La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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DANNI ALLA CHIESA

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Il commissariamento delle Suore Francescane dell’Immacolata rappresenta un secondo pesante giudizio da parte della Chiesa sulla figura e l’operato del Fondatore, il Frate Stefano Manelli.

Immaginiamo che le motivazioni siano le stesse del ramo maschile con il quale condividono una legislazione zoppicante da un punto di vista canonico e parzialmente anche da un punto di vista teologico.

Un ideale alto e riformato di vita religiosa francescana proposto dal Manelli che cozza con l’ortoprassi della sua vita personale e non solo…

L’immaturità che alcuni frati hanno rivelato durante il commissariamento con fughe dal convento, richiesta di dispense dai voti, azioni amministrative truffaldine, false testimonianze, infangamenti mediatici, minimizzazione delle responsabilità e difesa a oltranza dell’indifendibile, la dicono lunga su una delle più gravi azioni di plagio di un gruppo religioso cattolico dal dopoguerra in poi.

Il problema è che la parte lesa da questa compagine di pii uomini e donne è proprio la Chiesa Cattolica.

Il Manelli dovrà rispondere anche per il danno all’immagine della Chiesa e degli Istituti, uno maschile e l’altro femminile,  da lui stesso fondati.

A causa sua si sono scatenati tutti i blog tradizionalisti per convergere in una sorta di Jihad antibergogliana.

Da mesi la Santa Sede sta esaminando inquietanti dossier e non è da escludere anche l’intervento della Rota Romana per la conduzione dei venticinque anni di ininterrotto governo del Manelli, mantenuto – a quanto sembra – da rielezioni discutibili sulla forma della votazione.

Sembra inoltre che Frate Manelli  avesse creato anche un gruppo di laici, una sorta di “Terz’Ordine senza nessuna omologazione della Santa Sede.

Molti degli attivisti legati al Fondatore provengono da quella compagine.

E’ verosimile che bisognerà procedere ad una riqualificazione e sanatoria del gruppo laicale per risollevare di persone di buona volontà che hanno creduto nella spiritualità kolbiana e si sono ritrovate, come i religiosi, a fare i conti con un padre discutibile.

Per il ramo maschile dei frati il Manelli ha cercato disperatamente di fondare un nuovo istituto dotandolo dei beni oggi sotto controversia giudiziaria.

Operazione fallita!

Non gli resta che studiare “la rimessa in sella” con un suo uomo quale superiore generale prestanome.

Si intuisce che esiste infatti un’area di finti moderati e negoziatori sotto l’ombra magari del cofondatore Frate Gabriele Pellettieri che in realtà, quale prima vittima del Manelli, ne rimane  sempre il fedele eco.

Anche lui si assumerà le sue responsabilità davanti a Dio e davanti alla storia.

Per le suore, prima che il loro commissariamento avvenisse, con la presunta complicità di porporati all’interno dei Sacri Palazzi, gli stessi che oggi cercano di sabotare papa Bergoglio, c’è stata una corsa all’uscita dall’Istituto per fondare l’ennesima associazione di voti privati come quella di Lipa: sede nelle Filippine, membri in Italia.

Cosa resta al Fondatore dopo l’ennesimo scandalo pubblicistico che lo riguarda?

Dopo la morte di Padre Volpi, all’annuncio del nuovo commissario c’è stato su di lui un arrembaggio studiato ad arte di sodali del Manelli legati al mondo salesiano e al Vicariato di Roma dove l’illustre commissario canonista Mons. Sabino Ardito lavorava. Il solito mantra sofistico: Manelli è un “santo”, i genitori sono santi, quindi i cattivi sono gli altri…

In almeno due Dicasteri Romani stanno circolando queste chiacchiere…

Non è da escludere anche il coinvolgimento di una cordata di pugliesi, conterranei del Commissario, a difesa del Manelli.

I giorni che seguono riveleranno la fondatezza o meno di tali accuse che gettano ombre sull’attuale conduzione di governo formata da una troika dove i Padri Ghirlanda e Calloni coadiuvano Mons. Ardito e si controllano a vicenda.

Chissà a quali e a quante pressioni la troika è sottoposta  da chi lavora dalla mattina alla sera per ottenere la riabilitazione del Manelli: morale e materiale.

Dove l’autorevolezza del fondatore Manelli è più debole è comunque nelle periferie dell’Istituto, nelle missioni.

Molti osservatori stanno a guardare i soggetti di future nomine e riorganizzazioni specie nelle terre lontane per carpire e denunciare eventuali parzialità dopo i malumori seguiti alla recente clamorosa vicenda della nomina di quattro religiosi rappresentanti della base, ma di chiara scelta manelliana.

Ad Oltretevere sono giunte diverse proteste in merito, così come ci è stato confidato da un prelato della Curia.

Sembra che il nuovo Commissario abbia fatto fare ai frati una votazione farsa, cioè  senza spoglio pubblico delle schede di votazione.
Frate Manelli intanto dal settembre 2014 permane in un convento femminile, quello di San Giovanni Rotondo, da dove può manovrare tutti i burattini e le burattine della sua giostra.

L’unica flebile sua speranza è il “controgolpe” al Capitolo Generale, dove spera di candidare ancora uno dei suoi colonnelli.

Tutto è fin troppo prevedibile, ma per il Manelli “tutti sono dei fessi”…

“Solo lui si salva…”

Dopotutto, tale formula,  è il paradigma della sua visione ecclesiale.

Non era forse anche questo il suo motto?

Extra Manelli nulla salus.

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UN’ORDINAZIONE CHE FA DISCUTERE

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Il 21 ottobre 2015 alle ore 10:00 al Santuario Madre di Dio Incoronata di Foggia, sembra che sarà ordinato sacerdote il diacono Dario Nardella.

E’ un evento di festa ed è un evento di gioia per il quale ognuno formula al novello presbitero i migliori auguri di fecondo ministero.

Insieme a lui l’intera comunità cristiana eleva una lode di ringraziamento al Signore per il dono di un nuovo ministro di Dio.

