La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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L’ISTERISMO DI ALLCHRISTIAN

LA TECNICA DEL MATTO ANCHE A SANTA MARIA MAGGIORE? COME IN TURCHIA PER DON SANTORO E MONS PADOVESE

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L’aggressore di padre Angelo e padre Ralph a Santa Maria Maggiore, Renzo Cerro, benché determinato a colpire il suo obiettivo designato, cioè padre Angelo, il principale accusatore di padre Manelli, potrebbe essere stato scelto, “armato” e indirizzato verso la sua vittima, proprio per la sua evidente instabilità mentale e comportamentale. Come il 26enne turco Oguzhan Aydin, condannato nel 2006 a 18 anni e 10 mesi di prigione come assassino reo confesso di don Andrea Santoro, ma liberato quest’estate con più di 10 anni di anticipo rispetto alla scadenza della pena carceraria a lui comminata. Secondo le informazioni riportate dalla stampa turca, rilanciate dall’agenzia Fides, Aydin è uno delle decine di migliaia di detenuti scarcerati prima del tempo per liberare le celle necessarie alla detenzione delle migliaia di persone arrestate dopo il fallito colpo di stato dello scorso 15 luglio.

L’assassino, prima di colpire don Santoro, aveva urlato “Allahu Akbar” (“Allah è grande”). Quattro giorni dopo Aydin, a quel tempo minorenne, era stato arrestato e aveva confessato di essere l’autore dell’omicidio, giustificandolo con il “turbamento” che aveva destato in lui la vicenda delle vignette satiriche su Maometto, pubblicate mesi prima su un quotidiano danese.Fin dall’inizio molti osservatori espressero dubbi e perplessità sulle indagini frettolose che avevano “risolto il caso” con l’arresto di un quindicenne che, a motivo della sua giovane età, sarebbe stato condannato a una pena più lieve rispetto a quelle previste in vicende analoghe per le persone adulte.

Uno stato di alterazione mentale è stato invocato in Turchia anche per Murat Altun, il killer di monsignor Luigi Padovese, condannato nel 2013 a 15 anni di carcere. A decidere la sentenza è stato il tribunale di Adana da cui dipende Iskenderun, luogo dove è stato consumato il delitto, il 3 giugno 2010. Si concluse così una vicenda giudiziaria durata quasi tre anni e nella quale rimangono molti lati oscuri, primo fra tutti il movente che spinse Altun, all’epoca 26 anni, a uccidere il vescovo, che per anni aveva aiutato sia lui sia la sua famiglia.

Padovese fu ucciso mentre si trovava nella residenza estiva del vicariato apostolico dell’Anatolia. Il delitto produsse molto clamore in Turchia perché Altun, che da cinque anni lavorava per il vicario apostolico come autista, era una delle persone di cui il religioso si fidava maggiormente. L’assassino fu catturato preso poche ore dopo il delitto, confessando di aver ucciso monsignor Padovese perché rappresentava il diavolo. Da quel momento il giovane cambiò idea svariate volte, fino a dirsi «profondamente pentito del gesto» e definendo il vicario apostolico «l’ultima persona che poteva fargli del male». Il giovane ha sempre detto che al momento dell’omicidio non era nel pieno delle sue facoltà, ma esami tossicologici effettuato subito dopo il suo arresto lo avevano smentito e non avevano rilevato tracce né di alcol né di droga. Per non parlare di Alì Agca, l’attentatore di san Giovanni Paolo II. A quanto sembra quello di mandare un “matto” è una tecnica consolidata.

http://www.farodiroma.it/2017/01/09/la-tecnica-del-matto-anche-a-santa-maria-maggiore-come-in-turchia-per-don-santoro-e-monsignor-padovese/

L’AUTORIDICOLIZZAZIONE DI PADRE STEFANO MANELLI

lavitaindiretta2015-11-11

L’11 novembre 2015 Padre Stefano Manelli reitera il suo appello a Papa Francesco:  “Mi riceva subito, immediatamente!

Lo fa attraverso le telecamere di RAI UNO durante la trasmissione “La Vita in Diretta”, la stessa che pochi giorni prima aveva aperto sulla televisione nazionale la saga dell’autoridicolizzazione.

Voglio parlare con l’uomo più importante della terra, (…) chiarire tutto, (…) presentare il bene che vogliamo fare alla Chiesa e all’umanità…”

Questa volta è un messaggio che legge sul tavolino, accigliato, accanto al suo avvocato, alle suore, davanti a una troupe televisiva indignata e nella ressa esterna di curiosi abitanti del paese, sempre più scandalizzati e infastiditi da quella presenza forestiera.

Dichiara – il Manelli – che chi lo avrebbe dovuto aiutare, cioè la serie di cardinali e monsignori che finora lo hanno sponsorizzato, si è tirato indietro sul fargli incontrare il Papa.

P. Manelli, oramai, è fuori controllo, è troppo compromesso e compromettente.

Un appello al Papa davanti alle telecamere non è una difesa, ma un gesto popolano, indice di debolezza, la stessa dei superiori dei frati e delle suore che permettono simili show.

L’apparato difensivo del Manelli scricchiola visibilmente, diventa sempre meno convincente poiché non riesce a dare nessuna esauriente risposta alle accuse mossegli.

La gravità del momento è tale che P. Manelli rompe la consuetudine di agire dietro le quinte,  mandando avanti gli altri.

Ma non siamo alla resa. Vorrà morire sul campo. Le ha fatte talmente grosse che non ha più nulla da perdere. Non c’è decenza, non c’è dignità che freni.

Preferisce vedere gli Istituti morti piuttosto che vitali senza lui e le sue donne e i suoi uomini al governo.

Era prevedibile che il commissariamento delle sue suore avrebbe aperto un nuovo scenario.
Per i frati fu la fuga di documenti, gli insulti a Padre Volpi « il kommissario », le petizioni in rete…
 
La coreografia di quella casa è ben architettata. 
 
Madonne e statuine dappertutto, foto di rarissimi incontri con papa Giovanni Paolo II e la miracolosa e nuova apparizione del ritratto di Papa Francesco, colui che “era (precedentemente) bandito da conventi e sacrestie” così come ci ha confidato un anno fa una suora turchina ancora in attività.

P. Manelli stavolta scende nelle acque melmose e in un disperato tentativo di salvataggio della barca che sta affondando, chiama a farsi difendere dagli altri.

 Non entra nel merito delle vittime e dei casi specifici presentatigli.

Rincara la dose di insulti dicendo: “Le fuoriuscite escono con l’animo avvelenato perché non possono condividere la vita serafica”.

Cosa significano queste espressioni?

P. Manelli campiona delle suore più affidabili, svuota la comunità di San Giovanni Rotondo e vi inserisce a posticcio altre suore di diverse comunità per dare testimonianze a lui favorevoli.

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I filmati della RAI incastrano il Manelli; in giardino al gioco della palla, appare anche la seconda nipote, Suor Maria Cecilia Manelli. Un clan a difesa dello zio.

Le commissarie lo sanno?

Si contano sulle dita di una mano le suore turchine che “sanno leggere e scrivere” più delle altre.

Le laureate lo erano prima che entrassero, ma la stragrande maggioranza sono entrate adolescenti senza finire gli studi, come i figli dei romche devono andare a mendicare ai semafori.

Prima il Manelli si faceva difendere sui blog da mamme di suore, poi da nonne; adesso espone le suore stesse, consapevoli di mentire sapendo di mentire.

Ci spiegavano la restrizione mentale” ci ha confidato una suora tre mesi fa, una di quelle che sono ancora dentro ma che non è apparsa nel confronto televisivo costruito ad arte.

Chissà perché non lei e chi come lei…

Credono che sia moralmente lecito non dire la verità ridendo in faccia alla verità e negando gli striscialingua imposti dall’economa a qualche suora solo perché non è toccato a loro.

Rispondono: « noi non lo abbiamo mai fatto”

Certamente! Ma sanno che ad altre è stato imposto!

Ne abbiamo certezza testimoniale.

L’autoflagellazione, la disciplina, è pratica quotidiana, ma le suore negano tutto.

Falso? Ci querelino pure!

Al processo saremo una legione a testimoniare.

Poche fuoriuscite si sono inventato tutto?

Ma se in vent’anni l’Istituto ha perso più di cento membri!

Le suore sono convinte di quello che fanno? Sono convinte di quello che dicono?

Suor Myriam sembra recitare una pappardella a memoria con voce asettica e tono piatto; suor Stefania è più focosa e brandisce la sua laurea in Economia e Commercio conseguita prima di entrare in convento.

Si vanta del papà carabiniere.

Anni fa, quando i frati furono cacciati da mons. Serafino Sprovieri dal complesso “La Pace” di Benevento, ci fu un gruppetto di fans del Manelli che strombazzava sotto il vescovado e suonava rumorosamente pentole e coperchi per protestare.

Manelli ne ha fatti sempre di casini e ogni tanto qualche vescovo lo mandava via.

E’ facile verificare.

 Intervenne la forza pubblica e chi scoprì tra i manifestanti pro Manelli debitamente in borghese?

Il collega maresciallo dei carabinieri!

Tutti plagiati dai santoni!

L’avvocato Tuccillo afferma che un paese che “lui conosce bene” (sic) come San Giovanni Rotondo si sarebbe rivoltato contro p. Manelli se dalle suore o contro le suore fossero emersi degli abusi.

Eppure sono gli stessi abitanti di San Giovanni Rotondo che denunciano il sospetto movimento di religiose alla vigilia della trasmissione; sono sempre gli abitanti di san Giovanni Rotondo che segnalano qualche passeggiata di p. Manelli, sempre accompagnato dalle suore, di cui non riesce più a fare a meno, a descriverlo marciante a testa bassa, avaro nel saluto.

