La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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IDEOLOGIA O TEOLOGIA?

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Nuova sconfessione del Manelli e dei suoi accoliti, questa volta sul piano dottrinale.

La prestigiosa rivista internazionale LATERANUM a cura della Facoltà Teologica della Pontificia Università Lateranense, recensisce un volume del Padre Serafino Lanzetta: “Il Vaticano II, un Concilio pastorale”.

La critica scientifica elaborata dalla celebre “università del Papa” rappresenta un ulteriore “sconfesso” della linea “dottrinale” del Fondatore dei Francescani dell’Immacolata.

Nel mirino, infatti non è solo l’azione di governo del Padre Manelli attraverso la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, né la truffa aggravata su cui indaga la Magistratura.

Anche alla Congregazione per la Dottrina della Fede ci sono denunce corredate di prove (scritti e registrazioni) ai danni di quei Religiosi (frati e suore) che si erano lanciati in una campagna di relativizzazione del Concilio Ecumenico Vaticano II per assecondare il Fondatore che “stava vendendo” l’Istituto ai generosi tradizionalisti.

Quanto fosse cattolicamente fuorviante la loro linea lo rilevò già Benedetto XVI quando autorizzò la Visita Apostolica che produsse successivamente il commissariamento.

Sin dall’inizio del suo ministero petrino, Papa Benedetto XVI si era impegnato decisamente per una corretta comprensione del Concilio, respingendo come erronea la cosiddetta “ermeneutica della discontinuità e della rottura” promuovendo quella che lui stesso denominò “l’ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso unico soggetto del Popolo di Dio in cammino.

Nel volume del Lanzetta – forse anche a causa della sua inesperienza – emergono inequivocabili limiti epistemologici.

Gli argomenti non sono trattati in modo argomentato e sistematico con il ricorso a un certo apriorismo astratto.

“Davanti a una così grande quantità di contrasti interpretativi tra la visione di Lanzetta e i documenti conciliari, non ci si può che meravigliare del fatto che Lanzetta non venga mai sfiorato dal dubbio circa le proprie sicurezze e che l’acribia di tanti altri e autorevoli interpreti del Vaticano II non possa essere, se non superiore, almeno al pari della sua”.

Un monumento all’arroganza fatta carne, tipico della saccenteria giovanile.

Lo stesso recensore è in imbarazzo per la clamorosa incapacità del Lanzetta di distinguere sufficientemente tra “Teologia” e “Magistero”.

Il Lanzetta poi cade in clamorose generalizzazioni e frasi polemiche “alle quali ci ha già abbondantemente abituato” (sic)  nella  sua presunta confusione tra “spirito del Concilio” e “spirito del mondo”.

Lanzetta trascina nella dissidenza anche Manfred Hauke così come altri teologi che gettano la maschera nel lodare un volume apertamente polemico.

Siamo di fronte a uno dei più grandi fraintendimenti del Vaticano II per opera di uno degli “illustri professori” del Seminario Teologico dei Francescani dell’Immacolata (STIM) la cui chiusura è stata un atto di amore alla Chiesa.

A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, anche se proviamo dolore per le miserie della nostra epoca e siamo lontani da ingenui ottimismi, il maggiore realismo non deve significare minore fiducia nello Spirito né minore generosità. In questo senso, possiamo tornare ad ascoltare le parole del beato Giovanni XXIII in quella memorabile giornata dell’11 ottobre 1962: «Non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai […] A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Papa Francesco in Evangelii Gaudium 84)

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S.M. Lanzetta, Il Vaticano II, un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014, 490 p.

Come emerge dal titolo, Serafino Lanzetta, con il suo recente volume, persegue l’intenzione di dare un «contributo teologico per un’ermeneutica più adeguata da applicare al Vaticano II» (26), avvalendosi di un metodo i cui principali momenti sembrano tre: (1) l’interpretazione del Concilio “a partire dalla tradizione” (intendendo però con “tradizione” sostanzialmente i Concili di Trento e il Vaticano I); (2) l’interpretazione delle dinamiche del Concilio come un superamento, “imposto” dai Padri e teologi d’oltralpe, degli schemi preparatori, caratterizzati dall’Autore come dottrinali e dogmatici in favore di una formulazione pastorale ed ecumenica delle dottrine cattoliche che renderebbe il Concilio non definitorio ma dichiaratorio; (3) la visione della Chiesa che prescinde dalla sua collocazione nel tempo e nella società, cosa che esclude ogni bisogno di confronto con la modernità, facendo apparire il Concilio non come una “risposta” della Chiesa ad una crisi sociale ed ecclesiale esistente, bensì come inizio mono causale di quella crisi religiosa dell’Occidente che perdura ancora oggi. Si tratta di tre aspetti caratteristici del metodo che muovono da una prospettiva decisamente astorica, essenziali sta e deduttivistica, sulle orme di alcune espressioni di certa teologia preconciliare. Come si evincerà dalla disamina del volume, si tratta di premesse che ben difficilmente potranno valere come sufficienti agli effetti di una lettura più oggettiva ed adeguata del Concilio stesso. E se l’Autore non esita a valutare negativamente autori e posizioni assai più profonde ed articolate rispetto a quelle da lui presentate, stupisce la mancanza di dubbio e di interrogazione critica sul punto di vista che egli ha assunto, come pure quella di un esame critico e accurato dei tre aspetti metodologici che abbiamo menzionato.

Lanz_rece_lat_665Il primo elemento viene affermato in maniera chiara quando Lanzetta sottolinea che «non vi era nessun motivo per interpretare il Vaticano II come correzione del Vaticano I. Questa dichiarazione potrebbe essere d’aiuto anche oggi» (343). Mentre la dottrina del Vaticano I sarebbe definita, quella del Vaticano II si dovrebbe considerarla solo proposta (cf. 367); già in questo si rispecchia, come del resto in molti altri passi, che il modello di Concilio assunto dal nostro Autore è quello del Concilio di Trento e del Vaticano I (cf. 245). L’opera di ressourcement alla scuola dei Padri della Chiesa, il recupero della tradizione liturgica come reale luogo teologico e il ritorno alla Scrittura quale “anima della teologia” sono menzionate soltanto en passant; in compenso, però, il Tridentino e il Vaticano I definiscono per il nostro Autore l’essenza della Chiesa e questa essenza è ciò che viene a sua volta anteposto a tutti i Concili. In questo modo, tanto i concili anteriori al Tridentino, quanto il Vaticano II, vengono relativizzati per mezzo della formula: «prima c’è la Chiesa poi i suoi concili» (421).

Per quanto riguarda il secondo elemento, l’Autore avanza la tesi che, essendo stati rifiutati gli schemi iniziali perché «carent[i] quanto all’indole pastorale» (182), «il fine pastorale [e si può aggiungere, secondo Lanzetta: ecumenico; cf. 157] del Concilio ha giocato un ruolo così determinante da indirizzare anche il magistero conciliare verso un livello generale autentico ordinario», quindi senza « definitività » (423). A nostro avviso, il problema non consiste in questa lettura, oggettivamente giusta, dell’Autore, ma nel suo completo fraintendimento dell’importanza che il Concilio attribuisce a tale «livello generale autentico ordinario » che, a detta del nostro Autore, colloca il Vaticano II al di sotto dei due Concili precedenti, mentre era proprio la rivalorizzazione di questo aspetto nei confronti di quello definitorio ciò che il Vaticano II si proponeva. Ed è a partire da questo fondamentale fraintendimento che l’Autore procede a relativizzare senza alcun limite le affermazioni del Concilio, elencando alcuni pronunciamenti di Padri conciliari appartenenti all’ala conservatrice del Concilio ed evitando ogni tipo di confronto teologico con le posizioni che il nostro Autore classifica come “progressiste”. Ora ecco la conclusione dedotta con stile tardo-neoscolastico, poiché il Vaticano II è privo di “definitività”, ne consegue che «le cose che il magistero conciliare dichiara come dottrina della Chiesa» sono «suscettibili di nuove formulazioni più precise a causa di possibili errori» (430). Da questa conclusione, di per sé formalmente giusta, l’Autore desume il diritto di relativizzare le affermazioni del Concilio, dimenticando però che questa operazione presuppone l’accoglimento della svolta conciliare verso il metodo “pastorale”, cosa che egli però rifiuta categoricamente. In questo momento, quindi, Lanzetta realizza un’auto-contraddizione performativa. Questa si esprime ulteriormente nella posizione secondo la quale il Vaticano II elaborerebbe un’ermeneutica preconciliare, quando cioè si riconosce «la carità più grande […]  nel distinguere l’errore dalla verità» (447) e che «non si tratta […] solo di condannare gli errori quanto soprattutto di asserire la verità in modo inequivocabile» (448), secondo i parametri preconciliari. Il rifiuto di ogni confronto con la modernità, che vale come terzo elemento, si evince innanzitutto dal rifiuto di qualsiasi pluralità all’interno del dibattito teologico. Nei tempi moderni – questa la tesi dell’Autore – si assisterebbe solo ad uno smarrimento di identità da parte della teologia, che ha come conseguenza una «contraddittoria produzione teologica» che va al di là di ogni «legittimo pluralismo» (54, cf. 160): a questo punto sarebbe opportuno chiedere al nostro Autore con quali criteri egli intenda determinare il pluralismo definito “legittimo”, poiché un eventuale pluralismo “illegittimo”, qualora si trattasse di errore o di eresia, non apparterrebbe più alla categoria del “pluralismo” all’interno della dottrina, in quanto costituirebbe il suo abbandono. Ma Lanzetta intende colpire proprio tale senso autentico di “pluralismo” quando si rammarica che oggi «le teologie sono contrastanti. Soprattutto le prediche, che a volte rappresentano un grande pericolo di disorientamento per i fedeli» (362). A prescindere dal fatto che una predica sbagliata non è necessariamente riconducibile ad una teologia, ciò che qui emerge è il rapporto fra “contenuto” e “forma” della fede, problema teologico da sempre dibattuto e che l’apparato concettuale ed essenziali sta di ascendenza neoscolastica tende spesso a nascondere più che a risolvere. Ne abbiamo un esempio nel presente volume, in cui il nostro Autore concorda, da un lato, con l’intenzione del Concilio di mantenere la “sostanza” cambiando la “forma”, come se si trattasse di una “distinzione reale”; dall’altro lato, però conclude che ogni nuova teologia che riflette sulla sostanza della fede servendosi di un apparato concettuale nuovo, non è più collocata a livello di “forma”, ma viene giudicata come cambiamento “sostanziale” della dottrina. E accade così che la formula del Vaticano II, quasi come un “cavallo di Troia”, viene impiegata per delegittimare le novità teologico dogmatiche, sia quelle presenti nello stesso Concilio sia quelle che dal Concilio sono state ispirate (cf. 51-57). Lanz_rece_lat_666

Lo studio dell’Autore è suddiviso in cinque capitoli affiancati da una Presentazione di Manfred Hauke (9-19) e da alcuni Rilievi conclusivi (421-449). Un ampia, ma estremamente unilaterale, Bibliografia (451-479) e un Indice dei nomi (481-486) chiudono il volume. Nel primo capitolo si considerano i termini principiali per la lettura del Concilio Vaticano II (43-90). Viene formulata l’idea fondamentale con la quale, come un cantus firmus che attraversa tutta l’opera, sostiene che non è stata mantenuta la «distinzione tradizionale tra dottrina e pastorale […] lasciando i due concetti in una sorta di ondeggiamento generale» (30). L’annuncio della formulazione di «un possibile principio ermeneutico» (37) non viene però realizzato in modo argomentato e sistematico, ma affidato all’economia generale del libro nella quale è però sempre riconoscibile e che si risolve nella difesa dello status quo preconciliare. Ciò viene giustificato con una scelta di metodo che considera soltanto il magistero definitorio, quale si è formato nel Tridentino e nel Vaticano I, come espressione della fede cattolica. A questo magistero, come del resto confermano anche Rahner e altri teologi classificati come «progressisti» (274), il Vaticano II non ha aggiunto nulla. Ma secondo il nostro Autore, la preoccupazione pastorale ed ecumenica avrebbe spesso superato di molto ciò che un semplice cambiamento di “metodo” avrebbe concesso. Va comunque osservato che per “metodo” il nostro Autore, dimenticando la lezione del realismo di S. Tommaso e rifugiandosi in un apriorismo astratto, intende un semplice “strumento” con il quale si applicano dottrine già definite e antecedenti al metodo stesso: da qui l’inseguimento quasi idolatrico della «precisione e […] chiarezza dogmatiche» (72) e “pure”, senza compromessi, rispetto alla quale il Vaticano II non può che risultare un momento tendenzialmente pericoloso e fuorviante circa la siffatta comprensione definitoria del magistero ecclesiale. A ben guardare, però, nella permanente preoccupazione di sminuire la novità del Vaticano II ed evitare che possa apparire come un Anfang (421) che  mette in ombra i XX Concili Ecumenici precedenti (in realtà si interessa solo degli ultimi due), l’Autore non riconosce al Vaticano II la stessa dignità degli altri Concili Ecumenici, preferendo dequalificarlo come un concilio senza definizioni, caratterizzato da un metodo ecumenico e pastorale che esporrebbe la fede cristiana più al dubbio che alla chiarezza. Polemizzando con la categoria “evento” (cf. 73), Lanzetta costruisce, al contrario, una tradizione coerente, lineare e assolutamente priva di rotture e cambi di percorso (cf.75). Più nel dettaglio, vengono criticati gli studi di Sauer e Theobald, che non si sono limitati all’interpretazione del principio “pastorale” come mera applicazione esteriore del dogma, ma vi hanno letto un nuovo principio che mette al centro l’esperienza della fede (cf. 34s.). Anche se la pastoralità è “preponderante”, essa secondo il nostro Autore non può costituire un nuovo principio teologico ma, al massimo, valere come metodo prediletto di questo Concilio (cf. 36) al quale viene paradossalmente rimproverata «una visione metafisica» (65); ora, francamente, è difficile dire se ci si debba (negativamente) stupire per la riduzione della “metafisica” all’essenzialismo astorico e astratto della neoscolastica (la sola alla quale l’Autore si riferisce o che, probabilmente, conosce) e che è cosa assai diversa dalla grande tradizione classica e tommasiana, o per l’incapacità, quasi pregiudiziale di comprendere autori moderni, quali ad es. K. Rahner, di cui tutto si può criticare, tranne che la mancanza di una visione metafisica.

