La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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MANELLI DEVE RESTITUIRE 30 MILIONI ALLA CHIESA

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Loredana Zarrella

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Frigento. Nel convento di Albenga, dove ora risiede, ad oltre 800 chilometri di distanza da Frigento, Padre Manelli stringe tra le mani un nuovo documento, articolato in vari punti, tra cui l’intimazione di restituire tutti i beni alla Santa Sede.

È un decreto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata, firmato dal prefetto João Braz de Aviz, che gli è stato consegnato a mano direttamente dai commissari dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata, il salesiano don Sabino Ardito, per il ramo maschile, e Suor Noris Adriana Calzavara, per il ramo femminile.

È una carta riservata, non di pubblico dominio, di cui Il Mattino è venuto a conoscenza attraverso fonti attendibili. Indiscrezioni che trapelano tracciando nuovi capitoli nella storia della Congregazione fondata a Frigento da Padre Stefano Maria Manelli.

Sarebbero quindici i giorni di tempo entro cui il frate 83enne dovrebbe far restituire tutto alla Santa Sede.

Si tratta dei beni delle associazioni Missione dell’Immacolata di Frigento e della Missione del Cuore Immacolato di Benevento, per cui si è aperto un contenzioso anche presso il Tribunale di Avellino. Sotto accusa la sottrazione di beni ecclesiastici all’Istituto dei frati e delle suore dal saio grigio-celeste.

Beni mobili e immobili, per 30 milioni, sotto i riflettori delle Fiamme Gialle. In discussione il cambiamento di gestione del patrimonio, in un primo momento amministrato solo da religiosi, secondo la stessa volontà del frate fondatore.

Padre Manelli avrebbe poi fatto entrare laici di sua fiducia e familiari nel governo di questi averi, procurando un danno all’Istituto ormai commissariato. Nel decreto ingiuntivo consegnato a Manelli anche il divieto di confessare le suore e la richiesta di non fare ostruzionismo alle azioni del commissariamento.

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Per tre anni sarebbe stato posto, inoltre, il blocco dell’ammissione di nuove vocazioni alle suore per impreparazione delle formatrici.

L’indiscrezione sul nuovo documento giunto nella città ligure direttamente dal Vaticano viene rafforzata da quanto affermato da Marco Tosatti sul suo blog «Stilum Curiae» circa la volontà della Congregazione di chiudere a breve la questione legata ai Frati Francescani dell’Immacolata.

Dopo il ricorso alla Segnatura Apostolica, da parte di alcune suore contro il commissariamento- ricorso che aveva depotenziato l’autorità della commissaria e delle sue collaboratrici – adesso si profila una riformulazione del decreto di commissariamento a firma del Santo Padre stesso in modo che il provvedimento risulti inappellabile, come fu per i frati nel 2013.

Troppe, evidentemente, le inosservanze delle Superiori durante questo periodo di ricorso.

Le stesse Suore Superiori che molte ex suore hanno accusato di abuso di potere, con cui le sottoponevano ai marchi a fuoco, a penitenze disumane, a umiliazioni, costringendole all’idolatria del padre fondatore fino a un voto segreto di fedeltà, in alcuni casi vergato a sangue, abolito da Papa Francesco solo lo scorso anno.

Il Mattino, ed. Avellino 1/02/2017

ATTACCO SURREALE

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Nuove pennellate dalle tinte fosche si sovrappongono ai colori del quadro surreale che immortala il dramma della vicenda di Stefano Manelli,  fondatore dei Francescani dell’Immacolata.

Sembra quasi che la tela si stia strappando dalla nervosa pressione dello strumento da disegno compromettendo un insieme nel quale non c’è più grazia; è uno scarabocchio dove manca pietà e dignità.

In veneranda età gli orizzonti alle volte si restringono, si sa.

Alle cataratte degli occhi si aggiungono – in alcuni – quelle dello spirito.

Quando la visione diventa ristretta non si va più indietro nel bilancio dei successi e dei fallimenti di una lunga esistenza e purtroppo non si va nemmeno più in avanti nella progettualità di una vita da rinnovare.

Gli orizzonti soprannaturali dovrebbero piuttosto amplificarsi al tramonto della propria storia come lo spettacolare calar del sole sul mare in estate.

Se non si è vissuti in maniera autenticamente spirituale, più si matura in età, più si diventa invece egoisti e cinici; più si invecchia e più si diventa… acidi.

Gli altri, allora, vengono odiati non tanto per il nome e cognome che portano, quanto per quello che rappresentano: il richiamo della coscienza.

Il 14 marzo 2015 la versione on line del quotidiano grillino “Il Fatto Quotidiano (senza riproduzione sul cartaceo) pubblica a firma di Thomas Mackinson un interessante pezzo sul quale viene reiterata la versione di padre Manelli: “Sesso, sangue e soldi? Complotto per accaparrarsi 30 milioni di beni (sic)”.

Vengono fatti solo alcuni dei nomi degli undici denunciati  che poi « aumentano” a quindici verso la fine dello stesso articolo:

Bruno

http://fidesetforma.blogspot.it/2016/02/rettifica-e-scuse-padre-alfonso-maria.html,

Calloni

https://www.facebook.com/profile.php?id=100004777485809&fref=nf

Lattanzi, Turturiello, Iovine.

Nulla di nuovo sotto il sole. Si spara nel mucchio per mostrare che si tratta di un fatto grosso, ma ci si concentra su pochi, per rendere più efficace l’intento distruttivo su questioni già trattate e ritrattate, personaggi già noti e soprattutto scomodi.

Ormai ci si venderebbe anche al Diavolo pur di galleggiare nella rete fognaria.

Solo nei grandi processi di Mafia l’indagato principe ha osato la mossa di denunciare in blocco tutti i suoi accusatori, a pochi mesi dall’inizio del Processo. Una mossa già conosciuta e registrata nella storia della Magistratura.

L’illecito nell’illecito: la tentata vendetta personale, il dossieraggio finalizzato ad inquinare le testimonianze reali delle vittime.

Sembra l’ultimo atto di una prolungata saga dove, in filigrana, il posizionamento disciplinare nei confronti della Chiesa potrebbe portare il Manelli a nefaste conseguenze sul piano canonico, oltre che civile – penale.

L’articolista, citando il legale di padre Manelli, l’avv. Enrico Tuccillo, parla di una denuncia depositata il 2 marzo 2016.

E’ possibile che il ricorso alla stampa sia l’espediente per fare pressione sulla Procura.

In essa “ipotizza un complotto di alcuni frati ai danni del Manelli e dell’ordine al fine di ‘impossessarsi dei beni dell’istituto’: sarebbero gli istigatori delle ricostruzioni ‘fantasiose’ che hanno demolito l’immagine del religioso, adoperandosi nel confezionare e diffondere il citatissimo ‘dossier’ che ha contribuito ad allargare le indagini dalla truffa alle violenze, sempre presunte”.

Su un comunicato ufficiale dell’Istituto religioso del 26 marzo 2015 così si leggeva: La quantità e l’identità dei beni sequestrati ci era in gran parte sconosciuta, il che conferma i dubbi sulla trasparenza della loro gestione”.

I frati quindi non sapevano nulla o quasi prima del commissariamento.

Lo stesso articolista riporta in riferimento al Manelli:gestione ‘arbitraria e personale’ di beni e risorse provenienti da lasciti e donazioni”.

A chi o a cosa credere?

Qualora dei frati avessero montato il caso per impossessarsi dei beni, cosa ne avrebbero fatto di quei trenta milioni di immobili?

Rimosso il Manelli dal governo, avrebbero i frati complottisti avuto la certezza di governare?

