La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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Sanzioni in arrivo per padre Manelli, il boia di Frigento

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Non si sgonfierà come una bolla di sapone il caso di padre Stefano Manelli, il fondatore dei francescani dell’Immacolata esautorato dalla Congregazione vaticana dei religiosi nel 2013, con un provvedimento approvato prima da Benedetto XVI e poi da Papa Francesco. Sono ora in arrivo, infatti, ulteriori sanzioni canoniche dopo le notizie (rilanciate anche da questo quotidiano on line) relative a patti vergati con il sangue, marchiature a fuoco e altre umiliazioni inflitte principalmente alle giovani più deboli tra le suore del ramo femminile dell’istituto che in alcuni casi avrebbero subito anche molestie e addirittura sarebbero state spinte a prostituirsi. “Boia di Frigento” lo abbiamo definito perché tutto questo manifesta una spaventosa propensione ad abusi di potere e di ogni genere.

La Santa Sede non lascerà senza giustizia le vittime di tali abusi. “Stiamo lavorando con tenacia – assicura il cardinale Joao Braz d’Aviz, prefetto della Congregazione vaticana in un’intervista al Servizio Informazione Religiosa – perché i disguidi sono seri. Il terribile voto nel sangue è stato sciolto da Papa Francesco. Stefano Manelli è stato allontanato. La questione economica è in mano alla magistratura italiana. La formazione è stata affidata alle Università Pontificie e ai centri riconosciuti. Ci sono tre commissari che stanno guidando l’Istituto in un percorso di normalizzazione. Ciò avverrà soltanto se ci sarà un cambiamento: non tutti, però, sono d’accordo. Abbiamo fiducia che qualcosa si muova. Quel che è sicuro, è che Stefano Manelli non potrà più restare”.

Ha distrutto tante anime: dal 1998 ad oggi quante denunce per padre Manelli

Al 1998 risalgono le prime denunce insabbiate proprio in Vaticano e dal 2002 Manelli non poteva essere più superiore generale, ma ha “fatto le carte false”, come si suol dire, per rimanere attaccato alla sua poltrona. Ma la storia di padre Stefano Manelli parte da più lontano. Il sacerdote è nato a Fiume\Rijeka (Hrvatska) il 1° maggio 1933, è stato membro dei frati conventuali, dai quali si era allontanato per seguire una vocazione connotata da un maggiore rigore di vita e da una più accentuata pietà mariana, sul modello di San Massimiliano Kolbe. Ma, col passare del tempo il sacerdote cambia atteggiamento tentando di imporre alla nuova Congregazione (con i metodi che il nostro quotidiano online ha descritto con vari pezzi supportati dalle indagini portate avanti da Papa Ratzinger) una “sterzata” in senso tradizionalista, con la richiesta di adottare la messa in latino come liturgia ordinaria ed esclusiva, cosa non possibile essendo l’Istituto nato dopo il Concilio. Una recente inchiesta della magistratura ha poi fatto emergere imponenti irregolarità amministrative. Intanto i “fedelissimi” di padre Manelli hanno lasciato le fraternità trovando accoglienza in due diocesi (una in Italia e l’altra nelle Filippine).

La malattia di padre Volpi

Un vero ginepraio, nel quale padre Volpi nel luglio 2013 si è trovato coinvolto. Il primo commissario apostolico nominato dalla Santa Sede, padre Fidenzio Volpi, scelto perché segretario del Cism, l’organismo rappresentativo dei religiosi in Italia non immaginava che il centro di Manelli fosse così compromesso alla radice, ed alla scoperta di una situazione davvero irrisolvibile decise comunque di accettare per: “per obbedienza al Santo Padre”. Lo stress di questa situazione difficile però non ha lasciato scampo al sacerdote. L’Ictus che ha colpito il cappuccino lo scorso 29 aprile è stato letale, due mesi di ospedale finiti in tragedia con la morte in giugno. “Nel giorno in cui la Chiesa celebrava il Corpus Domini, come il chicco di grano che muore nella terra, siamo sicuri – si legge nella nota dei Francescani dell’Immacolata (ovvero della maggioranza che è rimasta nell’Istituto ed applica il Concilio Vaticano II) – che simile sacrificio porterà abbondanza di frutti spirituali”.

I frati, non tutti sono colpevoli

I Francescani dell’Immacolata non sono certo come padre Stefano Manelli, anzi, molti di loro hanno cercato con il tempo di distanziarsi dal fondatore. I tre Commissari nominati dalla Santa Sede stanno rimettendo tutto al posto giusto benché incontrino resistenze da uno sparuto e spaurito numero di irriducibili religiosi fedeli al Fondatore a prescindere da tutto e da tutti. La volontà delle massime autorità vaticane è tagliare completamente il “cordone ombelicale” che lega gli istituti al fondatore. Questa grossissima resistenza di alcuni fa sorgere spontanee alcune domande: la fedeltà a oltranza nasconde un patto? Un legame familiare stretto o l’interesse personale di alcuni? L’idea che ci siamo fatti è che forse mancando lo spessore umano in molti di loro c’è paura a rimanere senza chi li ha protetti, anche perché nell’immaginario collettivo il “caso dei Francescani dell’Immacolata” è diventato sinonimo di orrore e di errori riconducibili al Fondatore degli Istituti maschile e femminile quale effetto collaterale di chi ha voluto avocare a sé stesso ogni scelta di governo, di formazione e di gestione secondo il noto e pubblicizzato adagio: “… non c’è foglia che cada che Manelli non voglia…”. Molti si chiedono fino a che punto siano responsabili delle aberrazioni anche alcuni frati, suore, familiari e laici a lui vicini; resta il fatto che il Manelli abbia comunque “lasciato fare…”, e comunque da ciò che abbiamo potuto apprendere da altre testimonianze (ed è l’ipotesi che a noi sembra più realistica) sarebbe stato padre Manelli a “viziare” e compromettere persone (trovate in un momento di debolezza) a lui vicine per crearsi una sorta di “guardia pretoriana”. Dopo le prime denunce del 1998 insabbiate purtroppo dal Vaticano, la magistratura italiana oggi ha aperto un’indagine, e facendo i rilievi del caso presto potrebbero esserci importanti novità che peserebbero come un macigno sul padre Manelli oltre agli annunciati provvedimenti canonici per i quali sono interessati tre organismi vaticani e un pool di esperti. Lo scaltro “boia” Manelli stava ultimamente architettando una via di fuga con la creazione di una sorta di Repubblica di Salò grazie a un pugno di fedelissimi; in queste ultime ore ci giunge voce che il tentativo è miserevolmente fallito. Scabrose nuove rivelazioni arrivano ogni giorno ed anche dall’estero su aiuti a famiglie di frati poveri in cambio di sudditanza al Manelli. Suor Francesca Perillo fu trascinata nell’oblio più profondo e lei come tanti altri frati e suore hanno chiesto e ottenuto la dispensa dai voti per avvicinarsi al lefebvrianesimo in Inghilterra. Una clarissa dell’Immacolata che faceva parte delle formatrici fino a poco tempo fa affermava addirittura: “i lefebvriani salveranno la Chiesa!”. A noi viene spontaneo riflettere e concludere l’ennesimo pezzo su questo “improponibile” sacerdote con una frase: “Homo faber ipsius fortunae” (ogni uomo è artefice del proprio destino)… E Manelli pagherà per la sofferenza inflitta.

 

Edoardo Izzo

Originale al link: http://www.farodiroma.it/2016/02/05/sanzioni-canoniche-in-arrivo-per-il-boia-di-frigento/

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“LA VITA (DI SUORE) IN DIRETTA”

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Rattrista il clamore popolare che sta accompagnando la vicenda dei Francescani dell’Immacolata.

Giovani vite di donne e di uomini che hanno creduto e credono in un ideale di vita consacrata, che cercano il Signore con cuore sincero, che si dedicano al servizio del prossimo e che amano la Chiesa, sono crocifisse per la messa alla gogna mediatica.

E’ un qualcosa che si sarebbe potuto evitare se p. Stefano Manelli, il loro fondatore ancora in vita, avesse accettato con umiltà e obbedienza soprannaturale le disposizioni della Santa Sede che gli contestava problematiche serie nello stile di governo, nei rapporti con le suore, nella liturgia, nella formazione, nell’amministrazione.