E’ una grazia anche per la sua famiglia naturale con la quale ognuno si complimenta per aver saputo creare le basi educative e cristiane dalle quali si è sviluppata la vocazione del loro figlio, fratello e nipote.

A officiare il rito sembra che sarà mons. Ramon Arguellas, vescovo di Lipa (Filippine).

Tempo fa chi ha seguito il caso del commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata, di cui Dario Nardella era un membro con il nome religioso di Massimiliano Maria, ricorderà di come il menzionato vescovo filippino si era reso protagonista dell’erezione di un’associazione pubblica di fedeli denominata “Fratelli di San Francesco e dell’Immacolata” attraverso la quale ha dato asilo ad alcuni chierici fuggiaschi dei Francescani dell’Immacolata.

Fallito il tentativo di elevare l’associazione a istituto di diritto diocesano come avrebbe auspicato il padre Stefano Manelli in un calcolo rivelatosi un’ennesima volta sbagliato, l’appoggio del vescovo asiatico al Fondatore ed ex superiore dei Francescani dell’Immacolata per cinque lunghi lustri, si materializza con la disponibilità ad ordinare il rappresentate per l’Italia della suddetta associazione (e  mancato istituto) nata nelle Filippine.

Non sappiamo se alla cerimonia ci sarà anche la Signora Ambasciatrice delle Filippine presso la Santa Sede, grande benefattrice delle Suore Francescane dell’Immacolata,  che un grande ruolo ha avuto nella mediazione tra i “manelliani” e il vescovo per accreditarli come « santi perseguitati » dalla Chiesa e non ribelli al commissario.

Senza entrare nel merito della vocazione e delle qualità morali del Nardella, da un punto di vista canonico, per essere ordinati sacerdoti, occorrono almeno sei mesi dall’ordinazione diaconale; occorre aver terminato gli studi filosofici e teologici  del quinquennio istituzionale ed essere incardinati in una diocesi o in un istituto religioso.

Non è da escludere che Massimiliano Nardella vada nella diocesi di Lipa come missionario, ma è più probabile che faccia invece da cappellano al raggruppamento di ex frati francescani dell’Immacolata alla Palanzana di Viterbo.

Piange il cuore vedere dei giovani parcheggiati su se stessi in attesa del compimento messianico delle profezie del Padre Manelli.

Che responsabilità sulle loro giovani vite, deluse e illuse!

Sembra comunque che anche nel passato, quando il padre Manelli era Ministro Generale dei Frati Francescani dell’Immacolata, anzi “Padre Comune”, così come si faceva chiamare per sottolineare il suo imperio anche sulle suore e sui laici, contro ogni regolamento canonico e dignità di servizio francescano, i suoi ordinandi religiosi quasi mai hanno completato la loro formazione, proiettandosi in attività pastorali o formative senza una preparazione adeguata.

All’uopo qualcuno si chiede se un comune mortale si farebbe operare o meno da un chirurgo che non ha nemmeno terminato l’Università…

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Non si capisce bene, infatti, se, dove e come Dario Nardella ha completato i suoi studi per l’idoneità sacerdotale.

E’ pacifico, inoltre, chiedersi come mai un vescovo venga dalle Filippine per ordinare un italiano a Foggia…

Sicuramente l’Ordinario del luogo, il napoletano Vincenzo Pelvo, vescovo di Foggia-Bovino avrà dato il suo placet.

Ci risulta, tra l’altro, che sia molto vicino a una famiglia legatissima al Manelli di cui un membro, battezzato proprio con il nome di “Stefano”, è stato suo personale fotografo ufficiale durante il ministero di Ordinario Militare per l’Italia.

Un buon collega di Mons, Arguellas, ambedue generali dell’esercito in pensione, in buona compagnia con l’ex generale padre Stefano Manelli.

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Don Ugo Rega, orionino come Mons. Giovanni D’Ercole che in un recente passato ha ospitato, a sua volta, nella sua diocesi di Ascoli Piceno un gruppetto di “Fratelli di San Francesco e dell’Immacolata”, si ritrova a gestire con qualche imbarazzo tale evento.

In considerazione delle irregolarità canoniche il tutto sembra immerso in un mistero, tipico di quell’approccio più settario che ecclesiale che ha caratterizzato il governo di Padre Manelli e la sua scomposta reazione dal commissariamento in poi.

Senza voler spezzare i sogni e i progetti di un giovane che corona un traguardo e realizza un’aspirazione, in tanti si chiedono sotto quale auspici – o meglio con quali espedienti – gli adepti di padre Manelli cerchino ancora di rimettersi in sella: su di un cavallo o di un asino?

Se tutto così fosse, quanto a mons. Arguellas, la sua posizione di aperto contrasto alle disposizioni di Papa Francesco impartitegli sui “manelliani”, pone delle grosse perplessità e aiuta a ricostruire la rete di coperture e collusioni con gli ambienti curiali in un giro incredibile di soldi, ricatti e affinità ideologiche nel nome dell’estrema destra molto effervescente nella Roma scandalosa.

Basteranno le minacce di querele al nostro sito come deterrente al legittimo corso della giustizia?

SOLILOQUIO D’ESTATE

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Gli stessi gruppi, le stesse persone e gli stessi argomenti alimentano da due anni la saga del commissariamento dei Francescani dell’Immacolata.

 

Il 4 luglio 2015 è una data memorabile.

Appare sul quotidiano La Croce a firma di Gianluca Martone un’eccezionale testimonianza in “esclusiva nazionale.

Il lettore distratto si spaventa fino a credere che si tratti di un’intervista ad Abu Bakr al-Baghdadi!

Tira poi un sospiro di sollievo quando si rende conto che l’eccezionale testimonianza in esclusiva nazionale è l’intervista alla signora Luisa De Vita, mamma di madre Maria Gabriella Iannelli F.d.I., Francescana dell’Immacolata.

Martone è davvero bravo, è nato infatti “sotto il segno dei Pesci”.

Appare ad Elle TV di Benevento con una perfetta padronanza del video, discreta e studiata gestualità e una dizione che solo ai più attenti lascia trasparire l’origine sannitica che condivide con i Iannelli, mamma e figlia.