Non ci sono forse negli Istituti religiosi elezioni democratiche?

Come si svolgevano tali elezioni durante il governo Manelli?

Quanti erano gli elettori sui quattrocento frati ostentati sulla stampa?

Se pur avessero governato, il potere dei “complottisti” sarebbe stato permanente nel tempo e monocratico nella forma come quello del Manelli?

Viceversa, come ha potuto oziosamente e furtivamente  immobilizzare un tale patrimonio Stefano Manelli?

Sembra che alcuni autorevoli Frati Minori Conventuali testimonino oggi in varie ed opportune sedi di un rapporto poco trasparente con il denaro da parte del Manelli già durante il periodo nel quale militava nel loro Ordine. Si parla di oltre il miliardo delle vecchie lire.

Manelli fu Ministro Provinciale a Napoli dal 1982 al 1988.

Cosa spinse davvero il Manelli a separarsi dal suo Ordine di appartenenza?

Dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, intanto, informano che agli inizi degli Anni Novanta fu bocciata la proposta del Manelli del suo generalato a vita una volta fondato il nuovo Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata.

Come ha potuto allora quest’uomo rimanere al potere per quasi venticinque anni ininterrotti?

Oltre al portafoglio ci sono zone d’ombra anche sullo scettro e cioè sulla legittimità canonica della sua lunga e prolungata autorità.

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Le virgolette sull’espressione “false accuse” dice tutto sulla lettura del Mackinson all’intera vicenda.

Troppe le incongruenze nella denuncia firmata – si legge – da dieci persone che rischiano a questo punto la querela della controquerela.

Tutto è tanto buffo quanto strano.

Emerge poi la volontà di “arginare” il Commissario Pontificio.

“Per i ‘manelliani’ – scrive il Mackinson – il 28 luglio 2013, si presentano al notaio i consiglieri delle associazioni francescane, modificano lo statuto facendo entrare nella compagine sociale due laici (solo due? ndr) che, non essendo soggetti al voto di obbedienza, potevano disporre dei beni allo scopo di tutelarli, impedendone il trasferimento dalla Congregazione dei religiosi alla Santa Sede” (sic).

In questo si capirebbe che i beni questionati, non sono della Chiesa, ma a uso e consumo del Manelli.

Il Fatto Quotidiano rivela inoltre che “non sono mancate proposte di transazione avanzate dai commissari della Santa Sede (e naufragate) per ottenere la dimissione degli amministratori laici delle associazioni e la devoluzione dei beni alla Chiesa stessa, con impegno a restituirli poi all’Istituto”.

Questo vuol dire che si è cercato di evitare al Manelli un’eventuale condanna, di “lavare i panni sporchi in famiglia…”.

Infatti, completa l’articolista, il Manelli e gli altri indagati avrebbero beneficiato della “rinuncia ad ogni azione giudiziale”.

E’ come dire: “restituisci il malloppo e facciamo finta che non è successo niente”.

“L’accordo sarebbe poi saltato per la professata ‘indifferenza alla patrimonialitàda parte del Manelli”.

Insomma: ci tiene o non ci tiene il Manelli ai beni?

E’ lui o non è lui che ha voluto le modifiche statutarie per il cambio della compagine associativa dai religiosi (frati e suore) ai laici suoi figli spirituali, familiari, amici e amici degli amici?

Come mai inoltre negli statuti “rivisti e corretti” delle Associazioni la finalità non è più propriamente l’aiuto ai poveri e alle missioni quanto piuttosto: “lo spirito di Padre Manelli?”

Nella Prefettura di Avellino sono consultabili gli atti.

Dulcis in fundo il giorno dopo la pubblicazione del post su’ “Il Fatto Quotidiano online”  a fagiuolo c’è una nuova puntata sul “Convento degli Orrori” su “La Vita in Diretta” di RAIUNO.

Forse Manelli dopo aver rovesciato il tavolo di ogni trattativa è convinto che il modo migliore per difendersi è attaccare?

Lo avrà innervosito il silenzio della Magistratura?

Ha bisogno di ritornare ai vecchi schemi del passato?

Deve cercare disperatamente di rifarsi l’immagine o creare un contraddittorio con gli stessi titoloni delle accuse infamanti rispedite a presunti mittenti?

Quanti soldoni in questa vicenda che girano!

L’avvocato brandisce in TV un foglio con i nomi dei querelati.

C’è nervosismo e poca lucidità.

Il caso Manelli, comunque, non è la stessa cosa del caso Michele Giordano e Giuseppe Rassello, lex arcivescovo cardinale di Napoli e il parroco della Sanità difesi entrambi dal Tuccillo.

Il 2016 non è il 1990; i Frati Minori Conventuali non sono le stesse vittime di oggi; quello che ha funzionato nel passato, non può valere sempre…

Alla fine dell’intervento su RAI UNO, l’invitata Barbara Alberti fa capire che non è giusto trincerarsi per il Manelli dietro Padre Pio o San Francesco.

I due santi sono stati “sfruttati” dal Manelli per crearsi lui, nell’immaginario collettivo, un aureola di santità che in realtà è solo un alone e niente più.

Untuosità e non unzione direbbe Papa Francesco.

I santi alla Chiesa obbediscono e avendo sofferto persecuzione e tribolazioni hanno sempre cantato la “Perfetta Letizia”.

Questa è la prova della santità, se cè.

Manelli ha preferito la strada degli avvocati. Padre Pio ironizzava a tal proposito con la battuta sul “diavolo protettore”.

Manelli, “scherza con i fanti, ma lascia stare i santi”!

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La tentazione di Sant’Antonio, quadro di Salvador Dalì

I FATTI NOSTRI

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“So soltanto che i fuoriusciti, le fuoriuscite, di solito dicono, dicono, dicono e inventano, inventano inventano…  sono terribili, sono calunnie”.

 

– E’ questa la dichiarazione rilasciata da P. Stefano Manelli, fondatore dei Francescani dell’Immacolata alla giornalista di RAI 2 per la trasmissione “I Fatti Vostri” del 9 novembre 2015.

 

– Abbiamo ricevuto poco dopo questa telefonata:

 

“P. Stefano ci ha uccise due volte!

Ma non hai visto? E’ uscito per televisione!

A noi insegnava l’umiltà e lui attacca?

Ma quando pensa a pregare e a riparare i peccati?

Ha messo nella mer…  tutto l’Istituto.

Che figuraccia sta facendo fare alla Chiesa!

Gli ho anche lavato i piedi a Frattocchie e ci tratta così?!

Ma lo denuncio! Ci parlo io al Papa! A me non mi riceve?

Mi hanno fatto crepare per farmi uscire e dice che vogliamo una rivalsa?

Lo hai sentito? Dice che ci hanno detto di uscire.

Ma se da anni volevo uscire e mi diceva di resistere per salvare i genitori!

Calunnie?!

Ma io lo vado a sputt…. sotto il convento!

A me e a L. con la scusa della medaglia e come spingeva!

  1. lo disse anche al papà.

Ma stiamo a scherzare?

Dice alla giornalista come si fa a ricordare?

Dice che è passato tanto tempo ?!

 

 

Scherziamo?

Madre M. C. mi voleva pure a me fare strisciare la lingua per terra.

Da allora mi prese sull’occhio…

Facevano apposta di farmi lavare i piatti e quando rompevo quelle cose che facevano schifo mi faceva portare i cocci appesi al collo.

Suor M.M mi ha detto che le hanno detto quello che doveva rispondere alla visitatrice e poi l’avvocato vuole fare interrogare le suore?

