La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

Home » 2017 » novembre

Monthly Archives: novembre 2017

Annunci

I MANELLI: UN CASO CHE FA DISCUTERE (la nuova testimonianza di una ex suora)

La nuova testimonianza di una ex suora

Cerco di metabolizzare la mia uscita dal convento ricostruendo il mio presente sulle ceneri del mio passato.
Non avrei voluto liberare la mia memoria dai lucchetti che avevo chiusi, ma le recenti notizie di cronaca giudiziaria sulla vicenda di P. Stefano Manelli, il Fondatore dell’istituto religioso al quale appartenevo, hanno riaperto delle ferite profonde che come tali difficilmente si cicatrizzeranno.
Come il resto delle mie consorelle ero mantenuta nell’ignoranza.
“La scienza gonfia” ci dicevano, citando esempi della Bibbia e della vita dei santi.
Ho dovuto riprendere i miei studi cercando lavori estivi ed avventizi per mantenermi, ma alla fine mi avvicino intanto alla conclusione della Triennale.
Dopo enorme sofferenza fatta da quei pregiudizi indotti e falsi concetti inculcatimi nel convento, ho scoperto un nuovo orizzonte esistenziale che mi ha fatto sentire più libera e vera nei confronti del prossimo e della società.
Tanto hanno concorso alla mia evoluzione psicologica e sociale dei bravi sacerdoti che il P. Manelli avrebbe indicizzato di “eretici, modernisti e rilassati”.
Solo la verità libera.
Non che prima le cose andassero molto meglio, ma soprattutto dal periodo del commissariamento dei frati in poi è stato per me e per tutte noi un inferno sulla terra.
Ci imponevano preghiere, digiuni e penitenze estenuanti per il “povero” fondatore.


