La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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Francescani dell’Immacolata. Oltre agli abusi di Manelli emergono infiltrazioni di camorra

Si sarebbe dovuta concludere lo scorso settembre la fase di commissariamento dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata (fondato da padre Stefano Maria Manelli che è stato esautorato dalla Santa Sede nel 2013 a causa dei gravissimi abusi dei quali è accusato). Era attesa infatti la celebrazione di un Capitolo Generale e l’elezione delle nuove Autorità. E Don Ardito, Padre Calloni e Padre Ghirlanda i tre commissari nominati nel 2015 (dopo la morte di padre Volpi, il cappuccino che era stato incaricato di guidare l’Istituto) avrebbero dovuto dire al Papa: “Santità, missione compiuta!”, e sarebbero tornati ai loro impegni pastorali ed accademici anteriori. Così non è stato, ed ancora si brancola nel buio, in cerca di una improbabile via di uscita.

Escluso che i tre Commissari Apostolici protraggano di proposito il proprio incarico, essendosi affezionati ad una posizione di potere in cui gli oneri superano ampiamente gli onori, e tenuto conto che ogni giorno trascorso senza assolvere il compito loro affidato si risolve in un aggravamento dello stallo, o per meglio dire della sconfitta, mi sembra che essi siano ormai dediti ad una fatica di Sisifo. Forse, all’inizio, hanno creduto che bastasse ancora un provvedimento amministrativo, ancora una esortazione rivolta ai Frati per far loro accettare il Magistero della Chiesa, ancora un paterno richiamo all’obbedienza, per potere considerare assolto l’incarico di completare l’opera di Padre Volpi.

In realtà, il nemico che essi fronteggiano assomiglia molto ai Vietcong, i quali avevano eretto davanti agli Americani un muro di gomma, tale da mantenere impantanato il più potente esercito del mondo nelle paludi dll’Indocina. Non sono mancati, è vero i successi tattici, quali le ricollocazioni dei Frati dall’una all’altra sede, o le dichiarazioni formali di obbedienza agli stessi Commissari ed al Papa. E’ invece mancata, e non potrà arrivare – andando avanti di questo passo – la vittoria strategica, che consisterebbe nella adesione piena ed incondizionata dei Religiosi alla Chiesa del Concilio, alla Chiesa degli ultimi Pontefici; e soprattutto allo spirito ed al disegno riformatore proprio dell’attuale Papa.

Il quale viene anzi percepito con malcelato fastidio come un “modernista”: termine con cui si designa nell’Istituto, o meglio si pretende di liquidare, tutto quanto non corrisponde con il cosiddetto “spirito di Padre Manelli”: espressione, quest’ultima, che figura financo negli Statuti delle Associazioni intestatarie delle temporalità riferite ai Frati Francescani dell’Immacolata, ma della quale non siamo mai riusciti a farci dare una interpretazione autentica, o quanto meno attendibile.

Se non quella che lo fa coincidere con la volontà e con l’autorità indiscussa del Fondatore: siccome però costui ha fondato il suo potere spirituale sulla base dell’apporto economico della camorra, ecco come questo “spirito” finisce per materializzarsi molto volgarmente in interessi malavitosi.

I Commissari Apostolici potrebbero dunque assolvere al loro compito se riuscissero a convertire i camorristi: opera che riuscì a San Francesco d’Assisi con il Lupo di Gubbio, il quale simboleggiava dietro le sembianze ferine un noto peccatore, cioè un grassatore, un camorrista, dei suoi tempi. Il Poverello riuscì però nel suo compito non solo in quanto dotato di Santità, ma anche perché non ebbe timore di affrontare personalmente il peccatore, come fece anche – ne è testimone il Manzoni – il Cardinale Federigo Borromeo con l’Innominato (che era in realtà Bernardino Visconti).

I Commissari Apostolici rifuggono sistematicamente da simili incontri ravvicinati, e temono perfino di affrontare la situazione loro affidata nella sua cruda quotidianità. Così avviene che mentre i Frati si proclamano devoti ed obbedienti al Papa, essi continuano a ricevere un sostegno materiale tratto dai beni intestati alla famose Associazioni munite di personalità giuridica di Diritto Privato, controllate dalla camorra.