Ma l’antirahnerismo dell’autore è troppo consolidato e viscerale per permettere una valutazione fondata, serena e argomentata, o, semplicemente, scientifica. Lanz_rece_lat_667 Davanti a una così grande quantità di contrasti interpretativi tra la visione di Lanzetta e i documenti conciliari, non ci si può che meravigliare del fatto che Lanzetta non venga mai sfiorato dal dubbio circa le proprie sicurezze e che l’acribia di tanti altri e autorevoli interpreti del Vaticano II non possa essere, se non superiore, almeno pari alla sua. Come anche il fatto che il Vaticano II, al pari degli altri Concili ecumenici, meriti a pieno titolo la qualifica di “ecumenico”. Ma forse è proprio questa la cosa che “disturba” di più la prospettiva del nostro Autore. Il difetto metodico e sistematico che caratterizza l’inizio dell’opera (e cioè la tendenziale esclusione del principio ecumenico e pastorale e della pluralità di posizioni all’interno della teologia) si riproduce anche nel secondo capitolo, in cui Lanzetta presenta sette posizioni e/o autori, senza tuttavia offrire una minima giustificazione dei criteri di scelta, ma limitandosi semplicemente a dichiarare «esemplari» (159) le posizioni scelte. Non è però soltanto la mancanza di metodo nella scelta degli autori a fare difetto, ma anche la coerenza concernente l’esposizione degli argomenti che di questi autori vengono analizzati. Stupisce infatti l’abbondante spazio concesso ad un autore critico nei confronti del pluralismo teologico, quale si configura Parente, mentre si rinuncia ad un confronto serio e scientifico di Rahner, la cui produzione teologica è certamente più articolata e vasta rispetto a quella di Parente (cf. 116-121). La terza persona di riferimento, Laurentin, viene citata attraverso una sua valutazione post-conciliare (cf. 121-126); si passa poi al Card. Betti, al quale è dedicato un maggiore spazio a motivo della lettura da questi compiuta del rapporto tra Scrittura e Tradizione rispetto al Concilio Vaticano I e al Tridentino (cf. 131-142). Il nostro Autore evidentemente non condivide però la determinazione dell’importanza della Tradizione ricollegata all’interpretazione della Sacra Scrittura, il che costituirebbe una «certa discontinuità del Vaticano II rispetto a Trento e al Vaticano I» (142). Infine, egli riassume la visione ecclesiologica di Scheffczyk sull’identità tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica (cf. 143-151), e critica la lettura del Concilio come «evento storico» da parte degli esponenti della “Scuola bolognese”, tra cui Bruno Forte (cf. 151-158). Già dopo i due primi capitoli è difficile evitare l’imbarazzante impressione che l’Autore non distingua sufficientemente tra “teologia” e  “magistero”: non si spiega diversamente la sua paura nei confronti di quelle che chiama «teologie ecclesiali» (al plurale) (54). Significativa risulta poi la “conclusione” a proposito della presenza di Rahner nel Vaticano II: poiché «l’episcopato tedesco dipende[va] in gran parte da Rahner» (177), è proprio il teologo tedesco che va individuato come il responsabile dell’indebolimento della teologia romana e mediterranea, come pure della “deformazione” pastorale ed ecumenica del Concilio. Se tutto ciò richiede ben altra ricerca e fondazione scientifica, risulta più comprensibile il rammarico dell’Autore per la considerazione ecumenica riservata ai protestanti, molto maggiore di quella dedicata agli ortodossi (cf.190). I Capitoli principali (cap. 3-5) trattano di tre temi centrali del Concilio: del rapporto tra Scrittura e Tradizione (cf. 163-263), dell’ appartenenza alla Chiesa (cf. 265-368) e della dottrina mariologica (cf. 369-419). Essi sono volti ad enuclearne la dinamica delle «epifanie pastorali» a partire dagli schemi iniziali fino alle formulazioni definitive. Nel primo e nel secondo caso si trattava di schemi presentati da Ottaviani in piena sintonia con i due concili precedenti e nella convinzione di esporre la dottrina «secondo le necessità del tempo» (170, cf. 275) e in linea con il «carattere difensivo» (172) di ogni concilio in quanto tale. Sulla linea di Ottaviani si trovava anche Parente, che ribadiva la dottrina tridentina o Pio XII (cf. 178, 290). Proprio l’ecumenicità e la pastoralità sono le chiavi di lettura con cui l’Autore paragona i relativi schemi iniziali con la versione testuale definitiva. Egli critica il fatto che gli schemi iniziali furono rifiutati, anche se è consapevole che, ad es. nel caso di De fontibus, c’erano buoni argomenti per farlo: ossia (1) che «risultava contrario al magistero (scritturistico) di Leone XIII, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII», (2) per l’esigenza di «consultare la Pontificia Commissione Biblica» e, soprattutto, (3) «per il fatto che lo schema, nel primo capitolo, sembrava ignorare gli studi moderni sulla Rivelazione, sulla Sacra Scrittura e sulla Chiesa» (171). Questi argomenti non raggiungono, però, per l’Autore il peso che ha l’argomento della continuità con il Tridentino e il Vaticano I. Ancora una volta, anche qui la posizione dei teologi dei primi schemi, tra i quali Ottaviani e Parente, non viene fatta oggetto di alcuna analisi teologico-critica, come pure non vengono considerate le motivazioni teologiche dei “progressisti”. Lanzetta si limita, su un puro piano positivistico, a considerare soltanto i meccanismi con cui questi ultimi riuscirono a far superare gli schemi iniziali e ad influire sui processi conciliari. Consiste dunque in questa dinamica, e non negli argomenti teologici, il “torto” dei cosiddetti “progressisti”. Il superamento degli schemi iniziali viene presentato quasi come un’usurpazione, e il riconoscimento di una piena disposizione al “dialogo” fatta nei confronti dei sostenitori dello schema iniziale – con la motivazione che «normalmente, coloro che erano favorevoli allo schema non erano contrari alle modifiche da apportare» (180; cf. 274s) – è la premessa per indurre a concludere che ai “progressisti” d’oltralpe una tale disponibilità mancava. Lanz_rece_lat_668

Le preoccupazioni ecumeniche e pastorali avrebbero portato poi a delle formule definitive di compromesso, aprendo lo spazio alle interpretazioni post-conciliari perniciose (237). Contrariamente a queste, l’Autore preferisce la chiarezza dogmatica definitoria, anche se le decisioni interpretative che a questa vengono premesse appaiono, dal punto di vista teologico, alquanto discutibili. Ad esempio, si lamenta che la Tradizione verrebbe ridotta a «strumento interpretativo, quasi ci si fosse dimenticati di quel plus che offre alla fede in ragione della sua unità rivelativa con le Scritture» (237): ma senza indagare e discutere in che cosa possa consistere un tale plus, una simile affermazione può ben difficilmente reclamare di costituire l’unica oggettività teologica. Inoltre, per fare un altro esempio, secondo Lanzetta il subsistit in di LG 8 è veramente «da leggersi alla luce dell’est della Mystici Corporis» (326). Ma una tale affermazione meritava perlomeno una pur breve problematizzazione: ignorando tanti ed eccellenti studi che negano la possibilità di identificare semplicemente e assolutamente “est” con “subsistit” (un nome fra tutti: W. Kasper), l’Autore si limita a dichiarare questa «identità sostanziale» (357) e a ripetere continuamente la propria posizione, come se questa continua ripetizione possa sostituire la fatica argomentativa. Infine, preoccupato che «si offuschi il dato dogmatico della salvezza solo nella Chiesa» (356), il nostro Autore critica che la definizione dell’appartenenza ecclesiale sarebbe risultata così troppo “ampia” e “inclusiva”, il che spiegherebbe la necessità e la molteplicità dei tanti documenti successivi al Concilio finalizzati al chiarimento della posizione cattolica (cf. 361); manca tuttavia, come già in altre parti, una riflessione teoretica che giustifichi le premesse dalle quali l’Autore muove le sue critiche al Vaticano II. La stessa mancanza si esprime nell’affermazione, a proposito della discussione sulle affermazioni mariane che «[s]arebbe stato un atto molto imperfetto della Chiesa che un Concilio non parlasse anche della Madonna, soprattutto in questi tempi dove si vedeva un massimo conflitto tra i fedeli e Satana» (373).

 

Lanz_rece_lat_669Per Lanzetta, il carattere pastorale ed ecumenico sono dunque due facce della stessa medaglia erronea (cf.157) che, con un «eccessivo entusiasmo» (33), pervade l’intero Concilio (cf. 184-186): questo, infatti, non si sarebbe preoccupato dell’aspetto dogmatico nel formulare quei testi che l’Autore indica come oggetto di critica. Ciò che, secondo il nostro Autore, rimane di un Concilio difettoso, di una «chiara precisazione della sua natura e di conseguenza del tenore dei suoi documenti» (161), non è nemmeno una vera e propria definizione, ma solo un’opera di traduzione di alcune dottrine «in termini teologico-pastorali per i tempi moderni con cui il Concilio chiedeva il dialogo» (244). Secondo il risultato delle analisi dell’Autore, sono stati soprattutto i Padri tedeschi a voler evitare un fraintendimento troppo giuridico (cf. 285) di queste dottrine: ora, però, solo «sapendo perché il Concilio ha detto così, si potrebbe anche migliorare il concetto teologico» (237), che significa ricondurre di nuovo il metodo ecumenico e  pastorale a quello dogmatico-dottrinale e giuridico. Si può dire che, alla fine di tutto, sia questo il principio teologico-ermeneutico proposto dal nostro Autore. Lanz_rece_lat_670

Infine è doveroso annotare che l’intero volume è ricco di affermazioni generali e vaghe, specialmente proprio là dove l’argomentazione teologica sarebbe stata oltremodo necessaria. Ade esempio, viene detto che lo “spirito del Concilio” sarebbe stato «molto spesso confuso con lo spirito del mondo» in una « “primavera” costruita a tavolino da alcuni esperti della pastorale» (25). Pur prescindendo dall’imperdonabile generalizzazione dell’affermazione, che può indistintamente riguardate tutti e nessuno, una simile dichiarazione, per nulla supportata da testi e argomentazioni, si configura come una delle tante frasi polemiche e prive di contenuto a cui l’Autore ci ha già abbondantemente abituato.

Oltretutto costituisce anche un’evidente negazione della storia, poiché una “primavera”, prima e dopo del Concilio, c’è stata veramente, e sarebbe assurdo, oltre che maliziosamente ingenuo, volerla liquidare come “costruzione” dello stesso Concilio. Lanz_rece_lat_671Inoltre, per fare un altro esempio, l’Autore critica Rahner per aver tralasciato, nel suo testo sulla rivelazione, «la questione del limbo per i bambini morti senza battesimo e privi dell’uso di ragione» (196), non considerando che lo stesso J. Ratzinger, già nel 1984, aveva espresso tutti i suoi dubbi teologici circa questa dottrina e, una volta divenuto papa Benedetto XVI, approvò un documento della Commissione Teologica Internazionale nel quale vi riconosceva una “visione eccessivamente restrittiva della salvezza”. Considerando gli interrogativi posti all’Autore, ma anche tutti quelli che egli ha ignorato o evitato, non può che destare seria perplessità leggere che questo testo dovrebbe essere considerato come l’esempio di una «trattazione brillante» (Hauke, 18).