P. Manelli intanto stava dalla mattina alla sera a telefono con la mia superiora Madre Maria Grazia alla quale forniva delle direttive per tutta la Delegazione italiana.
Delle Filippine, del Brasile e dell’Africa, molto meno se ne importava. Le suore straniere per lui erano di categoria o “razza” inferiore.
Ho sentito spesso parole di disprezzo verso le suore straniere, sia da parte del fondatore che delle mie superiore.
La madre generale rimossa, Michela Cozzolino ci ha fatto tribolare.
Era un pupazzo nelle mani di P. Manelli. Parlava a “frasi preconfezionate” del fondatore senza nessuna personalità.
L’economa Generale, invece, Madre Consiglia De Luca ci diceva spesso di pregare per lei perché si sarebbe dannata…
“Troppi soldi” le diceva qualche consorella, “troppi soldi…”
Pure lei sempre incollata al telefono e a skype. Dalle suore però esigeva la perfetta osservanza…
Mantengo ancora furtivamente il contatto sia con qualche frate che con qualche consorella che è rimasta dentro.
Ho saputo così che si continua a disprezzare Papa Francesco sino ad arrivare a dire che sia un “massone” con la propria Loggia.
Era questa la “calunnia magica” con la quale sospendere ogni giudizio critico e dissipare ogni dubbio su accuse menzognere e peccaminose del fondatore e delle nostre superiore ai danni del Pontefice e di nostri ignari ed inermi confratelli, colpevoli di seguire il Papa come ogni buon cattolico.
Ricordo ancora quei ragionamenti striscianti e da ignoranti nei quali alla domanda sul discernimento della priorità di obbedienza al Papa o al Fondatore la superiora di turno sentenziava dicendo: “Bisogna prima obbedire al fondatore e poi al Papa!”
Ho chiesto e ottenuto la dispensa dai voti ma mi chiedo se io sia stata sin dall’inizio una vera religiosa. Mi chiedo oggi se i miei voti fossero validi.
Non mi è stato insegnato ad amare Gesù Cristo e la Chiesa, ma ad adorare P. Manelli.
La mattina a meditazione dovevamo meditare il suo “Libro della Santificazione”. A colazione in silenzio e in ginocchio dovevamo ascoltare le predicazioni dei suoi ritiri. Per la lettura spirituale dovevamo ancora sottoporci all’ascolto e alla lettura dei suoi libretti da pop religioso e per la direzione spirituale dovevamo andare o da lui o da P. Gabriele Pellettieri. Dal cofondatore appena citato non ricordo mai un incoraggiamento.
Alla richiesta di aiuto o di consiglio ricevevo solo bastonate o piegate di spalle con un comodo: “… e che ti debbo dire? Cosa vuoi che ti dica?”
La vita in convento era diventata insopportabile. Avevamo l’obbligo di spiarci e denunciarci alla superiorina di turno le une con le altre. Ci venne imposto a un dato momento di rivolgerci fra di noi con il “lei”.
Un vero e proprio attentato alla vita di comunione e di fraternità.
Qual pronome infatti, di per sé innocuo, era il risultato di una nuova dinamica comunitaria fatta di classismo e di ulteriore presa di distanza dalla gente, il vulgus.
Mi rincresce anche il trattamento diverso applicato ad ogni suora e subordinato alla capacità benefattrice della famiglia allargata più tardi all’impegno di militanza col fondatore nella battaglia contro i frati cosiddetti dissidenti o traditori, il commissario, la Congregazione per la vita consacrata.
Prime fra tutte, tra le favorite, figuravano e figurano le nipoti del P. Manelli alle quali tutto era ed è permesso.
Suor Stefania, una brava persona, è stata contenuta dalla stessa famiglia e pur essendosi lasciata andare a confidenze sulla “ragion di Stato” che la spinge ancora a rimanere dentro per non ternire l’immagine dello zio, Suor Costanza, la sorella più piccola, è invece convolata a nozze.
Mentre per le ex suore la strada del matrimonio era un peccato, un fallimento e una maledizione, per la nipote del Manelli si trattava di una benedizione. Si è giustificata la scelta in nome della scoperta della “vera sua vocazione” che meritava il coro delle suore alla cerimonia nuziale officiata dai nostri frati sacerdoti, quelli non traditori e dissidenti.
Compatisco invece Suor Cecilia per una difficile infanzia che ha dovuto vivere visto che aveva il vizio di allungare le mani e le dita sulle altre consorelle.
Aveva bisogno di consolazioni che cercava nel momento del bisogno nella cella della Madre Francesca Perillo.
Non credo che sia stato solo il cattivo esempio dello zio prete ma un orientamento affettivo deviato o da rigidismi o da deliri di onnipotenza che hanno portato alla corruzione.
Naturalmente le povere vittime che non stavano al giochetto saffico o le suore che la scoprivano, dovevano sparire, inghiottite nelle missioni lontane o tacciate per disobbedienti e invitate calorosamente ad uscire dall’Istituto da superiore complici.
Vorrei completare il terzetto di famiglia con le altre due nipotine, quelle più giovani, sulle quali lo zio nutre grandi speranze di mantenimento dell’asset fondazionale, frutto però non dei sacrifici della famiglia Manelli, ma dei risparmi della povera gente.
Due povere illuse, due povere recluse.


Un’altra persona che a me dava fastidio era il nipote P. Settimio.
Mi hanno detto che continua a scorrazzare nei nostri conventi e in quelli delle Clarisse dell’Immacolata pontificando e incoraggiando le fedelissime alla resistenza a oltranza.
Cammina con petizioni in tasca raccogliendo firme e consensi contro Papa Francesco e l’attuale Commissario Ardito Sabino.
E’ stato così vile da mettere il cognome della mamma (Sancioni) su una lettera congiunta antibergogliana resa pubblica dai soliti strumenti internet finanziati da gruppi ultratradizionalisti e denominata “Correzione filiale”, dove il corretto è il Papa!
Un religioso esemplare, tutto di un pezzo, non so di che materia…, come il nonno di cui porta il nome.
Una signora amica di Frigento mi ha detto che in paese i giovani scherzano sulla presunta santità dei genitori di Stefano Manelli dovuta alla numerosa prole dicendo: “se la loro santità era stare uno sopra all’altro allora a me dovrebbero farmi santo, altro che beato!”
Il P. Manelli voleva in realtà fare di Frigento una seconda San Giovanni Rotondo glorificando la propria famiglia.
Peccato per lui che a Frigento ci mancava sia P. Pio che il santo o i santi.
Ho saputo di testimonianze gonfiate fornite al processo di canonizzazione persino da persone che poco avevano avuto a che fare con i coniugi Settimio e Licia Manelli.
Come disse la Barbara d’Urso in una delle trasmissioni seriali sul P. Manelli, saranno state pure delle brave persone i coniugi Manelli, ma volerle santificare è eccessivo e per me un insulto alla serietà e alla santità della Chiesa.
Se l’albero si riconosce dai frutti, pensare al fondatore p. Stefano Manelli, ai suoi nipoti e agli antipaticoni invadenti della sua famiglia, non depone affatto a favore della loro qualità di vita cristiana.
Un frate mi ha detto che ad ogni festa il fratello Pio, marito di Annamaria, si trincava almeno tre bottiglie di vino.
Si tratta naturalmente di quelle feste organizzate per permettere ai genitori di vedere le figlie che non andavano mai a casa.
Mi rileggo e mi chiedo il perché di questo mio scritto così forte e così critico.
E’ il grido di una gioventù che non tornerà più, di anni di vita che mi sono stati rubati insieme ad ideali che non saranno più realizzati.