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Nella sua ostinazione, invece, si è servito di quelle correnti ecclesiali e politiche che attaccano l’attuale pontificato, le riforme del Vaticano II e che hanno invano e disperatamente cercato di trasmettere il messaggio di un “papa cattivo” che “perseguita dei bravi fraticelli”.

Questa “via crucis” ha un percorso e delle stazioni, forse più di quattordici, molto simili al recente ed omonimo libro di Gianluigi Nuzzi.

Non sappiamo se la finalità è la stessa, ma il risultato rimane l’attacco alla Chiesa.

Nell’immaginario collettivo è la vita religiosa nella sua bellezza, nella sua purezza che viene depauperata del suo valore e del suo splendore.

La gente comune non riesce quasi mai a distinguere il generale dal particolare e situare le responsabilità nei singoli.

Come per lo scandalo della pedofilia nel clero – a causa di qualche prete malato(ne) – come per le malversazioni finanziarie all’interno delle mura leonine – a causa di qualche prelato ambizioso – è la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica e romana che viene gettata nel ghetto delle meretrici.

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Dopo il primo dossier-rivelazione del Corriere della Sera del 4 novembre 2015, il giorno dopo ne è seguito un altro riguardante la testimonianza di una  mamma, visibilmente disperata, che conferma le confessioni di due ex religiose appartenenti all’ordine fondato da p. Stefano Manelli.

Sono tra i video più gettonati di un’Italia indignata e che ancora il 5 novembre pomeriggio si è fermata al portone della casa generalizia delle Suore Francescane dell’Immacolata a Frattocchie di Roma, dietro le telecamere di RAI UNO per “La vita in diretta”.

La verità sull’intera vicenda sembra progressivamente aprirsi alla luce del giorno, contrariamente a quel portone conventuale che nelle ombre del crepuscolo romano rimaneva sbarrato, anzi “chiuso in faccia”, a chi faceva semplicemente il proprio lavoro al servizio della verità.

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Impacciato l’intervento in TV del legale di padre Manelli, l’avv. Enrico Tuccillo che non è entrato nel merito della questione scivolando piuttosto sulla controversia patrimoniale, quella dei trenta milioni di euro di beni che, per volontà del Fondatore, sono stati trasferiti a laici di sua fiducia.

Un anno dopo, con l’intervento della Magistratura, il patrimonio è stato sequestrato, più tardi dissequestrato e poi ancora rimesso al giudizio della Cassazione come l’andirivieni di un valzer.

L’avv. Tuccilo a difesa di p. Manelli dice che il suo cliente ha effettuato “l’operazione” per essere  “povero come S. Francesco”, spogliandosi di tutto.

Il problema è che lui ha disposto dello spogliamento unilateralmente per un Istituto religioso di Diritto Pontifico e che si è ricordato di S. Francesco solo dopo venticinque lunghi anni di ininterrotto governo, guarda caso appena un mese dopo il commissariamento, cioè quando ormai non era più il superiore – per la rimozione coatta dalla carica – e quindi non poteva più disporre dei beni come prima.

I fatti non depongono a suo favore.

Se proprio vuole imitare S. Francesco, perché p. Manelli non devolve ora quei beni alla Santa Sede? Perché non li destina ai poveri, alle missioni, alle opere dell’Istituto da lui stesso fondato?

Come mai i suoi amici e familiari laici si accaniscono nella detenzione di un cospicuo patrimonio frutto di devoluzioni decennali da parte di chi, in buona fede, voleva in questo modo fare un’ “opera di bene”?

Non è possibile da persone oneste inaugurare una pacifica trattativa e un’equa distribuzione di quei beni tra i frati e le suore affinché ne dispongano da uomini e donne di Dio, per il bene comune?

Con quale coscienza tre laici se ne assumono la titolarità?

Sono interrogativi intriganti e pressanti.

Ritorniamo ora alla vicenda degli abusi sulle suore.

Sembra che certe pratiche penitenziali estreme siano state inaugurate dalla comunità delle prime italiane appartenenti all’Istituto, quelle che sono state particolarmente attenzionate dal fondatore che trascorreva gaudente nei loro monasteri lunghi soggiorni, abitudine che si è ulteriormente protratta, fino a cristallizzarsi, con la sua presenza a San Giovanni Rotondo, sempre nel monastero delle suore, dal settembre del 2014.

E’ proprio laggiù che tre giorni fa si è notato un movimento di religiose, abbastanza sconvolte, che in massa, su di un pulmino, hanno lasciato frettolosamente quel monastero del Gargano.

In un paesino come San Giovanni Rotondo, cose del genere non passano inosservate.

Ieri e l’altro ieri una troupe delle RAI sostava in via del Nunzio.

Evidentemente non si voleva far scoprire quante fossero le suore che vanno a trovare, probabilmente a turno, magari a comunità intere, il fondatore.

Illuminante l’intervento della psicologa in studio che ha spiegato con rigore scientifico come il meccanismo educativo e formativo di p. Manelli crei dipendenza nei suoi confronti, desiderio di imitazione fino a farne un modello di vita e un riferimento esclusivo di disciplina e di norma.

Immaginiamo che sia stata almeno tentata un’intervista al Manelli assistito probabilmente dall’avvocato che ancora ieri in diretta si tradiva dicendo di essere stato in un convento di suore.

“Ridono, stanno bene, giocano a pallone… io stesso ho mangiato da loro, stanno in carne…”.

Chiede che frati e suore vengano interrogati sul fondatore.

L’idea non è male: potrebbero infatti confermarsi da un lato elementi probanti sulle sue esagerazioni e dall’altro conferme sul plagio grazie a chi lo difenderebbe a oltranza.

E’ facile oggi per il fondatore, profittando della sua canizie, presentarsi come un vecchio ammalato e perseguitato.

I fatti a lui contestati, tuttavia, sono pregressi, risalgono a trenta, venti anni fa e la sua capacità d’intendere e di volere, le sue resistenze, le sue manovre, le sue innumerevoli telefonate, i suoi incontri, i suoi messaggi, le false promesse ai commissari, la dicono lunga sulla sua continua regia, oramai distruttiva, nella gestione della situazione degli Istituti dei frati e delle suore.

Si compara P. Stefano Manelli a Padre Pio solo perché da bambino si sarà confessato qualche volta dal santo cappuccino come per centinaia di migliaia di altri fedeli dell’epoca.

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Ridicola, poi, l’intrusione di un ospite – inviato dalle suore – nel viale del monastero di Frattocchie.

Quel signore che appartiene a un gruppo di preghiera attesta che P. Stefano lo conosce bene e che “è un santo”.

Questa dichiarazione la dice lunga, non solo sul fanatismo che si è creato dietro il personaggio, ma anche sul profilo sociale, culturale e psicologico di chi, come nella trasmissione del 5 novembre, continuava ad affermare che “la colpa è degli altri” , dei “modernisti” nella Chiesa e che la vera Chiesa è quella di San Pio X (sic).

E’ la conferma in diretta di chi il Fondatore si era circondato e di chi oramai faceva parte dell’ambiente di frequentazione dei frati e delle suore.

Un’altra perla di pensiero è stata la teorizzazione in diretta, sempre di quel signore, del corpo inteso come “principale nemico” dell’anima e quindi “degno” di fustigazioni masochistiche, le stesse indotte alle povere vittime del Manelli che portano ancora le ferite di quel passato sul corpo e … nell’anima.

Come il solito prezzemolo è poi venuta fuori la storia dei genitori di p. Manelli servi di Dio con un processo di canonizzazione in corso.

Non ci si rende conto che tali affermazioni complicano la vita al p. Manelli e il giudizio sull’eternità dei suoi genitori.

Con il beneficio d’inventario, ricordiamo che nel dossier del libro di Nuzzi si parla anche di cause di canonizzazione “forzate” attraverso tangenti…

Molto probabilmente si indagherà o si sta già indagando anche su questo e sull’attendibilità dei documenti e delle testimonianze relative alla postulazione.

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L’avvocato Tuccillo giustificava infine la chiusura di quel portone del monastero-villetta di Frattocchie dicendo che “le suore stavano in ritiro e che la portinaia era una straniera e che non aveva capito”.

E’ il segno inequivocabile di come lo stesso loro difensore si fosse reso conto di quanto maldestro sia stato quel comportamento.

Cosa costava a quella portinaia straniera interpellare una suora italiana responsabile?

D’altra parte quelle religiose, da come è apparsa la portinaia, difficilmente potrebbero reggere un confronto o trovare argomenti per spiegare certe pratiche delle quali immaginiamo anche che non siano pienamente convinte lasciandosi semplicemente trascinare da ciò che fanno tutte.