Lanz_rece_lat_672Tentiamo una considerazione finale su un volume il cui unico merito – anche se perseguito in maniera pregiudiziale, unilaterale e scientificamente scorretta e insufficiente – consiste nell’avere riportato una mole di materiali storici intorno alle dinamiche interne del Concilio Vaticano II (compito che, peraltro, altri e in modo assai più convincente ed equilibrato già avevano svolto). Ci si può facilmente rendere conto di trovarsi davanti ad un bivio importante: o si tiene conto delle nuove condizioni dei tempi, in cui si trova non solo il mondo ma anche la Chiesa, che vive nel mondo senza essere del mondo, e che quindi impedisce di considerare le novità ecclesiali come cedimenti o abbandoni di un patrimonio intangibile, oppure non resta che dubitare della possibilità che nel futuro della Chiesa, stando al criterio ermeneutico sostenuto dall’Autore, possano essere celebrati ancora dei Concili Ecumenici.  Anche perché, come ricordava il Card. Congar – grande protagonista del Vaticano II e suo affidabile interprete – la Tradizione non è un’immobilità museale, ma il debito che la fedeltà alla Rivelazione compiuta in Gesù Cristo mantiene nei confronti del futuro. O anche, come ricordava S. Giovanni XXIII, che la Chiesa non è un museo da custodire, ma un giardino da coltivare. Lanz_rece_lat_673E’ certamente legittimo fare del Vaticano II letture diverse, talvolta anche contrastanti, anche perché è lo stesso Concilio ad aver lasciato in sospeso alcune domande e questioni. Circoscriverne l’interpretazione però ad una lettura minimalista, più preoccupata di negare “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” nel mutare dei tempi, anziché cogliere l’occasione per celebrare la perenne giovinezza del Vangelo, e il preferire uno sguardo preoccupato e nostalgico, rispetto alla missione richiesta dal futuro e, per di più, infine, vedere nel Concilio stesso un elemento di preoccupazione che spinge a dichiararne la “pastoralità” quasi per sminuirne la forza dottrinale e missionaria, tutto ciò sembra costituire il più grande fraintendimento dello stesso Vaticano II.

 

Markus Krienke

Qualcosa di Grosso

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Un grosso tradizionalista parte all’assalto del Vaticano, in cerca di uno “scoop” che non trova.

Nelle fila del tradizionalismo, tutto tende ad ampliare le dimensioni: new entry è tale Maurizio, il quale è Grosso solo di nome.

Il nome “Grosso”, pur non significando nessuna grandezza intellettuale dello sconosciuto tradizionalista che scrive su un blog pressoché sconosciuto al pubblico come “Corrispondenza Romana”, deve avere insufflato nel suo animo una certa tendenza a cercare la visibilità.

In che modo?

La risposta è fin troppo facile: sparandole grosse.

Nei bar di provincia circola ancora qualcuno che dice di avere conosciuto verità imbarazzanti da “un Monsignore del Vaticano”.

Grosso vuole invece essere preso in parola, offrendo sé stesso quale unica garanzia delle sue affermazioni.

Le Suore Americane – a suo dire – vanno “oltre Cristo e la Chiesa”: qui non si capisce se l’accusa consista nel sincretismo o nell’ateismo.

I Frati Minori, invece, “sono coinvolti in un grave scandalo finanziario”, originato “ai tempi in cui era ministro generale Monsignor Carballo”: un malcelato invito a stringere bene il portafoglio quando sia aggirano nei dintorni gli ex Ministri Generali dei Francescani…

In una lettera della  Congregazione per i Religiosi per l’Anno della Vita Consacrata, Grosso ha contato settantotto citazioni del Papa Francesco su di un totale di ottantaquattro: di qui la conclusione, implicita, che i suoi autori sono dei leccapiedi.

Alla presentazione del documento c’era tra gli altri Suor Nicla Spezzati , che l’Autore definisce “suora che a chi non lo sa non sembra”: qui l’insinuazione scatena la “pruderie” dei baciapile, che immaginano una procace ragazza in minigonna.

C’era anche Padre Bruno Secondin, definito “teologo della Congregazione”: questa carica non esiste, ma basta la definizione per suscitare immagini di congiure e di trame di corridoio degne della corte di Bisanzio.

Tutt’altro che tenebroso, il Secondin scioglie un peana ai nuovi tempi, ed invoca – anziché le tenebre – l’aurora.

L’aurora era già sorta, secondo questo reverendo, con il Concilio: basta però nominare l’assise ecumenica per suscitare in Grosso dei bruciori di stomaco.

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Invece di prendere l’Alka Seltzer, l’Autore coglie in fallo Braz de Aviz , altro classico nemico dei tradizionalisti, una specie di cattivo dei film.

A proposito della famigerata intervista del Porporato, Grosso  cerca di far entrare la discordia nel campo di Agramante affermando che la restrizione del “Vetus Ordo” per i Francescani dell’Immacolata  viene palleggiata tra la Congregazione ed il Commissario Apostolico: risposte entrambe sbagliate, dato che la disposizione era contenuta in un chirografo del Papa.

Quindi, compiendo un audace volo pindarico, l’Autore annunzia l’abrogazione del “Summorum Pontificum”: altro preteso “scoop” non azzeccato.

Poi viene il Grosso delirio: “E’ la Chiesa del Concilio Vaticano II che ormai guida il Signore Gesù Cristo, e non invece Il Signore Gesù Cristo che guida la Chiesa”.

A questo punto, un tempo, si usava gridare “Anatema!”

 Continua però Grosso: “Il segno che Gesù Cristo ha accettato e condiviso le decisioni del Concilio sarebbero i famosi “segni dei tempi”, di cui egli diffida dato “che presto diventano quello che “la base” vuole sentire”.

Il che significa: il Magistero deve essere custodito dai tradizionalisti per sottrarlo alla profanazione del popolo dei fedeli.

E – come diceva Nicolò Machiavelli – “non vi è popolo se non vulgo”.

Il disegno ordito dal Cardinale Braz de Aviz, prendendo le mosse dall’esaltazione del Concilio, mira a commissariare le Suore Francescane dell’Immacolata.

E’ tipico dei personaggi afflitti da mania di persecuzione spiegare i grandi fatti storici come altrettante congiure dirette contro la loro persona: dietro la mania di persecuzione, in altre parole, c’è la mania di grandezza.

Ecco “la bestemmia” del porporato brasiliano:

«Il problema non è tanto quello del vecchio rito liturgico, perché quello la Chiesa lo ha accettato in via straordinaria. Il problema è che dietro il rito si nasconde una non accettazione del Concilio, che non si può ridurre a qualcosa di molto relativo. Il Concilio è espressione di una Chiesa che si è messa dinanzi al Signore e ha preso decisioni serie, condivise da Lui».

Santo subito al martire dai tradizionalisti!

Assumendo la difesa dei Francescani e delle Francescane dell’Immacolata, Grosso crede di essere diventato grande, e di assurgere ad una importanza inusitata.

Incomincia a balbettare anche lui la solita solfa sulla Visitatrice Apostolica Suor Fernanda Barbiero attribuendole “poteri di commissaria” che poi l’amico Cardinale Burke ha invalidato.

Un capolavoro di procedura canonica o il gol della bandiera del Parma che gioca a Sassuolo mentre sta perdendo 4 a 0 all’89° minuto?

La conclusione ci fa ripiombare nel mistero, da “tesi farneticanti”: un “blog anonimo che prende le difese del Commissario Apostolico senza essere mai stato ufficialmente smentito”.

E perché mai dovrebbe essere smentito dal Commissario, se – a detta di Grosso – prende le difese pubbliche del Commissario?

Il Grosso vuole che Volpi diventi un masochista?

Chi c’è allora dietro questo “Grosso” complotto?

La Massoneria,  Bilderberg, gli Ebrei?

Ansiosi aspettiamo la prossima puntata del “Grosso”  telenovello.

Può darsi che Padre Bruno bissi quel successo che l’anno scorso lo premiò sulla rivista “Testimoni” in dichiarazioni secondo Grosso oltremodo diffamatorie contro il Grosso dell’Istituto: “Fondatori, ex superiori FI, Suore F.I., laici vicini ai Fondatori, in cui, tra l’altro, auspicava un intervento importante della Santa Sede sulle Suore F.I.”

Santo subito!

Ed ecco, inesorabile, la Visita Apostolica presso le Suore Francescane dell’Immacolata, dovuta allo “interessamento” di Padre Bruno.

Beatus vir potens in terra, più del Papa e dell’Imperatore!

Che stia organizzando la Crociata contro i nemici della Chiesa?

Riusciranno i Grossi tradizionalisti a resistere alle raffiche del “fuoco amico” di chi  (la) spara… Grosso?

TUTTI I NEMICI DEL PAPA (La Repubblica 3 gennaio 2015)

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I conservatori: Bergoglio troppo riformista

Tutti i nemici del Papa

Di Marco Ansaldo

Città del Vaticano. “L’Avvenire” scende in campo a difesa del Papa. Un Francesco che, a dispetto delle svolte, comincia ad essere attorniato dalle critiche e azzannato dai lupi. Con un editoriale del suo direttore, Marco Tarquinio, il quotidiano dei vescovi argina l’ultimo attacco. A pagina 22.

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Tutti i nemici di Papa Francesco

“Il riformismo turba i fedeli”

E scatta un appello in sua difesa

 Attacchi di Cardinali e Teocon. Ma le comunità di base raccolgono firme pro-Bergoglio “Lo sentono come un pericolo per la Chiesa, così gli hanno dichiarato guerra”.

Di Marco Ansaldo

Città del Vaticano. “L’Avvenire” scende in campo a difesa del Papa. Un Francesco che, a dispetto delle svolte, comincia ad essere attorniato dalle critiche e azzannato dai lupi. Con un editoriale del suo direttore, Marco Tarquinio, dal titolo «La barca di Pietro, i “contro rematori” e la fiducia in Francesco», il quotidiano dei vescovi argina l’ultimo attacco. «Belle le lettere sulla ruvida uscita prenatalizia contro il nostro Papa – scrive Tarquinio –. Un segno che merita risposta, anche se qui di solito polemiche così ineleganti e condotte in modo capzioso e deformante non trovano eco. In scena sono state le vere parole e i veri gesti di Francesco. Il Papa della Chiesa “povera per i poveri” e “ospedale da campo” del nostro mondo spesso feroce con i feriti e i più deboli».

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Il direttore del quotidiano cattolico Marco Tarquinio parla di “contro rematori”

Ma chi sono i “contro rematori”? Lo spiega uno dei lettori di Avvenire: «Chi fa pubblicità a favore di coloro che remano contro». L’attacco era arrivato il 24 dicembre sul Corriere della Sera, da parte dello scrittore Vittorio Messori. «Una mossa congeniata – scrive Tarquinio – per fare rumore con la pretesa di “segnare” il Natale». Messori si era infatti lanciato in una requisitoria contro Jorge Bergoglio, parlando in una «confessione che avrei volentieri rimandata, se non mi fosse stata richiesta», definendolo Francesco un papa «imprevedibile, tanto da far ricredere via via anche qualche cardinale che era stato con i suoi elettori». Nell’articolo aggiungeva: «imprevedibilità che continua turbando la tranquillità del cattolico medio».

Belle ma poche le lettere dei lettori pubblicate da Avvenire. Molte però le reazioni che arrivano adesso dalla base, da tutta Italia. Dal movimento “Noi siamo Chiesa” al Centro Studi “Edith Stein” di Lanciano, da “Una Chiesa a più Voci” di Ronco di Cossato Biella alla Comunità Le Piagge di Firenze, e poi il Coordinamento delle Teologhe Italiane, la Comunità Michea di Napoli, il Gruppo Impegno Missione di Casavatore (Napoli) con il missionario comboniano Alex Zanotelli, le Comunità Cristiane di Base-Italia, di S. Paolo-Roma, di O Regina-Genova, di Nord Milano, la rivista “Preti Operai”, il Centro Balducci – Zuiano (Undine).

Tutti a sostegno di una raccolta di firme riunita sotto l’indirizzo (firmiamo.it/fermiamo-gli-attacchi-a-papa-francesco). Tra i primi firmatari dell’appello, Don Luigi Ciotti rappresentante del gruppo Abele e Libera. Dice Vittorio Bellavite, coordinatore di “Noi siamo Chiesa”: «Questa presa di posizione va ben oltre la polemica con Messori. Riguardo alla situazione generale della Chiesa e le diffuse e quasi sempre silenziose ostilità nei confronti di Papa Francesco». Spiega Don Paolo Farinella, parroco della Chiesa di San Torpete, nei carruggi di Genova e autore dell’iniziativa: «L’attacco è mirato e frontale, “richiesto” una vera dichiarazione di guerra, minacciosa nella sostanza di un avvertimento di stampo mafioso: Il Papa è pericoloso. E’ tempo che torni a fare il Sommo Pontefice e lasci governare la Curia. L’autore non fa i nomi dei “mandanti”, ma si mette al sicuro dicendo che il suo intervento gli “è stato richiesto” »

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Apertura ai divorziati risposati, dialogo con i non credenti: per alcuni sono atti “destabilizzanti

 

Don Farinella argomenta, e individua nell’ «attacco frontale di cinque cardinali (Muller, Burke, Brandmuller, Caffarra e De Paolis)» ciò che ha rafforzato «il fronte degli avversari che vedono in Papa Francesco “un pericolo” che bisogna bloccare a tutti i costi».

