La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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PADRE SERAFINO LANZETTA: “TEOLOGO” DELLA DISSIDENZA?

 

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E’ con piacere che rispondo all’invito di fornire una riflessione sulla polemica clerico-faziosa sorta in seguito alla pubblicazione  dell’Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia di Papa Francesco.

Ho accettato di intervenire sullo spazio di un blog critico al Fondatore dei Francescani dell’Immacolata perché come teologo e figlio della Chiesa sento il dovere di difendere colei che ritengo mia madre, mia maestra, sposa di Cristo riscattata con il Sangue dell’Agnello.

I danni di padre Stefano Manelli alle anime e alla Chiesa sono infatti incalcolabili.

Osservo quest’uomo da diversi decenni e ritengo che con la sua superbia e testardaggine sia il  dominus del dissenso al governo commissariale dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata e quindi il responsabile intanto morale della morte di Padre Fidenzio Volpi, in attesa di ulteriori risultati d’indagine su un presunto omicidio.

Le sue frustrazioni e la sua rabbia bilosa vengono purtroppo amplificate dall’attivismo di suoi giovani religiosi, sedicenti teologi, vittime di un sistema illusorio e risibile, autoconfinato ai margini della Chiesa.

E’ il caso di Padre Serafino Lanzetta, anche lui da tempo attenzionato, non per la sua rappresentatività, ma per la strumentalizzazione di cui è oggetto in una pericolosa miscela ideologica da farlo sembrare un sovok.

In essa il sacrificio di un giovane fratacchione, da parte di fondamentalisti cattolici più anziani ed astuti, rientra nel cinico machiavellismo delle cordate di potere metaecclesiale.

Da una semplice indagine open source, il padre Lanzetta sarebbe poco meno che quarantenne. E’ originario della campagna di Salerno, di una zona celebre per il pomodoro. Qualche dittatore comunista come Pol Pot avrebbe potuto rimpiangere su di lui l’opportunità di incrementare le risorse umane nella categoria dei braccianti agricoli, ma per la collettività è comunque meno rischioso lo studio spericolato della teologia che la messa a frutto del suo diploma di geometra in una zona sismica come la Campania.

Dallo scorso anno Padre Lanzetta si è trasferito in Inghilterra, sembra dietro richiesta di esclaustrazione,  per assumere la cura pastorale del villaggio di Gosport.

Una mossa strategica per sottrarsi all’obbedienza e agire con autonomia in attesa dei tempi messianici profetizzati dal Padre Manelli.

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La stampa locale ne ha dato notizia manifestando la problematicità del prete italiano che celebra in latino forse per mascherare le sue lacune nella lingua anglosassone

Il 14 maggio 2016 Padre Serafino Lanzetta ha preso parte a un convegno su “matrimonio e famiglia” organizzato dai tradizionalisti inglesi per avversare in realtà il summenzionato documento magisteriale.

La compagine dei sedicenti esperti conferenzieri ci hanno però ricordato il celebre adagio che recita: “in un mondo di ciechi, il guercio diventa re”.

Il convegno è stato ininfluente come incidenza sull’opinione pubblica; un vero flop.

Anche le rare pubblicazioni di Padre Lanzetta rimangono ininfluenti nell’ambito della diffusione libraria e della libera circolazione ed incidenza del pensiero,  assoggettandosi piuttosto alla critica giusta delle riviste specializzate di teologia, punto di riferimento della ricerca accademica ed attento osservatorio contro l’eterodossia o i manifesti ideologici sull’impianto teologico. (Articolo recensione dalla rivista internazionale LATERANUM a cura della Facoltà Teologica della Pontificia Università Lateranense)

Last but not least,  come direbbero gli inglesi, all’inizio del mese di luglio circolava la notizia di un documento di critica ad “Amoris laetitia” rivolto ai cardinali e consegnato al Cardinale Angelo Sodano, Decano del Sacro Collegio. Sottoscritto da 45 tra teologi, filosofi, storici e pastori di anime, il testo chiedeva ai cardinali di rivolgersi al Papa per fare chiarezza e di «ripudiare gli errori presenti nel documento in modo definitivo e finale, e di dichiarare autorevolmente che non è necessario che i credenti credano a quanto affermato dall’Amoris laetitia» (sic).

Tra i 45 firmatari pubblicati dal National Catholic Reporter e poi rilanciati da altri blog del mondo “tradiprotestante”, risulta anche Padre Serafino Lanzetta addirittura con il millantato titolo di Dottore in Filosofia (PhD) e Professore di Dogmatica a Lugano.

Ci chiediamo come mai il Preside o il Decano di quella Facoltà “cattolica” non abbiano “solidarizzato” pubblicamente con lui…

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Solo viltà?

Nel considerare la delicata situazione dei Francescani dell’Immacolata e il loro attuale governo commissariale c’è da chiedersi se era il caso di esporsi in modo così spudorato.