Anche le domande in assoluzione alle accuse su Padre Manelli sono precise, ben studiate, così come le risposte… naturalmente!

Peccato che Martone, così ben informato sul personaggio, non abbia chiesto alla brava signora Luisa De Vita cosa pensa del fatto che sia proprio la figlia Madre Gabriella Iannelli ad ospitare nel suo convento di San Giovanni Rotondo, dal settembre del 2014, il Fondatore Padre Stefano Manelli.

Il campanilismo forse avrà prevalso su una scelta più neutrale e prudente degli interlocutori.

Se proprio non vuole andare in Italia Settentrionale, è sufficiente che Martone si sposti nella vicina Napoli per raccogliere molte testimonianze di genitori che, al contrario, puntano il dito di accusa su Padre Manelli pur temendo per le figlie rappresaglie dalle superiori delle suore, come la Madre Iannelli.

Di persone da intervistare ne avrebbe legioni, dal Salento alla Pianura Padana, dalla Ciociaria al Molisannio, dalla Liguria alle Venezie Giulie passando per l’Alto Adige.

Parliamo naturalmente dell’Italia e non delle Filippine, dell’Africa, del Brasile dove l’esclusiva potrebbe essere internazionale qualora la sua redazione gli pagasse un viaggio all’estero per intervistare ex suore e rispettive famiglie.

Sembra che La Croce, purtroppo, non navighi in buone acque dopo la rinuncia all’edizione cartacea per motivi di budget. La legge del mercato oggi premia solo la qualità.

Una domanda che sorge spontanea per il Martone è di sapere come mai scriva per una testata prestigiosa come il giudizio cattolico pezzi intelligenti a favore della famiglia attaccata dalla Massoneria e accetti poi di entrare nella corte di Mario Adinolfi, fondatore de’ La Croce, che Roberto De Mattei, manifestatamente allineato con Padre Manelli,  indica come cattocomunista, “abortista” e divorziato risposato. 

La cultura enciclopedica di Martone gli permette di scrivere anche sulla crisi dei religiosi.

Come mai si fa giustizialista su tutti e garantista verso Padre Manelli?

Poiché tutti i salmi finiscono in gloria, è da apprezzare il riferimento al compaesano San Padre Pio da Pietrelcina alla fine dell’intervista.

Da acuto analista, si è mai chiesto il Martone quanto si sia speculato sulla conoscenza di Padre Pio nei confronti della famiglia Manelli?

Con tutto il rispetto per gli interessati, sarebbe in grado di trovarci in una biografia seria sul grande mistico cappuccino un solo riferimento alla famiglia Manelli presentata ogni volta come “la privilegiata” sulle altre?

Ha analizzato il Martone o chi per lui l’intensità, la qualità e la quantità degli incontri tra Padre Manelli e Padre Pio di cui vengono riportate ogni volta mezze frasi con un’interpretazione personalizzata e strumentalizzata?

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Un frate mi ha raccontato che una volta Padre Pio nel vedere Padre Stefano si spaventò.

Perché non approfondire invece quest’episodio?

Data la giovane età del Martone, non sappiamo se abbia una figlia adolescente.

Crede davvero che una ragazza confidi sempre alla mamma se qualcuno le abbia toccato il petto, baciato le labbra e teso la “mano morta”?

Visto che scrive sulla famiglia, si è mai occupato il Martone dei problemi d’incesto?

Conosce l’omertà, il senso indebito di colpa, la vergogna e i traumi che alle volte imperano anche all’interno delle mura familiari da parte di figlie abusate?

Cosa rappresenta o “chi rappresenta” la sua “intervista”?

Grazie a Martone scopriamo intanto che Il  giudizio cattolico è stato fondato dagli illustri Massimo Viglione e il compaesano Corrado Gnerre.

Non sono gli stessi « conferenzieri »  che difendono il Padre Manelli?

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Ci fanno sapere che Corrado Gnerre militava anche nel gruppo dei laici frequentatori dei Francescani dell’Immacolata nel convento di Benevento.

Ha rispettato e obbedito al Commissario Padre Volpi, legittimo superiore dei Frati?

Qui si pone un problema.

Si ha l’impressione di essere in uno stesso club, come il “circolo dei cacciatori” che ancora sorge in un quartino pianoterra nella piazza di qualche paesino dell’entroterra dove i vari soci, tra una briscola e un bicchiere di vino, aspettano l’apertura della stagione vagheggiando nuove prede.

Credono moltiplicare le forze con i tanti cani a loro disposizione, ma la volpe è sempre viva e di essi se ne fa una beffa, anzi… un baffo!

LA NEGAZIONE DELL’EVIDENZA

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Fino a quando può durare la difesa a oltranza dell’indifendibile?

Fino a quando si possono coprire decenni di abusi nel chiostro?

Perché illudersi sparando sui cadaveri, demolendo le macerie e non capire che “la guerra”, una volta persa, è ormai finita? 

 

Negli anni ’70 in Indonesia e nelle foreste delle Filippine c’erano dei soldati giapponesi nascosti che credevano che la Seconda Guerra Mondiale non fosse ancora finita.

Può sembrare pura follia, ma questi militari fedeli al rigido codice etico del Bushidō, che considerava profondamente disonorevole la resa al nemico, ritennero impensabile che l’Impero del Sol Levante si fosse arreso, arrivando a considerare come propaganda le varie comunicazioni che annunciavano la fine della guerra; altri, tagliati fuori dalle loro unità dopo le offensive degli Alleati, semplicemente non vennero mai a conoscenza della fine del conflitto, o, se ne vennero a conoscenza, scelsero di non rientrare in patria. Molti di loro continuarono ad attuare azioni di guerriglia contro l’esercito statunitense o contro altre forze locali (in particolare, l’esercito e le forze di polizia delle Filippine), ma altri scelsero di restare nascosti in zone inaccessibili o in appositi rifugi.