Il punto è che il nodo della Chiesa riformista di Bergoglio è arrivato al pettine. O lo si scioglie o si taglia. Dopo la clamorosa rinuncia del pontificato di Benedetto XVI, l’improvvisa comparsa di un Pontefice Argentino, con il nome impegnativo di Francesco, ha travolto i credenti e la Gerarchia. Le sue parole, le tante iniziative, persino i simboli adottati (scarpe da camminatore, borsa da lavoro nera, croce d’argento semplice) hanno conquistato i fedeli. Ma le relazioni nella Curia, soprattutto dopo le bacchettate di Bergoglio sulle 15 malattie che la infestano, sono le più diverse. Dalla Sala Clementina alcuni cardinali sono usciti l’altro giorno a testa bassa, con le orecchie che fischiavano e ora la lista dei nemici del Papa «venuto dalla fine del mondo» comincia a farsi fitta. Dapprima è cominciato il chiacchiericcio sul «Papa strano». Poi davanti al chiaro impeto riformista, al dialogo intessuto con i non credenti e atei, al Sinodo di ottobre con le aperture ai divorziati risposati e omosessuali, i dubbi dei conservatori su Bergoglio hanno finito per nutrire un dossier corposo. Una pratica che si irrobustisce negli ultimi giorni.

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Il 13 dicembre, nel complesso di S. Spirito in Sassia, s’è tenuto un convegno dal titolo “La crisi della famiglia e i Francescani dell’Immacolata”. Una riunione in cui la divisione dell’Istituto dei Frati dal saio azzurro, ora commissariati da Francesco, è apparsa compattare il fronte conservatore. Le relazioni parlavano di «processo di destabilizzazione entrato nella Chiesa, e il Sinodo dei Vescovi lo ha mostrato in modo evidente» (Claudio Circelli), o di «divorzio, aborto, eutanasia, tappe di questa inesorabile marcia antiumana, ci troviamo di fronte ad un piano di matrice totalitaria» (Elisabetta Frezza). Infine «dialogo accoglienza amore pace sono parole liquide mutate dalla modernità, che non significano assolutamente niente» (Piero Mainardi). Tutte puntate contro il Papa.

Commenta il professor Mario Castellano, cattolico e attento osservatore delle vicende dell’Istituto commissariato: «Il Tradizionalismo nelle sue varie espressioni, sia quelle ancora collocate nella Chiesa, sia quelle lefebvriane, che mettono in discussione il Magistero a partire dal Concilio, sia infine quelle sedi-vantiste, da cui viene negata l’autorità Papale, ha scelto come terreno di scontro la vicenda dei Frati Francescani dell’Immacolata con lo scopo di minare l’unità del cattolicesimo».

Antonio Socci lo ha definito “idolo dei media e dei membri del Parlamento Europeo”

 

E’ del 12 dicembre un articolo di Antonio Socci su “Libero” in cui si parla di Bergoglio come «Idolo dei media, dei Membri del Parlamento Europeo», ma soprattutto «della sinistra in occidente». E non è un caso che la copertina di “Le Nouvel Observateur” dell’ 11 dicembre fosse dedicata al Pontefice sotto il titolo: «Chi vuole la pelle di Francesco? ». Profetizza sul suo libro appena uscito in Francia (“Jusqu’où ira Francois?”) il vaticanista di Le Figaro, Jean-Marie Guénois: «Riuscirà Francesco? Da un certo punto di vista, questo Papa agitatore è già riuscito. Se tutto si fermasse domani, il calcio dato al formicaio lascerà una traccia duratura. D’ora in poi nulla sarà più come prima». Amen.

UN’AUTOGIUSTIFICAZIONE CHE NON CONVINCE

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Un coagulo di sofismi e di argomentazioni che potrebbero iscriversi nella corrente del cosiddetto “pensiero debole” viene esposto a difesa di alcune scelte liturgiche e disciplinari nel governo delle Suore Francescane dell’Immacolata.

Distinguo!” avrebbe detto il buon Aristotele e con lui il realismo tomista di fronte all’evidente confusione tra l’assenza di sensus Ecclesiae e la predilezione della forma extraordinaria per la Santa Messa e il Breviario all’interno dell’Istituto femminile attualmente sub iudice.

In un imbarazzato e precipitoso comunicato presente sul Sito ufficiale delle Suore Francescane dell’Immacolata si corre a un disperato rimedio per fronteggiare le evidenze emerse durante la Visita apostolica ma conosciute e sofferte da chi viveva, frequentava o continua ad avere contatti con le religiose fondate dal Padre Manelli.

L’anonimo comunicato parla di un sondaggio condotto all’interno delle case religiose delle suore e che avrebbe fornito l’opzione pressoché esclusiva dell’uso liturgico del Vetus Ordo. Non entriamo solo nel merito dell’uso improprio della terminologia, ma sconfessiamo la metodologia di una votazione plebiscitaria orchestrata ad hoc, estranea alle tecniche e alle procedure della statistica a cui la formulazione e l’elaborazione dei dati di un sondaggio fa riferimento. Divide et impera è stato sempre il leitmotiv utilizzato dal Padre Manelli per avere il controllo sulle case religiose. In una piccola comunità – così come lo sono tutte le case dell’Istituto delle Suore Francescane dell’Immacolata tranne quelle di formazione –, appare evidente come sia impossibile nascondere la scelta preferenziale, espressa da una scheda preconfezionata dal Governo centrale. È un fatto acclarato che la scelta del Vetus Ordo era un modo con il quale compiacere da un lato il nostalgicismo del Fondatore e dall’altro l’archeologismo estetico del suo alter ego cioè Madre Francesca Perillo.

Dalla psicologia e pedagogia infantile – di cui l’attuale Madre Generale dovrebbe essere avvezza – si sa che facendo ripetere per diverse volte a un bambino che per mangiare occorre il cucchiaio, alla domanda: “Con che cosa mangi gli spaghetti?”, lo stesso bambino risponderà: “Col cucchiaio!”.

Nel momento in cui la Liturgia Tridentina era diventata l’oggetto dei colloqui fraterni, della ricreazione, della formazione, della preghiera, dell’apostolato, della ricreazione a tavola, il macigno del condizionamento psicologico e pedagogico del “privilegio tridentino” è ben che spiegato. Qualora qualche religiosa avesse sollevato obiezioni, due erano le soluzioni: un rincaro della tecnica del plagio oppure l’uscita dall’Istituto, preceduta dalle vessazioni, dalla messa alla gogna, dall’isolamento socio-comunitario che portava la vittima all’esasperazione. Le Superiore si risparmiavano, in questo modo, la responsabilità di dover procedere alla dimissione di una consorella scomoda.

Sappiamo che è in atto uno sciamare di uscite dall’Istituto senza una formalizzazione canonica che, in questo momento, non gioverebbe agli interessi e all’immagine dell’attuale Governo delle religiose. Alle Suore Francescane dell’Immacolata è sfuggito, tuttavia, il dettaglio importantissimo di trovarsi sotto la lente di ingrandimento Vaticana che fa poca fatica a setacciare errori, tutt’altro che microscopici.

Ragazze entrate poco più che adolescenti nella vita religiosa presso le Suore Francescane dell’Immacolata si ritrovano, loro malgrado, fuori dall’Istituto. Pur avendo riconosciuto e sperimentato l’insostenibilità della vita nel chiostro sono incapaci di oggettivizzare un qualunque giudizio critico per quell’opera di spersonalizzazione che l’insana formazione della loro Famiglia religiosa ha arrecato.

Dati statistici mostrano come nemmeno il 3% di tutti i membri dell’Istituto avesse una formazione scolastica di tipo classico-umanistico. Dall’ignoranza e dalla mancanza di padronanza del latino si sussume la scarsa qualità della preghiera che dalla classica formulazione del Catechismo, lungi dall’essere colloquio tra l’uomo e Dio, assurge ad ebete soliloquio mantrico. A chi afferma “tanto Dio capisce tutte le lingue” chiediamo perché non si possa allora pregare nella lingua stessa di Gesù che è l’aramaico oppure nella lingua liturgica di Gesù che è l’ebraico, oppure ancora nel greco della koiné, lingua diffusa nel bacino Mediterraneo ai tempi di Gesù e che venne utilizzata nella redazione dei Vangeli e nei commenti dei Padri.

Circa l’argomento di offrire, attraverso il latino, una lingua comune di preghiera per quelle religiose che si recano in visita in territori di missione, possiamo candidamente rispondere che i pochi giorni delle rare visite di “mantenimento del regime” effettuate all’estero dalle Superiore non giustificano il disagio imposto diariamente a delle religiose e a delle aspiranti della vita religiosa che proprio non hanno dimestichezza con la lingua di Cicerone né con i suoi derivati. Qualche anno fa sembra che più di una decina di aspiranti alla vita religiosa siano andati via dal convento dei frati in Brasile a causa dell’introduzione – rivelatasi ben presto fallimentare – del Breviario tridentino. Se nella formazione delle Suore Francescane dell’Immacolata, così come nell’interpretazione del Magistero da esse proposto alle formande, ci sono delle eresie sarà compito dei Dicasteri preposti al giudizio e alla vigilanza esprimersi nel merito. Che Papa Francesco non rientri nelle grazie dell’attuale Governo delle suore del Padre Manelli è un fatto certo che difficilmente può essere celato attraverso sterili dichiarazioni di circostanza. Quanto alla giustapposizione tra l’impiego praticamente esclusivo del Vetus Ordo e del sensus Ecclesiae, le due problematiche sono interconnesse. La capacità di integrarsi nelle Diocesi e di rientrare nel loro progetto pastorale è dalle Suore Francescane dell’Immacolata pressoché sconosciuta. È già successo che alla nomina di un Vescovo o di un parroco che non fosse di loro gradimento le religiose del Manelli abbandonassero la missione assegnata loro, infischiandosene del Popolo di Dio spesso da loro stramunto e del cattivo esempio, a prova di una faccia di bronzo quasi sempre china sul suolo e nascosta dai “mistici veli”. L’indifferenza verso gli altri – a partire dalle proprie consorelle – è purtroppo una malattia cronica all’interno dell’Istituto. Papa Francesco – forse per questo poco simpatico alle Nostre – lo ha ricordato alla Curia Romana il 22 dicembre 2014 quando indicava, tra le malattie spirituali, l’egoismo e la perdita di sincerità e di calore nei rapporti umani. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito! Nulla a che vedere con delle faccine funeree, burbere, arcigne e dipinte con quella stessa severità che è il metro di relazione verso gli altri. Le persone amabili non perdono occasione, anche dalle situazioni difficili, di fare auto-ironia; le Suore Francescane dell’Immacolata perdono ogni occasione per fare auto-critica e indignate si scagliano contro chiunque stigmatizzi le loro malattie spirituali, illudendosi di vincere la battaglia contro se stesse attraverso l’ausilio del legale di turno.

Un’altra malattia di cui le nostre religiose sembrano afflitte è la divinizzazione del Fondatore e delle Superiore. Con essa si onorano le persone e non Dio, segno di meschinità tipica di anime piccole che sperano di ottenere la benevolenza di chi le governa o viceversa ottenere la benevolenza delle suddite attraverso la tecnica dell’uso alternato del bastone e della carota. Quando si parla di sensus Ecclesiae viene subito in mente il giudizio negativo delle Suore Francescane dell’Immacolata su altri Istituti femminili contro i quali s’improvvisavano sarte dotate del metro al laser per quantificare la lunghezza della gonna al di sotto del ginocchio o peggio la lunghezza delle maniche dal gomito in giù, o peggio la lunghezza del velo copricapo. Ricordiamo che le Suore Francescane dell’Immacolata professano la Regola Bollata di san Francesco dove, al capitolo secondo, il Serafico Padre richiama al dovere della carità che impone di non giudicare gli altri ma di giudicare piuttosto se stessi. Questa è una lezione, già in epoca medioevale, sul vero sensus Ecclesiae che conduceva san Francesco a un’incondizionata stima verso tutti i sacerdoti, senza voler neanche giudicare la qualità della loro personale moralità.