Pericoloso scivolone finale il puntamento del dito di accusa sulla Chiesa indicandola come incauta e ingiusta per la  maniera in cui “trattò” Padre Pio e di come oggi sta trattando un santo (p. Manelli ndr).

Ciò che dalla storia impariamo è che i santi di fronte alle ingiuste persecuzioni agirono in un modo diverso dal p. Manelli.

Di fronte a uno scandalo che sta assumendo proporzioni nazionali, anche la persona non necessariamente santa, ma saggia, matura, dall’alto dei suoi ottanta anni di età, per la pace e il bene comune avrebbe fatto qualche passo indietro, si sarebbe ritirata in buon ordine e non avrebbe dato adito ad ulteriori attacchi, critiche, insinuazioni o… conferme probanti.

Che dal masochismo fisico si stia passando al masochismo spirituale?

#COMMISSARIAMENTO : ALCUNE NOTE A MARGINE DI UNA STORIA POCO CHIARA

clicca per allargare e leggere il box di Marini

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#COMMISSARIAMENTO 
ALCUNE NOTE A MARGINE DI UNA STORIA POCO CHIARA

di ADOLFO MARINI

Occorre aggiungere che il ricorso dei cinque frati presso la Congregazione dei religiosi è seguito alla richiesta rivolta al Superiore Generale, con la quale i religiosi avevano portato alla sua attenzione diverse problematiche. Solo dopo essere rimasti senza soddisfazione presso il loro Superiore i cinque frati si sono decisi a ricorrere alla Congregazione, dove hanno denunciato diversi punti problematici nella vita della congregazione, richiedendo il ritorno al carisma originario.

 

I cinque religiosi hanno lamentato:

a) la “svolta tradizionalista” della congregazione, tanto nel seminario quanto nell’apostolato, e la vicinanza a esponenti del dissenso tradizionalista contestatori del Concilio Vaticano II;

b) l’implementazione autoritaria del Summorum Pontificum;

c) lo stile arbitrario nel governo dell’Istituto e la mancanza di meccanismi per affrontare il problema;

d) le ricadute di questi problemi sulla formazione interna dei religiosi;

e) l’influenza esercitata dall’ex-madre generale delle Suore Francescane dell’Immacolata sul Fondatore, nonché la sempre più marcata radicalizzazione delle suore.

 

Va anche detto che molti attribuiscono la fecondità delle vocazioni dei FFI a un proselitismo piuttosto superficiale in materia di discernimento vocazionale (almeno rispetto alla prassi di altri ordini religiosi). E non si può tralasciare, tra le cause della crisi dell’Istituto, la vera e propria guerra intestina scatenatasi al suo interno già all’indomani del commissariamento.

Ha dato impulso alla radicalizzazione del conflitto la mediatizzazione in chiave polemica della vicenda, alla quale hanno dato un massiccio contributo i circoli tradizionalisti vicini all’Istituto dei FFI (schierati dalla parte delle autorità decadute col commissariamento).

Questa ingerenza mediatica ha esasperato gli animi alimentando un clima di veleni e asprezze. Da questa temperie si è così originata una autentica «guerra civile» tra fazioni «pro» e «contro» il commissariamento; una faida che sembra avere eletto il web (siti e blog) e i social network come terreno di scontro.

A onor del vero padre Fidenzio Volpi, il commissario da poco deceduto, nell’esercizio delle sue funzioni ha sempre goduto dell’appoggio da parte della Congregazione dei Religiosi e del Papa.

L’ipotesi che una delle ragioni del commissariamento sia stata il favore con cui padre Manelli avrebbe guardato alla “messa antica” sembra essere stata fugata proprio dal Papa. Nel suo incontro coi giovani seminaristi e i formatori dei Frati Francescani dell’Immacolata (10 giugno 2014) papa Francesco ha motivato la sua decisione di demandare al commissario apostolico la facoltà di concedere il permesso di celebrare secondo il rito antico.

Il provvedimento si è reso necessario, ha detto il Pontefice, affinché nessuno credesse che fosse «obbligatorio fare (il Vetus Ordo)», in modo da «ripristinare la libertà».

Papa Bergoglio ha anche ricordato la funzione di garante dell’ortodossia assolta dal Successore di Pietro, che governa la vita della Chiesa anche attraverso i suoi delegati (non senza aggiungere che il principio dell’«obbedienza» è «il principio della cattolicità»). Infine, dopo aver assicurato di aver preso coscienza della situazione dell’Istituo promettendo di fare tutto il possibile per trovare una soluzione veloce, ha osservato che «quando qualcuno, per difendere il carisma, fa una divisione» non agisce secondo lo «spirito evangelico».

 

Articolo pubblicato: La Croce quotidiano ed. 10 luglio 2015

L’ESCLUSIVISMO

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Gli argomenti della nostra piattaforma relativizzano l’intervista alla mamma di Madre Gabriella Iannelli.

Che abbiano colto nel segno ce lo conferma Martone stesso con una nuova intervista alle SFI preconfezionata in modo sempre più esclusivo.

L’ultima domanda odora addirittura di minaccia e di reato di violenza privata.

Continueremo con determinazione e convinzione ad avvalerci della libertà di espressione e di opinione.

 

In estate nei paesi dell’entroterra ausonico si celebrano diverse sagre.

E’ un modo per aggregare durante il rientro per le vacanze i vari compaesani che l’ondata migratoria dello scorso secolo portò oltreoceano e oltralpe.

Gianluca Martone ci risparmia taralli e bucatini, ma ci offre indigeste “pizze piene”, tipica specialità beneventana, ritornando il 9 luglio 2015,   sempre su “La Croce”, sul caso di Padre Manelli e delle Suore Francescane dell’Immacolata con una nuova intervista “esclusiva”.

Tante cose sono esclusive: le impronte digitali, il DNA, il timbro della voce…

Quanto alla qualità dell’intervista, che il Martone definisce significativa, lasci pure ai lettori il giudizio, specie se anziché le VITTIME, vengono intervistate le DAME DI CORTE, essendoci stato riferito che Maria Grazia Palma è una superiora.

A furia di interviste “esclusive” ci convinciamo sempre di più che il Martone sia caduto nell’esclusivismo, cioè in uno dei difetti cronici del Padre Manelli.

L’esclusivismo, infatti, fa credere all’interessato, che solo il proprio modo di pensare e di giudicare sia giusto.

Entriamo nel merito analizzando le frasi più esclusive di Madre Maria Grazia Palma dell’Ordine SFI.

“La risonanza mediatica di una notizia non è assolutamente prova della sua veridicità”.

Siamo assolutamente d’accordo con lei perché sono infatti le testimonianze delle vittime di anni di abusi a costituire la prova che gli inquirenti, con il metodo del contraddittorio e la raccolta di prove, valuteranno nella loro oggettiva veridicità.

Non ci risulta intanto che la Palma abbia avuto accesso a tale documentazione.

La religiosa poi dichiara: “L’ho visto (il padre Manelli ndr) e sentito innumerevoli volte schermirsi davanti alle lodi, cambiare argomento e stornare abilmente l’attenzione dalla sua persona”.

Nell’assistere a dei filmati in rete sembra che il Manelli suscitasse invece le lodi verso se stesso attribuendosi un legame speciale con Padre Pio che lo confessò e comunicò in tenera età, così come faceva con altri bambini.

La monaca dice: “Padre Stefano non soffre di protagonismo, come alcuni vogliono far credere”.

Più di un prete racconta ancora che a Pompei, arrivato in ritardo per la celebrazione di un raduno, Padre Manelli si fece strada tra la ressa di folla dicendo: “Fatemi passare, sono io il figlio spirituale di padre Pio!”.

Ci risulta poi che padre Manelli ridicolizzasse gli altri, insultasse specialmente i Conventuali, l’Ordine che lo ha fatto frate e sacerdote, l’Ordine i cui Superiori hanno tanto sofferto per causa sua.

Tutti erano secondo il Manelli dei rilassati vecchietti e dei ricconi senza le vocazioni.

Avrebbe preso lui – diceva – i loro conventi per i frati e le suore turchine.

Chiedere per credere.

La Palma, poi, dichiara: “So per certo che, nell’ultimo Capitolo dei frati, tenutosi nel 2008, egli li ha pregati di non rieleggerlo, ma essi lo hanno riconfermato nella carica di ministro generale”.