Si tratta di dinamiche psicologiche individuali o di gruppo alle quali stiamo assistendo in questi giorni nei quali le lunghe giornate di sole sembrano fare luce sulle tenebre che avvolgevano la vicenda dei Francescani dell’Immacolata.

Un episodio curioso di resistenza a oltranza nella difesa del Padre Manelli è ad esempio un anonimo post del 25 giugno 2015 pubblicato sul blog privato denominato “Libertà e Persona”.

Nell’assoluto rispetto della libertà di espressione e della dignità della persona ci permettiamo di criticarlo, forti del principio di reciprocità quale elemento di giustizia e di pace.

Ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione e non essere offeso dal reato di violenza privata.

L’esordio è davvero infelice poiché attacca indebitamente sia il defunto Padre Fidenzio Volpi, gloriosamente “caduto” nell’adempimento del dovere, sia dei frati qualificati come appartenenti a un “piccolo gruppo di ribelli”.

Non viene specificato il loro presunto esiguo numero, né il soggetto al quale si sarebbero ribellati.

Siamo certi, tuttavia, che sono fedeli al Papa, alla Chiesa e ai loro legittimi superiori; è quanto basta per essere dei religiosi obbedienti.

L’anonimo scrive che “i frati, ormai, sono stati distrutti con incriminazioni vaghe e indefinite, che hanno perso via via consistenza nel corso del tempo”.

In verità le accuse, almeno quelle della vera stampa, riguardano esclusivamente Padre Stefano Manelli.

Non entriamo nel merito del giudizio, ma lasciamo la Magistratura e la Chiesa fare il proprio dovere.

I fatti finora non depongono certo a favore del Fondatore.

Con il dovuto garantismo da parte nostra, Padre Manelli dovrà comunque giustificare ai giudici delle varie sedi: penale, civile, ecclesiastica, alcune sue responsabilità.

Inutile l’uso della vile cortina fumogena contro padre Volpi riesumando la questione dell’infelice mediazione con la famiglia Manelli su una presunta diffamazione ai loro danni.

Su questo inoriginale accadimento, in modo ampio e documentato, già ne parlammo all’epoca dei fatti (qui )

(qui

e rimandiamo i nostri lettori all’approfondimento.

Padre Manelli dovrà invece rispondere di alcune sue azioni quali l’immobilizzo e la gestione di un patrimonio da 30 milioni di euro, un flusso annuo di cospicua quantità di denaro, l’appropriazione e tentato sfratto ai danni di una nonnina nonuagenaria di San Giovanni Rotondo dopo la firma dell’atto di donazione del suo immobile, la diversa finalità e il cambio dei componenti delle Associazioni da lui volute per la gestione dei beni dell’Istituto che oggi sono sotto sequestro cautelativo… Ci fermiamo qui per non dilungarci.

In alcuni casi il venerando sacerdote non appare direttamente, è vero, ma la costante dinamica procedurale e le ingenue testimonianze dei soggetti interessati alle azioni, inducono a pensare che sia la mente organizzativa.

Esistono tuttavia altri fatti – suffragati da decine di testimonianze – nei quali Padre Manelli è direttamente ed esclusivamente coinvolto.

Tutto è da verificare, ma l’arco temporale largo e la diversità anagrafica e di origine topografica dei soggetti che gli hanno puntato il dito d’accusa fornendo dettagli convincenti, gli attribuiscono comportamenti moralmente indecenti.

Le Suore non sono “un nuovo privilegiato bersaglio” della stampa professionale e nazionale, ma le VITTIME di una situazione consumata e abusata.

Oltre agli atti di libidine per alcune, specie negli anni Novanta, le vessazioni di cui sono state oggetto in tempi più recenti non sono forse riconducibili personalmente al padre Manelli, ma sicuramente di sua conoscenza e attribuibili a quel piccolo gruppo di eterne Superiore prive di umanità, maternità e preparazione, promosse a un ruolo sociale che si sono cucito addosso in base alla loro indiscussa “fedeltà al Fondatore”.

Il genitore di una figlia offerta a Dio, dalla quale sa di non poter avere nipotini, piange lacrime amare miste a rabbia sanguigna nello scoprire che una persona reputata “santa” profitti della sua autorevolezza e della sua presunta impunità per toccarle parti intime o indurla a formulare voti di vittima e patti di omertà vergati a sangue.

L’opinione pubblica è indignata e invoca giustizia.

Il Libro 13 di Daniele ci parla di Susanna, sposa affettuosa ed irreprensibile di Joachim, come di Gesù sono spose tutte le consacrate e le Suore Francescane dell’Immacolata.

Due anziani magistrati si erano invaghiti di Susanna e architettarono lo sporco ricatto dell’accusa di adulterio con un fantomatico giovane qualora la casta giovane non avesse accondisceso alle loro pulsioni libidinose.

Si dicevano: « Chi le crederà? Siamo due rispettabili e insospettabili anziani! » 

Susanna preferì essere ingiustamente accusata e condannata alla lapidazione pur di non tradire il bravo marito.

A questo punto però la Bibbia ci racconta dell’irruzione nella scena di un giovinetto chiamato Daniele che significa dall’ebraico: “Dio è  il mio giudice”.

Interrogando separatamente i due libidinosi, Daniele smascherò la loro menzogna e i due vecchioni vennero condannati a morte secondo la legge di Mosè. 

Susanna salvò il suo onore, la sua dignità e la vita.

Vengono le lacrime agli occhi nel pensare alle tante giovani vite « rovinate” da padre Manelli: frati, suore, intere famiglie…

Riesce male la testimonianza dell’Anonimo blogghista che considera “virtù” la richiesta di cibo di un certo Padre Serafino alle cucine degli hotel fiorentini a cinque stelle nei pressi di Ognissanti che lui chiama « bar » .

Che nelle comunità che vivono poveramente si possano consumare cibi appena scaduti  non dovrebbe scandalizzare più di tanto, ma il problema sorge quando ci sono i danni sulla salute di alcune suore, magari celiache, così come quando c’è l’avido approvvigionamento di  sacchi di liofilizzati scaduti da anni o l’accumulo di riserve a quintali di ceci e fagioli in funzione di una profezia su “attacchi nucleari” o “asteroidi in rotta di collisione sulla terra” rivelata da padre Manelli.