So di un P. Stefano Manelli che dalla sua Albenga dove dimora insieme all’arrogante e affaccendato nipote Settimio continua a dare degli ordini in un governo ombra o parallelo presente negli istituti di frati e suore francescane dell’Immacolata.
Se io sono uscita di mia volontà dal convento, attualmente è il P. Manelli ad incoraggiare l’uscita di convento e la richiesta di dispensa dai Voti alle mie ex consorelle.
Il motivo è duplice: Il fondatore vagheggia anche per le donne la ricomposizione di un nuovo Istituto partendo dalla pia associazione filippina eretta da Mons. Arguelles.
In seconda battuta il P. Manelli non riesce a non avere contatti con le donne della sua corte.
Poiché gli è stato fatto veto d’incontrare le Suore Francescane dell’Immacolata, deve assolutamente ridurle a laiche per ovviare al veto e raggirare l’ostacolo. Un vizioso.
Una cosa del genere è semplicemente mostruosa, ma non è stato forse chiamato il P. Manelli “il mostro di Frigento?”
Non so se troverò pace, ma riconciliarmi col passato significava anche denunciare questi misfatti non ancora terminati.
Francamente non ho molta fiducia negli uomini di Chiesa ingessati in un sistema di compromessi e di clientelismo.
Ne ho incontrati diversi a Roma e nella mia Diocesi, ma poi ho lasciato perdere. Qualcuno mi ha anche confidato degli appoggi politici di P. Manelli con la estrema Destra romana.
Non mi faccio molte illusioni sul giudizio dei tribunali penali, civili ed ecclesiastici, ma credo in Dio che con i fatti ha già condannato su questa terra un santone di cartone.
Donne ed uomini distrutti con le loro famiglie mentre P. Manelli che ne è la causa crede ancora di poter giocare sulle vite degli altri?
La storia non glielo ha concesso. Dio nella sua Misericordia ha messo tutto alla luce del sole.

Annunci

Il Gip respinge la riapertura delle indagini sulla morte di padre Volpi. Ingiustizia è fatta (di Mario Castellano)

Ieri, 2 novembre, il defunto Padre Fidenzio Volpi non è stato certamente commemorato come avrebbe meritato per la sua santa vita di religioso, morto nel servizio alla Chiesa ed alla Persona del Santo Padre: il Giudice per le indagini Preliminari, Dottor Fabrizio Gentili, ha infatti respinto l’impugnazione da parte della Signora Loredana Volpi, nipote del Religioso, dell’istanza di archiviazione proposta dal Sostituto Procuratore, Dottor Attilio Pisani, riguardante le possibili responsabilità penali.
Questa decisione, su cui ci permettiamo, pur nel rispetto delle prerogative dell’Autorità Giudiziaria, di esprimere alcune valutazioni critiche, non chiude le vicende giudiziarie legate alla situazione in cui versa l’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata: nei procedimenti ancora in corso potrebbero infatti emergere elementi tali da determinare una riapertura delle indagini sulla morte del Commissario Apostolico.
In primo luogo, è in corso il processo per lesioni a carico dell’uomo che ai primi di quest’anno, dopo essere penetrato nella Basilica di santa Maria Maggiore, luogo tutelato dalla condizione di extraterritorialità in base al Trattato del 1929 tra l’Italia e la Santa Sede, ha tentato di sgozzare – per fortuna senza riuscirvi, ma riducendolo comunque quasi in fin di vita – Padre Angelo Maria Gaeta. Sulla personalità dell’attentatore occorrerà che i Giudici facciano piena luce, così come sui moventi del suo gesto criminale e sacrilego.