Due sono le ipotesi della montatura: o le suore hanno accesso al Capitolo Generale dei Frati, cosa strana ed esclusiva, oppure qualcuno, magari Padre Manelli in persona, tradendo il segreto del Capitolo, ha riferito tale particolare.

Noi crediamo, molto più semplicemente, che si tratti di una nuova leggenda costruita ad arte per far credere il distacco di padre Manelli dal potere.

Da una nostra indagine, dopo le contestazioni del 2012 che portarono alla Visita Canonica, sappiamo per certo che Padre Manelli, quasi ottantenne, si preoccupava di non poter forse essere rieletto al Capitolo Generale del 2014.

Lo andava dicendo in giro.

Stava ovviando al problema preparando all’uopo la campagna elettorale per il nipote, sua protesi genealogica ed ideologica.

La Congregazione per la Vita Consacrata riferì, invece, che già nel Capitolo Generale del 2002 l’elezione di Padre Manelli doveva essere l’ultima.

Cosa sarà successo poi, lo sanno i suoi protettori.

Nel 2008 il Cardinale Prefetto era Francis Rodé e crediamo che proprio in quel periodo ordinò sacerdoti dei frati dell’Immacolata, particolare che si può seguire sul canale 81 di Tele Radio Buon Consiglio di Frigento.

A noi suore e a tanti laici – dichiara la monaca – ha insegnato che le nostre regole di vita si osservano non per obbligo o per timore di una punizione, ma per amore, e che i sacrifici hanno senso solo se li compiamo mossi dal nostro personale amore per Gesù”.

A noi poveri telespettatori e internauti, appare evidente che invece Padre Manelli parlasse spesso di Inferno e castighi, guerre, carestie, incutendo paure, scrupoli…

Il Terzo Segreto di Fatima per lui non era stato pienamente rivelato e la profezia sulle sciagure della Chiesa riguardava il Vaticano II, Concilio che entrò nellagenda del Padre Manelli in modo ossessivo per farlo criticare.

Organizzò  per questo un Convegno a Roma nel 2009  come testimonia mons. Marchetto che vide tra i partecipanti anche dei lefebvriani tonsurati.
Manelli mise in bocca a Padre Pio la frase « Tutte tenebre », le cosiddette quattro T ascrivibili al Vaticano II.
CharlieHebdo
 
Vero o falso?

Una famiglia residente in Campania, in quei paesini dove si vive la religiosità in maniera superstiziosa, fece provvista di candele, una cassa intera da far benedire a Padre Manelli.

Durante l’imminente “tre giorni di buio” che Padre Manelli aveva annunciato, solo chi possedeva tali candele avrebbe avuto in casa l’illuminazione.

Sono passati almeno quattro anni da allora!

Vero o falso?

Cosa dire, poi, di persone che dietro consiglio di un falegname di Bolzano , un altro personaggio legatissimo a padre Manelli, facevano provviste di ceci e altri legumi secchi, scatolami per un imminente attacco nucleare o fuoco dal cielo.

Questo signore utilizzava  gli stessi metodi del Manelli e si rifaceva alle sue profezie.

Organizzava per padre Manelli i viaggi a Fatima e mancò poco che non cadessimo anche noi nella trappola.

Tutte e tutti avevano la vocazione e ognuna doveva alleggerirsi dai beni di questa terra (soldi, macchine, case) e darli al Manelli « per le missioni ».

Vero o falso?

Esaltava la sua conoscenza con Padre Pio, amava esibirsi davanti alla corte dei miracoli e per aver vessato i figli che obbligò alla vita religiosa, tutti poi dei fuoriusciti dall’Ordine del Manelli, venne denunciato e subì un processo.

Vero o falso?

La dinamica è la stessa, così come il tipo di disturbo della psiche.

Padre Manelli si circondava di collaboratori che avevano le sue stesse caratteristiche di personalità.

Questo fattore, comunque, ci accomuna tutti, basta sfogliare l’elenco degli amici della pagina facebook di Gianluca Martone.

La Palma incalza: “Non so come si possa pensare che un Istituto religioso possa andare avanti con la forza motrice di ricatti e vessazioni”.

Esatto! Non sappiamo infatti se l’Istituto potrà ancora andare avanti così ancora per molto…

Ci ha insegnato – afferma la monaca – la prudenza nei rapporti con frati e sacerdoti e non ha mai approvato la familiarità che indulge ad atteggiamenti poco riservati”.

Anche i Farisei collocavano sugli altri dei pesi insopportabili e personalmente vivevano nella totale incoerenza.

Noi suore non abbiamo mai salutato Padre Stefano come si fa generalmente tra parenti o conoscenti, neppure se si trattava di fargli gli auguri per qualche festività, e alle donne che mostravano di volerlo salutare in modo affettuoso, non permetteva di baciargli se non la mano”.

E’ vero!

I parenti e conoscenti, infatti, non si prendono le licenze che vengono attribuite a padre Manelli che le giustificava dietro un falso misticismo: “fammi toccare il petto perché lì c’è Gesù… 

In risposta alla terza domanda dell’intervista, la Palma dichiara che le ex suore sono pochissime.

Alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata ne risultano invece molte, anzi moltissime in soli venti anni di vita dellIstituto e ne abbiamo ricostruito almeno un centinaio poiché quelle di voti provvisori non vengono dichiarate al Vaticano quando escono.

Vero o falso?

Sappiamo di suore anche scappate, qualcuna incinta, altre unitesi in matrimonio con laici, una col medico del convento, altre con qualche ex frate.

Vero o falso?

Una suora americana scavalcò il muro del convento e si ruppe anche una gamba per evadere. Questo è successo fuori dall’Italia, in un monastero SFI di clausura in Cornovaglia.

Vero o falso?

Come vivevano in convento la gioia della vocazione?
 
Quale era il modello di vita religiosa che scaturiva dalla loro formazione?

La realtà è peggio dellimmaginazione!

Dulcis in fundo persino la povera nipote del Manelli è uscita lo scorso anno di convento e da quarantenne si è subito sposata, dopo venti anni e passa  (anche lei) di vita religiosa!

Vero o falso?

Lungi dal voler attaccare la vita consacrata, è nostra intenzione rispettarla e difenderla da ogni ipocrisia.

Lo scopo è preservare il bene che producono i religiosi e scremarlo da ogni impurità.

I soldi della povera gente che ieri servivano per i protettori, oggi servono per gli avvocati?

Le minacce di querela, denunce, ben vengano!

In sede processuale sfileranno vittime, atti e fatti.

Siamo pronte ad andare in televisione

La carta stampata non ci basta più se continuano a minacciarci o a farci leggere ed udire le solite balle per coprire chi e che cosa?

Noi siamo pronte a difenderci.

E’ la verità che ci farà liberi.

IL “FONDATERRORISMO” MANELLIANO

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Affinità e particolarità del Manelli nel confronto con Osama Bin Laden

 

Raul Caruso e Andrea Locatelli, nel gennaio del 2005 scrissero un saggio  intitolato «Pushing the Prize Up. A Few notes on al-Qaeda’s reward Structure and the Choice of Casualties».

L’idea interpretava Bin Laden come l’organizzatore di una specie di gara tra gruppi terroristici diffusi a livello mondiale.

In questo ruolo, si immaginava Bin Laden premiare ex-post il terrorista più bravo ed efficace nel colpire obiettivi occidentali piuttosto che pianificare personalmente l’ondata di violenza e terrore che andava diffondendosi in alcuni Paesi.

Il pericolo sembrava essere quindi che al-Qaeda sostenesse una specie di gara permanente spingendo gruppi auto-organizzati ad attivarsi e a perfezionarsi al fine di vincere questa competizione divenendo quindi sempre più brutali e sanguinosi.

Nell’analizzare da un punto di vista criminologo la dinamica messa in opera da Stefano Manelli, notiamo come le comuni caratteristiche comportamentali abbiano originato la stessa dinamica fondamentalista e terrorista.

Per il principe saudita si trattava di estremizzare il wahabbismo – salafismo islamico affinché si armasse e in nome del Corano lanciasse una fatwa sanguinaria e distruttiva.

Per il religioso tarsatico si trattava di estremizzare il fondamentalismo cattolico e lanciare una crociata contro una presunta Chiesa corrotta.

Nel coniare un neologismo potremmo definire tale fenomeno con il termine di “fondaterrorismo” e cioè la parola composita formata da “fondamentalismo” e “terrorismo”.