Il luogo privilegiato per tali rivelazioni era sempre il refettorio o il ristorante quando partecipava a qualche pellegrinaggio a Fatima o in Terra Santa del quale, per decenni, diceva sempre: “è l’ultimo”.

Si racconta dello stuolo di familiari e figlie spirituali che si commuovevano, disposte ad offrirsi vittime, a tributargli centinaia di « rosari » purché continuasse a viaggiare e… a riempire pullman e aerei per gli organizzatori.

Chiedere per credere.

Quanto ai cibi il problema sussiste a partire dal momento in cui sugli yogurt c’è la muffa, le scatole di pelati esplodono per la saturazione dei gas da putrefazione, mentre per il padre Manelli, il solito benefattore di turno, procura e magari prepara cibi di prima scelta e succulente leccornie.

Unonesta ospite dei conventi di suore sicuramente può testimoniare quanto esposto, così come qualche ospite dei frati può e deve confermare della “dieta speciale” di Padre Manelli, l’unico ammalato che da sempre aveva diritto a un trattamento di riguardo.

L’Anonimo del post continua: “Povertà, obbedienza, rinuncia a tv, beni e comodità varie… non sono facili da sopportare a lungo, senza una intensa vita spirituale”.

Ci chiediamo quale fosse nel passato e quale sia in questo momento la povertà, l’obbedienza, lo spirito di rinuncia (sic) di padre Manelli.

Cosa intende come « intensa vita spirituale? » 

Chi è il confessore e l’accompagnatore spirituale (se esiste) di padre Manelli?

Non era per lui impensabile avere denaro in cassa, conti correnti bancari (indipendentemente dal saldo), fare vacanze…?

Ovvio che le accuse c’erano sempre state e non stupiscono per chi lo conosce sufficientemente bene.

L’impostazione teologica, anzi ideologica di Padre Manelli non c’entra nulla con il dissenso e le accuse nei suoi confronti; sono fatti suoi e di chi lo seguiva dall’interno del convento.

Le famiglie piuttosto sono rimaste per troppo tempo ignare di cosa succedeva alle loro figlie e del perché, una volta rientrate in casa, abbandonato l’Ordine per disperazione, erano traumatizzate, avevano paura di parlare e di confidarsi persino con i genitori, incapaci – a distanza di anni – di stabilire una relazione serena anche col marito o di vivere in pace in un altro Istituto religioso…

Troppi fantasmi continuano ad inseguirle, tristi ricordi, scrupoli, forse ricatti da compromettenti compromessi, in una giovane vita sacrificata al “vitellone d’oro”.

Chi è rimasta dentro, come i « soldati invisibili » giapponesi, è totalmente all’oscuro di quello che succede fuori, privata pretestuosamente da ogni canale d’informazione che non sia la “propaganda politica” della sua superiora e l’induzione al vittimismo contro una Chiesa descritta come matrigna, un mondo cattivo e minaccioso e dei genitori sciagurati per la salvezza dei quali bisogna offrire le sofferenze del convento.

Ha la sensazione che « qualcosa non va », ma non ha il tempo, non ha gli strumenti per un corretto discernimento. Serrati sono i ritmi e gli orari di vita comunitaria. Mai adeguato spazio personale. Si fa di tutto per non lasciare pensare; si è sempre stanche, apatiche, insoddisfatte fino al crollo totale, la dispensa da alcuni atti comunitari, il tentativo di recupero e poi la spedizione a casa, quando incombe per le Superiore lo spettro del ricovero in psichiatria.
 
« Non raccontare nulla fuori se vuoi che ti facciamo uscire; i “modernisti”  ci vogliono distruggere… Solo noi abbiamo le vocazioni! Gli altri Istituti sono rilassati, sono invidiosi di noi… Se parli ne porterai tu la colpa… ».

Qui la durezza della Regola non c’entra nulla.

Il problema è la mollezza personale di chi ha fatto certe regole imponendo l’osservanza agli altri e non a se stesso.

In una sola parola: ipocrisia.

Miserere nobis.

Diciotto giovani ricevono l’abito francescano nelle Filippine

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Da sinistra a destra:
Bro. Jeffrel, now Friar Peter Julian Maria
Bro. Ismael, now Friar Louis Maria
Bro. Oelry, now Friar Gabriele Maria
Bro. Marion, now Friar Raphael Maria
Bro. Marifel, now Friar Lawrence Maria
Bro. Jann Derick, now Friar Giovanni Maria
Bro. Drayan, now Friar Archangelo Maria
Bro. Paolo, now Friar Rufino Maria
Bro. Juniboy, now Friar Paul Maria
Bro. Jesryl, now Friar Jeremiah Maria
Bro. Dominic, now Friar Sebastianos Maria
(kneeling from left to right)
Bro. Jeff Joshua, now Friar John Maria of Jesus
Bro. John Michael, now Friar Daniel Maria
Bro. Jenno, now Friar Andrew Maria
Bro. Eugenio, now Friar Ambrose Maria
Bro. Airwind, now Friar Alexander Maria
Bro. Orland, now Friar Aloysius Maria
Bro. Allen, now Friar Nicholas Maria

Dio li guidi e l’Immacolata e S. Francesco intercedano per loro e li proteggano!

SOSPENSIONI A DIVINIS O SOSPENSIONE DELLA VERITA’?

Cattura_comunicato

False e destituite da ogni fondamento le accuse contro il Commissario Apostolico Padre Fidenzio Volpi di aver comminato la sospensione a divinis a sei sacerdoti dei Frati Francescani dell’Immacolata, per “aver voluto cambiare Istituto”. Violenze e ammutinamenti premeditati contro i superiori e i frati in comunione con il Papa e il Commissario, fughe e prolungate assenze ingiustificate dal convento, il vero movente delle salutari sanzioni disciplinari.

