “Santità, missione compiuta!”, e sarebbero tornati ai loro impegni pastorali ed accademici anteriori. Così non è stato, ed ancora si brancola nel buio, in cerca di una improbabile via di uscita.

Escluso che i tre Commissari Apostolici protraggano di proposito il proprio incarico, essendosi affezionati ad una posizione di potere in cui gli oneri superano ampiamente gli onori, e tenuto conto che ogni giorno trascorso senza assolvere il compito loro affidato si risolve in un aggravamento dello stallo, o per meglio dire della sconfitta, mi sembra che essi siano ormai dediti ad una fatica di Sisifo. Forse, all’inizio, hanno creduto che bastasse ancora un provvedimento amministrativo, ancora una esortazione rivolta ai Frati per far loro accettare il Magistero della Chiesa, ancora un paterno richiamo all’obbedienza, per potere considerare assolto l’incarico di completare l’opera di Padre Volpi.

In realtà, il nemico che essi fronteggiano assomiglia molto ai Vietcong, i quali avevano eretto davanti agli Americani un muro di gomma, tale da mantenere impantanato il più potente esercito del mondo nelle paludi dll’Indocina. Non sono mancati, è vero i successi tattici, quali le ricollocazioni dei Frati dall’una all’altra sede, o le dichiarazioni formali di obbedienza agli stessi Commissari ed al Papa. E’ invece mancata, e non potrà arrivare – andando avanti di questo passo – la vittoria strategica, che consisterebbe nella adesione piena ed incondizionata dei Religiosi alla Chiesa del Concilio, alla Chiesa degli ultimi Pontefici; e soprattutto allo spirito ed al disegno riformatore proprio dell’attuale Papa.

Il quale viene anzi percepito con malcelato fastidio come un “modernista”: termine con cui si designa nell’Istituto, o meglio si pretende di liquidare, tutto quanto non corrisponde con il cosiddetto “spirito di Padre Manelli”: espressione, quest’ultima, che figura financo negli Statuti delle Associazioni intestatarie delle temporalità riferite ai Frati Francescani dell’Immacolata, ma della quale non siamo mai riusciti a farci dare una interpretazione autentica, o quanto meno attendibile.

Se non quella che lo fa coincidere con la volontà e con l’autorità indiscussa del Fondatore: siccome però costui ha fondato il suo potere spirituale sulla base dell’apporto economico della camorra, ecco come questo “spirito” finisce per materializzarsi molto volgarmente in interessi malavitosi.

I Commissari Apostolici potrebbero dunque assolvere al loro compito se riuscissero a convertire i camorristi: opera che riuscì a San Francesco d’Assisi con il Lupo di Gubbio, il quale simboleggiava dietro le sembianze ferine un noto peccatore, cioè un grassatore, un camorrista, dei suoi tempi. Il Poverello riuscì però nel suo compito non solo in quanto dotato di Santità, ma anche perché non ebbe timore di affrontare personalmente il peccatore, come fece anche – ne è testimone il Manzoni – il Cardinale Federigo Borromeo con l’Innominato (che era in realtà Bernardino Visconti).

I Commissari Apostolici rifuggono sistematicamente da simili incontri ravvicinati, e temono perfino di affrontare la situazione loro affidata nella sua cruda quotidianità. Così avviene che mentre i Frati si proclamano devoti ed obbedienti al Papa, essi continuano a ricevere un sostegno materiale tratto dai beni intestati alla famose Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, controllate dalla camorra.

E poiché l’Istituto ha ben poche altre possibilità di sostentamento, si assiste alla tessitura di una tela di Penelope: un giorno ci si inchina alla legittima Autorità ecclesiastica, e il giorno dopo, avendo ricevuto la “Provvidenza” elargita da solerti incaricati a nome del Fondatore, si disfa quanto era stato poco prima tessuto, ritornando ad un immutabile “status quo antes”. Basterebbe – tanto per cominciare – dare impulso al procedimento civile che verte sulla legittimità delle modifiche apportate agli Statuti delle Associazioni che, permettendo a laici di divenirne soci, hanno riportato i beni riferiti all’Istituto sotto l’effettivo controllo della criminalità organizzata. Ci furono due momenti in cui l’edificio edificato dai camorristi parve vacillare.