Esistono tuttavia anche delle differenze tra i due personaggi:

se Osama Bin Laden intimidiva con le armi e incoraggiava gli adepti con la promessa escatologica della terra dove “scorre latte e miele”, il Manelli terrorizzava con maledizioni e invettive lanciate ai suoi oppositori e alle loro generazioni antecedenti e susseguenti promettendo invece il “paradiso” cristiano ai suoi fedelissimi.

In entrambi c’era sempre bisogno della dicotomia semplificativa premio-pena per la necessaria presa su persone poco inclini alle analisi e sintesi più elaborate, il cosiddetto discernimento.

Nel compound pakistano dove i soldati americani hanno eliminato l’autore ideologico dell’11 Settembre, c’erano le diverse  mogli  e i numerosi figli del fondaterrorista.

Il Manelli è a sua volta attorniato da un gruppo di fedelissimi e fedelissime, paghe di un solo suo sguardo e parola compiacente; meglio se di preferenza rispetto alle altre.

Più il loro odio e le loro azioni sono sadiche e violente contro i presunti oppositori di Padre Manelli, più i “manelliani” (= seguaci del Padre Manelli) dissipano l’insicurezza di non beneficiare di un ruolo di privilegio nell’harem cattolico.

Tale immagine non è solo concettuale, ma è risaputo che da decenni il Manelli ama risiedere in quelli che considera i suoi harem e cioè i conventi femminili delle Suore Francescane dell’Immacolata e delle Clarisse dell’Immacolata.

La sua mistificazione si sviluppa proprio dall’autopersuasione spavalda di stare al di sopra delle regole, cioè di non rispettare la clausura e l’intimità che spetta a delle consacrate.

Padre Manelli ha avuto la costante abilità di creare divisione fra i suoi adepti con l’espediente del macchiavellismo.

Come Bin Laden stimolava a una sorta di gara nel colpire i suoi avversari.

Al vincitore simulava per almeno ventiquattro ore il premio di una maggiore attenzione, di una generosa manciata di poetici elogi o, nei casi più impegnativi, il conferimento di qualche carica tra i religiosi o i laici a lui collegati.

Nel saggio «The Road to Martyrs’ Square» Anne Marie Oliver e Paul F. Steinberg notano che è impossibile capire la «cosmologia dell’intifada» se non si entra nella testa dell’aspirante martire che «si vede non solo come un vendicativo Ninja ma come una star del cinema, un sex simbol».

Osama Bin Laden prediligeva come letture le teorie del complotto e movimenti cospirazionisti di tutti i tempi: sulle mensole del covo in cui rimase dieci anni campeggiavano testi sull’Ordine degli Illuminati – una società segreta del Settecento, che aveva una struttura analoga alla Massoneria e aspirava al dominio del mondo attraverso l’instaurazione di un nuovo ordine – o  “Genealogia dei Cospiratori: Storia del Comitato dei 300″ di John Coleman, che nel 1992 pubblicò i nomi di 209 organizzazioni, 125 banche e 341 membri passati e presenti di questo comitato fondato dalla Nobiltà Nera veneziana nel 1729, tramandatosi nei secoli fino a comprendere l’intero sistema bancario mondiale e i più importanti rappresentanti delle nazioni occidentali.

Non meraviglierebbe se tra le letture del Manelli, così come emerge dalle sue conferenze ancora presenti su youtube o da qualche suoi scritto, ci fossero gli stessi interessi.

Il narcisista che diventa paranoico; Erode che cerca il bambino… e massacra gli innocenti!

Il messaggio di Fatima si trasforma allora in una “caccia alle streghe” , la Chiesa vittima di un complotto degno dei fantaromanzi di Dan Brown; il Concilio Vaticano II il vero Terzo Segreto mai rivelato e il tutto suffragato da penne poco titolate alla teologia come la Siccardi, il De Mattei o ancora il famigerato “fatimista” padre Nicholas Gruner, controverso sacerdote canadese deceduto il 30 aprile 2015.

Che Padre Manelli si fosse lasciato influenzare o avesse sfruttato movimenti e personaggi estremisti nella Chiesa, è un fatto vecchio e risaputo.

Proprio Padre Nicholas Gruner ricevette gli ordini sacri a Frigento (Avellino) nel 1976 protetto da Padre Manelli.

Nel 1978 cioè due anni dopo, a ordinazione ottenuta,  lasciò la Casa Mariana di Frigento  e ricevette dall’allora vescovo di Avellino il permesso di risiedere in Canada, dove iniziò il suo apostolato su Fatima spalleggiato da una lobby miliardaria che gli forniva alloggio nelle suites degli hotels a cinque o sette stelle delle capitali mondiali.

Chi volesse creare all’epoca e ancora oggi destabilizzazione all’interno della Chiesa, in anni nei quali si parlava del caso IOR, di Emanuela Orlandi e di Mons. Marcinkus, lo sanno anche le pietre, le stesse pietre che sanno degli appoggi passati e attuali del Manelli, le stesse pietre che la sanno lunga sul Vatileaks, sugli antibergogliani e sui Cavalieri di Malta il cui cappellano è il cardinale statunitense Raymond Burke, noto protettore del Manelli spalleggiato dall’estrema Destra italiana.

La differenza rispetto al saudita, tuttavia, era che mentre Bin Laden offriva una certa autonomia creativa alle cellule di Al-Qaida, il Manelli ha continuato e continua a tenere tutto sotto controllo come effetto collaterale della tecnica di spersonalizzazione totale che rende i suoi seguaci completamente incapaci di autodeterminazione.

Il fenomeno che da qualche anno la Chiesa sta studiando nei suoi più alti vertici e facendo analizzare anche da specialisti esterni, si confronta con il dovere della Magistratura che dispone di un quadro sempre più chiaro.

In quattro decenni si è prodotto un lento ma inesorabile genocidio morale nei confronti di centinaia e centinaia di giovani vite rovinate e intere famiglie sfruttate sul piano economico.

Esse si sono poi viste abbandonate a se stesse con figli e figlie restituiti una volta resi inservibili come malati psichiatrici.

Nella Provvidenza di Dio, sta per chiudersi una delle pagine più tristi e dolorose della storia della Chiesa del postconcilio che ha prodotto anche mostri dei quali si è corso ai ripari solo dopo evidenti abusi e denunce rimaste ancora in parte ancora inevase dal potere ecclesiastico.

Il Tribunale della storia ha già emesso la sua sentenza.

Il resto lo affidiamo alla Misericordia di Dio.

IL COMITATO DIABOLICO

COMITATO  DIABOLICO - 2

il comitato diabolico

Circola in rete una nuova testimonianza di Padre Alessandro Calloni. Il coinvolgimento di un gruppo di laici, fanatici nei confronti del Fondatore, sta creando solo nuove tensioni e rivelando fatti sempre più gravi. Il Commissariamento era un “atto dovuto” ma da solo o limitato al ramo maschile non potrà ristabilire la giustizia e la pace.

IL COMITATO DELL’IMMACOLATA

Qualche giorno fa, alcuni amici, mi hanno inviato un testo, scritto da un sedicente Comitato dell’Immacolata, che sembra presentarsi come portavoce ufficiale di un gruppo di frati francescani dell’Immacolata, oramai, da più di un anno, in conflitto stabile con le direttive date dal Santo Padre e dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata. Purtroppo, a capo di questo gruppo di frati disobbedienti c’è, addirittura, il Padre Fondatore, Stefano Maria Manelli, il quale, capeggiando direttamente e astutamente la “rivolta” (frati e laici, in conflitto con la Chiesa Cattolica, che rispondono solo a lui), dimostra più che mai, come certi doni dati da Dio ad alcuni dei suoi figli (per es. il carisma fondazionale), appartenendo alla qualità soprannaturale della gratia gratis data, non affermano la santità del “destinatario”, ma lo abilitano, semplicemente, ad agire per il bene degli altri; cioè a guidarli, aiutarli, disporli alla vita di unione con Dio; restando ferma la verità, che il Fondatore stesso dovrà commisurarsi quotidianamente con la perfezione del dono fattogli, vivendone la sua personale fedeltà (cosa per nulla scontata: basti pensare al Fondatore dei Legionari di Cristo, Padre Marcial Maciel Degollado). Ora, il sedicente Comitato, ha pubblicato una lettera di risposta a un internauta (non intendo interessarmi della loro diatriba), dove si fanno, purtroppo, alcune affermazioni false, e si esprimono dei contenuti per nulla corrispondenti alla reale verità dei fatti. Li esamineremo ora, uno per uno, per mostrarne gli errori.