Uno psicoterapeuta che segue il caso ci dice che è l’atteggiamento tipico della superbia, quella che potrebbe essere alimentata da unnarcisismo patologico, lo stesso che lo avrebbe indotto  p. Manelli  ad accettare i voti privati nei suoi confronti ma anche la raccolta di peli e capelli dal letto, a modo di reliquia, nei frequenti pernottamenti nei conventi delle suore, fino a farne la propria dimora fissa.

Una ex suora dichiara persino di averli mangiati, quei capelli! (sic)

Il fondatore afferma di non ricordare nulla, ma si tradisce dicendo che i fatti risalgono a ventitrè anni fa.

Una precisione sorprendente, segno di chi invece sa bene, di chi ha studiato le carte e cerca di barcamenarsi per evitare risposte compromettenti.

E’ meglio, come gli imputati al processo, dichiarare: “non ricordo”.

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Ricorda bene, invece, di una cenetta con Adriana Pallotti, oggi novantasettenne, figlia spirituale di Padre Pio, alla quale, secondo la dichiarazione della vittima,  ha fatto sottrarre tutti i beni.

La vecchietta dice che lo perdona e commuove l’Italia.

P. Stefano invece sputa veleno contro le sue stesse vittime che oggi lo accusano.

Si ascolta in diretta la telefonata sofferta della mamma di due suore: « Sono plagiate, controllano le telefonate e le lettere; devono quindi dire che tutto va bene… non ho visto una figlia per dodici anni, l’altra è stata malata e mi hanno nascosto la diagnosi, poi l’hanno mandata in Africa… »

Padre Manelli nega, non si ricorda…

Subito dopo il servizio sul p. Manelli viene presentato il dossier sulla mamma presunta assassina del piccolo Loris.

Dopo mesi e mesi nei quali ha detto di aver accompagnato il figlio a scuola, cambia versione.

Per padre Manelli sarà necessariamente lo stesso.

La « farfallina che vola » ci ha detto che cambierà avvocato.

Affidiamo il Manelli alla Misericordia di Dio, ma alla giustizia degli uomini.

La vicenda non finirà qui e non finirà presto.

Siamo pronte ad andare non solo in TV, ma al Tribunale: civile ed ecclesiastico.

Ci siamo stancate e con noi la Chiesa, l’Italia, il Papa e i suoi Frati e Suore schifati.

PER AMORE DELLE MIE SORELLE

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Abbiamo incontrato un’ex suora francescana dell’Immacolata la quale, apprezzando il nostro impegno a favore della verità e della giustizia, ha voluto trasmetterci la sua personale testimonianza.

 

  Sono Maria, è questo il nome con il quale mi identifico, il nome che mi accomunava a tutte le mie consorelle durante la mia permanenza in convento, il nome con il quale continuo a invocare la Beata Vergine Maria e a ringraziarla per la mia liberazione interiore.

Come pioggia scrociante d’estate ho pianto di dolore prima della fine della mia lunga permanenza tra le Suore Francescane dell’Immacolata e come pioggia stillante d’inverno ho pianto nella gioia commossa di aver ritrovato Dio e me stessa dopo la mia uscita dall’Istituto.

Nel fiore della giovinezza ho voluto seguire il Signore e consacrarmi a Lui affidandogli le gioie e i dolori di ogni giorno insieme alle fatiche e alle speranze di una ragazza che lo cerca col cuore sincero di chi vuol donare a Lui tutta se stessa.

Dopo un idillico inizio fatto di vita fraterna, preghiera, canto e poesia, il mio sogno si è trasformato in incubo a partire dal 2001.

La figura del fondatore, padre Stefano Maria Pio Manelli, da dolce e ricercata che all’inizio mi sembrava, è sempre più apparsa ambigua e ingombrante.

Ho scoperto, con mia grande sorpresa e amarezza, che le mie confidenze riferite solo a lui,  venivano trasmesse non solo alla madre superiora, ma anche ad altre consorelle che mi seguivano in quella interminabile fila di “pecorelle smarrite” in cerca più di una consolazione e di una carezza del pastore che di una direzione spirituale seria ed impegnativa.

Oggi mi chiedo, secondo la parabola evangelica, se si trattasse di pastore o di mercenario o addirittura di lupo.

Lascio a Dio il giudizio; non è mia intenzione in questa sede giudicare nessuno, ma riferisco fatti collegandoli a persone come missione civica e dovere morale.

Ricordo, a modo di ferita mai cicatrizzata, di come venivo umiliata e minacciata nei miei incontri con il fondatore non appena avanzavo qualche perplessità sullo stile di governo.

Mi lamentavo del fatto che assecondasse le stravaganze delle superiore e non muovesse dito contro gli abusi.

Era onnipresente, ore e ore a telefono con la madre generale e poi in refettorio a ridere e scherzare con noi giovani suore che pendevamo dalle sue labbra che ci incantavano per i soliti racconti apocalittici.

Ho capito più tardi che erano insulti alla Chiesa, ai vescovi, ai preti e ad altri religiosi.

Ci sentivamo tutte investite di una missione, ci credevamo delle supersuore, un corpo speciale che dovesse salvare da solo il mondo, la Chiesa e l’universo intero.

Ciò che mi feriva più di ogni cosa era l’atteggiamento superficiale e supponente che durante la mia ultima crisi si trasformò in minacce d’inferno e d’infelicità qualora non avessi aderito pienamente ai vota  di padre Stefano.

Egli aveva la sfacciata abilità di metterci, noi suore, in una situazione di adolescenziale concorrenza nella smisurata ricerca di entrare nel club delle sue elette e preferite.

Lo mostrava con frecciatine, battutine e attenzioni diversificate, come ad esempio il modo con il quale ci porgeva parte del suo cibo, condividendo con noi la mensa.

La sua forza affettiva era indotta, con diabolica abilità, dalla ricercata commiserazione simulata con dichiarate sue presunte malattie.

Altre volte si lamentava per presunte contrarietà e torti subiti da qualche frate di cui non nascondeva l’identità. Riusciva a coinvolgerci emotivamente e a contagiarci del suo odio verso il frate e figlio suo.

Mai mancava la sua dichiarazione di crociata contro eretici, vescovi scismatici, martiniani e toninobellisti.

Mi chiedo quante risate ci faremo in Paradiso nello scoprire tanti santoni che non ci saranno e tanti Servi di Dio criticati dai santoni che invece ci saranno, anzi già sono nella gloria eterna.

Il risultato di tali critiche faceva nascere in noi suore l’antievangelica supponenza verso il malcapitato frate o vescovo di turno senza neppure prendere in considerazione se quel religioso avesse avuto ragione o torto.

Quanto al nostro giudizio verso la Chiesa universale, i vescovi e persino il Papa, vivevamo tutte nella più totale paranoia.

Con disgusto ricordo tutte le critiche mosse a San Giovanni Paolo II, specie durante il Giubileo del Duemila.

Un altro brutto ricordo del padre Manelli è quando abbracciava qualche consorella davanti a noi suscitando quella gelosia che si prova sui banchi di scuola quando i maschietti corteggiano alcune amiche più precoci e procaci di noi.

Dai blogs ho seguito la recente vicenda dell’Istituto e di padre Manelli e non sono sorpresa affatto per tutto quello che sta succedendo.

Non mi meraviglia nemmeno la sua resistenza e la sua violenza oltre allo spudorato atteggiamento dello gnorri che nega l’evidenza.

Blog e stampa parlano di denunce e controdenunce,  atteggiamenti che la mia trascorsa formazione francescana avrebbero giudicato come arroganti ed antievangelici.

La predica fatta da chi ieri stava sul pulpito diventa oggi l’ipocrisia di chi sta vicino alle sbarre.

Spero di poter testimoniare in qualche opportuna sede giornalistica o giudiziaria la mia esperienza poiché oltre ad avere una pesante e lunga storia da raccontare, non temo le querele alle quali il padre Manelli sembra stia ricorrendo con altre suore in totale disprezzo al Capitolo III della Regola: (…) Consiglio poi, ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che, quando vanno per il mondo, non litighino, ed evitino le dispute di parole, ne giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene (Tim 2,14).

Oggi non mi meraviglia più di tanto la reazione scomposta del fondatore, delle superiore di un tempo che sono comunque le stesse di oggi.

Dieci italiane incolte che tengono a scacco matto un intero Istituto.

Non mi sorprende la resistenza alle disposizioni della  Chiesa, nella quale non siamo mai state pienamente inserite.

Eravamo una piccola, grande setta o una nuova religione nella quale si adorava il fondatore, ci si innamorava di lui, si giustificava tutto di lui, e lui – a sua volta – poteva fare di tutto su di noi.

L’insieme dei suoi gesti, un tempo rimossi mentalmente e giustificati contro ogni evidenza, erano in realtà gli atteggiamenti tipici di chi è un uomo più carnale che spirituale.

Labbra avvicinate alle labbra, sospiri e cambi di tono di voce sdolcinata, sguardi ammiccanti, mani strette intorno alla vite, citazioni bibliche e mistiche erotizzanti…

Il mio papà non lo ha mai fatto, eppure pensavo che fossero gesti normali, espressioni di affetto senza malizia, forse intuizioni o eccessi di mistica, vista l’aureola di santità che noi suore gli avevamo cucito sulla testa.

Eppure, condividendo il mio pensiero con altre consorelle mentre stavo in  convento, desideravamo la sua presenza, la sua compagnia, gratificate da un solo sguardo, un solo pensiero, una frase scritta fugacemente su una immaginetta che custodivamo per anni gelosamente nei nostri breviari come se fosse una reliquia con una parola d’ordine per il Paradiso.

Non so se le mie consorelle coltivavano sentimenti che andassero oltre l’affetto filiale, ma dagli occhi strabuzzati e commossi al suo ingresso nella nostra clausura, credo che neppure il migliore dei mariti potesse essere così tanto mitizzato.

Come se fosse un dovere insopprimibile, al padre sembrava piacere entrare nella nostra intimità imitato dalle superiore che esigevano entrare nella sfera della nostra coscienza, conoscere le nostre tentazioni, le nostre prove interiori, l’insieme di quel mondo riservatissimo che è “il segreto del gran Re”, inviolabile talamo dello Sposo Divino svenduto a un “padre rubacuori” e alla superiora arpia e spia.