E poiché l’Istituto ha ben poche altre possibilità di sostentamento, si assiste alla tessitura di una tela di Penelope: un giorno ci si inchina alla legittima Autorità ecclesiastica, e il giorno dopo, avendo ricevuto la “Provvidenza” elargita da solerti incaricati a nome del Fondatore, si disfa quanto era stato poco prima tessuto, ritornando ad un immutabile “status quo antes”. Basterebbe – tanto per cominciare – dare impulso al procedimento civile che verte sulla legittimità delle modifiche apportate agli Statuti delle Associazioni che, permettendo a laici di divenirne soci, hanno riportato i beni riferiti all’Istituto sotto l’effettivo controllo della criminalità organizzata. Ci furono due momenti in cui l’edificio edificato dai camorristi parve vacillare.

Il primo fu quando il Tribunale Penale di Avellino, nell’ambito del processo per truffa aggravata e falso ideologico a carico del Fondatore e dei due Religiosi già Legali Rappresentanti delle stesse Associazioni, dispose il sequestro giudiziale dei beni attribuiti alla loro proprietà. Questa decisione – in seguito alla quale Padre Volpi venne nominato Custode Giudiziale dei beni – fu revocata dal Tribunale del Riesame, la cui decisione venne confermata in Cassazione.

Grande fu l’esultanza dei seguaci del Fondatore per queste sentenze, che essi giunsero a spacciare per una assoluzione degli imputati nel merito delle imputazioni (mentre – per fortuna – il processo penale continua). Il secondo momento fu quello in cui Padre Volpi rifiutò di pagare alla misteriosa Ditta inglese “Baronius Press” una fornitura non richiesta dall’Istituto.

Fu quello il momento in cui il compianto Commissario Apostolico mise il dito nell’ingranaggio del contubernio tra l’Istituto e la camorra; e fu anche il momento in cui – se i sospetti sulla sua fine venissero confermati dalla Giustizia Penale – venne pronunziata la condanna capitale di Padre Volpi. I nuovi Commissari hanno pagato la “Baronius Press”. Ci sarebbe da chiedersi se essi hanno almeno consultato, prima di deciderlo, la corrispondenza intercorsa con l’Inghilterra, da cui risulta chiaramente che il pagamento non era dovuto. Non lo sappiamo, ma conosciamo bene le pressioni esercitate, con assoluto spregio del Diritto, dall’Autorità della Congregazione su Padre Volpi affinché pagasse.

A questo punto, dato che con il povero Padre Volpi ci accomunava l’interesse per il Manzoni, verrebbe spontaneo paragonarlo a Padre Cristoforo, ed anche – di conseguenza – paragonare i suoi successori a Don Abbondio: nell’Italia del nuovo millennio abbondano d’altronde i Don Rodrigo. E, continuando nel paragone con ” Promessi Sposi”, l’intimazione rivolta dai Commissari Apostolici al Fondatore affinché restituisca all’Istituto quanto gli appartiene ricorda le “gride” dei governanti spagnoli di Milano. Non serve fingere di combattere gli epifenomeni del potere camorristico se ci si rifiuta di andare alla sua radice.

Per fortuna, lo Stato, con il Potere Giudiziario e con le Forze di Polizia, combatte la malavita organizzata. Non si chiede ai Commissari Apostolici di improvvisarsi Pubblici Ministeri, né Ufficiali di Polizia Giudiziaria: basterebbe che nei rapporti interni all’Istituto essi chiamassero la camorra con il suo nome, e si dimostrassero coerenti con il richiamo del Papa a combatterla. Questo, però vorrebbe dire fare la Rivoluzione, sentirsi titolari effettivi – e non formali – del proprio ruolo. Altrimenti si continuerà a girare a vuoto, proprio come quel personaggio di Cecov che continuava, disperato, a ripetere: “Ci deve essere una soluzione, ci deve essere una soluzione!”

 

Mario Castellano

http://www.farodiroma.it/2017/04/04/tempi-ancora-lunghi-la-rinascita-dei-francescani-dellimmacolata-oltre-agli-abusi-manelli-emergono-infiltrazioni-della-camorra-mario-castellano/

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