 

La “strategia” degli oppositori al Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata, alla luce di recenti post sui soliti blog di nicchia ultra-tradizionalista, oltre a dichiarare la specificità politico-religiosa dei soggetti attori e redattori, conferma la scelta dell’agitazione mediatica come unico e reiterato strumento al quale consegnare l’utopica rimozione del provvedimento attraverso la vile e pretestuosa delegittimazione “emotiva” delle Autorità che lo hanno emanato.

Con l’escamotage della mera traduzione di un post preso dal blog anglosassone Rorate Coeli utilizzato in mera presunzione per  tutelarsi da eventuali ritorsioni penali nell’ambito della giurisdizione statale, Corrispondenza Romana, San Pietro e dintorni e Messainlatino si piegano al ruolo di quello che un tempo si chiamava “lo strillone”, colui cioè che annuncia lo scoop impresso in un’edizione straordinaria.

Esisterebbero nella fauna webbistica altre casse di risonanza, ma la qualità degli amministratori e la quantità degli internauti le rende insignificanti, più di quelle appena citate.

All’ordine del giorno questa volta è la notizia della “sospensione a divinis” di sei Religiosi ordinati in sacris.

Il Commissario Apostolico è comparato al gigante Polifemo, immagine indovinata se si considera l’identità dei suoi oppositori: “Il Signor Nessuno”.

Con la solita tecnica di distrarre l’ignaro lettore dal vero oggetto della questione e suscitare l’indignazione che si prova verso un presunto carnefice di inermi fraticelli, viene avanzato, come movente della censura ecclesiastica, la volontà di “lasciare l’Istituto” da parte dei chierici sanzionati.

Peccato che il “multiforme ingegno ulissiano” del redattore ispiratosi ad Omero non presenti i fatti nella loro verità appellandosi, a ulteriore detrimento della costruenda arringa retorica, ad un presunto difetto procedurale.

Il Commissario Apostolico, nell’esercizio dei suoi poteri, ha dovuto applicare la misura disciplinare della sospensione “a divinis” nei confronti di sei Religiosi dell’Istituto, di cui uno nigeriano e cinque filippini non certo per sanzionare, come affermato nell’articolo, la loro “volontà di lasciare l’Istituto”.

La sospensione a divinis, inoltre, contrariamente a quanto affermato dall’articolista, che oltre a non conoscere i fatti misconosce il Diritto Canonico, non è la sanzione più grave, come lo sarebbe ad esempio la riduzione allo stato laicale. La sospensione, infine, non è necessariamente permanente.

La volontà di lasciare un Istituto religioso, come afferma lo stesso blogghista,  non costituisce nessuna violazione delle norme vigenti.

La richiesta di dispensa dai Voti costituisce infatti un diritto di ogni Religioso, regolato dal Codice di Diritto Canonico. La concessione effettiva, invece, rimane una grazia. I Voti sono una promessa fatta a Dio, e non di un’esperienza stagionale di volontariato nella Caritas.

Se il Commissario considerasse erroneamente la presentazione di tale istanza  come una infrazione al Voto di Obbedienza, egli avrebbe già sanzionato tutti coloro che l’hanno interposta, ed avrebbe adottato tale misura nei confronti di quanti sono stati recentemente sospesi “a divinis” fin dal momento in cui si sono rivolti per questo scopo alla Congregazione competente.

Tuttavia, di fronte al comportamento di quanti, avendo inoltrato domanda di dispensa dai Voti, si ritenevano non più vincolati ai doveri derivanti dall’appartenenza all’Istituto, il Commissario Apostolico ha dovuto richiamarli alla osservanza di tali obblighi, che perdurano fino all’eventuale accoglimento dell’istanza da parte della Congregazione.

Rientra parimenti nella competenza disciplinare della suprema Autorità dell’Istituto, nel caso specifico il Commissario Apostolico, ogni  comportamento tenuto dai Religiosi fino a quando la dispensa dai Voti produca i propri effetti giuridici.

Il comportamento tenuto per una parte da un Religioso nigeriano e per l’altra parte da sei Religiosi filippini configura un gravissimo “vulnus” al Voto di obbedienza.

 

Inizia qui la nostra “Odissea”.

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NIGERIA

 

Il provvedimento riguardante il Religioso nigeriano è stato adottato in relazione con le sue responsabilità nella rivolta scoppiata il 20 e 21 agosto scorsi nella Casa Mariana di Sagamu, durante la quale numerosi seminaristi – essendosi ammutinati – hanno sottoposto a vessazioni il loro Padre Guardiano, preso in ostaggio con la sottrazione delle chiavi della sua autovettura e del telefono cellulare che lo privavano, checché se ne dica, di ogni libertà di movimento e di comunicazione verso l’esterno.

Questo in rappresaglia alla destituzione del precedente Superiore, che aveva permesso numerosi abusi alla disciplina conventuale, omissioni nella formazione pedagogica e complicità verso Frati indisciplinati, non ultimo un Sacerdote del Ghana venuto in Italia malgrado l’interdizione formale e sorpreso poi a chiedere soldi senza nessuna autorizzazione.

E’ chiaro che tali comportamenti si consideravano legittimati dalla campagna di disprezzo e anarchia orchestrata ai danni del Commissario.

Nel corso di questa sommossa ci sono stati tafferugli tra i formandi, si è verificato un intervento della Polizia locale per sedare la sedizione, e l’Ordinario della Diocesi ha dovuto trattenersi per ben otto ore consecutive nel Convento per placare gli animi: intento riuscito solo in parte, dato che il malanimo nei riguardi del Padre Guardiano e di altri tre Religiosi nigeriani inviati dall’Italia a sua protezione e ad inquirendum et referendum, è proseguito ben oltre la presenza del Vescovo nel Convento.

Il Religioso sospeso si è recato a Sagamu e vi si è trattenuto, come egli stesso riconosce nel ricorso in opposizione contro il provvedimento disciplinare, benché non ne fosse autorizzato e nemmeno avesse richiesto ai Superiori il dovuto permesso.