Ci vado io e so io a chi faccio pure parlare che vuole parlare e sta soffrendo ancora dentro…

Tutta una finzione di suor S…

Hanno messo la nipote per televisione a giocare con la palla. Vuoi vedere che hanno scambiato le suore, fatto andare chi volevano loro nella comunità a San Giovanni Rotondo davanti alle telecamere.

Le solite furbe! Tutto preparato.

Ma se ci tolsero pure la ricreazione!

 

la suora più alta con gli occhiali è la nipote carnale di manelli

la suora più alta è la nipote carnale di manelli

 

–       E’ questa una delle reazioni a caldo sull’ennesimo programma diffuso sulla rete nazionale per ristabilire una verità sepolta e che stava continuando a produrre dolore alle persone.

L’Italia è scandalizzata.

Ho voluto allora fare io una telefonata a una delle molte vittime del p. Manelli la quale mi ha riferito questo:

Mesi e mesi prima di avere un colloquio (p. Stefano Manelli ndr) malgrado un sacco di volte l’ho chiesto. Stavo in crisi e lui diceva che non poteva ricevermi. Non potevo chiamare il mio parroco. Non potevo andare da don G. G.  Ero malata e lui mi diceva che non poteva muoversi.

 

–       Ecco cosa invece P. Stefano ha dichiarato oggi davanti alle telecamere:

“Papa Francesco come santità mi chiami perché io sono disposto a venire anche subito, mi chiami immediatamente proprio per chiarire, far presente tutta la realtà delle cose e tutto il bene che vogliamo cercare di realizzare per il bene della Chiesa e dell’umanità”.

 

Intanto, se la Chiesa non interviene, non darò più il mio 8 per mille e se quello che ha fatto e sta facendo p. Manelli è un bene, lo lasciamo giudicare a chi sta osservando i FATTI “Nostri”.

Sempre la solita presunzione di credere che sta salvando l’umanità.

Chiarisca anche perché ha un conto corrente personale.

 

–       Un frate di Casalucense ci disse:

“Quando dopo il Conclave venne fatto il nome di Jorge Bergoglio, P. Stefano gridò: Noooooo!!!!!”

           

L’ho sentito dire: “Bergoglio Papa è la peggiore disgrazia che potesse accaderci”.

 

Un frate di Roma ci ha riferito: “Il nipote (p. Settimio Manelli ndr) impedì agli studenti di Sassoferrato di andare alla cerimonia del 19 marzo 2013.

 

–       “Telefonò – continua la testimonianza – al superiore di Casalucense per impedire anche ai suoi frati di Sassoferrato che stavano momentaneamente a Casalucense di andare alla cerimonia di intronizzazione del Papa”.

Un frate americano  (che uscì dall’Istituto scandalizzato) disse: “Mi ritrovai con un bigliettino incollato alla porta della stanza. Non potevo andare a San Pietro…”

 

Di fronte a queste evidenze e a questo marciume, c’è chi ancora difende Manelli.

Questa volta deve alzare la posta e accusare direttamente il Papa, “il Vaticano”.

E’ davvero ridicolo difendere un personaggio simile, ma anche questo concorre alla rapida soluzione del caso.

Se la Chiesa si fosse pronunciata, visto che padre Manelli sembra oramai spezzarsi, dopo non essersi piegato da saggio e persona intelligente, lo scandalo non avrebbe assunto un tale clamore.

A chi sta ricattando Padre Manelli?

Chi sono, anzi chi erano i suoi PPR (protettori-porporati-ricattabili)?

Chiesa e Postconcilio della nota tradizionalista Maria Guarini parla di “baggianate di persecutori”?

Come si permette? Pensi alle sue di baggianate!

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Oggi su RAI Due, senza voce camuffata, è intervenuta “Alessia”, una vittima del p. Manelli che ha offerto un nuovo contributo.

“Mi diceva che se mi fossi sposata sarei andata all’Inferno. Ci facevano sempre mangiare quello che stava in un vassoio fino a finirlo, anche se si avariava dopo giorni. Volevo uscire ma mi portarono nella stanza di p. Stefano. Mia sorella è ancora dentro. Vi rimane perché è plagiata. Questo era il metodo.”

Ma ha figlie la Guarini?

Perché non si va a chiudere lei là dentro?

Nuovamente si fissa sulla questione dei beni.

Ma se li tenessero pure sti’ negozi, ste’ ville, ste’ case, sti terreni, sti poeracci!

Non ci racconti però balle, come quelle sulle Associazioni e l’amministrazione dei beni.

Tra poco alla Guarini le risponderà la Magistratura.

Quanto al solito Tosatti, speriamo che le superiore delle suore accolgano il suo invito quando scrive:

“(…) forse le religiose interessate (le cinque superiore ndr)  potrebbero chiedere ragione, per tutelarsi, di fronte alla giustizia religiosa e a quella civile”.

Religiosa oramai ci fa un baffo, civile ci darà ragione e rincarerà la dose a chi ci vuole fare ancora violenza.

Il Papa ha detto domenica scorsa all’Angelus: ( Cari fratelli e sorelle, so che molti di voi sono stati turbati dalle notizie circolate nei giorni scorsi a proposito di documenti riservati della Santa Sede che sono stati sottratti e pubblicati.

Per questo vorrei dirvi anzitutto che rubare quei documenti è un reato. E’ un atto deplorevole che non aiuta.

(…) Perciò voglio assicurarvi che questo triste fatto non mi distoglie certamente dal lavoro di riforma che stiamo portando avanti con i miei collaboratori e con il sostegno di tutti voi.

Sì, con il sostegno di tutta la Chiesa, perché la Chiesa si rinnova con la preghiera e con la santità quotidiana di ogni battezzato.

Quindi vi ringrazio e vi chiedo di continuare a pregare per il Papa e per la Chiesa, senza lasciarvi turbare ma andando avanti con fiducia e speranza”.

Chi ha dato ai blog tradizionalisti il decreto di commissariamento delle suore?

Babbo Natale?

E che non ci dicano (le suore) che è stato un corvo all’interno della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

Della resistenza delle superiore ad andare a ricevere il decreto di commissariamento, non si tratta di una fuga di documenti, ma della notizia di un fatto.

Anche le pietre ne sono a conoscenza e poi le suore, ci conosciamo, parlano troppo e non si rendono conto con chi parlano…

 

Poiché i movimenti di soldi ci sono stati ed è dimostrabile, non vediamo l’ora di controquerelare e andare in TV con la NOSTRA ulteriore testimonianza; non più su p. Manelli, stavolta, ma su certe superiore delle suore: le ultime superiore, ma anche le vecchie, specie quella(e) rifugiata(e) in Inghilterra.

Vogliono aprire un nuovo scandalo?

L’amore alla Chiesa ci sta trattenendo.

“Donna avvisata, mezza salvata”…

IDEOLOGIA O TEOLOGIA?

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Nuova sconfessione del Manelli e dei suoi accoliti, questa volta sul piano dottrinale.

La prestigiosa rivista internazionale LATERANUM a cura della Facoltà Teologica della Pontificia Università Lateranense, recensisce un volume del Padre Serafino Lanzetta: “Il Vaticano II, un Concilio pastorale”.

La critica scientifica elaborata dalla celebre “università del Papa” rappresenta un ulteriore “sconfesso” della linea “dottrinale” del Fondatore dei Francescani dell’Immacolata.

Nel mirino, infatti non è solo l’azione di governo del Padre Manelli attraverso la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, né la truffa aggravata su cui indaga la Magistratura.