Nella racconta antologica degli argomenti per i quali la stima della forma ordinaria della Liturgia è pari a quella extraordinaria, si legge la diffusione del Messalino trimestrale edito da Casa Mariana Editrice, ente sottratto al controllo dei Frati ma di fatto, nella disponibilità delle suore, malgrado lo stratagemma di aver affidato la rappresentanza legale al genitore di uno di esse. Con la stampa e la diffusione di tale Messalino, le suore riconoscono la pressoché totale adozione, sul territorio nazionale, della Santa Messa secondo il Messale del Beato Paolo VI. In una scala di valori sembra che il profitto materiale abbia il sopravvento sulla stessa ideologia. Oltre alla schizofrenia spirituale, la malattia dell’accumulare si presenta come ulteriore diagnosi delle Suore Francescane dell’Immacolata. L’accumulo di beni materiali di questi decenni è stato un modo per sentirsi al sicuro e respingere ogni eventuale attacco con la tecnica di Salomone più che di Davide. È ancora la malattia del “circolo chiuso” dove l’appartenenza al gruppo diventa più forte di quella al Corpo (Mistico) e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. È la trasformazione del servizio in potere, in nome del profitto mondano. I mali che affliggono le Suore Francescane dell’Immacolata sono iniziati con delle buone intenzioni, ma le debolezze del Fondatore nei loro confronti, con il passare del tempo, sono diventati un cancro. Il capolavoro di ogni disgrazia che viene dal diavolo ma che inesorabilmente passa attraverso gli uomini – anche quelli che si reputano Santi – è la divisione che porta alla rovina. A donne libere e responsabili che dovevano essere “l’Immacolata l’una per l’altra” ha ceduto il posto lo sguardo truce e l’orecchio corrotto di chi accusa la propria sorella. Il calore che si respirava un tempo in ogni Casa dell’Immacolata diventa oggi una gelida “Caina” dove “glacei vultibus pectoribus et ventribus congelati” offrono la desolante immagine di una perduta vocazione e missione.

Possa dunque una benaugurata soluzione per siffatta situazione irrompere nel destino delle Suore Francescane dell’Immacolata prima che lo sguardo sospettoso e timoroso verso la Madre Chiesa le possa condurre a formalizzare quello scisma che tanto s’industriano a negare.

L’Immacolata aiuti!

UN LIBELLO CONTRO LA CHIESA

Nella foto di Copertina: la Famiglia Manelli

Nella foto di copertina: la famiglia Manelli

I manelliani raccolgono in volume gli atti del loro convegno, e chiamano a raccolta i seguaci.

Un proverbio dice che la nostalgia è il sentimento dei falliti.

Chi coltiva un progetto, non si scoraggia quando le circostanze impediscono di realizzarlo; cerca piuttosto di capire quali errori hanno determinato il suo insuccesso, li corregge e riprende i suoi tentativi.

Il peggiore errore che può commettere consiste nel convincersi, o peggio ancora nel tentare di convincere gli altri, che non è stato lui a sbagliare, ma è viceversa sbagliata la realtà.

C’è poi chi afferma che è esistita una età dell’oro, in cui il consorzio umano era perfetto, ma poi una congiura delle forze del male ha distrutto l’ordine così costituito, gettando tutti nell’infelicità, nella corruzione e nella miseria.

I reazionari di ogni risma oscillano tra l’uno e l’altro atteggiamento: ve ne sono infatti che coltivano una utopia, e ve ne sono altri che si adoperano per restaurare la situazione da loro idealizzata e rimpianta.

I manelliani assumono un atteggiamento ondivago, ma ultimamente paiono avere imboccato la via di un impegno volto a riportare la Chiesa alle condizioni in cui si trovava prima del Concilio.

Ciò presuppone naturalmente che lo stesso Concilio venga presentato come il frutto di una congiura, ordita da forze esterne alla Chiesa, le quali però avrebbero trovato all’interno di essa  dei complici, disposti a fare entrare il cavallo di Troia dentro le mura.

Per imporre questa tesi, è necessario però escludere che la riflessione espressa dai Padri Conciliari, dai loro consultori e da tutti quanti hanno assecondato il loro impegno in ogni ambito ecclesiale sia espressione di una maturazione, di un dibattito, di un pensiero proprio del Cattolicesimo.

E qui si situa il primo e più importante punto debole delle proposizioni espresse dai tradizionalisti: essi non possono accettare che chi dissente dalle loro posizioni  possa essere considerato cattolico.

Ed allora arriviamo a quella che proprio Don Baget Bozzo, prima di quel riflusso su posizioni tradizionaliste per cui attualmente viene considerato un campione del pensiero manelliano, aveva definito pubblicamente come una “quaestio stantis vel cadentis Ecclesiae”: la libertà di discussione costituisce una base ineliminabile della convivenza nella comunità dei credenti.

 Questa, però – a ben guardare – non è una novità introdotta dal Concilio: già Sant’Agostino aveva affermato “in necessariis unitas, in dubiis libertas”.

Tutto sta a distinguere quanto è da ritenere “necessario” da quanto viceversa si considera “dubbio”, cioè opinabile.

E allora basta riflettere sulla storia della Chiesa per constatare come questo limite, questo confine, si sia spostato, anche prima del Concilio.

Durante il Risorgimento, il Papa giunse a scomunicare chi metteva in discussione il suo potere temporale; poi, però, i Patti Lateranensi segnarono la rinunzia a rivendicarlo.

Questo non comportò, beninteso, una condanna “a posteriori” del “non expedit”: né avrebbe dovuto comportarla, perché semplicemente si era determinata una evoluzione nella posizione della Chiesa.

E questa riflessione aveva portato il Papa stesso a concludere che il potere temporale era una superfetazione determinata dalla storia, senza nessun rapporto con le verità irrinunciabili della fede.

Se questa riflessione non fosse avvenuta, se non ci fosse stato un cambiamento nelle stesse proposizioni ufficiali del Magistero, saremmo rimasti fermi al “non possumus” di Pio IX.

La rabbia dei manelliani, e dei tradizionalisti in generale, trae origine precisamente dal superamento di altri “non possumus”, da parte del Concilio, ma anche da parte del successivo Magistero.

Ci pare che i manelliani cadano in due errori, e che non vi cadano – quanto è peggio – in buona fede.

Il primo errore consiste nel confondere la causa con l’effetto.

Il mutamento nei costumi sessuali non è stato provocato dalla Chiesa: l’Autorità Ecclesiastica ha dovuto prenderne atto, mantenendo fermi i principi morali, ma modificando l’atteggiamento verso chi questi comportamenti mette in pratica.

Nessun Vescovo e nessun Cardinale, né tanto meno il Papa, ha detto che un atto o un rapporto omosessuale smette di costituire un peccato: ciò non toglie che anche gli omosessuali possano esprimere dei valori spirituali e morali, e soprattutto che essi possano contribuire al bene comune.

Qui non c’è nessun incoraggiamento alla diffusione dell’omosessualità, ma c’è la constatazione della persistenza del bene anche in una società in cui questo comportamento si diffonde.

Non è comunque vero, anzi è assolutamente falso che la Chiesa propagandi i rapporti tra persone dello stesso sesso.

Il secondo errore consiste nel postulare l’esclusione del dialogo tra le fedi e tra le culture.

Qui i tradizionalisti colgono un cambiamento di atteggiamento tra il precedente pontificato e l’attuale.

In realtà, presso la Santa Sede ci sono degli organismi dediti al dialogo tra i Cattolici e gli altri Cristiani, tra i Cattolici e le altre religioni, sia quelle abramitiche, sia le altre, e addirittura tra i Cattolici ed i non credenti.

Dell’allora Cardinale Ratzinger ricordiamo un dibattito pubblico con lo studioso non credente Paolo Flores d’Arcais.

Che poi questo dibattito abbia chiarito punti di concordanza e di discordanza era logico ed inevitabile.

Può essere che le concordanze e  le discordanze si accrescano o diminuiscano a seconda degli interlocutori, ma esiste una alternativa al dialogo?

Non, non esiste, salvo che vogliamo ridurre la nostra esistenza collettiva ad un “bellum omnium contra omnes”: il che non è certamente auspicabile, né è confacente con i nostri principi cristiani: ricordiamoci l’evangelico “Pax in terra hominibus bonae voluntatis”, dove gli uomini di buona volontà non sono certamente soltanto i correligionari, né soltanto i credenti.

L’opposizione dei manelliani al dialogo si basa su di un sofisma piuttosto ipocrita: se l’essere cattolico significa l’adesione alle verità della nostra fede, mettersi a parlare con chi non la condivide risulta a seconda dei casi inutile, in quanto constata un inevitabile dissenso, o dannoso, in quanto ci porta a negare le verità stesse in cui crediamo.

Aggiungono i manelliani che nel momento stesso in cui ci si dispone a dialogare con i diversi, si accetta in linea di principio che essi hanno qualcosa di buono, di vero, di positivo, da proporci.

E ciò contraddice – secondo i tradizionalisti – l’assunto per cui noi possediamo tutta intera la verità.

Se si applicasse alla lettera questo principio, non sarebbe possibile nessuna convivenza, dato che la convivenza richiede delle regole condivise, e le regole condivise risultano da qualche forma di accordo, cioè di dialogo.

Non hanno mai riflettuto sul fatto che il dialogo ha dato prestigio a tutti i Cattolici che lo hanno praticato, a cominciare dai Papi (incluso, naturalmente, Benedetto XVI)?

Non hanno mai riflettuto sul fatto che la società nazionale, europea, mondiale, costituisce il risultato di apporti diversi, e che il rifiuto del contributo apportato da quanti sono diversi porta soltanto al fanatismo, alle guerre di religione, al terrorismo?

Se certi musulmani uccidono i Cristiani perché hanno una fede diversa, dovremmo forse metterci sul piano di costoro?

E comunque, ci pare che il rifiuto del dialogo abbia alla fine una sola origine: il fatto di non avere nulla da dire.

Questo atteggiamento, però, non è reazionario, ma è qualche cosa possibilmente peggiore: si chiama oscurantismo.

Ed è precisamente oscurando le opinioni altrui, negando agli altri la possibilità di esprimersi che si riesce subdolamente ad offrire del loro pensiero una immagine distorta, si prescinde anche dalla definizione del dissenso, si demonizzano le opinioni.

Il convegno di Santo Spirito ci ha offerto un ampio saggio di questo atteggiamento, presentando la misericordia verso gli omosessuali come propaganda per le loro tendenze.

Quanto i manelliani rimpiangono è un Seminario in cui si vietava di leggere “L’Osservatore Romano”: le persone intellettualmente oneste lo avrebbero consultato, e poi lo avrebbero discusso.

Così si fa tra persone civili.

Rifiutare il dialogo non significa dunque essere certi della bontà delle proprie convinzioni.

Chi rifiuta di confrontarle con quelle degli altri, non è in realtà convinto di ciò che afferma.

La volpe e il pigmeo nella foresta del califfato tradi-protestante

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Riccardo Cascioli è da ormai un anno “in comunione con il commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata”.

Più importune che opportune se ne è infatti occupato diverse volte.

La levatura dei suoi interventi, accompagnata dal profondo rispetto da lui manifestato verso la dignità delle persone per sua bontà coinvolte, gli ha dato il merito  di trasformare un caso in un casino, cioè in un caso piccolino, da tam tam pigmeo.

L’interessante popolo dell’Africa Equatoriale, noto per la piccola statura, crede tradizionalmente alla metempsicosi.

Qualora un pigmeo analizzasse le risposte del Cascioli al Commissario FFI, potrebbe allora già sperare – nomen omen – nella sua futura reincarnazione in un … Volpi-no!

Sorridiamo al pensiero  di una volpe, inseguita da un affamato cacciatore pigmeo, immaginando la sfida tra una portatore quotidiano di bussola e un esperto conoscitore della foresta pluviale.

Chissà chi vincerà!

La preda o il predatore?

A proposito dei misteri dell’Africa possiamo ancora paragonare il blog LNBQ agli zombi: quando risorge, è più aggressivo di prima!

Poiché il dialogo interreligioso è un must dell’ecclesiologia postconciliare, uno spazio informatico che si reclama cattolico non può mancare di fare riferimento alle Religioni Tradizionali Africane!

L’aggiornamento non finisce qui.

La LNBQ è anche un’Araba Fenice, essendo risorta dalle proprie ceneri.

Non vorremmo che con il piglio aggressivo da fondamentalisti che la caratterizza, conduca i lettori anche verso l’Islamic State!

Che il Cascioli, da califfo del giornalismo, trasformi le rettifiche in sempre nuove polemiche è un fatto accertato.

Questo aiuta a capire la psicologia del personaggio e, accanto alla linea editoriale, la linea ideologica.

Chi si avventura nella giungla mediatica, dove davvero è indispensabile una nuova bussola quotidiana che non è però la LNBQ, oltre a preoccuparsi dell’orientamento, deve stare attento anche a dove mette i piedi.

Anche i Pigmei lo sanno!

Cascioli, infatti, cade nelle sabbie mobili di quel fango provocato da chi, come lui, ha osato e abusato troppo parlare sulla dolorosa vicenda di un Istituto religioso.