Questo Religioso aveva lasciato con il consenso delle Autorità dell’Istituto, la Casa Mariana di Bembereké, in Benin, cui era assegnato, ma solo al fine di assistere la madre, a suo dire gravemente ammalata e residente a Lagos.

In realtà egli si è recato piuttosto a Sagamu.

Tale atto di disobbedienza gli era già valso una ammonizione, contenuta in una lettera obbedienziale del Commissario Apostolico inviatagli in data 8 agosto, cioè ben prima dell’inizio della rivolta.

In tale lettera, gli veniva contestato di essersi dedicato “a svolgere un’opera di divisione tra i nostri Religiosi, e formandi, istigandoli alla disobbedienza e pronunziando forti critiche, tanto inammissibili nel tono quanto immotivate, rivolte alle Autorità dell’Istituto”.

Trovandosi a Sagamu, egli si era inoltre recato “presso l’Ordinario del luogo” facendosi “accompagnare dagli altri tre Sacerdoti africani del Convento, per chiedere l’accoglienza canonica per tutti e quattro”.

Il Commissario Apostolico non metteva in discussione il “diritto di compiere individualmente tale passo, ma esso – se compiuto collettivamente – avrebbe privato la nostra comunità, in caso di esito positivo, di ogni presenza sacerdotale: risulta evidente – concludeva il Commissario Apostolico – l’intenzione di danneggiare l’Istituto”.

Fin qui l’esposizione delle motivazioni nel merito del provvedimento disciplinare, che ampiamente lo giustificano.

Si aggiunga che il relativo Decreto è stato emanato quando ancora perdurava la rivolta, e soprattutto la violenza sulla persona del Padre Guardiano, anziano fondatore della Missione, il che costituisce non solo un delitto canonico, ma anche un reato previsto e sanzionato dalle norme penali di ogni Stato.

Occorreva dunque intervenire con urgenza con tutti gli strumenti posti a disposizione dall’ordinamento canonico per fare cessare una situazione di violenza e di illegalità, ma soprattutto di pericolo per il Padre Guardiano, della cui vita il Commissario Apostolico è il primo responsabile.

Dalle testimonianze raccolte, scritte e registrate dai visitatori da testimoni oculari, è acclarato l’intento divisorio e il proposito di violenza indotto dal Sacerdote sospeso.

Costui, promosso dal vecchio governo dell’Istituto subito dopo la sua Ordinazione sacerdotale di due anni fa alla guida dei postulanti della Nigeria, aveva accolto vocazioni ritenute non idonee dai precedenti formatori.

Si tratta degli stessi giovani che hanno capeggiato la rivolta. Si è scoperto che costoro conducevano una vita dissoluta in Convento, abusando di alcool e agendo con bullismo verso altri Seminaristi. Un mini esercito di balordi alle dipendenze di un Sacerdote problematico, che continua a scorrazzare illecitamente in una berlina a uso personale, mentre presenta ricorsi in opposizione, si minaccia ricorsi gerarchici e richiede sanzioni nei confronti dei testimoni.

Il Religioso sospeso invoca comunque, in Diritto, un asserito “error in procedendo” da parte del Commissario Apostolico, basandosi sulla prescrizione, stabilita dal Canone 1720, di un previo colloquio con il soggetto sottoposto a procedimento amministrativo.

Tale adempimento risultava però materialmente impossibile , come era già risultata impossibile la notifica personale della citata lettera a lui indirizzata l’8 agosto 2014.

Il Religioso, in primo luogo, non si trovava presso la Casa Mariana di appartenenza, da cui era stato autorizzato ad assentarsi.

Né egli ha in alcun momento comunicato il recapito della casa di sua madre, nella quale comunque – per sua stessa ammissione – NON si trovava, essendosi illecitamente trasferito a Sagamu.

Infine, una notifica in tale luogo, costituendo la sua presenza uno dei motivi sia dell’anteriore ammonizione, sia della successiva sanzione, avrebbe potuto essere invocata – benché impropriamente – come una sanatoria o una implicita approvazione dell’illecito commesso dal Religioso.

Per questi motivi, è da escludere la possibilità di invocare un supposto “error in procedendo”.

 

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FILIPPINE

 

Per quanto riguarda il caso dei cinque Religiosi filippini, occorre rilevare in primo luogo che la disobbedienza di cui si sono resi responsabili rivela che il loro comportamento non si configura come determinato da decisioni individuali, bensì inserito in un disegno collettivo e coordinato, non sappiamo se per un comune accordo o in adempimento di indicazioni emanate da altri.

Prescindendo da una esposizione dettagliata dei casi individuali, occorre tenere presente che tutti questi Religiosi, più un sesto che non è Sacerdote, si sono assentati in un breve volgere di tempo ciascuno dalla Casa Mariana di appartenenza (in tre casi sita in Italia), senza richiederne l’autorizzazione alle Autorità dell’Istituto e senza nemmeno darne loro alcun avviso salvo che “a posteriori”, una volta consumata la disobbedienza.

Tutti quanti questi Religiosi si sono concentrati nel territorio dell’Arcidiocesi di Lipa, ove godono dell’ospitalità dell’Ordinario locale.

Il Commissario Apostolico gli si è dunque rivolto, chiedendogli chiarimenti, dal momento che i Religiosi – in attesa dell’esito delle rispettive istanze di dispensa dai Voti – sono tuttora sottoposti all’Autorità dell’Istituto.

L’Arcivescovo ha risposto di averli interrogati, ma il Commissario Apostolico ha rilevato e fatto notare che due domande non erano state poste a costoro: se cioè la loro posizione canonica fosse regolare e se si dichiarassero obbedienti allo stesso Commissario, ma soprattutto a Sua Santità il Sommo Pontefice.

L’omissione di tali domande da parte dell’Ordinario non mette in buona luce il suo operato.

Anche i Religiosi filippini sono stati ammoniti, con due successive lettere, ed infine sanzionati.

Se effettivamente le tre comunicazioni sono giunte loro contestualmente, lo si deve alla difficoltà nel reperirli, cui la Delegazione dell’Istituto nelle Filippine ha potuto fare fronte solo parzialmente.