Anche alla Congregazione per la Dottrina della Fede ci sono denunce corredate di prove (scritti e registrazioni) ai danni di quei Religiosi (frati e suore) che si erano lanciati in una campagna di relativizzazione del Concilio Ecumenico Vaticano II per assecondare il Fondatore che “stava vendendo” l’Istituto ai generosi tradizionalisti.

Quanto fosse cattolicamente fuorviante la loro linea lo rilevò già Benedetto XVI quando autorizzò la Visita Apostolica che produsse successivamente il commissariamento.

Sin dall’inizio del suo ministero petrino, Papa Benedetto XVI si era impegnato decisamente per una corretta comprensione del Concilio, respingendo come erronea la cosiddetta “ermeneutica della discontinuità e della rottura” promuovendo quella che lui stesso denominò “l’ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso unico soggetto del Popolo di Dio in cammino.

Nel volume del Lanzetta – forse anche a causa della sua inesperienza – emergono inequivocabili limiti epistemologici.

Gli argomenti non sono trattati in modo argomentato e sistematico con il ricorso a un certo apriorismo astratto.

“Davanti a una così grande quantità di contrasti interpretativi tra la visione di Lanzetta e i documenti conciliari, non ci si può che meravigliare del fatto che Lanzetta non venga mai sfiorato dal dubbio circa le proprie sicurezze e che l’acribia di tanti altri e autorevoli interpreti del Vaticano II non possa essere, se non superiore, almeno al pari della sua”.

Un monumento all’arroganza fatta carne, tipico della saccenteria giovanile.

Lo stesso recensore è in imbarazzo per la clamorosa incapacità del Lanzetta di distinguere sufficientemente tra “Teologia” e “Magistero”.

Il Lanzetta poi cade in clamorose generalizzazioni e frasi polemiche “alle quali ci ha già abbondantemente abituato” (sic)  nella  sua presunta confusione tra “spirito del Concilio” e “spirito del mondo”.

Lanzetta trascina nella dissidenza anche Manfred Hauke così come altri teologi che gettano la maschera nel lodare un volume apertamente polemico.

Siamo di fronte a uno dei più grandi fraintendimenti del Vaticano II per opera di uno degli “illustri professori” del Seminario Teologico dei Francescani dell’Immacolata (STIM) la cui chiusura è stata un atto di amore alla Chiesa.

A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, anche se proviamo dolore per le miserie della nostra epoca e siamo lontani da ingenui ottimismi, il maggiore realismo non deve significare minore fiducia nello Spirito né minore generosità. In questo senso, possiamo tornare ad ascoltare le parole del beato Giovanni XXIII in quella memorabile giornata dell’11 ottobre 1962: «Non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai […] A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Papa Francesco in Evangelii Gaudium 84)

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S.M. Lanzetta, Il Vaticano II, un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014, 490 p.

Come emerge dal titolo, Serafino Lanzetta, con il suo recente volume, persegue l’intenzione di dare un «contributo teologico per un’ermeneutica più adeguata da applicare al Vaticano II» (26), avvalendosi di un metodo i cui principali momenti sembrano tre: (1) l’interpretazione del Concilio “a partire dalla tradizione” (intendendo però con “tradizione” sostanzialmente i Concili di Trento e il Vaticano I); (2) l’interpretazione delle dinamiche del Concilio come un superamento, “imposto” dai Padri e teologi d’oltralpe, degli schemi preparatori, caratterizzati dall’Autore come dottrinali e dogmatici in favore di una formulazione pastorale ed ecumenica delle dottrine cattoliche che renderebbe il Concilio non definitorio ma dichiaratorio; (3) la visione della Chiesa che prescinde dalla sua collocazione nel tempo e nella società, cosa che esclude ogni bisogno di confronto con la modernità, facendo apparire il Concilio non come una “risposta” della Chiesa ad una crisi sociale ed ecclesiale esistente, bensì come inizio mono causale di quella crisi religiosa dell’Occidente che perdura ancora oggi. Si tratta di tre aspetti caratteristici del metodo che muovono da una prospettiva decisamente astorica, essenziali sta e deduttivistica, sulle orme di alcune espressioni di certa teologia preconciliare. Come si evincerà dalla disamina del volume, si tratta di premesse che ben difficilmente potranno valere come sufficienti agli effetti di una lettura più oggettiva ed adeguata del Concilio stesso. E se l’Autore non esita a valutare negativamente autori e posizioni assai più profonde ed articolate rispetto a quelle da lui presentate, stupisce la mancanza di dubbio e di interrogazione critica sul punto di vista che egli ha assunto, come pure quella di un esame critico e accurato dei tre aspetti metodologici che abbiamo menzionato.

Lanz_rece_lat_665Il primo elemento viene affermato in maniera chiara quando Lanzetta sottolinea che «non vi era nessun motivo per interpretare il Vaticano II come correzione del Vaticano I. Questa dichiarazione potrebbe essere d’aiuto anche oggi» (343). Mentre la dottrina del Vaticano I sarebbe definita, quella del Vaticano II si dovrebbe considerarla solo proposta (cf. 367); già in questo si rispecchia, come del resto in molti altri passi, che il modello di Concilio assunto dal nostro Autore è quello del Concilio di Trento e del Vaticano I (cf. 245). L’opera di ressourcement alla scuola dei Padri della Chiesa, il recupero della tradizione liturgica come reale luogo teologico e il ritorno alla Scrittura quale “anima della teologia” sono menzionate soltanto en passant; in compenso, però, il Tridentino e il Vaticano I definiscono per il nostro Autore l’essenza della Chiesa e questa essenza è ciò che viene a sua volta anteposto a tutti i Concili. In questo modo, tanto i concili anteriori al Tridentino, quanto il Vaticano II, vengono relativizzati per mezzo della formula: «prima c’è la Chiesa poi i suoi concili» (421).