La mia testimonianza vuole essere un incoraggiamento alle tante anime coinvolte nel mondo di sofferenza e soprusi delle Suore Francescane dell’Immacolata che sin da questo momento sfido al confronto condiviso con chi dentro le mura del chiostro è rimasta.

Tante sperano il commissariamento e chi compassionevolmente segue oramai da lontano la vicenda pur nella sicurezza delle mura di un focolare domestico o di un convento dove si respira l’afflato dello Spirito e dove ci si riscalda al fuoco dell’Amore Divino, opera e prega per ottenere tale grazia.

Quando uscii dal convento non sapevo cosa fare e mi colpevolizzavo di aver rinunciato alla vita religiosa.

Quale vita religiosa?

Ero disperata e non ne potevo più.

Ne stava risentendo sia la mia salute corporale, sia la mia salute spirituale.

Qualche consorella è stata molto cara con me, ma aveva paura di avvicinarmi poiché avevamo l’obbedienza di denunciarci le une contro le altre in caso di anomalie verso un complesso di regole che accompagnavano tutta la nostra giornata, dal sole al tramonto, dalla sveglia al riposo.

Non so quante volte ho voluto parlare con il mio padre spirituale di un tempo, colui che scoprì la mia vocazione e non esitò a condurmi nella “Casa dell’Immacolata”.

Una rarissima volta che sono tornata in paese dai miei, quale amarezza per questo sacerdote lo scoprire che altre sue parrocchiane erano entrate in una bolgia infernale più che nell’anticamera del Paradiso.

Cos’è infatti l’inferno, se non l’assenza dell’amore?

 Ci sembrava di stare al servizio sottomesso di una serie di superiore castigamatti che malgrado i nostri innumerevoli spostamenti da una casa religiosa a un’altra, ritrovavamo o prima o poi nello stesso convento.

Il circolo vizioso si ripeteva e la giostra continuava, come il gatto che rincorre il topo con il cinismo di chi empiamente cerca di vendicarsi insoddisfatta dei colpi già inferti alla vittima di turno.

C’erano le suore di prima categoria in convento e quelle di seconda categoria.

Studi teologici, diplomi musicali e persino le patenti di guida, erano solo l’appannaggio delle nipoti del fondatore, delle figlie delle figlie spirituali più fedeli e ruffiane.

Altra categoria privilegiata era quella delle “figlie di papà”,  cioè quelle i cui genitori a ogni visita in convento lasciavano un assegno anziché un biglietto delle vecchie lire prima e di euro dopo.

Guai quindi a parlare con un altro sacerdote, col vecchio padre spirituale.

Per il fondatore erano tutti eretici, modernisti, ignoranti fuorvianti.

Quanto alla direzione spirituale ne doveva detenere lui il monopolio assoluto e per la confessione si fidava solo di un ristretto manipolo di frati che due suore “cavia” dovevano testare periodicamente sulla loro probità morale ed ortodossia, simulando confessioni tipo e rivolgendo loro domande su casi di morale.

Mi chiedo quale formazione avessero queste suore che si credevano prefettesse del Sant’Uffizio.

Le suore filippine, anime belle, ma considerate di terza scelta dal fondatore, potevano pure rivolgersi al cofondatore padre Pellettieri.

Guai per noi guardare un frate, parlare a un frate, benché avessimo condiviso con qualcuno innocenti giochi d’infanzia nello stesso paese d’origine o militato nelle stesse associazioni o frequentato le stesse scuole.

C’era il pericolo – diceva il fondatore – della cosiddetta “simpatia” che scattava e che avrebbe provocato “l’innamoramento” e quindi l’uscita dal convento in vista del matrimonio con lo stesso soggetto.

Era questo il concetto che aveva della vocazione e della vita consacrata?

In verità, sono uscita da convento e sento di amare ancora di più il Signore, con l’esperienza vitale e liberante che ha dovuto vivere in verità la Madonna che non smetterò mai di amare.

Al contrario, le mie consorelle che si autocastigavano, sono andate in psichiatria o hanno cercato unioni forzose con qualche religioso, benefattore o medico del convento, sollevando scandali e controtestimonianze in nome di quei valori che si illudevano di salvaguardare con un atteggiamento proibizionistico e segregazionistico.

Poco prima che iniziassi i miei studi universitari, solo dopo la mia uscita dal convento, ho incontrato una suora delle Piccole Sorelle di Gesù.

Nell’ascoltare la mia vicenda con l’attenzione che nessuno mi ha mai prestato: né il fondatore, né il cofondatore, né le superiore, mi consigliò il libretto di Maddalena di Gesù intitolato “Gesù per le strade”.

Riuscii difficilmente a trovarne una copia ma quando lo lessi, fu come una luce di faro che mi segnalava su quali scogli stavo andando a sbattere fino a quando ero rimasta tra le fila delle Suore Francescane dell’Immacolata.

Al suo famoso padre spirituale, il reverendo Voillaume, Suor Maddalena di Gesù così scrisse nel 1945: “Le assicuro padre che è desolante la formazione che a volte si dà. Viene demolito tutto l’umano… e l’umano è opera di Dio. Non si guarda al fatto che il Modello Unico si è fatto meravigliosamente umano e si è creata una perfezione religiosa fittizia”.

Più mi addentravo nella lettura di questo libro, più mi sembrava che cadessero le squame dagli occhi, più mi sembrava che lo Spirito parlasse a me e parlasse delle Suore Francescane dell’Immacolata.

In un altro passo: “Non ti sarà richiesto in nome della modestia religiosa di vivere con gli occhi bassi, ma di spalancarli per ben vedere accanto a te tutte le miserie ed anche tutte le bellezze della vita umana e dell’universo intero. Escluderai i modi austeri e distanti, come pure la suscettibilità e i risentimenti e ti sforzerai di mostrarti sempre sorridente e amabile, piena di buon umore e di slancio, affinché la tua gioia esteriore renda testimonianza a colui che è l’Autore di ogni gioia, la Sorgente di ogni beatitudine e per Amore del quale saprai nascondere sotto il velo del sorriso le tue stanchezze e le tue contrarietà”.

Eravamo, noi suore, completamente spersonalizzate, impaurite come passerotti spennati che non volano mai in stormo.

Il Fondatore ci diceva che dovevamo sacrificare tutto: i talenti, la famiglia, gli affetti.

Ecco cosa a questo proposito scrive Suor Maddalena di Gesù: “Col pretesto di mantenerti nell’umiltà, non ti sarà chiesto di distruggere il tuo modo di giudicare, di soffocare la tua personalità, di negare o dissimulare i tuoi talenti. L’umiltà è verità e soprattutto un talento è un dono di Dio, che Egli ti ha affidato per farlo fruttificare. Non ti appartiene. Come potresti gloriartene? Non fare quindi a Dio l’ingiuria di disprezzare un suo dono, di seppellire uno dei suoi talenti, ma falli fruttificare al massimo per l’amore e la gloria del Signore Gesù che li ha affidati. Coltiva il tuo giudizio e sottomettilo totalmente, ma in modo intelligente all’obbedienza religiosa. Sviluppa al massimo la tua personalità, ma unicamente per metterla al servizio di Cristo… Non cercare di entrare nello stesso stampo, ma prova a scoprire la tua orientazione personale, per farla fiorire nel quadro della vocazione comune delle piccole sorelle di Gesù”.

Un tempo come le mie ex consorelle avrei giudicato le religiose che si ispirano a suor Maddalena per il fatto che hanno l’abito di due centimetri più corto del nostro e il velo meno lungo.

Oggi dico a me stessa che dietro tanta austerità si nascondono disturbi di personalità.

Ci dicevano che il velo lungo copre il fondoschiena e che la gonna lunga impedisce di vedere il malleolo del piede.

E’ tutto così ipocrita e ridicolo, ma forse proprio chi ha concepito quell’abito aveva i suoi fantasmi sulle nostre parti anatomiche.

Può darsi ancora che in eccesso di zelo volesse sottrarci da sguardi curiosi e indiscreti, come fanno i mussulmani, ma ritengo più probabile una sorta di gelosia da parte sua.

Quando una suora aveva una bella linea naturale doveva trangugiare di tutto fino a sformarsi.

Oltre ai corpi, tuttavia, si sono sformate le menti e i cuori, si è deturpata l’anima.

Ho sentito di ex consorelle che vogliono chiedere danni e risarcimento all’Istituto, mentre alcuni genitori vogliono rivalersi anche sul Vaticano.

Cosa sta facendo la Chiesa?

Non so come andrà a finire questa brutta storia, ma sentivo il dovere di coscienza e di carità di presentare la mia esperienza per incoraggiare tante mie sorelle a non demordere.

So che non faranno mai leggere a loro questo scritto.

So che tutto è filtrato e che si fornisce una serie di informazioni pilotate, eppure mi rivolgo a te suor Maria E. che quasi trentenne, con i tuoi scrupoli, hai disturbi di continenza notturna; mi rivolgo a te suor Maria C. che hai paura del buio e degli uomini; mi rivolgo a te suor Maria E. che vorresti un gatto per compagnia, talmente ti senti sola; mi rivolgo a te Suor Maria N. che hai il corpo da fata e non ti fanno mai uscire; mi rivolgo a te Suor Maria B. che vorresti prendere la patente, ma ti tengono sempre in cucina; mi rivolgo a te Suor Maria M. che ti hanno proibito di chiamare i tuoi genitori lontani che non vedi da anni e mi rivolgo a voi, mi rivolgo a te Suor Maria R. che ti dicono come devi camminare perché – secondo loro – sei vanitosa e sensuale e mi rivolgo a voi, persone di buona volontà, anime buone che pregate, chierici e porporati che avete in mano le decisioni sulla vita della Chiesa, magistrati che lottate per la giustizia, giornalisti che cercate la verità, affinché si possano salvare delle giovani vite che un frate sacerdote e un gruppo di una decina di madri superiore, sta terribilmente violentando.