Non si deve dimenticare che Padre Gaeta aveva reso testimonianza, poco prima di essere aggredito, nel processo in corso presso il Tribunale Penale di Avellino a carico di Padre Stefano Maria Manelli, già Superiore Generale dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata e dei suoi ex Economi Padre Pietro Maria Luongo e Padre Bernardino Maria Abate, tutti e tre accusati di truffa aggravata (reato in seguito derubricato) e di falso ideologico per una vicenda connessa con la morte di Padre Fidenzio Volpi.
Poco dopo la nomina di quest’ultimo Religioso alla carica di Commissario Apostolico dell’Istituto, decisa dall’attuale Pontefice in considerazione delle risultanze acquisite dal Visitatore Apostolico inviato dall’anteriore Pontefice Benedetto XVI, gli Statuti delle due persone giuridiche di Diritto Privato cui era ed è tuttora attribuita la proprietà dei beni riferiti all’Istituto venero emendati per trasferire la loro Legale Rappresentanza dai Religiosi – soggetti al Voto di Obbedienza – ai laici.
Nel procedere frettolosamente a tale modifica, non vennero rispettate le norme stabilite a tal fine dagli stessi Statuti: di qui trae origine il procedimento penale tuttora in corso, così come un procedimento civile volto a fare dichiarare la nullità di quanto deliberato.
La Procura di Avellino ha anche disposto indagini in merito ad alcune morti sospette di Religiosi e di benefattrici laiche dell’Istituto, sepolti nella cripta del Convento di Frigento.
E’ comunque fondato il sospetto che il movente dell’aggressore di Padre Gaeta consista in una vendetta per la testimonianza resa in giudizio da questo Religioso a carico degli imputati.
Il commissariamento dell’Istituto si protrae comunque senza che i nuovi Commissari Apostolici siano riusciti a reintegrare l’Autorità dell’Istituto nella disponibilità dei beni ad esso riferiti, malgrado un intervento diretto del Santo Padre in questo senso.
La resistenza dei laici chiamati ad assumere la Legale Rappresentanza delle persone giuridiche titolari delle temporalità alle richieste provenienti dall’Autorità Ecclesiastica si spiega tanto con l’enorme valore dei beni in questione – tra cui figurano diversi parchi eolici e moltissimi immobili – quanto con l’origine delle donazioni, che potrebbero fare risultare l’Istituto quale prestanome della camorra.

Padre Volpi, come è noto, durante il suo mandato fu colpito da una campagna sistematica di diffamazioni, minacce ed insulti orchestrata da innumerevoli pubblicazioni elettroniche facenti capo al tradizionalismo più estremo, questo per impedirgli di accertare la verità sull’effettiva origine dei beni riferiti ai Francescani dell’Immacolata e sull’impiego delle rendite da essi originate. Certamente il Religioso è stato vittima delle pressioni subite, sulle quali esiste una documentazione imponente.

La malattia che lo portò alla morte si manifestò subito dopo che Commissario Apostolico si era impegnato in un durissimo confronto con una ditta inglese, la “Baronius Press”, che pretendeva dall’Istituto un pagamento indebito, riferito ad una fornitura di libri non ordinati.
Se il decesso di Padre Volpi non risultasse dovuto a cause naturali, il movente degli uccisori consisterebbe nella necessità di fermarlo prima che giungesse a chiarire l’effettiva situazione economica dei Francescani dell’Immacolata e la relativa connessione con la malavita organizzata.