1) Padre Stefano Manelli è presentato come: “un vecchio inerme e indifeso…. che utilizza il suo tempo nella preghiera e lo studio”. Non sembra proprio che Padre Stefano possa essere presentato come una persona inerme, viste le volte che “fugge” dai conventi, senza alcun permesso (l’ultima, da San Giovanni Rotondo a Villa Santa Lucia); oppure quando, scaltramente, organizza appuntamenti nei momenti che sa che il superiore è impegnato, e non lo può scoprire (celebrare la s. Messa, ecc.). Non mi sembra inerme neanche quando chiama al telefono i frati per “ordinar loro” di lasciare la vita religiosa (com’è testimoniato dalle lettere presenti in Congregazione), né quando incontra le Autorità ecclesiastiche calunniando i frati – e su richiesta di codeste (Autorità) di mettere il tutto per iscritto, chiaramente, rifiuta; non potendo provare le sue false affermazioni. Sono solo alcuni esempi, ma se ne potrebbero elencare molti di più.

Indifeso? Da chi e da che cosa? È stato minacciato, picchiato, ecc.? Se mai siamo noi a doverci “difendere” dagli “avvertimenti” dei famigliari di Padre Stefano, che pretendono di fare e disfare le comunità del nostro Istituto a misura dei desideri del fratello, paventando chissà quali ritorsioni, qualora a Padre Manelli accada…: che cosa? Ma di che cosa hanno il coraggio di parlare queste persone? Recuperassero almeno il pudore del silenzio.

Preghiera e studio. In effetti questa è l’immagine che ama dare di sé all’esterno. Anche nell’ultimo colloquio avuto con lui, si fece trovare con il Rosario in mano e con un libro di mariologia davanti a sé, ringraziando per la possibilità datagli, di poter pregare e studiare; salvo poi mentirmi due volte in pochi minuti su di alcune vicende importanti del nostro Istituto. Ricordo che quando gli feci notare che ero in possesso di scritti che dicevano l’esatto contrario di quello che lui affermava, e che li avevo nella camera accanto e, qualora volesse, potevo andare a prenderli per mostrarglieli, abbassò la testa e cambiò immediatamente discorso. Fu uno dei momenti più tristi dei miei, più che vent’anni, di vita religiosa francescana; lo guardavo mentre tutto serio mi raccontava fatti inesistenti, e tra me dicevo: “non è possibile, ma guarda come mente…”. Comunque, il resoconto di quella triste mattinata, nel convento di Casalucense, sta in Congregazione, visto che parlammo anche di altre cose, dove il Padre, non intendeva rispettare i desideri del Santo Padre e della Congregazione. Se sono questi i frutti della preghiera e dello studio…

2) Cercano di colpevolizzarlo e di accusarlo di non intervenire per mettere pace… è come se il nostro anonimo accusatore scrivesse: “Caro Padre Stefano, dopo che ti abbiamo tolto tutti i poteri di governo e ridotto a semplice frate, nonostante tu sia privato di ogni autorità, ora devi intervenire per ristabilire la concordia”. Quante volte abbiamo sentito (purtroppo, però solo a parole, visto il suo comportamento dopo il commissariamento dell’Istituto) il Padre, parlare del desiderio che aveva di poter fare il frate semplice; di poter obbedire e di potersi ritirare; quindi nessuno, sembra avergli fatto un torto, togliendogli il potere, ecc. Nella lettera, però, non si specifica chi glielo avrebbe tolto questo potere: forse il Papa? Oppure un organo ufficiale rappresentante la Santa Sede? Se si: qual è il problema? Quando un numero notevole di frati chiede alla Santa Sede d’intervenire, perché crede che nel loro Istituto siano “entrati” dei problemi di natura dottrinale, di abuso del potere di comando, di gestione del denaro e dei beni materiali, forse che l’Autorità ecclesiastica, possa far finta di nulla, solo perché a voi, evidentemente, va bene così? Di questo, in specifico, ci occuperemo più avanti.

Per tornare al nostro argomento, desidero chiedere al Comitato (dell’Immacolata?), se crede che serva, necessariamente, un’autorizzazione canonica per “comandare” un comportamento consono a un religioso della Chiesa cattolica che, avendo rifiutato l’autorità della Santa Sede e del Papa, ora riceve ordini, unicamente da te (Padre Stefano Manelli).

Volete che ve lo spieghi io, o preferite che sia l’Autorità ecclesiastica legittima, a spiegarvi chi sia stato a ordinare ai frati, dopo il commissariamento, di ostacolare in tutti i modi illeciti, per un vero francescano, il lavoro del Commissario apostolico, con le lettere di rimostranza, i certificati medici, le perizie psicologiche, i ricoveri ospedalieri ad personam, le latitanze, le irreperibilità, le fughe dalle parrocchie, ecc., per “obbligare” il Commissario a comminare delle sanzioni, gridando poi allo scandalo ed alle persecuzioni.

3) Se ripercorriamo i fatti, vediamo che è proprio la famiglia religiosa a non esistere più; pertanto non esistono più i fratelli in senso stretto, figli di uno stesso padre, perché alcuni di loro non si riconoscono più nel loro Fondatore. È tipico della logica autentica – quella che considera la verità come un valore – desiderare di risolvere le questioni che la interpellano, riconducendo l’insieme dei termini (della questione) al loro fondamento ultimo. Arrestarsi al/ai fondamenti intermedi, significa “espellere” la verità dalla conclusione, consegnando la questione alla tirannia del sofisma, artifizio retorico, tipico degli ideologi, perennemente strutturati, intellettualmente, in visioni di natura riduttiva e settoriale. Nessun frate, infatti, rifiuta il fondatore (ecco il sofisma); quello che si è rifiutato è una modalità comportamentale, di scelte di governo e, soprattutto, di alcune visioni teologiche, del fondatore. Una famiglia religiosa, inoltre, non esiste o viene meno in ragione del fondatore. Quest’ultimo è solo un fondamento intermedio, poiché, l’analogato principale ultimo e fondativo di un Istituto religioso, è un’autorità certamente più alta: la stessa che fonda il fondatore e al quale, quest’ultimo, deve necessariamente ubbidire – pena il suo stesso dissolvimento come religioso-fondatore. Basterebbe consultare il CIC, can. 590 “Gli Istituti di vita consacrata, in quanto dediti in modo speciale al servizio di Dio e di tutta la Chiesa, sono per un titolo peculiare soggetti alla suprema autorità della Chiesa stessa. I singoli membri sono tenuti ad obbedire al Sommo Pontefice, come loro supremo Superiore, anche a motivo del vincolo sacro di obbedienza”. E ancora: can. 593: “Fermo restando il disposto del can. 586, gli Istituti di diritto pontificio sono soggetti in modo immediato ed esclusivo alla potestà della Sede Apostolica in quanto al regime interno e alla disciplina”. È chiaro che alla luce di questi due semplici canoni del DIC, tutto il punto 3 si dissolve da sé, implodendo per la sua nullità di contenuto e per la “stravaganza” intellettuale dello stesore stesso. Come fa a non esistere più una famiglia religiosa che nella stragrande maggioranza, dei suoi frati, obbedisce al Sommo Pontefice e alla Santa Sede? Solo una mente a-cattolica può non rendersi conto che il fondamento ultimo del nostro Istituto religioso, non è un padre (il Fondatore), ma una madre: la Santa Madre Chiesa, con a capo il Santo Padre. Sono solo un piccolo numero di frati che non riconoscendo più il fondamento ultimo della cattolicità, la Chiesa, il Papa, la Santa Sede, si sono estraniati dall’Istituto, eleggendo come “Assoluto” chi, di fatto, in relazione ad altri (Santo Padre, ecc.) è semplicemente un “relativo” e dipendente. Nessuno, quindi, ha mai inteso disobbedire alla legittima potestà di un padre fondatore; ma si è unicamente rivendicato il diritto a non essere “abortiti” dall’obbedienza alla Chiesa, al Papa, ecc., unica condizione ineludibile di permanenza nella cattolicità. Non mi risulta, ancora, che l’aborto (spirituale) rientri nei diritti possibili di un fondatore, se non quando egli abbia perso la “memoria” del carisma-dono ricevuto, e del valore di ogni vocazione.