I TRADIZIONALISTI PASSANO IL RUBICONE DELLO SCISMA

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Non ci regge il cuore di darle in questo momento il titolo di Chiesa”.

I reazionari di ogni risma sono maestri nell’uso, anche subliminale, delle immagini: quando si celebra un raduno di razzisti, gli organizzatori hanno sempre cura di inserire nella foto di gruppo qualche personaggio di evidente origine extraeuropea.
Non sono sfuggiti a questo sapiente uso dei “mass media” i promotori dell’ennesima riunione consacrata al caso dei Francescani dell’Immacolata, assurto a simbolo – ed insieme a “casus belli” – del conflitto tra i tradizionalisti e la Santa Sede, che nella loro locandina diffusa elettronicamente quale copertina di una banale e stagionata raccolta di articoli, inseriscono in prima fila ben tre frati provenienti dal “Continente Nero” ; la loro esibizione viene però compensata dalla presenza in seconda e terza fila di quattro religiosi debitamente barbuti: non certo in un riferimento storico ai “barbudos” della rivoluzione cubana, quanto piuttosto a più rassicuranti reminiscenze francescane preconciliari: i Barbanti.
Si vuole fare dimenticare – tra l’altro – che Monsignor Lefèbvre si dimise da Arcivescovo di Dakar per protesta contro l’Indipendenza del Senegal: l’illustre prelato non intendeva infatti confrontarsi con dirigenti politici dotati di maggiore quantità di melanina.
Contrariamente a S. Paolo, “non si fece tutto a tutti”.
Ora però gli Africani – data l’evidente scarsità di vocazioni europee – vengono arruolati come milizie ausiliarie, e la loro condizione – a giudicare dai rassicuranti sorrisi che esibiscono – non deve essere tanto cattiva.
Torniamo però all’annunzio del raduno che segna lo sbarco nel Nord dei tradizionalisti manelliani.
Il Piemonte che eredita una gloriosa tradizione calcistica rinverdita dai recenti successi della Juventus, prima della trasferta di Roma, schiera sul terreno da gioco biellese “La Primavera”: Primazzoni in porta, Panero e Forno in difesa, Abramagams (deve trattarsi di uno straniero), Barbato e Dell’Aere a centro campo, mentre l’attacco – il modulo è a tre punte – è composto da Carmagnola, Marchi e Manetti; il quale ultimo – dati anche i precedenti coniugali con la Siccardi – è evidentemente il “capitano” della squadra.
Lo prova il fatto che l’omettone presenti un suo tomettino che si intitola “Un caso che fa discutere”, sottotitolo “I Francescani dell’Immacolata”, edito nientepocodimeno che da “Fede e Cultura”.
Capiamo la preoccupazione delle giacenze di magazzino degli invenduti e i danni alla carta dell’umidità invernale alimentata dalle recenti piogge, ma ci saremmo aspettati più dignità culturale e religiosa.
Il livello della Fede e della Cultura presente infatti nella raccolta di articoletti curata dal capitano, è alto quanto la statura di chi è afflitto dalla mutazione del gene FGFR3 al livello del cromosoma 4.
I propositi dei promotori risultano però particolarmente bellicosi, fin dal bando della Crociata che muove da Vegnasco Cerrione (in provincia di Biella) alla volta del Vaticano: “Non ci regge il cuore di darle in questo momento il titolo di Chiesa”.
Da questa frase trasuda il rincrescimento – chissà quanto sincero – di chi, sia pure “obtorto collo”, è costretto a pronunziare un sofferto “non possumus”.
In realtà, i promotori dell’evento devono essere ben lieti di proclamare all’inclito ed al colto che la Chiesa non è la Chiesa.
Da tale affermazione apodittica risultano infatti due conseguenze per essi particolarmente vantaggiosa: se un consorzio di persone è in realtà inesistente, “si può fare ciò che si vuole”.
Gli “squadristi” del capitano in effetti si collocano sulla scia ideologica di Hans Kung, sempre in prima linea su tutte le questioni controverse, compresa quella dell’infallibilità papale.
Manelliani e manettiani spingono la manetta oltre Kung. Forse più tardi si aggiungeranno anche i maomettani dell’IS per una cooperazione logistico-addestrativa a disparità di culto per celebrare in questo modo l’ecumenismo ideologico.
Mentre il teologo svizzero offriva la sua critica al cammino reazionario postconciliare della Chiesa (personificato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) i Nostri con ancor più veemenza lo estendono fino a Papa Francesco!
Partendo dai testi biblici e “dalla prospettiva dei primi discepoli”, Hans Kung si oppone a ciò che oggi la Chiesa istituzionale, con la sua gerarchia, rappresenta. Küng tuttavia vuole superare astrazioni dogmatiche e indica le verità storiche da cui ripartire per rifondare la Chiesa e il nostro presente.
I Manelliani e i manettiani hanno invece bisogno dell’ecumenismo verso Oriente solo per i bizantinismi di chi – come loro – dice: “Il Papa non è il Papa e la Chiesa non è la Chiesa“.

Questa è la nuova teologia negazionista suscitata dal novello Bernardo Ochino che si sognava di essere il novello Padre Pio: Padre Stefano Manelli.

Non tutti sanno, inoltre, che il Movimento Cristiano Lavoratori che ha patrocinato l’evento biellese del 6 dicembre 2014 nasce da una spaccatura all’interno delle “Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani” proprio per la stessa dinamica narcisistica, paranoica e autoreferenziale di chi circa ogni venti anni vuole “(af) fondare un nuovo Istituto religioso.
Oramai lo sanno tutti. Il primato è già nella leggenda!

Il bombato capitano di ventura, intanto, cerca di assoldare nella sua Crociata antiromana una nuova Armata Brancaleone presso i membri del MCL che trova fra i componenti revisionisti di destra chi è incline ad aderire a cause spiegate loro in maniera sommaria.
Saranno forse armati con spade di plastica prodotte nella premiata fabbrica del Manetti?
La vittoria è assicurata!

Spigolando in rete, ciò che sconcerta ancora è la vicinanza di certi ambienti che si dicono difensori del Manelli a Divino Otelma.

La questione è sempre più pasticciata e fa emergere risvolti inquietanti di settarismo criminesco nel quale è presente un identico modo di fare nel mondo dove divinizzazione e idolatria si baciano.

La crisi svuota anche gli spalti del calciospettacolo.
E’ un peccato se la partita nel semisconosciuto Vegnasco Cerrione, evento così ben organizzato, è stata ignorata sia dalle grandi catene televisive americane, sia da quelle arabe come “Al Jazeera” ed “Al Arabya”, le quali avrebbero potuto trarne spunto per dimostrare la crisi che affligge gli infedeli.

Basta infatti l’intestazione del convegno per negare al detestato Bergoglio la possibilità di cacciarli, così come la soddisfazione di ricevere una formale lettera di dimissioni.
Magdi Allam, al contrario, al cui movimento Manetti è iscritto non si è limitato a darle, ma è abituato a reiterarle ogni volta che il Papa dice qualcosa non di suo gradimento.
In questo selfie del Magistero, Manetti crede di essere stato più furbo.
Pur essendo il bomber iscritto anche al club de’ “Gli Amici del Timone”, alla prima rottura del governo della barca, l’inesperienza di skypper poco gli è valsa per salvarsi dal naufragio.
Le “cattive amicizie” non lo possono aiutare ad evitare lo schianto sugli scogli della risibilità istronica.
Altro che Amici del Timone! Si è loro rotto anche il manubrio della bicicletta!

Avremmo letto volentieri il resto della presentazione del grande evento della provincia biellese, ma le pagine successive sono state oscurate per non meglio precisati “motivi tecnici”; dietro ai quali si cela certamente un complotto, in cui sono accomunati Musulmani, Ebrei, Massoni, Comunisti, Socialisti, Liberali e Modernisti, tutti uniti nel “caso che fa discutere: I Francescani dell’Immacolata”.
Il Fondatore, dal canto suo, per sottrarsi all’accerchiamento, ha chiesto asilo politico a San Giovanni Rotondo.
Qualcuno dei giovani da lui rovinati lo chiederà in Piemonte a casa Manetti?
Questo è dopotutto “il diritto divino dei re“!
Veramente brava gente la “Compagnia del (m)anello”…

La volpe e il pigmeo nella foresta del califfato tradi-protestante

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Riccardo Cascioli è da ormai un anno “in comunione con il commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata”.

Più importune che opportune se ne è infatti occupato diverse volte.

La levatura dei suoi interventi, accompagnata dal profondo rispetto da lui manifestato verso la dignità delle persone per sua bontà coinvolte, gli ha dato il merito  di trasformare un caso in un casino, cioè in un caso piccolino, da tam tam pigmeo.

L’interessante popolo dell’Africa Equatoriale, noto per la piccola statura, crede tradizionalmente alla metempsicosi.

Qualora un pigmeo analizzasse le risposte del Cascioli al Commissario FFI, potrebbe allora già sperare – nomen omen – nella sua futura reincarnazione in un … Volpi-no!

Sorridiamo al pensiero  di una volpe, inseguita da un affamato cacciatore pigmeo, immaginando la sfida tra una portatore quotidiano di bussola e un esperto conoscitore della foresta pluviale.

Chissà chi vincerà!

La preda o il predatore?

A proposito dei misteri dell’Africa possiamo ancora paragonare il blog LNBQ agli zombi: quando risorge, è più aggressivo di prima!

Poiché il dialogo interreligioso è un must dell’ecclesiologia postconciliare, uno spazio informatico che si reclama cattolico non può mancare di fare riferimento alle Religioni Tradizionali Africane!

L’aggiornamento non finisce qui.

La LNBQ è anche un’Araba Fenice, essendo risorta dalle proprie ceneri.