Per quanto riguarda il secondo elemento, l’Autore avanza la tesi che, essendo stati rifiutati gli schemi iniziali perché «carent[i] quanto all’indole pastorale» (182), «il fine pastorale [e si può aggiungere, secondo Lanzetta: ecumenico; cf. 157] del Concilio ha giocato un ruolo così determinante da indirizzare anche il magistero conciliare verso un livello generale autentico ordinario», quindi senza « definitività » (423). A nostro avviso, il problema non consiste in questa lettura, oggettivamente giusta, dell’Autore, ma nel suo completo fraintendimento dell’importanza che il Concilio attribuisce a tale «livello generale autentico ordinario » che, a detta del nostro Autore, colloca il Vaticano II al di sotto dei due Concili precedenti, mentre era proprio la rivalorizzazione di questo aspetto nei confronti di quello definitorio ciò che il Vaticano II si proponeva. Ed è a partire da questo fondamentale fraintendimento che l’Autore procede a relativizzare senza alcun limite le affermazioni del Concilio, elencando alcuni pronunciamenti di Padri conciliari appartenenti all’ala conservatrice del Concilio ed evitando ogni tipo di confronto teologico con le posizioni che il nostro Autore classifica come “progressiste”. Ora ecco la conclusione dedotta con stile tardo-neoscolastico, poiché il Vaticano II è privo di “definitività”, ne consegue che «le cose che il magistero conciliare dichiara come dottrina della Chiesa» sono «suscettibili di nuove formulazioni più precise a causa di possibili errori» (430). Da questa conclusione, di per sé formalmente giusta, l’Autore desume il diritto di relativizzare le affermazioni del Concilio, dimenticando però che questa operazione presuppone l’accoglimento della svolta conciliare verso il metodo “pastorale”, cosa che egli però rifiuta categoricamente. In questo momento, quindi, Lanzetta realizza un’auto-contraddizione performativa. Questa si esprime ulteriormente nella posizione secondo la quale il Vaticano II elaborerebbe un’ermeneutica preconciliare, quando cioè si riconosce «la carità più grande […]  nel distinguere l’errore dalla verità» (447) e che «non si tratta […] solo di condannare gli errori quanto soprattutto di asserire la verità in modo inequivocabile» (448), secondo i parametri preconciliari. Il rifiuto di ogni confronto con la modernità, che vale come terzo elemento, si evince innanzitutto dal rifiuto di qualsiasi pluralità all’interno del dibattito teologico. Nei tempi moderni – questa la tesi dell’Autore – si assisterebbe solo ad uno smarrimento di identità da parte della teologia, che ha come conseguenza una «contraddittoria produzione teologica» che va al di là di ogni «legittimo pluralismo» (54, cf. 160): a questo punto sarebbe opportuno chiedere al nostro Autore con quali criteri egli intenda determinare il pluralismo definito “legittimo”, poiché un eventuale pluralismo “illegittimo”, qualora si trattasse di errore o di eresia, non apparterrebbe più alla categoria del “pluralismo” all’interno della dottrina, in quanto costituirebbe il suo abbandono. Ma Lanzetta intende colpire proprio tale senso autentico di “pluralismo” quando si rammarica che oggi «le teologie sono contrastanti. Soprattutto le prediche, che a volte rappresentano un grande pericolo di disorientamento per i fedeli» (362). A prescindere dal fatto che una predica sbagliata non è necessariamente riconducibile ad una teologia, ciò che qui emerge è il rapporto fra “contenuto” e “forma” della fede, problema teologico da sempre dibattuto e che l’apparato concettuale ed essenziali sta di ascendenza neoscolastica tende spesso a nascondere più che a risolvere. Ne abbiamo un esempio nel presente volume, in cui il nostro Autore concorda, da un lato, con l’intenzione del Concilio di mantenere la “sostanza” cambiando la “forma”, come se si trattasse di una “distinzione reale”; dall’altro lato, però conclude che ogni nuova teologia che riflette sulla sostanza della fede servendosi di un apparato concettuale nuovo, non è più collocata a livello di “forma”, ma viene giudicata come cambiamento “sostanziale” della dottrina. E accade così che la formula del Vaticano II, quasi come un “cavallo di Troia”, viene impiegata per delegittimare le novità teologico dogmatiche, sia quelle presenti nello stesso Concilio sia quelle che dal Concilio sono state ispirate (cf. 51-57). Lanz_rece_lat_666

Lo studio dell’Autore è suddiviso in cinque capitoli affiancati da una Presentazione di Manfred Hauke (9-19) e da alcuni Rilievi conclusivi (421-449). Un ampia, ma estremamente unilaterale, Bibliografia (451-479) e un Indice dei nomi (481-486) chiudono il volume. Nel primo capitolo si considerano i termini principiali per la lettura del Concilio Vaticano II (43-90). Viene formulata l’idea fondamentale con la quale, come un cantus firmus che attraversa tutta l’opera, sostiene che non è stata mantenuta la «distinzione tradizionale tra dottrina e pastorale […] lasciando i due concetti in una sorta di ondeggiamento generale» (30). L’annuncio della formulazione di «un possibile principio ermeneutico» (37) non viene però realizzato in modo argomentato e sistematico, ma affidato all’economia generale del libro nella quale è però sempre riconoscibile e che si risolve nella difesa dello status quo preconciliare. Ciò viene giustificato con una scelta di metodo che considera soltanto il magistero definitorio, quale si è formato nel Tridentino e nel Vaticano I, come espressione della fede cattolica. A questo magistero, come del resto confermano anche Rahner e altri teologi classificati come «progressisti» (274), il Vaticano II non ha aggiunto nulla. Ma secondo il nostro Autore, la preoccupazione pastorale ed ecumenica avrebbe spesso superato di molto ciò che un semplice cambiamento di “metodo” avrebbe concesso. Va comunque osservato che per “metodo” il nostro Autore, dimenticando la lezione del realismo di S. Tommaso e rifugiandosi in un apriorismo astratto, intende un semplice “strumento” con il quale si applicano dottrine già definite e antecedenti al metodo stesso: da qui l’inseguimento quasi idolatrico della «precisione e […] chiarezza dogmatiche» (72) e “pure”, senza compromessi, rispetto alla quale il Vaticano II non può che risultare un momento tendenzialmente pericoloso e fuorviante circa la siffatta comprensione definitoria del magistero ecclesiale. A ben guardare, però, nella permanente preoccupazione di sminuire la novità del Vaticano II ed evitare che possa apparire come un Anfang (421) che  mette in ombra i XX Concili Ecumenici precedenti (in realtà si interessa solo degli ultimi due), l’Autore non riconosce al Vaticano II la stessa dignità degli altri Concili Ecumenici, preferendo dequalificarlo come un concilio senza definizioni, caratterizzato da un metodo ecumenico e pastorale che esporrebbe la fede cristiana più al dubbio che alla chiarezza. Polemizzando con la categoria “evento” (cf. 73), Lanzetta costruisce, al contrario, una tradizione coerente, lineare e assolutamente priva di rotture e cambi di percorso (cf.75). Più nel dettaglio, vengono criticati gli studi di Sauer e Theobald, che non si sono limitati all’interpretazione del principio “pastorale” come mera applicazione esteriore del dogma, ma vi hanno letto un nuovo principio che mette al centro l’esperienza della fede (cf. 34s.). Anche se la pastoralità è “preponderante”, essa secondo il nostro Autore non può costituire un nuovo principio teologico ma, al massimo, valere come metodo prediletto di questo Concilio (cf. 36) al quale viene paradossalmente rimproverata «una visione metafisica» (65); ora, francamente, è difficile dire se ci si debba (negativamente) stupire per la riduzione della “metafisica” all’essenzialismo astorico e astratto della neoscolastica (la sola alla quale l’Autore si riferisce o che, probabilmente, conosce) e che è cosa assai diversa dalla grande tradizione classica e tommasiana, o per l’incapacità, quasi pregiudiziale di comprendere autori moderni, quali ad es. K. Rahner, di cui tutto si può criticare, tranne che la mancanza di una visione metafisica.