Questa dinamica impropria presenta la Chiesa, madre e maestra, come una matrigna che ne sa di meno dei tanti “mercenari” dell’ortodossia cattolica, quelli che si paventano naturalmente più cattolici del Papa e dei pastori “che danno la vita per le pecore”.

Se l’IS si finanzia soprattutto grazie ai pozzi petroliferi occupati, il “califfato cattolico” al quale LNBQ da prova di appartenere, si alimenta pur sempre dai pozzi neri, non quelli del petrolio, bensì quelli del materiale da spurgo utilizzabile, una volta essiccato, come biocarburante.

La disonestà intellettuale è evidente nell’interpretazione del seguente passaggio che il Cascioli cita “Cicero pro domo sua”:

Lo scopo finale delle richieste d’incardinazione in Diocesi appare chiaro: è la costituzione di una piattaforma di lancio, magari off shore come quella dell’Arcidiocesi di Lipa nelle Filippine o in diocesi di minoranza cattolica come in Inghilterra, per raggruppare chierici ordinati in sacris ed ex seminaristi FFI nella speranza di un ribaltone nell’attuale governo della Chiesa universale (…)”.

Il testo del post, tuttavia continuava dicendo: “(… ) che può solo contare su miraggi mentali ai quali non si sottraggono polemisti come Antonio Socci nel suo recente e noiosissimo libro ‘Non è Francesco’”.

E’ chiaro che la capacità di ribaltone non può essere resa possibile da una ventina di disperati.

 “Chi di speranza muore” aspetta piuttosto dagli altri un ribaltone, come se al prossimo Conclave i Cardinali eleggessero un Raymond Burke o come se l’attuale Pontefice dovesse essere deposto dopodomani o diventare vittima di un attentato o di una morte improvvisa.

Sembra fantapolitica, ma in alcuni ambienti cosiddetti “manelliani” circola anche questa vergognosa profezia

Questo è il delirio che il Cascioli attribuisce a noi?

Non pubblicava Cascioli un articolo di Massimo Introvigne nel quale parlava di deriva «pelagiana» come di una rigidità fondata sul sogno di un ritorno a un passato che non può tornare, propria di certi ambienti ultra-conservatori?

Sempre il Cascioli, in tempi non sospetti lasciava parlare l’Introvigne dello scivolone dottrinale di alcuni FFI che, con riferimento a noti insegnamenti di Benedetto XVI, affermavano che tra i giovani frati, tra le suore dell’Immacolata e sulle loro riviste “teologiche” si fosse diffusa una «ermeneutica della discontinuità e della rottura» rispetto al Concilio Ecumenico Vaticano II, che ne leggeva alcuni documenti – i testi, non solo le loro interpretazioni postconciliari – come in contrasto radicale con il Magistero precedente. La stessa interpretazione di «discontinuità» era data alla riforma liturgica: non solo si celebrava la Messa antica, ma si considerava in qualche modo «inferiore» – in qualche caso, addirittura «sospetta» – la Messa nel rito ordinario successivo alla riforma, e questo particolarmente presso le suore.

Il sociologo torinese, esperto di sette, spezzava solo alla fine della sua analisi una lancia a favore della presunta fedeltà al Papa di Padre Manelli, cosa però che dopo soli pochi mesi dal Commissariamento si rivelava ormai inesistente.

Alla resa dei fatti anche la dichiarazione di “devota obbedienza” scomparsa alla chetichella dal sito ufficiale FFI è diventata una bufala che rimane solo in qualche espressione poetica di un instant book sul Papa preparato dal Padre Manelli per la visita al santuario mariano di Castelpetroso (IS) del 19 marzo 1995 di Giovanni Paolo II.

Un atto di vassallaggio rivelatosi ipocrita perché – da più testimonianze – risulta che il Padre Manelli abbia pubblicamente criticato Giovanni Paolo II specialmente durante il Giubileo del 2000.

Nel 2005, in  tempi non ancora al 100% sospetti, l’allora vescovo di Campobasso, Mons. Armando Dini, mandò giustamente via sia i frati che le suore Francescani dell’Immacolata da Castelpetroso

All’epoca subito ne prese le difese Unavox: un fidanzamento allora annunciato con gli FI, ma matrimonio rato e consumato col Commissariamento.

Di fronte a questi soli semplici esempi, quale vescovo accoglierebbe dei religiosi problematici e in rottura con il loro stesso Istituto?

Fughe dal convento, distrazioni di beni, disobbedienze formali, lettere aperte, insulti e calunnie, eresie materiali, formazione incompleta, sono solo alcuni dei peccati rilevati nei poveri “transfughi FI perseguitati” (TFIP).

Può bastare come “passaporto ecclesiale” il dichiararsi “fedeli al Fondatore” facendo – tra l’altro – confusione tra il carisma e la persona?

Non è proprio l’asserita fedeltà a un uomo problematico, idolatrato come un dio e seguito da alcuni più del Papa, il motivo di preoccupazione della Chiesa?

Sarebbero delle nostre sdrammatizzazioni sarcastiche i deliri di cui parla Cascioli?

Peccato che una persona che si espone al pubblico come il Direttore di LNBQ sembri incapace di trovare aspetti divertenti in ogni contesto del quotidiano e vivere una vita all’insegna dell’ottimismo e dello stare piacevolmente insieme agli altri.

Chi sa bene quali siano le proprie virtù e le proprie debolezze e le accetta, è anche colui che sa prendersi non troppo sul serio riuscendo a ironizzare su di sé.

Non era forse proprio questo ciò che mancava all’autoreferenziale Padre Manelli e ai suoi seguaci?

Ci dispiace ora per Riccardo Casciòli (o Càscioli?)

Avranno entrambi perso la bussola?

Alle profezie di sventura sinceramente preferiamo l’Evangelii gaudium di San Francesco e di Papa Francesco!

“CASA MARIANA DI VETRO”

St. Chapelle des Paris vetrate istoriate

Con la testimonianza di un Frate Francescano dell’Immacolata inizia il tempo della coerenza, della trasparenza e della pulizia.

Il caso dei Francescani dell’Immacolata è stato montato ad arte da personaggi senza scrupoli ai quali, subito dopo il commissariamento, si sono rivolti coloro che non hanno accettato la loro rimozione dal governo.

A leggere questa testimonianza che merita tutto il nostro rispetto per il coraggio di un Religioso consapevole della sofferenza dei suoi confratelli, si resta agghiacciati e addolorati.

Un’azione particolare è stata svolta dall’ex Procuratore Generale Padre Alessandro Apollonio, attualmente a Fatima, ma molto attivo negli spostamenti e nell’occulatamento o “fuga” di documenti sensibili apparsi miracolosamente sui blog ultratradizionalisti.

Padre Apollonio, che da sempre minacciava il chiasso mediatico in caso d’intervento della Santa Sede, incontrava a Roma personaggi come Roberto De Mattei e Alessandro Gnocchi rivelatisi precursori delle accuse contro il Commissario Apostolico.

Padre Apollonio è molto vicino ai Cardinali Raymond Burke e Mauro Piacenza  e – insieme con il Padre Serafino Lanzetta – al Monsignore Giuseppe Sciacca.

P. Apollonio, oltre ad essere l’agente dei contatti a nome del Fondatore, Padre Stefano Manelli, avvicina molti Sacerdoti e Frati Francescani dell’Immacolata di cui fu per anni ed anni il Rettore, cercando di dissuaderli dal rimanere nell’Istituto.

Si vuole far credere infatti che senza il Fondatore l’Istituto non potrà sopravvivere e che la gestione Volpi-Bruno è fallimentare.

La sudditanza morale nei confronti di padre Apollonio continua ed è stata pompata in gran parte dal Fondatore stesso, benché recentemente, dopo averlo destituito da Rettore del Seminario Filosofico Teologico (STIM) per mandarlo a Roma, avesse affidato al nipote e “Delfino”, Padre Settimio Manelli, il controllo esclusivo e totale del Seminario stesso, fatto poi chiudere a inizio 2014 dal Santo Padre Francesco.

A modo di Polizia Politica l’arma utilizzata fino ad oggi è quella della detrazione di cui parla il Serafico Padre San Francesco in persona.

C’è da chiedersi, tuttavia,  se Padre Apollonio è una vittima, un sicario del Padre Manelli, oppure entrambe le cose.

C’è ancora da chiedersi se lo faccia per dipendenza dal Padre Manelli o per convenienza, in vista di riguadagnare la considerazione di prima …

Queste pagine aiuteranno a fare “un po’ e solo un po” di luce  su una vicenda che è stata volutamente oscurata con un polverone per strumentalizzarla a regola d’arte per attaccare il Papa e utilizzare dei poveri frati come cavie sulla capacità della Chiesa di contenere le disobbedienze, tensioni e ribellioni interne e fronteggiare un’eventuale delegittimazione del Pontefice a partire da raggruppamenti di religiosi.

 

Portae Inferi non praevalebunt!

“Credo che per essere capaci di sviluppare una retta ermeneutica del comportamenteo di alcuni nostri confratelli, non si possa prescindere, dal metodo e dal contenuto usato per contattare un cospicuo numero di frati, chiedendo loro, di lasciare l’Istituto.

I frati venivano avvicinati sia di prima persona che per telefono e il contenuto di base delle conversazioni era il seguente:

 

Inizio citazione –

P. Stefano dice che facciamo bene ad uscire per raggrupparci in piccole comunità[1]. I conventi del post-Concilio sono pieni di omosessuali, alcolizzati, pedofili, conviventi, donnaioli, tossicodipendenti. Questo è il livello medio della vita religiosa in occidente. Visto che vogliono portarci su questa china (chi?), pure a noi, abbiamo il dovere morale di reagire. Quello che abbiamo imparato Padre Volpi farà di tutto per distruggerlo. Padre Volpi è proprio il teorico della distruzione degli ordini religiosi, è il maestro di coro di chi sta conducendo la vita religiosa sui crinali della distruzione completa. Ci hanno mandato lui proprio per questo (chi?). Gli ordini religiosi oggi sono riconducibili a questa metafora: men che raro se fumano il sigaro in mutande e in canottiera davanti alla televisione.

Fine citazione.

 

Questi per il nostro confratello sono I Frati Minori in specie e gli altri ordini religiosi in generale. Quello di uscire dall’Istituto è un obbligo morale impellente.

 

Nuova citazione:

La Congregazione dei Religiosi è nelle mani di un pensiero massonico e relativista ed il primo di tutti è Braz De Aviz. Noi siamo adesso nelle mani dei peggiori prelati della Curia Romana. Braz De Aviz, Carballo, Volpi, sono I peggiori, sono notoriamente conosciuti come i più lassi, i più secolarizzati; sono i meno alti sotto il profilo morale e spirituale. Questa non è la Chiesa con la C maiuscola, questi vi stanno sputando (sopra?) e noi non possiamo collaborare al male.

Fine

 

È chiaro che una volta che poni e accetti delle simili premesse entri in una sorta di delirio mentale che, cronicizzato, ti crea un abito paranoico, che può solo terminare in un cortocircuito dell’intelligenza, che finirà per giustificare ogni mezzo, pur di raggiungere il fine.

In effetti, alcuni dei nostri confratelli, autoinvestendosi di un ruolo messianico (in relazione alla Chiesa), si sono sublimati in una categoria di santità “nuova” , dove i paramatri della virtù sono stati ri-formati e fondati in una teologia spirituale, dove la menzogna, la calunnia, la disubbidienza e le “ruberie” diventano degli ideali nei quali specchiarsi e riconoscersi.

Io stesso ebbi ‘l’onore’ di essere calunniato  addirittura da entrambi i Padri Fondatori.

Fui accusato, infatti, d’aver passato al giornalista Sandro Magister le prime notizie riguardanti il nostro commissariamento, mentre un altro sacerdote dell’ex Consiglio Generale, sulla medesima questione, si preoccupava d’infangare P. Angelo Gaeta.

Il 2 settembre 2013 decisi quindi, di scrivere al Cofondatore ed ex Vicario Generale, P. Gabriele Pellettieri, questo messaggio:

 

“Ho saputo, purtroppo, che anche Lei (P. Stefano già lo fa da molti giorni) mi sta accusando, falsamente, di essere all’origine di documenti passati ai giornalisti. Poichè credo che siamo nella specie morale della calunnia questa mattina ho informato della questione il Padre Commissario.

Vedere i miei due Padri Fondatori scadere in questo genere di gossip di terza categoria è francamente molto deprimente. Spero in un vostro sussulto di dignità e in un comportamento dove il soprannaturale torni ad essere una presenza stabile e l’amore per la verità un valore indisponibile”.

 

Io ho sempre parlato in modo molto chiaro e quando, purtroppo, ebbi ad accusare i miei confratelli non temetti mai di farlo, sia per iscritto, sia dinanzi ad un registratore.