Non vorremmo che con il piglio aggressivo da fondamentalisti che la caratterizza, conduca i lettori anche verso l’Islamic State!

Che il Cascioli, da califfo del giornalismo, trasformi le rettifiche in sempre nuove polemiche è un fatto accertato.

Questo aiuta a capire la psicologia del personaggio e, accanto alla linea editoriale, la linea ideologica.

Chi si avventura nella giungla mediatica, dove davvero è indispensabile una nuova bussola quotidiana che non è però la LNBQ, oltre a preoccuparsi dell’orientamento, deve stare attento anche a dove mette i piedi.

Anche i Pigmei lo sanno!

Cascioli, infatti, cade nelle sabbie mobili di quel fango provocato da chi, come lui, ha osato e abusato troppo parlare sulla dolorosa vicenda di un Istituto religioso.

Questa dinamica impropria presenta la Chiesa, madre e maestra, come una matrigna che ne sa di meno dei tanti “mercenari” dell’ortodossia cattolica, quelli che si paventano naturalmente più cattolici del Papa e dei pastori “che danno la vita per le pecore”.

Se l’IS si finanzia soprattutto grazie ai pozzi petroliferi occupati, il “califfato cattolico” al quale LNBQ da prova di appartenere, si alimenta pur sempre dai pozzi neri, non quelli del petrolio, bensì quelli del materiale da spurgo utilizzabile, una volta essiccato, come biocarburante.

La disonestà intellettuale è evidente nell’interpretazione del seguente passaggio che il Cascioli cita “Cicero pro domo sua”:

Lo scopo finale delle richieste d’incardinazione in Diocesi appare chiaro: è la costituzione di una piattaforma di lancio, magari off shore come quella dell’Arcidiocesi di Lipa nelle Filippine o in diocesi di minoranza cattolica come in Inghilterra, per raggruppare chierici ordinati in sacris ed ex seminaristi FFI nella speranza di un ribaltone nell’attuale governo della Chiesa universale (…)”.

Il testo del post, tuttavia continuava dicendo: “(… ) che può solo contare su miraggi mentali ai quali non si sottraggono polemisti come Antonio Socci nel suo recente e noiosissimo libro ‘Non è Francesco’”.

E’ chiaro che la capacità di ribaltone non può essere resa possibile da una ventina di disperati.

 “Chi di speranza muore” aspetta piuttosto dagli altri un ribaltone, come se al prossimo Conclave i Cardinali eleggessero un Raymond Burke o come se l’attuale Pontefice dovesse essere deposto dopodomani o diventare vittima di un attentato o di una morte improvvisa.

Sembra fantapolitica, ma in alcuni ambienti cosiddetti “manelliani” circola anche questa vergognosa profezia

Questo è il delirio che il Cascioli attribuisce a noi?

Non pubblicava Cascioli un articolo di Massimo Introvigne nel quale parlava di deriva «pelagiana» come di una rigidità fondata sul sogno di un ritorno a un passato che non può tornare, propria di certi ambienti ultra-conservatori?

Sempre il Cascioli, in tempi non sospetti lasciava parlare l’Introvigne dello scivolone dottrinale di alcuni FFI che, con riferimento a noti insegnamenti di Benedetto XVI, affermavano che tra i giovani frati, tra le suore dell’Immacolata e sulle loro riviste “teologiche” si fosse diffusa una «ermeneutica della discontinuità e della rottura» rispetto al Concilio Ecumenico Vaticano II, che ne leggeva alcuni documenti – i testi, non solo le loro interpretazioni postconciliari – come in contrasto radicale con il Magistero precedente. La stessa interpretazione di «discontinuità» era data alla riforma liturgica: non solo si celebrava la Messa antica, ma si considerava in qualche modo «inferiore» – in qualche caso, addirittura «sospetta» – la Messa nel rito ordinario successivo alla riforma, e questo particolarmente presso le suore.

Il sociologo torinese, esperto di sette, spezzava solo alla fine della sua analisi una lancia a favore della presunta fedeltà al Papa di Padre Manelli, cosa però che dopo soli pochi mesi dal Commissariamento si rivelava ormai inesistente.

Alla resa dei fatti anche la dichiarazione di “devota obbedienza” scomparsa alla chetichella dal sito ufficiale FFI è diventata una bufala che rimane solo in qualche espressione poetica di un instant book sul Papa preparato dal Padre Manelli per la visita al santuario mariano di Castelpetroso (IS) del 19 marzo 1995 di Giovanni Paolo II.

Un atto di vassallaggio rivelatosi ipocrita perché – da più testimonianze – risulta che il Padre Manelli abbia pubblicamente criticato Giovanni Paolo II specialmente durante il Giubileo del 2000.

Nel 2005, in  tempi non ancora al 100% sospetti, l’allora vescovo di Campobasso, Mons. Armando Dini, mandò giustamente via sia i frati che le suore Francescani dell’Immacolata da Castelpetroso

All’epoca subito ne prese le difese Unavox: un fidanzamento allora annunciato con gli FI, ma matrimonio rato e consumato col Commissariamento.

Di fronte a questi soli semplici esempi, quale vescovo accoglierebbe dei religiosi problematici e in rottura con il loro stesso Istituto?

Fughe dal convento, distrazioni di beni, disobbedienze formali, lettere aperte, insulti e calunnie, eresie materiali, formazione incompleta, sono solo alcuni dei peccati rilevati nei poveri “transfughi FI perseguitati” (TFIP).

Può bastare come “passaporto ecclesiale” il dichiararsi “fedeli al Fondatore” facendo – tra l’altro – confusione tra il carisma e la persona?

Non è proprio l’asserita fedeltà a un uomo problematico, idolatrato come un dio e seguito da alcuni più del Papa, il motivo di preoccupazione della Chiesa?

Sarebbero delle nostre sdrammatizzazioni sarcastiche i deliri di cui parla Cascioli?

Peccato che una persona che si espone al pubblico come il Direttore di LNBQ sembri incapace di trovare aspetti divertenti in ogni contesto del quotidiano e vivere una vita all’insegna dell’ottimismo e dello stare piacevolmente insieme agli altri.

Chi sa bene quali siano le proprie virtù e le proprie debolezze e le accetta, è anche colui che sa prendersi non troppo sul serio riuscendo a ironizzare su di sé.

Non era forse proprio questo ciò che mancava all’autoreferenziale Padre Manelli e ai suoi seguaci?

Ci dispiace ora per Riccardo Casciòli (o Càscioli?)

Avranno entrambi perso la bussola?

Alle profezie di sventura sinceramente preferiamo l’Evangelii gaudium di San Francesco e di Papa Francesco!

“CASA MARIANA DI VETRO”

St. Chapelle des Paris vetrate istoriate

Con la testimonianza di un Frate Francescano dell’Immacolata inizia il tempo della coerenza, della trasparenza e della pulizia.

Il caso dei Francescani dell’Immacolata è stato montato ad arte da personaggi senza scrupoli ai quali, subito dopo il commissariamento, si sono rivolti coloro che non hanno accettato la loro rimozione dal governo.

A leggere questa testimonianza che merita tutto il nostro rispetto per il coraggio di un Religioso consapevole della sofferenza dei suoi confratelli, si resta agghiacciati e addolorati.

Un’azione particolare è stata svolta dall’ex Procuratore Generale Padre Alessandro Apollonio, attualmente a Fatima, ma molto attivo negli spostamenti e nell’occulatamento o “fuga” di documenti sensibili apparsi miracolosamente sui blog ultratradizionalisti.

Padre Apollonio, che da sempre minacciava il chiasso mediatico in caso d’intervento della Santa Sede, incontrava a Roma personaggi come Roberto De Mattei e Alessandro Gnocchi rivelatisi precursori delle accuse contro il Commissario Apostolico.

Padre Apollonio è molto vicino ai Cardinali Raymond Burke e Mauro Piacenza  e – insieme con il Padre Serafino Lanzetta – al Monsignore Giuseppe Sciacca.

P. Apollonio, oltre ad essere l’agente dei contatti a nome del Fondatore, Padre Stefano Manelli, avvicina molti Sacerdoti e Frati Francescani dell’Immacolata di cui fu per anni ed anni il Rettore, cercando di dissuaderli dal rimanere nell’Istituto.

Si vuole far credere infatti che senza il Fondatore l’Istituto non potrà sopravvivere e che la gestione Volpi-Bruno è fallimentare.

La sudditanza morale nei confronti di padre Apollonio continua ed è stata pompata in gran parte dal Fondatore stesso, benché recentemente, dopo averlo destituito da Rettore del Seminario Filosofico Teologico (STIM) per mandarlo a Roma, avesse affidato al nipote e “Delfino”, Padre Settimio Manelli, il controllo esclusivo e totale del Seminario stesso, fatto poi chiudere a inizio 2014 dal Santo Padre Francesco.

A modo di Polizia Politica l’arma utilizzata fino ad oggi è quella della detrazione di cui parla il Serafico Padre San Francesco in persona.

C’è da chiedersi, tuttavia,  se Padre Apollonio è una vittima, un sicario del Padre Manelli, oppure entrambe le cose.

C’è ancora da chiedersi se lo faccia per dipendenza dal Padre Manelli o per convenienza, in vista di riguadagnare la considerazione di prima …

Queste pagine aiuteranno a fare “un po’ e solo un po” di luce  su una vicenda che è stata volutamente oscurata con un polverone per strumentalizzarla a regola d’arte per attaccare il Papa e utilizzare dei poveri frati come cavie sulla capacità della Chiesa di contenere le disobbedienze, tensioni e ribellioni interne e fronteggiare un’eventuale delegittimazione del Pontefice a partire da raggruppamenti di religiosi.

 

Portae Inferi non praevalebunt!

“Credo che per essere capaci di sviluppare una retta ermeneutica del comportamenteo di alcuni nostri confratelli, non si possa prescindere, dal metodo e dal contenuto usato per contattare un cospicuo numero di frati, chiedendo loro, di lasciare l’Istituto.