Quanto alle motivazioni nel merito del provvedimento disciplinare, sia nei ricorsi in opposizione interposti dai Religiosi sospesi, sia nell’articolo apparso su “Corrispondenza Romana” si domanda se la sanzione adottata dal Commissario Apostolico sia dovuta all’abbandono non autorizzato della Casa Mariana cui essi erano assegnati, ovvero ad un tentativo di minare l’unità dell’Istituto e della stessa Chiesa.

A questa domanda si risponde affermando che nel comportamento tenuto collettivamente da questi Religiosi si riscontrano entrambe queste azioni, per giunta inserite nell’ambito di un medesimo disegno delittivo: l’abbandono, manifestamente coordinato, dei Conventi in cui essi risiedevano era in funzione di raggrupparsi – come effettivamente è avvenuto – presso l’Arcidiocesi di Lipa, in cui hanno trovato l’ambito territoriale e le complicità necessarie per portare a compimento precisamente un tentativo di dividere l’Istituto.

C’è da domandarsi infatti chi abbia potuto pagare ai tre Sacerdoti il biglietto aereo per le Filippine.

Dell’esistenza di tale tentativo fornisce d’altronde conferma l’articolo apparso su “Corrispondenza Romana”.

Per quanto attiene all’asserito “error in procedendo”  consistente nell’omissione -– a detta dei ricorrenti e dell’anonimo estensore dell’articolo – dell’adempimento prescritto dal Canone 1720,  vale quanto detto a proposito del caso del Religioso nigeriano.

I cinque Religiosi filippini, infatti, non si trovavano più – come essi stessi hanno ammesso nei rispettivi ricorsi in opposizione – nelle Case Mariane cui erano assegnati, ed una notifica presso il loro domicilio abusivo nel territorio dell’Arcidiocesi di Lipa, costituendo la loro presenza in tale luogo uno dei motivi sia delle anteriori ammonizioni, sia della successiva sanzione, avrebbe potuto essere invocata – sia pure impropriamente – come una sanatoria o una implicita approvazione dell’illecito da loro commesso.

In conclusione, le Autorità dell’Istituto ritengono di avere provveduto in piena aderenza con il Diritto Canonico, agendo per la salvezza dei corpi, per la salute delle anime e per il bene supremo della Chiesa.

Mutatis mutandis, ci si è confrontati con l’atteggiamento di chi crea con arroganza situazioni di fatto, come avviene nell’abusivismo edilizio, scommettendo sul successivo condono dello Stato.

Questo spiega perché la Santa Sede tardi la concessione della grazia – non diritto -– della dispensa dai Voti.

Ca va sans dire, che è falso attribuire al Frate assistente di Padre Volpi un’affermazione circa l’impossibilità della concessione della dispensa per i prossimi tre anni.

Può essere necessario un periodo più lungo, come anche un periodo più breve in base alle reali intenzioni dei richiedenti la dispensa dai Voti.

E’ palese infatti il disegno di creare un nuovo raggruppamento di soggetti che perpetuino le stesse dinamiche determinanti il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, sotto un’altra veste e un nuovo nome.

Questo in contrapposizione all’Istituto d’origine e in opposizione all’attuale Pontificato.

In una landa desolata dell’Estremo Oriente, lontano da Roma, un’operazione del genere passerebbe meno osservata.

Ci è giunta infatti notizia della costituzione di un’Associazione Pubblica di fedeli nata nelle Filippine, ma rappresentata in Italia da uno solo dei circa venti ex seminaristi, che non hanno rinnovato i Voti provocando con la loro defezione una diminuzione del numero complessivo dei Professi temporanei.

La matematica non è un’opinione.

A chi, come il blogghista di Corrispondenza Romana, si domanda perché “tanti” frati vogliano lasciare l’Istituto, la risposta è semplice!

In base alle stese testimonianze di frati che non hanno ceduto a forme di plagio o promesse messianiche di facile studio e rapida Ordinazione presbiterale, è il Fondatore in persona che li invitava a non rinnovare i voti, coadiuvato da ex formatori a lui legati e notoriamente in opposizione al Commissario.

Quanto ai Vescovi che appoggiano la cinquantina di dissidenti di cui il Papa – secondo i blogghisti – sta chiedendo la lista, non ce n’è nessuno in Africa, uno solo nelle Filippine e quanti le dita di UNA mano in Europa dove quasi tutti accetteranno comunque le disposizioni finali della Santa Sede.

Per amore alla verità, nessun Frate è costretto a vivere in “un ambiente che è altamente repressivo”.

Con pazienza e carità si stanno piuttosto creando comunità omogenee o tranquille, in aiuto a quei Frati confusi o problematici che avrebbero chiesto la dispensa dai Voti, molti dei quali senza neanche un Vescovo accogliente.

E’ altrettanto falsa la notizia del numero crescente di Religiosi dell’Istituto che chiedono la dispensa dai Voti.

Oltre a darsi il caso di chi, dopo aver aperto gli occhi o essersi pentito, ritorna indietro e denuncia chi lo ha indotto a chiedere la dispensa dai Voti, con il mese di settembre si è finalmente pervenuti alla stabilizzazione della situazione: chi non era convinto di perseverare nel cammino tracciatogli dalla Provvidenza preferendo seguire – come Ulisse – le sirene umane, si è assunto la responsabilità di lasciare l’aratro nel solco francescano dell’Immacolata e volgersi indietro.

Si contraddice quindi chi compara il Padre Volpi al Faraone d’Egitto che non lasciava partire gli Israeliti.

Chi non vuole seguire la legittima autorità della Chiesa, sua sponte è rimasto nella terra della cattività, quella della falsa promessa, la stessa che viene millantata da finti Mosé di una dolorosa, ma purificatrice vicenda ad maiorem Dei gloriam!

 

Per amore alla verità e ai miei confratelli che testimoniano, come degni figli della Chiesa, fedeltà al Papa e obbedienza ai legittimi superiori.

P. Alfonso Maria Angelo Bruno FI

Portavoce Ufficiale dei Frati Francescani dell’Immacolata