4) Se il nostro anonimo firmatario fosse meno ripiegato su se stesso e più capace di un’analisi oggettiva, si accorgerebbe che la lotta in atto non è tra fratelli di una stessa famiglia religiosa, ma tra due idee di vita religiosa: una fedele alla regola di San Francesco e alla spiritualità kolbiana, con tutti i suoi approfondimenti che conducono al voto mariano, l’altra….. È interessante notare che i frati ritenuti fedeli alla Regola francescana e alla spiritualità kolbiana sono gli stessi che si sono rifiutati di obbedire alle disposizioni del Santo Padre e alla legittima autorità della Santa Sede; nonché al Commissario Apostolico, da essa nominato. È per me qualcosa d’incredibile dover spiegare l’ovvio, ma siamo in un contesto di tale mancanza di lucidità intellettuale che si resta sbigottiti dinanzi ad una tale cecità. Scusate: ma se io occupo una carica nel nostro Istituto come delegato per l’Italia, e la esercito in piena comunione con il Commissario Apostolico, che risponde direttamente alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata; che sono in contatto continuo con il Santo Padre, che sente personalmente, a volte, lo stesso Commissario Apostolico, il quale – Santo Padre – ci ha detto chiarissimamente quello che vuole da noi, in quell’incontro di circa un’ora e trenta minuti, e che noi stiamo cercando di realizzare: ma si può sapere cosa vogliono queste persone? Ma, soprattutto: in quale Chiesa vivono? Cap. 1 della Regola: “Frate Francesco promette obbedienza e reverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana…”. Io il Papa non l’ho mai insultato, né denigrato; né ho mai insegnato ai laici la nuova teologia della fedeltà nella disobbedienza; né ho mai chiesto preghiere ai laici che vengono a confessarsi per la conversione del Papa; non ho mai detto neppure che sia un massone, e non mi sentirei molto tranquillo se, a difendermi, fossero solo, a turno, persone che negano che il Papa sia il Papa; oppure che lo riconoscano come Papa, negandogli però l’obbedienza anche nel legittimo; e, dulcis in fundo, da coloro che restano quotidianamente “turbati”, perché il Papa non si conforma ai loro parametri o aspettative, ecc. Si voleva, inoltre, portare l’Istituto a schierarsi apertamente contro il CVII, corrompendolo nella sua più intima natura di Istituto religioso cattolico, organizzando un nuovo convegno (dopo quello del dicembre 2010), dove il Vaticano II doveva essere attaccato direttamente. Si parlava, nell’Istituto, dei frati che avrebbero dovuto organizzare il convegno, senza fare però alcuna relazione, ma lasciando tutto il lavoro relazionale nelle “mani” di convenisti laici. Ricordo la grande preoccupazione di alcuni frati che conoscendo tali intenzioni, si chiedevano dove stesse andando l’Istituto, qualora continuasse a restare nelle “mani” di questi intemperanti. Cap. 2 della Regola: “Li ammonisco, però, e li esorto a non disprezzare e a non giudicare gli uomini che vedono vestiti di abiti molli e colorati”. Come ho fatto notare, in uno degli articoli precedenti, c’era chi s’inventava addirittura delle sconcezze morali da attribuire ai vescovi della Chiesa cattolica (Mons. Tonino Bello). Ci sono diversi episodi in cui si racconta come san Francesco incontra degli eretici che contestano la Chiesa e vogliono approfittare della sua venuta, portandolo di fronte al prete del paese che vive in concubinato e che è di scandalo, chiedendogli: “allora cosa bisogna fare con questo prete?” San Francesco gli va incontro e gli dice: “se tu sei peccatore io non lo so, ma so che le tue mani possono toccare il Verbo di Dio”, e si inginocchia a baciargliele. Loro per come sono strutturati moralmente, quel prete, l’avrebbero massacrato. E loro sono i veri francescani: gli “Unici”. Ma quello che più infastidiva, era lo stato di gossip perpetuo che si respirava nell’Istituto e soprattutto nel nostro Seminario, che rendeva molti dei nostri studenti delle “pettegole” arroganti e piene di sé – vista l’estrema facilità con la quale disubbidirono poi alla volontà del Santo Padre, Francesco. Il loro moralismo di matrice puritana, li rendeva una sorta di quaccheri vestiti dell’abito francescano che, come si è ben visto, agiscono per illuminazione interiore, prescindendo, di fatto, dal vincolo dell’obbedienza a qualsiasi autorità ecclesiastica, che non li confermi nella loro “in-coscienza soggettivistica”. È sufficiente leggere le “letterine”, scritte da alcuni di questi studenti, per comprenderne il soggettivismo soggiacente = 1) nessun riferimento all’Autorità legittima (come se essa non avesse manifestato la sua volontà; 2) credere che l’Istituto sia iniziato con loro, che sia sorto quasi miracolosamente dalla loro preghiera, come se si fosse trattato di una nuova creazione; è la solita palingenesi di matrice illuministica: prendi dei “mediocri” (in senso cattolico), li esalti al di sopra dei loro meriti e capacità effettive, e hai creato dei “cagnolini” che ti seguiranno ovunque, finanche se li porti alla distruzione e dissoluzione. 3) Una nozione di coscienza a-cattolica. Cap. 3 della Regola:Consiglio invece, ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che, quando vanno per il mondo, non litighino ed evitino le dispute di parole, e non giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come si conviene”. Hanno mosso “guerra” a un Concilio della Chiesa cattolica; non obbediscono al Papa e insultano i vescovi; litigano, disputano (disonestamente) e giudicano sprezzantemente tutti coloro che non intendono secondo il loro gusto; ma chi di calunnia ferisce, di verità perisce. Ancora un po’ di pazienza. Cap. 4 della Regola: “Comando fermamente a tutti i frati che in nessun modo ricevano denari o pecunia…. come conviene a servi di Dio e a seguaci della santissima povertà”.

Dopo il commissariamento siamo a venuti a conoscenza che le nostre Associazioni possedevano più di 60 beni tra alberghi, ville, appartamenti e terreni, per un valore di molti milioni di euro.

Una cosa spaventosa per un Istituto che si manifestava all’esterno come esempio di povertà francescana, vissuta nella sua totale radicalità, che criticava “ferocemente” (proprio nelle persone artefici di questo scandalo), gli altri Ordini religiosi, in ragione dell’accumulo dei beni, che contraddiceva la santa Povertà dei religiosi. Senza contare la liquidità di denaro, sparsa su svariati conti correnti bancari, che ammontava, purtroppo anche questa, a qualche milione di euro. Dopo il commissariamento, senza alcuna autorizzazione, questi beni sono passati nelle mani di alcuni laici – parenti e amici di P. Stefano Manelli – che, di fatto, moralmente, ne è divenuto l’unico proprietario, visto che questi laici, sono dei semplici prestanome, un puro nominalismo etico, perfettamente a lui obbedienti, che in nome della santissima povertà, ha spogliato l’Istituto dei “suoi” beni (che una volta restituiti ai frati saranno immediatamente venduti), per possederli moralmente, lui solo, facendone di fatto, quello che vuole. Oramai credo che sia nota a tutti l’indagine in corso da parte della magistratura italiana, insieme alla Guardia di Finanza.

Desidero porre al nostro Comitato delle semplici domande, così, per mia conoscenza e crescita personale:

1) è moralmente lecito scrivere lettere post datate per raggiungere dei fini, personalmente convenienti, ma immorali?

2) È lecito servirsi di notai compiacenti, per raggiungere questi fini?

3) È lecito produrre firme false, magari al posto di alcuni frati che sono membri di un’Associazione che possiede dei beni, al fine di estrometterli, senza che loro lo sappiano?

4) È morale che al posto di chi è stato, inconsapevolmente, estromesso da un’Associazione, subentrino, magari degli altri frati, che poi firmeranno per dare tutto agli amici dell’amico; che useranno di questi beni contro gli interessi dei legittimi proprietari?

Attendo risposta.

In attesa, un’altra domanda.

Come giustificate il conto corrente bancario posseduto nascostamente, da anni, da parte di P. Stefano, che contraddice formalmente la nostra Regola francescana e le Costituzioni dell’Istituto?