I frati venivano avvicinati sia di prima persona che per telefono e il contenuto di base delle conversazioni era il seguente:

 

Inizio citazione –

P. Stefano dice che facciamo bene ad uscire per raggrupparci in piccole comunità[1]. I conventi del post-Concilio sono pieni di omosessuali, alcolizzati, pedofili, conviventi, donnaioli, tossicodipendenti. Questo è il livello medio della vita religiosa in occidente. Visto che vogliono portarci su questa china (chi?), pure a noi, abbiamo il dovere morale di reagire. Quello che abbiamo imparato Padre Volpi farà di tutto per distruggerlo. Padre Volpi è proprio il teorico della distruzione degli ordini religiosi, è il maestro di coro di chi sta conducendo la vita religiosa sui crinali della distruzione completa. Ci hanno mandato lui proprio per questo (chi?). Gli ordini religiosi oggi sono riconducibili a questa metafora: men che raro se fumano il sigaro in mutande e in canottiera davanti alla televisione.

Fine citazione.

 

Questi per il nostro confratello sono I Frati Minori in specie e gli altri ordini religiosi in generale. Quello di uscire dall’Istituto è un obbligo morale impellente.

 

Nuova citazione:

La Congregazione dei Religiosi è nelle mani di un pensiero massonico e relativista ed il primo di tutti è Braz De Aviz. Noi siamo adesso nelle mani dei peggiori prelati della Curia Romana. Braz De Aviz, Carballo, Volpi, sono I peggiori, sono notoriamente conosciuti come i più lassi, i più secolarizzati; sono i meno alti sotto il profilo morale e spirituale. Questa non è la Chiesa con la C maiuscola, questi vi stanno sputando (sopra?) e noi non possiamo collaborare al male.

Fine

 

È chiaro che una volta che poni e accetti delle simili premesse entri in una sorta di delirio mentale che, cronicizzato, ti crea un abito paranoico, che può solo terminare in un cortocircuito dell’intelligenza, che finirà per giustificare ogni mezzo, pur di raggiungere il fine.

In effetti, alcuni dei nostri confratelli, autoinvestendosi di un ruolo messianico (in relazione alla Chiesa), si sono sublimati in una categoria di santità “nuova” , dove i paramatri della virtù sono stati ri-formati e fondati in una teologia spirituale, dove la menzogna, la calunnia, la disubbidienza e le “ruberie” diventano degli ideali nei quali specchiarsi e riconoscersi.

Io stesso ebbi ‘l’onore’ di essere calunniato  addirittura da entrambi i Padri Fondatori.

Fui accusato, infatti, d’aver passato al giornalista Sandro Magister le prime notizie riguardanti il nostro commissariamento, mentre un altro sacerdote dell’ex Consiglio Generale, sulla medesima questione, si preoccupava d’infangare P. Angelo Gaeta.

Il 2 settembre 2013 decisi quindi, di scrivere al Cofondatore ed ex Vicario Generale, P. Gabriele Pellettieri, questo messaggio:

 

“Ho saputo, purtroppo, che anche Lei (P. Stefano già lo fa da molti giorni) mi sta accusando, falsamente, di essere all’origine di documenti passati ai giornalisti. Poichè credo che siamo nella specie morale della calunnia questa mattina ho informato della questione il Padre Commissario.

Vedere i miei due Padri Fondatori scadere in questo genere di gossip di terza categoria è francamente molto deprimente. Spero in un vostro sussulto di dignità e in un comportamento dove il soprannaturale torni ad essere una presenza stabile e l’amore per la verità un valore indisponibile”.

 

Io ho sempre parlato in modo molto chiaro e quando, purtroppo, ebbi ad accusare i miei confratelli non temetti mai di farlo, sia per iscritto, sia dinanzi ad un registratore.

L’11 maggio 2014 scrivevo a P. Alessandro Apollonio:

 

“Lei è da molto tempo che si barcamena tra bugie e restrizioni mentali. Questo non è il modo di fare di un frate. Questo è il comportamento oramai abituale di P. Stefano e dei suoi laici (basta vedere le menzogne dette sulla negazione del permesso ad andare sulla tomba dei genitori il 1 maggio. E’ una vergogna !)….

Posso scrivere un libro delle menzogne di questi mesi….

Le auguro di uscire presto dal suo delirio e di rientrare realmente nella Chiesa Cattolica…..

Auguri da un confratello veramente addolorato”.

 

Ancora…

Alla fine di luglio, dovendo accompagnare nel nostro convento di Casalucense (FR) il nuovo superiore, mi ritrovai ad assistere ad una sequenza di scene, tipo film poliziesco. Trovammo P. Stefano Manelli nel Santuario della Madonna delle Indulgenze che imponeva le mani ad un nostro ex frate[2] inginocchiato ai suoi piedi (un altro era lì accanto), vestiti entrambi (gli ex frati) con  un abito religioso, “abusivo”, che viola le norme della Chiesa cattolica e dello Stato italiano.

Quando ci videro cominciarono a scappare, chi da una parte chi dall’altra. Padre Stefano si chiuse nella sua stanza, i due frati uscirono correndo dalla Chiesa e raggiunsero un terzo, (ex nostro frate), il quale, avendoci visto, cercava di nascondersi dietro un furgone (uno Scudo della FIAT)[3], sul quale stava caricando, (di fatto rubando) dei cartoni di libri e di viveri che appartengono all’Istituto.

 Su ciò che accadde subito dopo, taccio, per pietà e per disgusto.

Questi sono dei piccoli esempi di fatti realmente accaduti, ma che potrebbero essere moltiplicati indefinitamente.

Ciò che sgomenta è che se tu parli con loro, non hanno mai disubbidito, mai mentito, mai calunniato o rubato; loro sono assolutamente puri, immacolati, ma soprattutto… perseguitati!

Il dramma è che nel loro delirio, hanno smarrito la relazione tra la realtà e l’oggettività, ritrovandosi a vivere nella finzione della loro mente dove un’immaginazione “tirannica” gli crea, inesorabilmente dei contenuti che li situano a vivere tra stati o momenti di esaltazione auto celebrativa, contrapposti a paranoie persecutorie.

Loro, in concreto, non vivono più nella Chiesa, ma nella loro idea di Chiesa; non obbediscono più al Papa reale, ma all’idea che ne hanno.

La liturgia?

È quella che vive nella loro mente, sganciata dalle necessità concrete dei frati e dei fedeli.  Tali esempi potrebbero essere moltiplicati a dismisura, poiché, ciò che veramente esiste è unicamente il loro delirio. Queste persone, oramai, si sono sostituite alla Chiesa cattolica e, nello stesso tempo, si credono i salvatori. Loro sono gli unici a sapere quello che si deve fare per “salvare la Chiesa”, in quanto, investiti dall’Immacolata stessa di una vocazione messianica; anzi, di più: loro sono la transustanziazione storica ed attuale dell’Immacolata.

Con queste premesse, che si deducono storicamente ed esperienzialmente, dai loro comportamenti concreti è chiaro che si preclude a priori ogni forma di dialogo o di mediazione.

È chiaro, per esempio, che non è sufficiente dire: io sono il Fondatore, poiché anch’egli, in quanto figlio della Chiesa è fondato e non certamente fondante. Ma questa Chiesa, per loro, che Chiesa è? E questo Papa, chi è realmente?

Quando Papa Francesco fu eletto ci sono stati momenti di panico e di “disperazione”.

Padre Stefano fu il primo a dire che  questo era il Papa gesuita che avrebbe distrutto il francescanesimo; questo Papa era una tragedia: il peggior Papa possibile. Da un altro ex nostro superiore fu chiaramente detto che con l’elezione di questo Papa non ci rimaneva che scappare tutti nel deserto. Non virgoletto queste frasi, perché , chiaramente, non le ricordo, particolareggiatamente, nei loro contenuti letterali, ma la sostanza è certamente questa.

Altri frati di diversa estrazione, età e nazionalità possono testimoniare lo stesso.

Mi fermo qui perché queste piccole “porzioni” di affermazioni sono più che sufficienti per farne comprendere la valenza e l’importanza. La conseguenza immediata di queste affermazioni portò alla proibizione per i nostri chierici di andare alla prima santa Messa di Papa Francesco il 19 marzo 2013.

Questa proibizione valse per altri frati; e quando alcuni confratelli chiesero spiegazione sulla ragione di questa decisione, fu detto loro: “per motivi logistici”. Semplicemente ridicolo. Ciò  che conta è che non ci furono gli FFI alla Santa Messa d’intronizzazione di Papa Francesco, poi se loro hanno voglia di negare; neghino!

Ma questo non fa che aumentare il senso del ridicolo.

 Posso aggiungere che P. Alessandro Apollonio era favorevole alla partecipazione dei frati ma fu il nipote del Fondatore e Rettore Unico di tutti I nostri seminaristi a impartire l’infelice ordine. Più tardi un Frate degli Stati Uniti, uno studente di filosofia, andò in crisi per questo e più tardi è uscito dall’Istituto.

A riprova di questa verità, dal nostro “Settimanale di Padre Pio”[4], diretto e redatto dalle Suore Francescane dell’Immacolata, per ben due mesi circa sparì la rubrica della catechesi settimanale fatta dal Papa, la quale fu poi reintrodotta solo per le proteste di alcuni lettori.

Accadde anche questo fatto spiacevolissimo, per un Istituto religioso.

Il Papa, fece visita alla basilica di Santa Maria Maggiore in Roma e, una volta in sacrestia, incontrò anche due nostri confratelli, i quali gli dissero che avrebbero pregato per Lui. Il Santo Padre li ghiacciò, dicendo loro: ‘Ma voi pregate per me o contro di me?’

Il Papa evidentemente era già venuto a conoscenza di quello che si diceva di lui nel nostro Istituto.

Saputo di questo I nostri ex superiori cercarono di correre ai ripari organizzando, per una udienza del mercoledì, una presenza massiccia di frati e suore (ridicolo, perché  non hai neanche il “coraggio” della coerenza).