Il primo fu quando il Tribunale Penale di Avellino, nell’ambito del processo per truffa aggravata e falso ideologico a carico del Fondatore e dei due Religiosi già Legali Rappresentanti delle stesse Associazioni, dispose il sequestro giudiziale dei beni attribuiti alla loro proprietà. Questa decisione – in seguito alla quale Padre Volpi venne nominato Custode Giudiziale dei beni – fu revocata dal Tribunale del Riesame, la cui decisione venne confermata in Cassazione.

Grande fu l’esultanza dei seguaci del Fondatore per queste sentenze, che essi giunsero a spacciare per una assoluzione degli imputati nel merito delle imputazioni (mentre – per fortuna – il processo penale continua). Il secondo momento fu quello in cui Padre Volpi rifiutò di pagare alla misteriosa Ditta inglese “Baronius Press” una fornitura non richiesta dall’Istituto.

Fu quello il momento in cui il compianto Commissario Apostolico mise il dito nell’ingranaggio del contubernio tra l’Istituto e la camorra; e fu anche il momento in cui – se i sospetti sulla sua fine venissero confermati dalla Giustizia Penale – venne pronunziata la condanna capitale di Padre Volpi. I nuovi Commissari hanno pagato la “Baronius Press”. Ci sarebbe da chiedersi se essi hanno almeno consultato, prima di deciderlo, la corrispondenza intercorsa con l’Inghilterra, da cui risulta chiaramente che il pagamento non era dovuto. Non lo sappiamo, ma conosciamo bene le pressioni esercitate, con assoluto spregio del Diritto, dall’Autorità della Congregazione su Padre Volpi affinché pagasse.

A questo punto, dato che con il povero Padre Volpi ci accomunava l’interesse per il Manzoni, verrebbe spontaneo paragonarlo a Padre Cristoforo, ed anche – di conseguenza – paragonare i suoi successori a Don Abbondio: nell’Italia del nuovo millennio abbondano d’altronde i Don Rodrigo. E, continuando nel paragone con ” Promessi Sposi”, l’intimazione rivolta dai Commissari Apostolici al Fondatore affinché restituisca all’Istituto quanto gli appartiene ricorda le “gride” dei governanti spagnoli di Milano. Non serve fingere di combattere gli epifenomeni del potere camorristico se ci si rifiuta di andare alla sua radice.

Per fortuna, lo Stato, con il Potere Giudiziario e con le Forze di Polizia, combatte la malavita organizzata. Non si chiede ai Commissari Apostolici di improvvisarsi Pubblici Ministeri, né Ufficiali di Polizia Giudiziaria: basterebbe che nei rapporti interni all’Istituto essi chiamassero la camorra con il suo nome, e si dimostrassero coerenti con il richiamo del Papa a combatterla. Questo, però vorrebbe dire fare la Rivoluzione, sentirsi titolari effettivi – e non formali – del proprio ruolo. Altrimenti si continuerà a girare a vuoto, proprio come quel personaggio di Cecov che continuava, disperato, a ripetere: “Ci deve essere una soluzione, ci deve essere una soluzione!”

 

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/2017/04/04/tempi-ancora-lunghi-la-rinascita-dei-francescani-dellimmacolata-oltre-agli-abusi-manelli-emergono-infiltrazioni-della-camorra-mario-castellano/

PROMEMORIA SUL BOIA DI FRIGENTO E I SUOI AMICI: Leggerlo prima di fare le spallucce davanti a certi manifesti

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http://www.farodiroma.it/2017/02/06/promemoria-sul-boia-frigento-suoi-amici-leggerlo-spallucce-davanti-certi-manifesti/

IL MATTINO: TESTIMONI CONTRO PADRE MANELLI, FERITI A ROMA

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Lo scandalo di Frigento

TESTIMONI CONTRO PADRE MANELLI, FERITI A ROMA

I due frati della Congregazione sotto inchiesta aggrediti da squilibrato a Santa Maria Maggiore

di Loredana Zarrella

Singolari coincidenze, legate a prevedibili e imminenti provvedimenti canonici nei confronti di Padre Stefano Manelli, fanno da sfondo all’aggressione avvenuta a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, ai danni di due frati francescani dell’Immacolata.