Ma l’antirahnerismo dell’autore è troppo consolidato e viscerale per permettere una valutazione fondata, serena e argomentata, o, semplicemente, scientifica. Lanz_rece_lat_667 Davanti a una così grande quantità di contrasti interpretativi tra la visione di Lanzetta e i documenti conciliari, non ci si può che meravigliare del fatto che Lanzetta non venga mai sfiorato dal dubbio circa le proprie sicurezze e che l’acribia di tanti altri e autorevoli interpreti del Vaticano II non possa essere, se non superiore, almeno pari alla sua. Come anche il fatto che il Vaticano II, al pari degli altri Concili ecumenici, meriti a pieno titolo la qualifica di “ecumenico”. Ma forse è proprio questa la cosa che “disturba” di più la prospettiva del nostro Autore. Il difetto metodico e sistematico che caratterizza l’inizio dell’opera (e cioè la tendenziale esclusione del principio ecumenico e pastorale e della pluralità di posizioni all’interno della teologia) si riproduce anche nel secondo capitolo, in cui Lanzetta presenta sette posizioni e/o autori, senza tuttavia offrire una minima giustificazione dei criteri di scelta, ma limitandosi semplicemente a dichiarare «esemplari» (159) le posizioni scelte. Non è però soltanto la mancanza di metodo nella scelta degli autori a fare difetto, ma anche la coerenza concernente l’esposizione degli argomenti che di questi autori vengono analizzati. Stupisce infatti l’abbondante spazio concesso ad un autore critico nei confronti del pluralismo teologico, quale si configura Parente, mentre si rinuncia ad un confronto serio e scientifico di Rahner, la cui produzione teologica è certamente più articolata e vasta rispetto a quella di Parente (cf. 116-121). La terza persona di riferimento, Laurentin, viene citata attraverso una sua valutazione post-conciliare (cf. 121-126); si passa poi al Card. Betti, al quale è dedicato un maggiore spazio a motivo della lettura da questi compiuta del rapporto tra Scrittura e Tradizione rispetto al Concilio Vaticano I e al Tridentino (cf. 131-142). Il nostro Autore evidentemente non condivide però la determinazione dell’importanza della Tradizione ricollegata all’interpretazione della Sacra Scrittura, il che costituirebbe una «certa discontinuità del Vaticano II rispetto a Trento e al Vaticano I» (142). Infine, egli riassume la visione ecclesiologica di Scheffczyk sull’identità tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica (cf. 143-151), e critica la lettura del Concilio come «evento storico» da parte degli esponenti della “Scuola bolognese”, tra cui Bruno Forte (cf. 151-158). Già dopo i due primi capitoli è difficile evitare l’imbarazzante impressione che l’Autore non distingua sufficientemente tra “teologia” e  “magistero”: non si spiega diversamente la sua paura nei confronti di quelle che chiama «teologie ecclesiali» (al plurale) (54). Significativa risulta poi la “conclusione” a proposito della presenza di Rahner nel Vaticano II: poiché «l’episcopato tedesco dipende[va] in gran parte da Rahner» (177), è proprio il teologo tedesco che va individuato come il responsabile dell’indebolimento della teologia romana e mediterranea, come pure della “deformazione” pastorale ed ecumenica del Concilio. Se tutto ciò richiede ben altra ricerca e fondazione scientifica, risulta più comprensibile il rammarico dell’Autore per la considerazione ecumenica riservata ai protestanti, molto maggiore di quella dedicata agli ortodossi (cf.190). I Capitoli principali (cap. 3-5) trattano di tre temi centrali del Concilio: del rapporto tra Scrittura e Tradizione (cf. 163-263), dell’ appartenenza alla Chiesa (cf. 265-368) e della dottrina mariologica (cf. 369-419). Essi sono volti ad enuclearne la dinamica delle «epifanie pastorali» a partire dagli schemi iniziali fino alle formulazioni definitive. Nel primo e nel secondo caso si trattava di schemi presentati da Ottaviani in piena sintonia con i due concili precedenti e nella convinzione di esporre la dottrina «secondo le necessità del tempo» (170, cf. 275) e in linea con il «carattere difensivo» (172) di ogni concilio in quanto tale. Sulla linea di Ottaviani si trovava anche Parente, che ribadiva la dottrina tridentina o Pio XII (cf. 178, 290). Proprio l’ecumenicità e la pastoralità sono le chiavi di lettura con cui l’Autore paragona i relativi schemi iniziali con la versione testuale definitiva. Egli critica il fatto che gli schemi iniziali furono rifiutati, anche se è consapevole che, ad es. nel caso di De fontibus, c’erano buoni argomenti per farlo: ossia (1) che «risultava contrario al magistero (scritturistico) di Leone XIII, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII», (2) per l’esigenza di «consultare la Pontificia Commissione Biblica» e, soprattutto, (3) «per il fatto che lo schema, nel primo capitolo, sembrava ignorare gli studi moderni sulla Rivelazione, sulla Sacra Scrittura e sulla Chiesa» (171). Questi argomenti non raggiungono, però, per l’Autore il peso che ha l’argomento della continuità con il Tridentino e il Vaticano I. Ancora una volta, anche qui la posizione dei teologi dei primi schemi, tra i quali Ottaviani e Parente, non viene fatta oggetto di alcuna analisi teologico-critica, come pure non vengono considerate le motivazioni teologiche dei “progressisti”. Lanzetta si limita, su un puro piano positivistico, a considerare soltanto i meccanismi con cui questi ultimi riuscirono a far superare gli schemi iniziali e ad influire sui processi conciliari. Consiste dunque in questa dinamica, e non negli argomenti teologici, il “torto” dei cosiddetti “progressisti”. Il superamento degli schemi iniziali viene presentato quasi come un’usurpazione, e il riconoscimento di una piena disposizione al “dialogo” fatta nei confronti dei sostenitori dello schema iniziale – con la motivazione che «normalmente, coloro che erano favorevoli allo schema non erano contrari alle modifiche da apportare» (180; cf. 274s) – è la premessa per indurre a concludere che ai “progressisti” d’oltralpe una tale disponibilità mancava. Lanz_rece_lat_668

Le preoccupazioni ecumeniche e pastorali avrebbero portato poi a delle formule definitive di compromesso, aprendo lo spazio alle interpretazioni post-conciliari perniciose (237). Contrariamente a queste, l’Autore preferisce la chiarezza dogmatica definitoria, anche se le decisioni interpretative che a questa vengono premesse appaiono, dal punto di vista teologico, alquanto discutibili. Ad esempio, si lamenta che la Tradizione verrebbe ridotta a «strumento interpretativo, quasi ci si fosse dimenticati di quel plus che offre alla fede in ragione della sua unità rivelativa con le Scritture» (237): ma senza indagare e discutere in che cosa possa consistere un tale plus, una simile affermazione può ben difficilmente reclamare di costituire l’unica oggettività teologica. Inoltre, per fare un altro esempio, secondo Lanzetta il subsistit in di LG 8 è veramente «da leggersi alla luce dell’est della Mystici Corporis» (326). Ma una tale affermazione meritava perlomeno una pur breve problematizzazione: ignorando tanti ed eccellenti studi che negano la possibilità di identificare semplicemente e assolutamente “est” con “subsistit” (un nome fra tutti: W. Kasper), l’Autore si limita a dichiarare questa «identità sostanziale» (357) e a ripetere continuamente la propria posizione, come se questa continua ripetizione possa sostituire la fatica argomentativa. Infine, preoccupato che «si offuschi il dato dogmatico della salvezza solo nella Chiesa» (356), il nostro Autore critica che la definizione dell’appartenenza ecclesiale sarebbe risultata così troppo “ampia” e “inclusiva”, il che spiegherebbe la necessità e la molteplicità dei tanti documenti successivi al Concilio finalizzati al chiarimento della posizione cattolica (cf. 361); manca tuttavia, come già in altre parti, una riflessione teoretica che giustifichi le premesse dalle quali l’Autore muove le sue critiche al Vaticano II. La stessa mancanza si esprime nell’affermazione, a proposito della discussione sulle affermazioni mariane che «[s]arebbe stato un atto molto imperfetto della Chiesa che un Concilio non parlasse anche della Madonna, soprattutto in questi tempi dove si vedeva un massimo conflitto tra i fedeli e Satana» (373).