Ricordo che si parlava di una cinquantina di biglietti che già si possedevano (questo attraverso la nostra segreteria), ma si chiedeva ai frati di cercare di essere ancora più numerosi. Peccato che le udienze del mercoledì fossero già state sospese per la pausa estiva.

Negli ultimi anni, purtroppo, la critica al Papa era divenuta, per alcuni dei nostri frati un vissuto quotidiano. Da Giovanni XXIII a Paolo VI, senza farsi mancare Giovanni Paolo II, il santo che era diventato il “piccolo” santo, visto che non potevano più negarlo (c’era chi voleva attaccarlo sulla sua teologia di Dio, l’escatologia e, per qualcuno, la sua teologia del corpo era quasi insopportabile); anche Benedetto XVI veniva considerato, di fatto, un modernista e, se non fosse stato per il Summorum Pontificum, sarebbe rimasto nel novero dei novatores progressisti di Tubinga….

Desidero ora aprire una parentesi sul Papa Paolo VI, perché mi servirà per aprirne un’altra sulla figura di San Pio da Pietrelcina.

Il santo frate cappuccino è uno dei Protettori “speciali” del nostro Istituto.

La sua figura e i suoi insegnamenti sono, per così dire, “formativi” della spiritualità del frate francescano dell’Immacolata.

È da un pò di tempo però che sto riflettendo sempre di più sul fatto che noi FFI abbiamo una conoscenza ben poco aderente alla realtà del santo del Gargano, in quanto idealizzata e personalizzata, secondo le necessità e i gusti del nostro Padre Fondatore.

Mi spiego.

Parlandoci, per esempio, dell’Enciclica Humanae Vitae, P. Stefano Manelli ci ha sempre insegnato che fu il Santo del Gargano il “responsabile” della dottrina dell’intrinseca malizia degli atti contraccetivi, poiché Paolo VI nella sua Enciclica, in realtà, ne aveva condivisa la bontà, permettendone l’uso. Fu per l’intervento di San Pio, al quale il Santo Padre aveva inviato l’Enciclica, scritta di suo pugno che, quando gli fu restituita, la trovò modificata addirittura unicamente in quel punto specifico (l’intrinseca malizia della contraccezione), con la sua stessa calligrafia. Così Paolo VI, grazie ad un intervento divino, comprese il suo errore e riformò il suo giudizio erroneo sulla liceità della contraccezione.

Io ho creduto a questa sciocchezza per anni, raccontandola a molte persone, fino a quando, dovendo leggere l’Enciclica, per motivi di studio, mi resi conto che l’Humanae Vitae, era integralmente strutturata e finalizzata alla negazione della liceità della contraccezione = non sarebbe stato sufficiente modificarne una piccola parte, ma bisognava riscriverla radicalmente.

Inoltre, sin dall’annuncio della beatificazione di Paolo VI si è prodotta una mole enorme di testimonianze, sul nostro argomento, mettendo in evidenza come, per il novello beato, la negazione della contraccezione fosse una verità che il Papa riteneva espressione della sua stessa fede.

L’evidente menzona attribuita a San Pio da Pietrelcina sull’Humanae Vitae, si può estendere ad altre balle del Fondatore attribuite al Santo del Gargano.

Ad esempio, la famosa (per noi) questione delle “4 T” evocate da Padre Pio, cioè “TuTTo è Tenebra”.

Padre Manelli con estrema leggerezza poneva “le tenebre”  in relazione anche con il Concilio Vaticano II; la conseguenza era una disperazione che aumentava con il passare degli anni, creando un cortocircuito esistenziale dove ogni evento sia ecclesiale che “mondano”, veniva vissuto in modo drammatico. Altra balla era la storia “della palla di fuoco” dalla quale avremmo dovuto salvarci. Bisognava andare tutti a San Giovanni Rotondo e dintorni, perché quella zona – entro un raggio di 30 Km – era protetta da San Pio che ci avrebbe salvati.

La balla molto probabilmente serviva per giustificare l’imprudente costruzione di un albergo in zona di Monte Sant’Angelo.

Un modo per evitare il voto contrario di un Consiglio Generale comunque annichilito dai deliri e dall’autorità del Fondatore.

Sembra la “teologia” dei Testimoni di Geova. Scusate! Io sono parroco a Trieste e dovrei abbandonare i miei parrocchiani proprio nel momento del massimo bisogno, nel pericolo di una morte imminente? Siamo sacerdoti della Chiesa cattolica o pavidi conigli?

Vorrei chiedere al mio confratello, “piazzista” telefonico: ma un religioso così – pavido coniglio – come se lo immagina? Con le mutande o senza? Con il sigaro o ….? Faccia lui, poveretto.

Un altro fatto sgradevolissimo, accadde in concomitanza alla pubblicazione del Motu Proprio, Porta Fidei.

Sulla nostra rivista, Fides Catholica, apparve un editoriale dell’ex direttore, P. Serafino Lanzetta, nel quale si cercava di indurre il lettore ad una scorretta ed erronea interpretazione del reale pensiero del Pontefice.

All’inizio della pag. 7 si citano le parole di Benedetto XVI “Ho ritenuto che far iniziare l’Anno della Fede in coincidenza con il cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II possa essere un’occasione propizia per comprendere che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, secondo le parole del beato Giovanni Paolo II, “non perdano il loro valore né il loro smalto”. È necessario che vengano conosciuti e assimilate come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa”. Peccato che il nostro “teologo” introduca le parole del Santo Padre in questo modo: “Benedetto XVI ha espresso, inoltre, anche se molto velocemente, un legame tra l’Anno della Fede e il Vaticano II”.

Ma come molto velocemente? Ma ci rendiamo conto, che qui, l’aggettivo e l’avverbio vengono usati unicamente per indurre ad una comprensione erronea del testo? Ma non è finita! Immediatamente dopo venne citato un altro insegnamento del Papa cercando nuovamente di corromperne il retto significato: “Io pure intendo ribadire con forza quanto ebbi ad affermare a proposito del Concilio pochi mesi dopo la mia elezione a Successore di Pietro: “se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa”. Peccato che il nostro “teologo” introduca il pensiero di Benedetto XVI con un: “E subito dopo, in un modo meno esuberante del suo predecessore”.

Ma come meno esuberante!? Un Pontefice in un suo motu proprio,afferma “io pure intendo ribadire con forza”, e un “teologo” della Chiesa cattolica si permette di ridurre la potenza di una simile espressione con un ridicolo cappello introduttivo “in modo meno esuberante”?

C’è dell’altro: In puro stile tradi-progressista non vengono presentati gli insegnamenti del Motu proprio che sono centrali ai due sopra citati: “Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, comela grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiate nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre”.

Caspita! Quanto avranno infastidito queste parole del Santo Padre per censurarle radicalmente!

Inoltre, a pag. 6, troviamo un’altra chicca del Nostro: “La Chiesa è chiamata perciò a recuperare la fede, secondo il canone del Simbolo Cristiano”.

Ma cose da pazzi!

La Chiesa che deve recuperare la fede secondo il canone del Simbolo cristiano. Perché? Forse l’aveva persa?

Stendiamo un velo pietoso…

Quanto tempo ed energie andate perdute, per un argomento impostato male ed erroneamente!

Lo stesso P. Alessandro Apollonio, dando per scontato che non ci fossero errori teologici formali negli insegnamenti conciliari, era soddisfattissimo che P. Stefano non avesse chiesto a lui questo genere di studi, proprio perché li riteneva inutili per la Chiesa, per la teologia, per il nostro Istituto, e per la causa francescana stessa. Secondo il suo pensiero, per il taglio  datogli, erano solo un inutile perdita di tempo.

Sempre nel 2011 sull’altra rivista Immaculata Mediatrix, a pag. 238, compare un articolo in due puntate di suor Maria Cecilia Manelli, nel quale, nella parte II, è talmente saturo di errori filosofici e teologici che non si capisce  come possa essere stato pubblicato da una rivista del nostro Istituto (oppure proprio per questo …).

Ecco alcune “perle” di saggezza filosofico-teologica presenti nell’articolo.

“Concepì poi nel grembo, divenendo Madre di Cristo e del suo Corpo Mistico, la Chiesa. Le due concezioni, se così le vogliamo chiamare, avvennero nello stesso istante, con una differenza: l’essere che diviene, si trasforma in qualcosa di diverso da sè, in un essere divenuto, ossia non più essere originario, pur mantenendo alcune proprie caratteristiche. L’essere di Maria non muta divenendoMadre: Ella è Vergine e al contempo Madre: il suo essere non diviene qualcosa di diverso da sé, ma rimane essere in sè (vergine) e altro da sé (madre)”.

La cosa meravigliosa è che la Nostra ci dà la chiave per interpretare correttamente il suo pensiero, dicendoci, alla nota 47: “Intendo come essere, ciò che costituisce l’essenza di Maria e non l’esserecome creatura”. Provate a leggere e a sostituire, il termine essere con il termine essenza – nello scritto sopra citato – e vedete cosa ne viene fuori. Una pazzia.

Ancora: “Ella dona al Verbo “l’essere e lo fa essere” dando a Lui tutta la sostanza umana”. “Maria santissima è colei che prepara la materia del sacrificio redentivo nel suo grembo verginale, nel quale “il Verbo Incarnato assumendo la natura umana di Maria …”.

Mi fermo qui perché gli errori dottrinali, nell’articolo, sono talmente tanti che…

Un altro “scivolone” letterario appare, nuovamente, sulla rivista Fides Catholica nel 2012. Si tratta di un articolo molto critico nei confronti di una figura, certamente controversa, della nostra Chiesa, il vescovo Tonino Bello che può essere criticato per alcune sue affermazioni teologiche, mariologiche, liturgiche, antropologiche, senza però mai “scadere”al livello dell’infangamento personale, soprattutto nella sua dimensione, chiamiamola “morale”. Bene, quindi, la critica sui contenuti filosofico-teologici del pensiero “belliano”; inqualificabile e ingiustificabile l’attacco alla moralità interiore e personale del presule salentino, del quale è totalmente impregnato l’articolo del nostro confratello, derubricato (l’articolo) a semplice ed immorale espositore di gossip. Non può essere questo il genere letterario proprio e specifico di una rivista teologica.