Padre Angelo Gaeta e padre Gregorio Adolfo, tra gli accusatori di Manelli, erano in sacrestia quando, sabato pomeriggio, verso le 18, un uomo di 42 anni si è diretto minaccioso verso di loro con un coccio di bottiglia, eludendo tutti gli apparati di sicurezza, gendarmeria vaticana e pattuglie dell’esercito. Li ha sfregiati al volto, farfugliando frasi come «la Chiesa non mi capisce», e poi è scappato via, fuori dalla Basilica papale situata sul Colle Esquilino, dove ha cercato di disfarsi dell’improvvisata arma di vetro.

Ma la sua fuga è durata poco. Fermato dai carabinieri, Renzo Cerro, questo il nome dell’aggressore, originario di Roccasecca, in provincia di Frosinone, è stato portato in caserma. Ancora da chiarire i motivi alla base del folle gesto che ha portato i due frati in ospedale, al Policlinico Umberto I, tra lo sgomento dei fedeli che, dopo aver sentito le urla provenire dalla sacrestia, hanno visto lo sconosciuto fuggire all’esterno.

Padre Angelo Gaeta, sacrestano della Basilica, e amico di Papa Francesco, è stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso, in codice rosso, per una profonda ferita dallo zigomo al mento. Operato d’urgenza, ha fatto sapere ora di stare meglio. Più lievi le ferite riportate dall’altro religioso. Subito scongiurata la matrice terroristica del gesto, i carabinieri hanno chiarito che il movente, seppur ancora in corso di accertamento, è da rintracciare nei sentimenti di astio che Renzo Cerro, con precedenti per droga, nutre verso la Chiesa. Secondo la ricostruzione riferita ad «Avvenire» dal cardinale arciprete della basilica liberiana, Santos Abril y Castelló,

L’UOMO AL MOMENTO DELL’AGGRESSIONE AVREBBE AFFERMATO DI AGIRE «SECONDO GLI ORDINI DI UNA SETTA».

«Non ce l’avevo con loro due, ma sono un incompreso, la Chiesa non mi ha capito», ha detto in caserma. Si ipotizza che possa soffrire di disturbi psichici. Ma si ipotizza anche che il gesto sia legato alla delicata situazione che ruota intorno alla Congregazione fondata a Frigento da Padre Stefano Manelli, esautorato dal suo ruolo di guida dell’Ordine da Papa Francesco nel 2013 per presunti abusi di potere, sia nella gestione del patrimonio sia nel governo della vita dei frati e delle suore, diverse di cui hanno affermato di aver subito abusi sessuali.

L’aggressione del ciociaro contro i frati dell’Immacolata potrebbe essere letta, dunque, come un’intimidazione verso chi ha testimoniato contro l’operato di Padre Stefano Manelli. O come uno sfregio alla Chiesa di Papa Francesco, lo stesso che dispensò tutti i membri religiosi dal voto privato di speciale obbedienza alla persona del fondatore. Il riferimento, esplicito, era alla costrizione di suggellare, con il sangue, voti di fedeltà a Padre Manelli.

Padre Angelo Gaeta, che ha vissuto nel convento di Frigento fino ai primi anni ’90, ha di recente testimoniato nell’ambito del processo sulle irregolarità nella gestione dell’Associazione Missione dell’Immacolata. È stato infatti socio dell’associazione ma fu estromesso a sua insaputa da Manelli.

Sul frate fondatore pende ancora il reato di falso ideologico mentre ora il giallo sull’aggressione ai frati si aggiunge a quello sulle morti sospette del frate filippino trovato morto nel pozzo nel 2002, nel convento di Frigento, e di Padre Fidenzio Volpi, il commissario dell’Ordine deceduto nel 2015, sulla cui barba sono poi state rinvenute tracce di arsenico.