L’11 maggio 2014 scrivevo a P. Alessandro Apollonio:

 

“Lei è da molto tempo che si barcamena tra bugie e restrizioni mentali. Questo non è il modo di fare di un frate. Questo è il comportamento oramai abituale di P. Stefano e dei suoi laici (basta vedere le menzogne dette sulla negazione del permesso ad andare sulla tomba dei genitori il 1 maggio. E’ una vergogna !)….

Posso scrivere un libro delle menzogne di questi mesi….

Le auguro di uscire presto dal suo delirio e di rientrare realmente nella Chiesa Cattolica…..

Auguri da un confratello veramente addolorato”.

 

Ancora…

Alla fine di luglio, dovendo accompagnare nel nostro convento di Casalucense (FR) il nuovo superiore, mi ritrovai ad assistere ad una sequenza di scene, tipo film poliziesco. Trovammo P. Stefano Manelli nel Santuario della Madonna delle Indulgenze che imponeva le mani ad un nostro ex frate[2] inginocchiato ai suoi piedi (un altro era lì accanto), vestiti entrambi (gli ex frati) con  un abito religioso, “abusivo”, che viola le norme della Chiesa cattolica e dello Stato italiano.

Quando ci videro cominciarono a scappare, chi da una parte chi dall’altra. Padre Stefano si chiuse nella sua stanza, i due frati uscirono correndo dalla Chiesa e raggiunsero un terzo, (ex nostro frate), il quale, avendoci visto, cercava di nascondersi dietro un furgone (uno Scudo della FIAT)[3], sul quale stava caricando, (di fatto rubando) dei cartoni di libri e di viveri che appartengono all’Istituto.

 Su ciò che accadde subito dopo, taccio, per pietà e per disgusto.

Questi sono dei piccoli esempi di fatti realmente accaduti, ma che potrebbero essere moltiplicati indefinitamente.

Ciò che sgomenta è che se tu parli con loro, non hanno mai disubbidito, mai mentito, mai calunniato o rubato; loro sono assolutamente puri, immacolati, ma soprattutto… perseguitati!

Il dramma è che nel loro delirio, hanno smarrito la relazione tra la realtà e l’oggettività, ritrovandosi a vivere nella finzione della loro mente dove un’immaginazione “tirannica” gli crea, inesorabilmente dei contenuti che li situano a vivere tra stati o momenti di esaltazione auto celebrativa, contrapposti a paranoie persecutorie.

Loro, in concreto, non vivono più nella Chiesa, ma nella loro idea di Chiesa; non obbediscono più al Papa reale, ma all’idea che ne hanno.

La liturgia?

È quella che vive nella loro mente, sganciata dalle necessità concrete dei frati e dei fedeli.  Tali esempi potrebbero essere moltiplicati a dismisura, poiché, ciò che veramente esiste è unicamente il loro delirio. Queste persone, oramai, si sono sostituite alla Chiesa cattolica e, nello stesso tempo, si credono i salvatori. Loro sono gli unici a sapere quello che si deve fare per “salvare la Chiesa”, in quanto, investiti dall’Immacolata stessa di una vocazione messianica; anzi, di più: loro sono la transustanziazione storica ed attuale dell’Immacolata.

Con queste premesse, che si deducono storicamente ed esperienzialmente, dai loro comportamenti concreti è chiaro che si preclude a priori ogni forma di dialogo o di mediazione.

È chiaro, per esempio, che non è sufficiente dire: io sono il Fondatore, poiché anch’egli, in quanto figlio della Chiesa è fondato e non certamente fondante. Ma questa Chiesa, per loro, che Chiesa è? E questo Papa, chi è realmente?

Quando Papa Francesco fu eletto ci sono stati momenti di panico e di “disperazione”.

Padre Stefano fu il primo a dire che  questo era il Papa gesuita che avrebbe distrutto il francescanesimo; questo Papa era una tragedia: il peggior Papa possibile. Da un altro ex nostro superiore fu chiaramente detto che con l’elezione di questo Papa non ci rimaneva che scappare tutti nel deserto. Non virgoletto queste frasi, perché , chiaramente, non le ricordo, particolareggiatamente, nei loro contenuti letterali, ma la sostanza è certamente questa.

Altri frati di diversa estrazione, età e nazionalità possono testimoniare lo stesso.

Mi fermo qui perché queste piccole “porzioni” di affermazioni sono più che sufficienti per farne comprendere la valenza e l’importanza. La conseguenza immediata di queste affermazioni portò alla proibizione per i nostri chierici di andare alla prima santa Messa di Papa Francesco il 19 marzo 2013.

Questa proibizione valse per altri frati; e quando alcuni confratelli chiesero spiegazione sulla ragione di questa decisione, fu detto loro: “per motivi logistici”. Semplicemente ridicolo. Ciò  che conta è che non ci furono gli FFI alla Santa Messa d’intronizzazione di Papa Francesco, poi se loro hanno voglia di negare; neghino!

Ma questo non fa che aumentare il senso del ridicolo.

 Posso aggiungere che P. Alessandro Apollonio era favorevole alla partecipazione dei frati ma fu il nipote del Fondatore e Rettore Unico di tutti I nostri seminaristi a impartire l’infelice ordine. Più tardi un Frate degli Stati Uniti, uno studente di filosofia, andò in crisi per questo e più tardi è uscito dall’Istituto.

A riprova di questa verità, dal nostro “Settimanale di Padre Pio”[4], diretto e redatto dalle Suore Francescane dell’Immacolata, per ben due mesi circa sparì la rubrica della catechesi settimanale fatta dal Papa, la quale fu poi reintrodotta solo per le proteste di alcuni lettori.

Accadde anche questo fatto spiacevolissimo, per un Istituto religioso.

Il Papa, fece visita alla basilica di Santa Maria Maggiore in Roma e, una volta in sacrestia, incontrò anche due nostri confratelli, i quali gli dissero che avrebbero pregato per Lui. Il Santo Padre li ghiacciò, dicendo loro: ‘Ma voi pregate per me o contro di me?’

Il Papa evidentemente era già venuto a conoscenza di quello che si diceva di lui nel nostro Istituto.

Saputo di questo I nostri ex superiori cercarono di correre ai ripari organizzando, per una udienza del mercoledì, una presenza massiccia di frati e suore (ridicolo, perché  non hai neanche il “coraggio” della coerenza).

Ricordo che si parlava di una cinquantina di biglietti che già si possedevano (questo attraverso la nostra segreteria), ma si chiedeva ai frati di cercare di essere ancora più numerosi. Peccato che le udienze del mercoledì fossero già state sospese per la pausa estiva.

Negli ultimi anni, purtroppo, la critica al Papa era divenuta, per alcuni dei nostri frati un vissuto quotidiano. Da Giovanni XXIII a Paolo VI, senza farsi mancare Giovanni Paolo II, il santo che era diventato il “piccolo” santo, visto che non potevano più negarlo (c’era chi voleva attaccarlo sulla sua teologia di Dio, l’escatologia e, per qualcuno, la sua teologia del corpo era quasi insopportabile); anche Benedetto XVI veniva considerato, di fatto, un modernista e, se non fosse stato per il Summorum Pontificum, sarebbe rimasto nel novero dei novatores progressisti di Tubinga….

Desidero ora aprire una parentesi sul Papa Paolo VI, perché mi servirà per aprirne un’altra sulla figura di San Pio da Pietrelcina.

Il santo frate cappuccino è uno dei Protettori “speciali” del nostro Istituto.

La sua figura e i suoi insegnamenti sono, per così dire, “formativi” della spiritualità del frate francescano dell’Immacolata.

È da un pò di tempo però che sto riflettendo sempre di più sul fatto che noi FFI abbiamo una conoscenza ben poco aderente alla realtà del santo del Gargano, in quanto idealizzata e personalizzata, secondo le necessità e i gusti del nostro Padre Fondatore.

Mi spiego.

Parlandoci, per esempio, dell’Enciclica Humanae Vitae, P. Stefano Manelli ci ha sempre insegnato che fu il Santo del Gargano il “responsabile” della dottrina dell’intrinseca malizia degli atti contraccetivi, poiché Paolo VI nella sua Enciclica, in realtà, ne aveva condivisa la bontà, permettendone l’uso. Fu per l’intervento di San Pio, al quale il Santo Padre aveva inviato l’Enciclica, scritta di suo pugno che, quando gli fu restituita, la trovò modificata addirittura unicamente in quel punto specifico (l’intrinseca malizia della contraccezione), con la sua stessa calligrafia. Così Paolo VI, grazie ad un intervento divino, comprese il suo errore e riformò il suo giudizio erroneo sulla liceità della contraccezione.

Io ho creduto a questa sciocchezza per anni, raccontandola a molte persone, fino a quando, dovendo leggere l’Enciclica, per motivi di studio, mi resi conto che l’Humanae Vitae, era integralmente strutturata e finalizzata alla negazione della liceità della contraccezione = non sarebbe stato sufficiente modificarne una piccola parte, ma bisognava riscriverla radicalmente.

Inoltre, sin dall’annuncio della beatificazione di Paolo VI si è prodotta una mole enorme di testimonianze, sul nostro argomento, mettendo in evidenza come, per il novello beato, la negazione della contraccezione fosse una verità che il Papa riteneva espressione della sua stessa fede.

L’evidente menzona attribuita a San Pio da Pietrelcina sull’Humanae Vitae, si può estendere ad altre balle del Fondatore attribuite al Santo del Gargano.

Ad esempio, la famosa (per noi) questione delle “4 T” evocate da Padre Pio, cioè “TuTTo è Tenebra”.

Padre Manelli con estrema leggerezza poneva “le tenebre”  in relazione anche con il Concilio Vaticano II; la conseguenza era una disperazione che aumentava con il passare degli anni, creando un cortocircuito esistenziale dove ogni evento sia ecclesiale che “mondano”, veniva vissuto in modo drammatico. Altra balla era la storia “della palla di fuoco” dalla quale avremmo dovuto salvarci. Bisognava andare tutti a San Giovanni Rotondo e dintorni, perché quella zona – entro un raggio di 30 Km – era protetta da San Pio che ci avrebbe salvati.

La balla molto probabilmente serviva per giustificare l’imprudente costruzione di un albergo in zona di Monte Sant’Angelo.

Un modo per evitare il voto contrario di un Consiglio Generale comunque annichilito dai deliri e dall’autorità del Fondatore.

Sembra la “teologia” dei Testimoni di Geova. Scusate! Io sono parroco a Trieste e dovrei abbandonare i miei parrocchiani proprio nel momento del massimo bisogno, nel pericolo di una morte imminente? Siamo sacerdoti della Chiesa cattolica o pavidi conigli?

Vorrei chiedere al mio confratello, “piazzista” telefonico: ma un religioso così – pavido coniglio – come se lo immagina? Con le mutande o senza? Con il sigaro o ….? Faccia lui, poveretto.

Un altro fatto sgradevolissimo, accadde in concomitanza alla pubblicazione del Motu Proprio, Porta Fidei.

Sulla nostra rivista, Fides Catholica, apparve un editoriale dell’ex direttore, P. Serafino Lanzetta, nel quale si cercava di indurre il lettore ad una scorretta ed erronea interpretazione del reale pensiero del Pontefice.

All’inizio della pag. 7 si citano le parole di Benedetto XVI “Ho ritenuto che far iniziare l’Anno della Fede in coincidenza con il cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II possa essere un’occasione propizia per comprendere che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, secondo le parole del beato Giovanni Paolo II, “non perdano il loro valore né il loro smalto”. È necessario che vengano conosciuti e assimilate come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa”. Peccato che il nostro “teologo” introduca le parole del Santo Padre in questo modo: “Benedetto XVI ha espresso, inoltre, anche se molto velocemente, un legame tra l’Anno della Fede e il Vaticano II”.

Ma come molto velocemente? Ma ci rendiamo conto, che qui, l’aggettivo e l’avverbio vengono usati unicamente per indurre ad una comprensione erronea del testo? Ma non è finita! Immediatamente dopo venne citato un altro insegnamento del Papa cercando nuovamente di corromperne il retto significato: “Io pure intendo ribadire con forza quanto ebbi ad affermare a proposito del Concilio pochi mesi dopo la mia elezione a Successore di Pietro: “se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa”. Peccato che il nostro “teologo” introduca il pensiero di Benedetto XVI con un: “E subito dopo, in un modo meno esuberante del suo predecessore”.

Ma come meno esuberante!? Un Pontefice in un suo motu proprio,afferma “io pure intendo ribadire con forza”, e un “teologo” della Chiesa cattolica si permette di ridurre la potenza di una simile espressione con un ridicolo cappello introduttivo “in modo meno esuberante”?

C’è dell’altro: In puro stile tradi-progressista non vengono presentati gli insegnamenti del Motu proprio che sono centrali ai due sopra citati: “Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, comela grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiate nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre”.

Caspita! Quanto avranno infastidito queste parole del Santo Padre per censurarle radicalmente!

Inoltre, a pag. 6, troviamo un’altra chicca del Nostro: “La Chiesa è chiamata perciò a recuperare la fede, secondo il canone del Simbolo Cristiano”.