E’ naturale che i suoi esponenti esultino per la decisione adottata dal Giudice per le Indagini Preliminari di Roma, in quanto si allontana la possibilità di una indagine approfondita sui moventi di un omicidio la cui eventualità viene esclusa; l’Autorità Giudiziaria si è comunque preclusa la possibilità di indagare sul suo movente che potrebbe averlo determinato.
In merito all’atteggiamento tenuto dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, ci limitiamo ad osservare che essa non solo evitò di sostenere Padre Volpi nel suo confronto con la “Baronius Press”, ma giunse a schierarsi apertamente con la sua controparte, intimando al Commissario Apostolico di effettuare un pagamento risultato assolutamente indebito.

Essendosi preclusa la possibilità di ulteriori accertamenti giudiziali sulla morte del Religioso, è anche escluso che la Magistratura possa acquisire la documentazione relativa alle divergenze insorte tra le Autorità della Congregazione e Padre Volpi: questo materiale probatorio avrebbe potuto aiutare la Giustizia a far luce sulle cause della morte del Religioso, ma anche sulle possibili pressioni esercitate su questo organo della Santa Sede da chi si opponeva all’opera da lui svolta.

Nel celebrare la Messa Esequiale in San Lorenzo in Verano, il Segretario della Congregazione fece espresso riferimento ad alcuni “errori” compiuti dal Commissario Apostolico: richiesto di un chiarimento sugli atti di governo dell’Istituto cui si era riferito, Monsignor José Rodriguez Carballo reiterò la sua valutazione, ma non chiarì a quali comportamenti di Padre Volpi si fosse riferito; tutto ciò è documentato nel libro che abbiamo dedicato alla vicenda.
Sul merito della decisione assunta dal Giudice per le Indagini Preliminari, va rilevato che l’istanza della Signora Loredana Volpi si basava sulla totale assenza di atti istruttori da parte del Sostituto Procuratore incaricato delle indagini, il quale non ha acquisito agli atti le cartelle cliniche relative al ricovero di Padre Volpi in tre diversi ospedali, il San Giovanni il Don Gnocchi ed il Policlinico Gemelli, né ha escusso alcun testimone – in particolare i Medici curanti – né soprattutto ha disposto l’esame necroscopico del corpo.
Solo eseguendo l’autopsia sarebbe stato possibile accertare od escludere l’avvelenamento da arsenico, che invece risulta possibile in base all’esame compiuto sui peli della barba prelevati a Padre Volpi da parte del Direttore dell’Istituto Tossicologico “Maugeri” dell’Università di Pavia, cioè dalla massima Autorità scientifica e dalla più prestigiosa Istituzione dedita alla ricerca in questo campo.

Il Giudice ha rifiutato di prendere in considerazione tali risultanze adducendo il motivo che il prelievo del referto ed il relativo esame sarebbe avvenuto in modo irrituale: il modo in cui sono state condotte le indagini rivela però che qualora il referto fosse stato consegnato all’Autorità Giudiziaria, l’esame non si sarebbe svolto.
Esso inoltre comportava la distruzione del reperto, per cui non risulta possibile una sua ripetizione.
Solo l’esame degli organi interni del corpo di Padre Volpi potrebbe dissipare ogni dubbio sulla “causa mortis”, ma è quanto precisamente l’Autorità Giudiziaria ha rifiutata di disporre.
Desta però soprattutto meraviglia che nel testo del provvedimento adottato dal Giudice per le Indagini Preliminari non sia fatto alcun riferimento ad una circostanza non esposta né dal denunziante, né dalla parte lesa, bensì dai Medici dell’Ospedale Don Gnocchi e riferita dai Sanitari nella cartella clinica.
L’episodio, se fosse stato valutato adeguatamente e fatto oggetto delle indagini dovute, avrebbe potuto portare al chiarimento di alcune circostanze che qui ricordiamo
In primo luogo, si sarebbe scoperto chi si fosse introdotto nell’Ospedale Don Gnocchi e per quale motivo avesse agito.

In secondo luogo, sarebbe stata valutata la possibile connessione tra la somministrazione di un caffelatte, accertata dai Medici curanti e riferita nella cartella clinica, ed il successivo improvviso peggioramento delle condizioni di salute del paziente.
In terzo luogo, sarebbe risultata la connessione, se non la coincidenza, tra la persona del responsabile e quanti prima della sua malattia si trovavano quotidianamente a contatto con Padre Volpi, oltre alla loro eventuale connessione con ambienti dichiaratamente e violentemente ostili al Commissario Apostolico.
Purtroppo, la circostanza più rilevante ai fini delle indagini è stata trascurata dalle Autorità Giudiziarie che successivamente ne sono state incaricate, al punto di non essere neppure citata nelle loro conclusioni.