 

Lanz_rece_lat_669Per Lanzetta, il carattere pastorale ed ecumenico sono dunque due facce della stessa medaglia erronea (cf.157) che, con un «eccessivo entusiasmo» (33), pervade l’intero Concilio (cf. 184-186): questo, infatti, non si sarebbe preoccupato dell’aspetto dogmatico nel formulare quei testi che l’Autore indica come oggetto di critica. Ciò che, secondo il nostro Autore, rimane di un Concilio difettoso, di una «chiara precisazione della sua natura e di conseguenza del tenore dei suoi documenti» (161), non è nemmeno una vera e propria definizione, ma solo un’opera di traduzione di alcune dottrine «in termini teologico-pastorali per i tempi moderni con cui il Concilio chiedeva il dialogo» (244). Secondo il risultato delle analisi dell’Autore, sono stati soprattutto i Padri tedeschi a voler evitare un fraintendimento troppo giuridico (cf. 285) di queste dottrine: ora, però, solo «sapendo perché il Concilio ha detto così, si potrebbe anche migliorare il concetto teologico» (237), che significa ricondurre di nuovo il metodo ecumenico e  pastorale a quello dogmatico-dottrinale e giuridico. Si può dire che, alla fine di tutto, sia questo il principio teologico-ermeneutico proposto dal nostro Autore. Lanz_rece_lat_670

Infine è doveroso annotare che l’intero volume è ricco di affermazioni generali e vaghe, specialmente proprio là dove l’argomentazione teologica sarebbe stata oltremodo necessaria. Ade esempio, viene detto che lo “spirito del Concilio” sarebbe stato «molto spesso confuso con lo spirito del mondo» in una « “primavera” costruita a tavolino da alcuni esperti della pastorale» (25). Pur prescindendo dall’imperdonabile generalizzazione dell’affermazione, che può indistintamente riguardate tutti e nessuno, una simile dichiarazione, per nulla supportata da testi e argomentazioni, si configura come una delle tante frasi polemiche e prive di contenuto a cui l’Autore ci ha già abbondantemente abituato.

Oltretutto costituisce anche un’evidente negazione della storia, poiché una “primavera”, prima e dopo del Concilio, c’è stata veramente, e sarebbe assurdo, oltre che maliziosamente ingenuo, volerla liquidare come “costruzione” dello stesso Concilio. Lanz_rece_lat_671Inoltre, per fare un altro esempio, l’Autore critica Rahner per aver tralasciato, nel suo testo sulla rivelazione, «la questione del limbo per i bambini morti senza battesimo e privi dell’uso di ragione» (196), non considerando che lo stesso J. Ratzinger, già nel 1984, aveva espresso tutti i suoi dubbi teologici circa questa dottrina e, una volta divenuto papa Benedetto XVI, approvò un documento della Commissione Teologica Internazionale nel quale vi riconosceva una “visione eccessivamente restrittiva della salvezza”. Considerando gli interrogativi posti all’Autore, ma anche tutti quelli che egli ha ignorato o evitato, non può che destare seria perplessità leggere che questo testo dovrebbe essere considerato come l’esempio di una «trattazione brillante» (Hauke, 18).

Lanz_rece_lat_672Tentiamo una considerazione finale su un volume il cui unico merito – anche se perseguito in maniera pregiudiziale, unilaterale e scientificamente scorretta e insufficiente – consiste nell’avere riportato una mole di materiali storici intorno alle dinamiche interne del Concilio Vaticano II (compito che, peraltro, altri e in modo assai più convincente ed equilibrato già avevano svolto). Ci si può facilmente rendere conto di trovarsi davanti ad un bivio importante: o si tiene conto delle nuove condizioni dei tempi, in cui si trova non solo il mondo ma anche la Chiesa, che vive nel mondo senza essere del mondo, e che quindi impedisce di considerare le novità ecclesiali come cedimenti o abbandoni di un patrimonio intangibile, oppure non resta che dubitare della possibilità che nel futuro della Chiesa, stando al criterio ermeneutico sostenuto dall’Autore, possano essere celebrati ancora dei Concili Ecumenici.  Anche perché, come ricordava il Card. Congar – grande protagonista del Vaticano II e suo affidabile interprete – la Tradizione non è un’immobilità museale, ma il debito che la fedeltà alla Rivelazione compiuta in Gesù Cristo mantiene nei confronti del futuro. O anche, come ricordava S. Giovanni XXIII, che la Chiesa non è un museo da custodire, ma un giardino da coltivare. Lanz_rece_lat_673E’ certamente legittimo fare del Vaticano II letture diverse, talvolta anche contrastanti, anche perché è lo stesso Concilio ad aver lasciato in sospeso alcune domande e questioni. Circoscriverne l’interpretazione però ad una lettura minimalista, più preoccupata di negare “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” nel mutare dei tempi, anziché cogliere l’occasione per celebrare la perenne giovinezza del Vangelo, e il preferire uno sguardo preoccupato e nostalgico, rispetto alla missione richiesta dal futuro e, per di più, infine, vedere nel Concilio stesso un elemento di preoccupazione che spinge a dichiararne la “pastoralità” quasi per sminuirne la forza dottrinale e missionaria, tutto ciò sembra costituire il più grande fraintendimento dello stesso Vaticano II.

 

Markus Krienke

CONVERSAZIONI ESTEMPORANEE SUL DIRITTO

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Ovvero,  come la confusione giuridica in materia di beni ecclesiastici favorisce – non solo oggettivamente – il condizionamento della Gerarchia.

Il Reverendo Padre Perry, Superiore Generale dei Frati Minori Francescani, ha diramato una circolare a tutti i suoi Confratelli sparsi nell’Orbe per lamentare che alcuni laici, cui incautamente era stata affidata l’amministrazione dei beni dell’Ordine, li hanno sperperati, gettando i poveri Frati nel bisogno: il che avrebbe rallegrato il Serafico, trattandosi di una ripetizione – “mutatis mutandis” – delle situazione descritta nel Fioretto della “Perfetta Letizia”.

Il Successore del Poverello, lungi dal rallegrarsene, leva alti lai, inveendo contro i responsabili.

A rimetterci il posto – e la reputazione, almeno per quanto attiene le capacità amministrative, trattandosi di parte lesa nel colossale imbroglio – è stato il malcapitato Padre Giancarlo Lati, già Economo Generale, ora costretto ad ignominiose dimissioni.

Se questo significhi “far volare gli stracci” per coprire altri Confratelli, titolari di responsabilità ben maggiori del povero Padre Lati, ma ormai assurti ad altro e ben più prestigioso ruolo, non sappiamo; tuttavia questa storia ce ne ricorda una analoga avvenuta tra i Padri Minimi: un bel giorno si scoprì che il cosiddetto “uomo del Convento” di una casa religiosa era in realtà un criminale pluripregiudicato, ricercato da tutte le Questure e finalmente “portato al fresco” nel corso di una “brillante operazione” che portò la Polizia ad agire all’interno delle “Sacre Mura”, non prima però di avere saccheggiato le risorse dei Frati.

Il Superiore Provinciale minacciò sfracelli contro il Priore del Convento, il quale però esibì copia di una sua lettera autografa con cui si raccomandava l’assunzione del laico, definito cristiano esemplare ed uomo piissimo: ragion per cui il Priore evitò ogni sanzione, ed anzi venne destinato a più alto incarico (“Promoveatur ut amoveatur”); ci auguriamo che Padre Lati abbia preso analoghe precauzioni a propria tutela.

 Se i precedenti abbondano, non mancano nemmeno casi analoghi in pieno svolgimento, come quello dei Francescani dell’Immacolata, i quali si sono visti soffiare le temporalità con un tratto di penna nel senso letterale del  termine, essendo mutata la dirigenza delle persone giuridiche cui i beni erano intestati; va da sé che i nuovi responsabili si affrettano a cacciare i Religiosi inducendo il Papa Francesco ad offrire loro un immobile alternativo per gli studenti.

Al danno si aggiunge ora la beffa nel leggere in una recente Tesi di Laurea pubblicata dalle Edizioni di “Casa Mariana”, non sfuggite alla sorte delle altre temporalità dell’Istituto, l’apologia della sciagurata operazione di sottrazione di beni con l’avallo del Fondatore.