Nella riflessione filosofica c’è una regola che si chiama “principio di semplicità”, la quale, insegna, l’inutilità di moltiplicare gli enti senza una necessità. Padre Manelli, per fare tutto il bene possibile, aveva già a sua totale disposizione i conti correnti dell’Istituto: perché allora la necessità di un conto personale? Non sarebbe utile, anche per sanare in radice, qualsiasi dubbio – che sorge lecitamente – rendere pubblica la motivazione di quel conto corrente personale, la somma presente sul conto, ma soprattutto le operazioni bancarie fatte attraverso quel conto (chiaramente, cifre e destinatari).

Attendo risposta anche a queste domande; e sarebbe molto utile averle alacremente, poiché alcuni confratelli, anche loro, senza alcun permesso, sicuramente per difetto di emulazione, o spirito d’imitazione, hanno anche loro dei conti correnti personali: chiaramente nascosti. D’altronde, di questi tempi, non è facile la vita dei “veri frati”, quelli che voi conoscete, e che sono così fedeli alla Regola francescana.

E visto che siete così ben informati sulle vita e i “segreti” del nostro Istituto, se qualcuno del presente Comitato, è anche uno dei “prestanomi” delle nostre Associazioni, desidererei sfruttare questo mio momento “socratico”, per porgervi un’ulteriore domanda.

Vi sembra normale che si possano spendere, soldo più soldo meno, due milioni e mezzo di euro, per comprare un albergo di prima categoria, a Frigento, per farlo poi diventare un semplice convento di suore?

Potete farci sapere come sono stati ricuperati questi soldi?

Perché ho il serio dubbio che ci fossero pure quelli dei miei genitori – i quali, in questi anni, hanno dato all’Istituto qualche centinaio di migliaia di euro, che ora possedete voi – mi raccomando usateli bene!

E poiché ci sono pure i soldi dei miei genitori, potete rendere pubblica la modalità dei pagamenti, sperando che tutto sia in regola; perché è tutto in regola vero? Oppure avete delle cose da nascondere?

Fatemi/ci sapere, perché se non possiamo più fidarci neppure di voi, che siete addirittura il COMITATO DELL’IMMACOLATA, allora è proprio vero che non esiste più la speranza.

Su di una cosa, però, desidero rendervi edotti. Non è vero che le Associazioni siano state create per mantenere intatto nell’Istituto il voto di povertà, poiché si pensò di crearle, quando alcuni laici, ai quali erano stati intestati dei beni dell’Istituto, ci crearono una serie di problemi.

Si pensò, quindi, di ricorrere a questo artifizio legale (le Associazioni), per salvaguardare giuridicamente la povertà (ma alcuni frati e laici ritenevano il tutto immorale), pur avendo il controllo totale dei beni.

Non so se la cosa sia chiara? Povertà legale e controllo totale dei beni sono l’elemento formale dell’idea di fondo delle nostre Associazioni; tant’è vero, che nel dicembre del 2012, a pochi mesi dal commissariamento, fu creata una nuova Associazione con a capo solo dei religiosi; evidentemente non era ancora “scattato”, in qualcuno, quel desiderio di povertà assoluta. Cap. 6 della Regola: “I frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcuna altra cosa”. Credo che abbiamo già risposto, con una certa dovizia di particolari, a questa esigenza della Regola francescana; è nostra intenzione, quando ritorneremo in possesso dei beni dell’Istituto, vendere immediatamente tutti quei beni che, di fatto, sono posseduti immoralmente, per lasciare poi tutto il resto sotto la potestà e il controllo della sola Santa Sede = della Chiesa cattolica.

Il resto sono solo chiacchere.

Restano ancora l’XI e XII capitolo della Regola, ma non intendo perderci troppo tempo, poiché c’è chi sta molto più in alto di me che se occupa già personalmente. Cap. XI della Regola: “Comando fermamente a tutti i frati […] di non entrare nei in monasteri di monache”. Purtroppo tutti sanno che Padre Stefano viveva più nei conventi delle suore che in quelli dei frati; entrava come se nulla fosse anche nei monasteri di clausura papale, quindi è inutile stare a discutere dell’ovvio: come dicevo sopra c’è chi se ne occupa e quindi …. Cap. XII della Regola: “[…] I ministri poi non concedano a nessuno il permesso di andarvi se non a quelli che ritengono idonei ad essere mandati”. Prescindendo dai frati che venivano mandati in missione per essere allontanati dall’Italia (bisognava occultarli soprattutto agli studenti, perché una volta conosciutili, nella loro rettitudine di veri uomini, non potevano più essere calunniati senza contradditorio), in modo da poter continuare, con più facilità, il processo di trasformazione dell’Istituto, messo a disposizione, quasi unilateralmente del vetus ordo, e dell’attacco al Concilio Vaticano II, non si può far finta di nulla, dell’inidoneità purtroppo totale di alcuni frati, che venivano mandati in missione, e fatti superiori senza averne la capacità, la preparazione e la maturità personale.

I disastri in terra di missione sono tanti e tali che non spetta a noi raccontarli in questo scritto, anche per rispetto verso quei frati, confratelli, ai quali è stato chiesto, troppo presto e molto di più, di quello che potevano effettivamente dare, con grande pericolo per la loro vocazione. Alcuni, purtroppo, l’hanno pure perduta malamente, con grande responsabilità di chi, imprudentemente, li ha mandati allo sbaraglio, solo come meri strumenti, di fini secondari. Anche dei filosofi non cattolici, sono arrivati a comprendere che l’uomo non può essere mai trattato come se fosse un mezzo, ma unicamente per quello che è: sempre un fine; evidentemente, per qualcuno, è pretendere troppo.

Finiamo qui questa prima parte di risposta a questo fantomatico Comitato dell’Immacolata che, evidentemente, non ha ben presente l’identità della Chiesa cattolica, come ci si comporti e si viva al suo interno, ma soprattutto, come ci si rapporti con le sue Autorità, e la Gerarchia che la costituisce.

È chiaro che il nostro Istituto deve guardare al futuro, deve mettersi rapidamente alle spalle, questa pessima esperienza, e deve farsi guidare con fede, speranza e umile obbedienza, da chi, solo, può restituirgli la sua vocazione originaria. È certamente utile, per la nostra crescita personale, leggere e riflettere sui contenuti del Comunicato del Capitolo Generale Straordinario dei Legionari di Cristo. Con tutti i dovuti e necessari distinguo, chiaramente, dobbiamo assimilare i punti dove si parla del ruolo del Fondatore e del carisma. Per esempio: “Nell’ambito della revisione del nostro carisma, il Delegato Pontificio ci ha guidato, in primo luogo, ad una comprensione adeguata del ruolo di P. Maciel in relazione alla Legione. La congregazione ha già chiarito che non può proporre P. Maciel come modello, né i suoi scritti personali come guida di vita spirituale. Riconosciamo la sua condizione di fondatore. Nonostante questo, una congregazione religiosa e i suoi tratti essenziali non hanno origine nella persona del fondatore; sono un dono di Dio che la Chiesa accoglie e approva e che poi, vive nell’istituto e nei suoi membri. Una comprensione inadeguata del concetto di fondatore, l’esaltazione eccessiva e la visione acritica della persona di P. Maciel, ci hanno condotti molte volte a dare un peso universale alle sue indicazioni e ad afferrarci troppo ad esse. Per questo, nella revisione delle attuali costituzioni, uno dei compiti principali è stato quello di separare ciò che realmente esprime il patrimonio carismatico della nostra congregazione da altri elementi accidentali. […] Costatiamo alcune tendenze che hanno offuscato la comprensione del nostro carisma, tra le altre, la mancanza di un maggior inserimento nella Chiesa locale […] e nel compimento di norme minuziose. Per ciò che concerne l’esercizio dell’autorità, l’accompagnamento del Delegato Pontificio è stata una lezione continua ed efficace per mettere in pratica tutto ciò che la Chiesa indica sul governo degli istituti di vita religiosa”.

Questa è solo una piccola parte del rapporto tra fondatore e carisma nel quale parleremo in abbondanza nel prossimo scritto. Mutuando alcuni termini dal linguaggio dell’analogia filosofica, risulta chiaro che, il principio sintetico che garantisce il rapporto d’identità tra il consacrato e la sua vocazione, ultimativamente, è dato unicamente dal carisma, custodito dalla Chiesa e dalle sue legittime autorità, alle quali ogni fondatore deve rimettersi (sontuoso è l’esempio di sant’Alfonso Maria de Liguori), per essere custodito, a sua volta, nella vocazione: pena una rovinosa caduta.

Questa è dottrina cattolica; il resto lo lasciamo alle vanità del Comitato dell’…. ?

fine prima parte.