Ma cose da pazzi!

La Chiesa che deve recuperare la fede secondo il canone del Simbolo cristiano. Perché? Forse l’aveva persa?

Stendiamo un velo pietoso…

Quanto tempo ed energie andate perdute, per un argomento impostato male ed erroneamente!

Lo stesso P. Alessandro Apollonio, dando per scontato che non ci fossero errori teologici formali negli insegnamenti conciliari, era soddisfattissimo che P. Stefano non avesse chiesto a lui questo genere di studi, proprio perché li riteneva inutili per la Chiesa, per la teologia, per il nostro Istituto, e per la causa francescana stessa. Secondo il suo pensiero, per il taglio  datogli, erano solo un inutile perdita di tempo.

Sempre nel 2011 sull’altra rivista Immaculata Mediatrix, a pag. 238, compare un articolo in due puntate di suor Maria Cecilia Manelli, nel quale, nella parte II, è talmente saturo di errori filosofici e teologici che non si capisce  come possa essere stato pubblicato da una rivista del nostro Istituto (oppure proprio per questo …).

Ecco alcune “perle” di saggezza filosofico-teologica presenti nell’articolo.

“Concepì poi nel grembo, divenendo Madre di Cristo e del suo Corpo Mistico, la Chiesa. Le due concezioni, se così le vogliamo chiamare, avvennero nello stesso istante, con una differenza: l’essere che diviene, si trasforma in qualcosa di diverso da sè, in un essere divenuto, ossia non più essere originario, pur mantenendo alcune proprie caratteristiche. L’essere di Maria non muta divenendoMadre: Ella è Vergine e al contempo Madre: il suo essere non diviene qualcosa di diverso da sé, ma rimane essere in sè (vergine) e altro da sé (madre)”.

La cosa meravigliosa è che la Nostra ci dà la chiave per interpretare correttamente il suo pensiero, dicendoci, alla nota 47: “Intendo come essere, ciò che costituisce l’essenza di Maria e non l’esserecome creatura”. Provate a leggere e a sostituire, il termine essere con il termine essenza – nello scritto sopra citato – e vedete cosa ne viene fuori. Una pazzia.

Ancora: “Ella dona al Verbo “l’essere e lo fa essere” dando a Lui tutta la sostanza umana”. “Maria santissima è colei che prepara la materia del sacrificio redentivo nel suo grembo verginale, nel quale “il Verbo Incarnato assumendo la natura umana di Maria …”.

Mi fermo qui perché gli errori dottrinali, nell’articolo, sono talmente tanti che…

Un altro “scivolone” letterario appare, nuovamente, sulla rivista Fides Catholica nel 2012. Si tratta di un articolo molto critico nei confronti di una figura, certamente controversa, della nostra Chiesa, il vescovo Tonino Bello che può essere criticato per alcune sue affermazioni teologiche, mariologiche, liturgiche, antropologiche, senza però mai “scadere”al livello dell’infangamento personale, soprattutto nella sua dimensione, chiamiamola “morale”. Bene, quindi, la critica sui contenuti filosofico-teologici del pensiero “belliano”; inqualificabile e ingiustificabile l’attacco alla moralità interiore e personale del presule salentino, del quale è totalmente impregnato l’articolo del nostro confratello, derubricato (l’articolo) a semplice ed immorale espositore di gossip. Non può essere questo il genere letterario proprio e specifico di una rivista teologica.

Un esempio: “Bellissima l’Eucaristia (siamo in Etiopia) e partecipata in modo straordinario. All’offertorio, la sorpresa dei doni e, soprattutto, della danza improvvisata da suor Celinia…Ho posato poi sull’altare un vasetto di profumatissimo unguento orientale (portato dalla Palestina). Ho colto al volo l’occasione per avvicinarmi a tutte le suore e ungerle con l’unguento, dicendo ad ognuna “Sii il buon profumo di Cristo”. Commento del nostro confratello Padre Paolo Siano: “Al vescovo salentino piace vedere e toccare”. E più avanti, verso la fine dell’articolo: “Il Presule salentino denota una fantasia morbosa, segno di una discutibile integrità morale”.

Mi spiace, ma tutto questo è inaccettabile; questa non è né filosofia né teologia, ma solo una vergognosa “macchina del fango”; la stessa che hanno creato quando si è trattato di infangare tutti coloro che hanno obbedito al Papa, alla Congragazione e al Commissario Apostolico. Io stesso chiesi all’articolista la ragione di quelle conclusioni, assolutamente indeducibili dalle premesse del testo e quindi volontariamente forzate; la risposta fu: “mi è stato detto da P. Stefano, P. Alessandro e P. Serafino che va bene così, perché dobbiamo muovere le acque”, (suppongo in opposizione ad una possibile canonizzazione di Don Tonino Bello che per me significa unicamente: il fine giustifica i mezzi).

Questi sono una piccola porzione di episodi, espressione di un clima, di un modo di essere e di porsi che sempre più tendeva a caratterizzare il nostro Istituto, deludendo e scontentando un numero sempre più crescente di frati, molti dei quali, purtroppo, finivano per uscire dall’Istituto. Si pensi che nell’anno 2011 lasciarono l’Istituto una decina di frati solo tra i sacerdoti; era oramai prassi quasi “quotidiana” sentire che qualche confratello avesse “lasciato”, nonostante i tentativi degli ex superiori di “silenziare” il tutto.

Altro che escono per il commissariamento!

Ciò che maggiormente scontentava un numero sempre più crescente di confratelli (si pensi che almeno l’85% dei frati e forse anche un po’ di più, nonostante le menzogne scritte sui blog è rimasto fedele al Papa, alla Chiesa cattolica e alle sue disposizioni), era il taglio sempre più “monastico”, impresso al nostro Istituto con l’introduzione della liturgia antica (del suo tentativo d’imporla, con metodologie differenti, ne parlerò più avanti) che sempre più ne metteva in pericolo l’originalità e la verità del carisma.

Io non ho alcun dubbio nel ritenere che fosse giunto il momento di ricorrere alla guida sapiente della Chiesa cattolica per dirimire una questione che non poteva più essere risolta, isolatamente, all’interno del nostro Istituto, poiché i nostri ex superiori si erano, oramai, talmente “avvitati” su se stessi, da non riuscire più, senza un aiuto esterno, a liberare l’Istituto da quel provincialismo settoriale, che tendeva a ridurre il Voto Mariano ad una grazia di “nicchia”, privandolo di quello “sbocco” universale che gli compete per natura. 

Un primo problema da affrontare urgentemente, sembrava dato dalla perdita, drammatica (da parte del nostro Padre Generale), della consapevolezza che la vocazione francescana fosse la più analogica tra tutte le “chiamate” alla vita religiosa, poiché desidera esprimere la vita di nostro Signore Gesù Cristo in tutta la sua molteplice ricchezza e complessità. Dalla mistica più sublime, all’eroicità missionaria; ai grandi speculativi e dottori di scienza e sapienza, fino all’umilissimo fratello religioso, che ti “scalda” il cuore con la sua semplicità serafica.

Comprese nella ricchezza di queste polarità distinte e omogenee tra loro e mai conflittuali, un grande uomo, veramente di Dio, avrebbe dovuto cercare di rendere coese tra loro le differenti personalità, con le rispettive tendenze, creando quell’humus vitale, fatto di condizioni e circostanze, dove ogni frate potesse esprimere in pienezza quella ricchezza della quale era portatore, per volontà di Dio ed in ragione della sua “chiamata”. Egli invece, ha cercato, artificiosamente (questa è la mia idea di fondo) di renderci tutti delle copie impersonali di una certa suora[5], che ha un nome ben preciso e che tutti conoscono. Una suora che fino a quando ha obbedito, poteva essere realmente utile alla causa francescana, ma che una volta “beatificata” e quasi idolatrata, ha potuto dare libero sfogo alla sua personalità “eccessivistica” che, svincolandosi dai sapienti confini-limiti dell’obbedienza, si è ubriacata di vaneggiamenti fondazionali, figli legittimi di una chiara immaturità psicologica.

Il primo che mi parlò di questo pericolo, fu proprio P. Alessandro Apollonio, il quale, molte volte, mi palesò la sua effettiva preoccupazione, riguardo al comportamento di questa suora e della sua effettiva mancanza di equilibrio. Ricordo chiaramente che di lei si parlava, tra noi frati, come di una cripto femminista mistica (la maggior parte di loro stanno dalla parte di coloro che hanno disobbedito al Papa e alla Chiesa) e una tale preoccupazione si fondava su alcuni suoi scritti o articoli, che i frati erano costretti, costantemente, a correggere, prima che fossero pubblicati sulle nostre riviste. A volte li si voleva correggere anche ulteriormente, ma arrivava il momento che non si poteva più. Il solo parlare di questa suora era tabù assoluto e chi si permetteva di farlo….

Il suo problema di fondo, francescanamente parlando, era dato, di fatto, da una comprensione dualistica e conflittuale tra la contemplazione e l’azione, che veniva problematizzata senza possibilità risolutiva. La vita religiosa per questa suora era riconducibile, in definitiva, alla sola dimensione contemplativa; l’altra dimensione, quella attiva, alla fine, finiva per essere solo sopportata (per analogia, come vedremo in seguito, questa visione conflittuale, fatta di esaltazione e sopportazione, la possiamo serenamente applicare al rapporto tra Vetus e Novus Ordo, così come veniva a configurarsi nel nostro Istituto).

Questo modo di pensare la vita religiosa francescana – di fatto, seppur con meno intensità, la si voleva applicare anche alla vita dei frati – portava alla disgregazione interna dell’essenza stessa della vocazione francescana, dove le due dimensioni (contemplativa e attiva), nella I Regola, costituiscono un binomio inscindibile, che esprime nella contemplazione, considerata in concreto e non in astratto, ossia in un Istituto reale o in un frate reale (in un supposito), un primato sull’azione, non di ordine ontologico, ma cronologico, poiché entrambe, sempre unite e mai separate, sono espressioni necessarie della medesima ed unica dimensione formale della vita francescana fondata sulla I Regola (si pensi a san Massimiliano Kolbe dispensato dal suo Padre Provinciale dal Breviario in ragione della grande attività che impregnava il suo vissuto quotidiano – si pensi a san Pio da Pietrelcina, anche lui dispensato dal Breviario, seppur per motivi diversi”… (continua)

 

Dal profilo facebook di P. Alessandro Maria Calloni

https://www.facebook.com/profile.php?id=100004777485809

PS: Il titolo, l’introduzione e le note  sono del blog « La Verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata ».
 
 
Preghiamo e sosteniamo i Frati Francescani dell’Immacolata in comunione con la Chiesa, fedeli al Papa e obbedienti al Commissario Apostolico!


[1] I frati “dissidenti” cercano vescovi per raggrupparsi sotto un’Associazione e poi, ad acque più tranquille e con un eventuale cambio del governo nella Chiesa, costituire un Istituto Religioso. Gli ex studenti si barcamenano come nomadi tra San Ginesio e Cupramuntana nelle Marche e finalmente la Palanzana di Viterbo all’insaputa delle stesse famiglie disperate, ma non delle autorità diocesane e religiose informate da “pentiti” che sono in mezzo a loro o laici che li aiutano per pietà, consapevoli però dei loro sbagli…

[2] Giovani che il Fondatore ha fatto mettere in mezzo alla strada illudendoli sulla nascita di un nuovo Istituto religioso e ponendo su di essi una tonaca grigio canna di fucile che da’ l’impressione che siano dei Religiosi.

[3] Uno dei veicoli sottratto ai Frati Francescani dell’Immacolata dal nuovo rappresentante legale dell’Associazione “Missione dell’Immacolata” dove il Fondatore ha fatto estromettere i Religiosi per inserire suoi amici laici e figli spirituali.

[4] P. Stefano Manelli continua a scrivere sulle riviste di « Casa Mariana Editrice » in disprezzo all’autorità del Commissario Apostolico che ne ha dato un divieto formale a tutti i Frati, Fondatore compreso.

[5] Madre Maria Francesca Perillo promossa Superiora Generale a soli ventisette anni per volontà di Padre Manelli e poi accontentata nel ruolo di “Fondatrice dei Colombai“, un’esperienza  di stretta clausura a Città di Castello (PG), Alassio (SV), Lanherne (Inghilterra) e Carmen – Cebu (Filippine) per Suore Francescane dell’Immacolata che professano la Regola del I Ordine Francescano.  A causa della sua originalità e continui cambi statutari con stravaganze come il « marchio » a fuoco sul petto del trigramma IHS, molte sono depresse, qualcuna è in crisi vocazionale e rimane a casa dei genitori aspettando la fine della Visita Apostolica o di un eventuale Commissariamento per “non dare nell’occhio »  con una richiesta di Dispensa dai Voti al Dicastero; una suora che stava lì dentro (la nipote del Fondatore?) è in attesa e presto si sposerà.