A pagina, 659, quando gli esaminatori – sempre che ci arrivino – sono già allo stremo delle forze, si legge: “Quando i benefattori non vogliono mantenere la proprietà dei beni che desiderano donare, si pone il problema dell’intestazione”.

Mediante la donazione, il donante trasferisce la proprietà di un bene: come può dunque esistere un donatore che mantiene la proprietà del bene costituente l’oggetto dell’atto giuridico?

Tutta questa disquisizione è volta a dimostrare che l’Associazione cui sono intestati i beni dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata ne risulta “proprietaria unica ed effettiva”, né i malcapitati Religiosi possono invocate la “finctio (che sta per “fictio”)  juris”.

Dal punto di vista del Diritto dello Stato, il ragionamento non fa una grinza.

Si da il caso che la questione dovrebbe essere valutata anche dal punto di vista del Diritto Canonico, che considera alla stregua di Beni Ecclesiastici tutti quelli attribuiti alla Chiesa per le sue necessità.

Chiunque – Religioso o laico – li sottragga a tale destinazione, si rende passibile di sanzione canonica, malgrado la previa assoluzione pronunziata da Suor Palma in favore dei suoi amici laici.

La brillante neolaureata con diritto di pubblicazione (a volte si rimpiangono i tempi dello “Index Librorum Prohibitorum”), ha evidentemente omesso di compulsare la Lettera Circolare emanata dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica” dal titolo “Linee Orientative per la gestione dei beni negli Istituti di vita consacrata e nelle Società di vita apostolica”.

La mancata consultazione del testo, assente dalla bibliografia, si spiega forse con il fatto che nel Seminario dei Frati, dove si conferivano i titoli anche per le Suore, era vietato introdurre “L’Osservatore Romano”, trattandosi di una pubblicazione notoriamente “modernista”: figuriamoci le opere di Joao Braz de Aviz!

Per brevità, e per informazione ne riassumiamo il concetto centrale: il regime giuridico dei Beni Ecclesiastici viene equiparato a quello proprio – nel Diritto dello Stato – dei Beni Demaniali, definito di dominio, e non di proprietà.

Mentre la proprietà ha due estensioni, cioè il godimento e la disposizione, il dominio non permette al suo titolare di disporre dei beni che ne sono oggetto.

Se i dirigenti delle Associazioni, che sono dei seguaci di Padre Manelli, avessero agito nell’ambito pubblicistico statale, sarebbero incorsi dunque nel  reato di abuso in atti di ufficio.

Comunque questi problemi non riguardano le Suore dato che i dirigenti delle Associazioni le lasciano permanere nei loro Conventi, ed anzi le Religiose amministrano discrezionalmente le milionarie temporalità dell’Istituto, naturalmente nel nome di “Madonna Povertà”.

La “fictio iuris” consiste precisamente nel non applicare all’Istituto femminile i criteri che sembrano valere per l’Istituto maschile: le Associazioni si comportano da proprietarie o meno a seconda dell’adesione o meno al cosiddetto “spirito di Padre Manelli”.

Alla domanda che cosa sia questo “spirito”, in Teologia si sarebbe risposto: “Mysterium Fidei”.

Quando si deborda  dalla propria competenza specifica, si deve ricordare la saggezza degli antichi: “Ne sutor ultra crepidam”!

Un “ghost buster” di eccezione: Marco Tosatti

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Il noto vaticanista sulle tracce degli ectoplasmi ecclesiastici.

Nelle librerie italiane si possono trovare molti titoli dedicati ai fantasmi che popolano il Bel Paese, che in fatto di ectoplasmi e presenze arcane non ha davvero nulla da invidiare alla Scozia.

Marco Tosatti ci avverte però di una differenza fondamentale tra l’Italia e la Caledonia: mentre nelle brume del Nord i fantasmi popolano i castelli, da noi è più facile trovarli in ambiente ecclesiastico.
Se Marx avvisava, nel suo “Manifesto dei Comunisti” che un fantasma si aggirava per l’Europa, Tosatti ammonisce che un suo collega si aggira nel più ristretto ambito dei corridoi della Conferenza Episcopale Italiana: tale presenza spiritica avrebbe le sembianze di Padre Fidenzio Volpi, Commissario dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata.
I lettori possono immaginare lo spavento dei Presuli, davanti ai quali il Volpi si materializzava mettendo in guardia ora questo ora quello dall’accogliere nelle loro diocesi i frati che volevano uscire dalla Congregazione affidata al suo governo.
E’ infatti tipico dei fantasmi ripetere ai malcapitati cui appaiono vuoi le colpe commesse durante la loro esistenza (di qui la denominazione di “anime in pena”), vuoi quelle compiute dai viventi.
Il fantasma di Padre Volpi ammonisce i Confratelli insigniti dell’Episcopato che le pene dell’inferno li attendono se cadono nella tentazione di accogliere qualche frate intento a fuggire dalle grinfie del Commissario Apostolico.
Il quale, come scrisse San Pietro “circuit tamen leo rugens, quaerens quem rapeat”.
Tosatti non precisa se le apparizioni di Volpi ad Assisi siano avvenute nottetempo, al fine di incutere maggior terrore ai malcapitati.
Nel racconto del vaticanista non manca nulla, comprese le leggende sulla vita terrena dell’ectoplasma, avvolta naturalmente nel mistero.
“In realtà – annota con un vago riferimento all’arcano – non è mai stato detto per quali motivi concreti la Congregazione per i Religiosi abbia deciso” il commissariamento: qui la pretesa leggenda decade in realtà ad un livello da opuscolo dell’Ente Turismo, dato che questi motivi non sono affatto misteriosi, o forse risultano tali solo ad un appassionato dell’occulto a buon mercato quale è appunto il Tosatti.
“Non ci sembra un bel clima – annota – quello che si respira attualmente.
Le guide turistiche non sarebbero guide turistiche se non ammonissero i visitatori: “Attenti al fantasma!”
Il mistero, comunque, si infittisce: “Il caso non sembra ancora trovare (…) una spiegazione chiara”.
Entrano dunque in scena le apparecchiature usate dai “ghost busters” per spiegare i fenomeni paranormali.
Il fenomeno, però, dilaga, ed i fantasmi divengono una torma, una legione, proprio come i demoni evocati da Dante Alighieri nell’Inferno:, dato che si aggirano per l’Italia, come anime in pena, un gruppo (25+25) di presbiteri ed ex studenti dei Frati Francescani dell’Immacolata”.
La misteriosa sigla “25+25”, che rievoca i 4+4 di Nora Orlandi al Festival di Sanremo, da un tocco di formula alchemica alla rappresentazione evocata da Tosatti.
Ci domandiamo come possano passere inosservati cinquanta (dicansi cinquanta!) fantasmi che trasmigrano in gruppo da una plaga all’altra dell’italico suolo, equamente divisi tra presbiteri e novizi.
Supponiamo che davanti a una simile apparizione dovrebbe mobilitarsi l’intero Congresso degli Esorcisti Italiani, dal Presidente Padre Amorth fino a quello dell’ultima Diocesi.
Immaginiamo un conflitto apocalittico, ed attendiamo una cronaca “horror” redatta da Tosatti.
Quale succulenta anticipazione, il vaticanista ci getta in pasto che i cinquanta fantasmi non cercano un castello, bensì una “piattaforma di lancio”, preferibilmente “off shore”, collocata nelle Filippine oppure in Inghilterra (in Scozia c’è troppa concorrenza).
Siamo dunque ai fantasmi in formato esportazione: dopo la “fuga dei cervelli”, mancava soltanto la “fuga delle anime”.
Per fortuna, ci ha pensato Padre Fidenzio Volpi.