Un esempio: “Bellissima l’Eucaristia (siamo in Etiopia) e partecipata in modo straordinario. All’offertorio, la sorpresa dei doni e, soprattutto, della danza improvvisata da suor Celinia…Ho posato poi sull’altare un vasetto di profumatissimo unguento orientale (portato dalla Palestina). Ho colto al volo l’occasione per avvicinarmi a tutte le suore e ungerle con l’unguento, dicendo ad ognuna “Sii il buon profumo di Cristo”. Commento del nostro confratello Padre Paolo Siano: “Al vescovo salentino piace vedere e toccare”. E più avanti, verso la fine dell’articolo: “Il Presule salentino denota una fantasia morbosa, segno di una discutibile integrità morale”.

Mi spiace, ma tutto questo è inaccettabile; questa non è né filosofia né teologia, ma solo una vergognosa “macchina del fango”; la stessa che hanno creato quando si è trattato di infangare tutti coloro che hanno obbedito al Papa, alla Congragazione e al Commissario Apostolico. Io stesso chiesi all’articolista la ragione di quelle conclusioni, assolutamente indeducibili dalle premesse del testo e quindi volontariamente forzate; la risposta fu: “mi è stato detto da P. Stefano, P. Alessandro e P. Serafino che va bene così, perché dobbiamo muovere le acque”, (suppongo in opposizione ad una possibile canonizzazione di Don Tonino Bello che per me significa unicamente: il fine giustifica i mezzi).

Questi sono una piccola porzione di episodi, espressione di un clima, di un modo di essere e di porsi che sempre più tendeva a caratterizzare il nostro Istituto, deludendo e scontentando un numero sempre più crescente di frati, molti dei quali, purtroppo, finivano per uscire dall’Istituto. Si pensi che nell’anno 2011 lasciarono l’Istituto una decina di frati solo tra i sacerdoti; era oramai prassi quasi “quotidiana” sentire che qualche confratello avesse “lasciato”, nonostante i tentativi degli ex superiori di “silenziare” il tutto.

Altro che escono per il commissariamento!

Ciò che maggiormente scontentava un numero sempre più crescente di confratelli (si pensi che almeno l’85% dei frati e forse anche un po’ di più, nonostante le menzogne scritte sui blog è rimasto fedele al Papa, alla Chiesa cattolica e alle sue disposizioni), era il taglio sempre più “monastico”, impresso al nostro Istituto con l’introduzione della liturgia antica (del suo tentativo d’imporla, con metodologie differenti, ne parlerò più avanti) che sempre più ne metteva in pericolo l’originalità e la verità del carisma.

Io non ho alcun dubbio nel ritenere che fosse giunto il momento di ricorrere alla guida sapiente della Chiesa cattolica per dirimire una questione che non poteva più essere risolta, isolatamente, all’interno del nostro Istituto, poiché i nostri ex superiori si erano, oramai, talmente “avvitati” su se stessi, da non riuscire più, senza un aiuto esterno, a liberare l’Istituto da quel provincialismo settoriale, che tendeva a ridurre il Voto Mariano ad una grazia di “nicchia”, privandolo di quello “sbocco” universale che gli compete per natura. 

Un primo problema da affrontare urgentemente, sembrava dato dalla perdita, drammatica (da parte del nostro Padre Generale), della consapevolezza che la vocazione francescana fosse la più analogica tra tutte le “chiamate” alla vita religiosa, poiché desidera esprimere la vita di nostro Signore Gesù Cristo in tutta la sua molteplice ricchezza e complessità. Dalla mistica più sublime, all’eroicità missionaria; ai grandi speculativi e dottori di scienza e sapienza, fino all’umilissimo fratello religioso, che ti “scalda” il cuore con la sua semplicità serafica.

Comprese nella ricchezza di queste polarità distinte e omogenee tra loro e mai conflittuali, un grande uomo, veramente di Dio, avrebbe dovuto cercare di rendere coese tra loro le differenti personalità, con le rispettive tendenze, creando quell’humus vitale, fatto di condizioni e circostanze, dove ogni frate potesse esprimere in pienezza quella ricchezza della quale era portatore, per volontà di Dio ed in ragione della sua “chiamata”. Egli invece, ha cercato, artificiosamente (questa è la mia idea di fondo) di renderci tutti delle copie impersonali di una certa suora[5], che ha un nome ben preciso e che tutti conoscono. Una suora che fino a quando ha obbedito, poteva essere realmente utile alla causa francescana, ma che una volta “beatificata” e quasi idolatrata, ha potuto dare libero sfogo alla sua personalità “eccessivistica” che, svincolandosi dai sapienti confini-limiti dell’obbedienza, si è ubriacata di vaneggiamenti fondazionali, figli legittimi di una chiara immaturità psicologica.

Il primo che mi parlò di questo pericolo, fu proprio P. Alessandro Apollonio, il quale, molte volte, mi palesò la sua effettiva preoccupazione, riguardo al comportamento di questa suora e della sua effettiva mancanza di equilibrio. Ricordo chiaramente che di lei si parlava, tra noi frati, come di una cripto femminista mistica (la maggior parte di loro stanno dalla parte di coloro che hanno disobbedito al Papa e alla Chiesa) e una tale preoccupazione si fondava su alcuni suoi scritti o articoli, che i frati erano costretti, costantemente, a correggere, prima che fossero pubblicati sulle nostre riviste. A volte li si voleva correggere anche ulteriormente, ma arrivava il momento che non si poteva più. Il solo parlare di questa suora era tabù assoluto e chi si permetteva di farlo….

Il suo problema di fondo, francescanamente parlando, era dato, di fatto, da una comprensione dualistica e conflittuale tra la contemplazione e l’azione, che veniva problematizzata senza possibilità risolutiva. La vita religiosa per questa suora era riconducibile, in definitiva, alla sola dimensione contemplativa; l’altra dimensione, quella attiva, alla fine, finiva per essere solo sopportata (per analogia, come vedremo in seguito, questa visione conflittuale, fatta di esaltazione e sopportazione, la possiamo serenamente applicare al rapporto tra Vetus e Novus Ordo, così come veniva a configurarsi nel nostro Istituto).

Questo modo di pensare la vita religiosa francescana – di fatto, seppur con meno intensità, la si voleva applicare anche alla vita dei frati – portava alla disgregazione interna dell’essenza stessa della vocazione francescana, dove le due dimensioni (contemplativa e attiva), nella I Regola, costituiscono un binomio inscindibile, che esprime nella contemplazione, considerata in concreto e non in astratto, ossia in un Istituto reale o in un frate reale (in un supposito), un primato sull’azione, non di ordine ontologico, ma cronologico, poiché entrambe, sempre unite e mai separate, sono espressioni necessarie della medesima ed unica dimensione formale della vita francescana fondata sulla I Regola (si pensi a san Massimiliano Kolbe dispensato dal suo Padre Provinciale dal Breviario in ragione della grande attività che impregnava il suo vissuto quotidiano – si pensi a san Pio da Pietrelcina, anche lui dispensato dal Breviario, seppur per motivi diversi”… (continua)

 

Dal profilo facebook di P. Alessandro Maria Calloni

https://www.facebook.com/profile.php?id=100004777485809

PS: Il titolo, l’introduzione e le note  sono del blog « La Verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata ».
 
 
Preghiamo e sosteniamo i Frati Francescani dell’Immacolata in comunione con la Chiesa, fedeli al Papa e obbedienti al Commissario Apostolico!


[1] I frati “dissidenti” cercano vescovi per raggrupparsi sotto un’Associazione e poi, ad acque più tranquille e con un eventuale cambio del governo nella Chiesa, costituire un Istituto Religioso. Gli ex studenti si barcamenano come nomadi tra San Ginesio e Cupramuntana nelle Marche e finalmente la Palanzana di Viterbo all’insaputa delle stesse famiglie disperate, ma non delle autorità diocesane e religiose informate da “pentiti” che sono in mezzo a loro o laici che li aiutano per pietà, consapevoli però dei loro sbagli…

[2] Giovani che il Fondatore ha fatto mettere in mezzo alla strada illudendoli sulla nascita di un nuovo Istituto religioso e ponendo su di essi una tonaca grigio canna di fucile che da’ l’impressione che siano dei Religiosi.

[3] Uno dei veicoli sottratto ai Frati Francescani dell’Immacolata dal nuovo rappresentante legale dell’Associazione “Missione dell’Immacolata” dove il Fondatore ha fatto estromettere i Religiosi per inserire suoi amici laici e figli spirituali.

[4] P. Stefano Manelli continua a scrivere sulle riviste di « Casa Mariana Editrice » in disprezzo all’autorità del Commissario Apostolico che ne ha dato un divieto formale a tutti i Frati, Fondatore compreso.

[5] Madre Maria Francesca Perillo promossa Superiora Generale a soli ventisette anni per volontà di Padre Manelli e poi accontentata nel ruolo di “Fondatrice dei Colombai“, un’esperienza  di stretta clausura a Città di Castello (PG), Alassio (SV), Lanherne (Inghilterra) e Carmen – Cebu (Filippine) per Suore Francescane dell’Immacolata che professano la Regola del I Ordine Francescano.  A causa della sua originalità e continui cambi statutari con stravaganze come il « marchio » a fuoco sul petto del trigramma IHS, molte sono depresse, qualcuna è in crisi vocazionale e rimane a casa dei genitori aspettando la fine della Visita Apostolica o di un eventuale Commissariamento per “non dare nell’occhio »  con una richiesta di Dispensa dai Voti al Dicastero; una suora che stava lì dentro (la nipote del Fondatore?) è in attesa e presto si sposerà.