Ciò basta per motivare il nostro rispettoso ma fermo e convinto dissenso rispetto alle conclusioni cui sono pervenuti, almeno allo stato attuale, i Magistrati incaricati del caso.

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/gip-respinge-la-riapertura-delle-indagini-sulla-morte-padre-volpi-ingiustizia-fatta-mario-castellano/

PROCESSO A MANELLI, PRIME TESTIMONIANZE A MAGGIO

di Loredana Zarrella

Il Mattino, pagina Avellino, ed. 3/11/2017

Primo atto in Tribunale del processo a padre Manelli. Incardinato in aula, ieri mattina, il procedimento per falso ideologico a carico di Stefano Manelli, fondatore dell’Ordine dei frati dal saio grigio-celeste, ma anche di padre Pietro Maria (Pietro Luongo) e padre Bernardino Maria (Maurizio Abate), rappresentanti legali delle due associazioni, «Missione dell’Immacolata» e «Missione del Cuore Immacolato», cui sono intestati i beni dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, e finite sotto inchiesta per presunte irregolarità nella gestione.
Assenti gli imputati, il giudice Francesca Spella ha ammesso, e rinviato all’8 maggio, la prova orale dei testi proposta dagli avvocati Gianfranco Antonelli e Domenico Ducci, rispettivamente difensori di Maurizio Abate e Stefano Manelli. Presente all’udienza, ma solo come uditore, l’avvocato Enrico Tuccillo che, per «divergenze interpretative» (come dichiarato a Il Mattino), ha rinunciato alla difesa di Padre Manelli.
Il noto legale partenopeo, che è già riuscito a far scagionare Manelli dalle accuse di abusi e molestie verso le suore, facendole archiviare, resta il difensore di Pietro Luongo. All’udienza a cui era presente come uditore, si è fatto però rappresentare dall’avvocato Francesco Gala Trinchera.
Nessuna proposta di testimoni per la difesa di Padre Pietro Maria. «Dimostrerò la totale estraneità di Pietro Luongo senza chiamare in causa testi ma basandomi solo sugli atti», afferma Tuccillo che, a margine dell’udienza, cita un altro fascicolo ancora aperto tra i filoni di inchiesta che pendono, da tre anni ormai, sull’intero Istituto dei frati fondato a Frigento. Il riferimento del legale è a quella decina di «complottisti, tra religiosi e laici» che avrebbero ordito un piano contro Padre Manelli.
Il nodo da sciogliere, presso il Tribunale di Avellino, resta intanto quello che lega i tre frati imputati a carte che sarebbero state manipolate subdolamente, con l’inganno di notai e Prefettura. «Nell’imputazione si assume che i soci originari siano stati destituiti in maniera formalmente non corretta, secondo la normativa dello statuto all’epoca vigente – dice l’avvocato Antonelli – Vi sono in realtà ragioni specifiche per le quali sono stati destituiti. L’ipotesi ruota intorno alle dichiarazioni rese al notaio circa la completezza o meno della compagine societaria. È chiaro che sia importante sentire se questi soci siano stati destituiti o meno in maniera consapevole e quali fossero le ragioni della loro destituzione. A nostro giudizio è fondamentale che la lista testi venga mantenuta intatta. Sono tutti oggetti della prova particolarmente significativi. Valuterà il giudice poi. Sarà una battaglia simpatica sotto questo aspetto».
La lista dei testi è particolarmente corposa. Al momento, il giudice ha ammesso i primi due. L’8 maggio si ascolteranno gli ufficiali della Guardia di Finanza (Palumbo e Carpenito) che hanno redatto l’informativa e che, quindi, hanno assunto le testimonianze. Agli atti sarà acquisita, come è doveroso che sia dal punto di vista processuale, anche l’originaria querela di Padre Fidenzio Volpi, il commissario apostolico dell’Istituto, morto nel 2015. Al tempo delle modifiche statutarie non venne interpellato. I frati, anzi, dichiararono ai notai, falsamente, di aver avuto il suo assenso.