Il modus facendi di Padre Lanzetta ci conferma che la classe e il buon senso non sono qualità universali…

Papa Francesco chinandosi con compassione sulle persone ferite dalla vita familiare si è riallacciato di fatto, con “Amoris Laetitia” a una vecchia tradizione romana di misericordia ecclesiale verso i peccatori. La Chiesa di Roma che fin dal II secolo aveva inaugurato la pratica della penitenza per i peccati commessi dopo il battesimo, nel III secolo fu lì per lì per provocare uno scisma da parte della Chiesa dell’Africa del Nord guidata da San Cipriano, perché questa non accettava la riconciliazione con i lapsi, cioè gli apostati durante le persecuzioni, purtroppo molto più numerosi dei martiri. Di fronte alla rigidità dei donatisti nel IV e V secolo, come più tardi di fronte a quella dei giansenisti, essa ha sempre rifiutato una “Chiesa di puri” a vantaggio del reticulum mixtum, cioè della “nassa composita” di giusti e di peccatori di cui parla sant’Agostino in Psalmus contra partem Donati.

Questo il Lanzetta sembra non averlo preso in considerazione per un limite non solo ideologico, ma anche culturale e pastorale: non è uno specialista in Patrologia e tampoco in Storia della Chiesa, non avendo gli strumenti personali di comprensione adeguata del greco e del latino. Come pastore, inoltre, apprendiamo che si è limitato alla cura della chiesa di Ognissanti a Firenze da lui trasformata in vetrina  per la presentazione dei libri di Brunero Gherardini e di Roberto De Mattei, sconosciuti al grande pubblico, ma ben noti nel mondo dell’estremismo tradizionalista cattolico filolefebvriano.

Padre Lanzetta non curava le pecorelle ferite, ma prediligeva probabilmente i signorotti pingui e opulenti che lo adulavano con il “fumo negli occhi e la polvere di stelle” presente non solo negli istrioni d’avanspettacolo, ma anche nei giovani chierici ambiziosi.

Da un ex frate ben informato, si è inoltre scoperto che padre Lanzetta, da reggente della chiesa di Ognissanti, fece smantellare e sparire dalla notte al giorno anche l’altare cattolico che permetteva la celebrazione del Santo Sacrificio secondo la riforma liturgica di Paolo VI. Lo emularono – ci dice stavolta un ex religiosa – le Suore Francescane dell’Immacolata a St. Mawgan in Cornovaglia, ma vennero intimate dalle autorità governative a ripristinare l’architettura della loro chiesetta sotto pena di quelle severe sanzioni che i più accomodanti italiani lasciano correre. Forse all’epoca Padre Serafino era anche legato al sindaco rampante di Firenze, Matteo Renzi, lo stesso che oggi viene criticato dal mondo cattolico per le “unioni civili”.

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Il Padre Lanzetta non percepisce che la Chiesa non è un club selettivo e chiuso, così come al contrario insegnava Padre Stefano Manelli arrogandosi il diritto di insultare tutti gli altri Istituti religiosi e credendosi “il Migliore”.

Lanzetta e gli altri 44 firmatari criticano alcuni punti e alcune espressioni del magistrale documento sulla “letizia dell’amore”. Non capiscono o fingono di non capire che l’obiettivo di Papa Francesco, rafforzato dal Magistero dei suoi due ultimi predecessori, è quello di “aiutare le anime” nella situazione concreta in cui il Signore le chiama.

Perdere la comprensione dei fondamenti della coppia e della famiglia significa voler procedere senza bussola, governati soltanto da una compassione affettiva condannata a cadere in un sentimentalismo irrealista. Per esempio, è una verità insuperabile che tutti i cristiani vivono sotto la legge di Cristo e che a tutti vada applicata l’indissolubilità del matrimonio. Non c’è dunque, così come molti dissidenti tradizionalisti contestano,  “gradualità della legge”, cioè una finalità morale che varierebbe a seconda delle situazioni del soggetto. Tuttavia non significa negare o relativizzare questa verità il fatto di chiedere a coloro che non riescono a seguire questo comandamento del Cristo di non aggiungere al peccato di infedeltà quello d’ingiustizia, per esempio non pagando l’assegno di mantenimento in seguito a un divorzio civile. Il fatto di compiere un peccato mortale non autorizza a farne due. Ecco dove si colloca la “legge della gradualità”, che invita le persone che, di fatto, non sono capaci di rompere di colpo con un peccato e uscire progressivamente dal male cominciando a fare la parte di bene, ancora insufficiente ma reale, di cui sono capaci. C’è una casistica che verte sul cosiddetto “esercizio progressivo del bene”. Essa non contraddice in nulla il principio secondo il quale specificamente la legge naturale e la legge di Cristo si applicano in uguale misura a tutti i cristiani.

Anche nell’interpretazione della vicenda dell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata dove il Fondatore ha la pretesa di dire, “o con me o con nessuno”, come se trecento uomini e trecento donne consacrati a Dio fossero la sua proprietà privata, emerge un approccio riduttivo ed egoista: “il tutto o niente”.

Tale pastorale sembra più sicura ai teologi tuzioristi, ma porta inevitabilmente a una “Chiesa di puri”. Valorizzando, prima di tutto la perfezione formale come un fine in sé, si rischia disgraziatamente di coprire di fatto molti comportamenti ipocriti e farisiaci.

Di questo è stato vittima Padre Stefano Manelli con i suoi fedelissimi!

COMMEDIA

Papa Francesco ha saputo mettere il dito nella piaga di questo Fondatore che sembra deviato e deviante.

Il Papa, come un bravo medico, preferisce rischiare di far male piuttosto che lasciare che il male dell’orgoglio spirituale si nasconda sotto un bene formalmente virtuoso.

Padre Lanzetta quale firmatario del documento contestatore precisa: «non accusiamo il Papa di eresia, ma riteniamo che numerose proposizioni in “Amoris lætitia” possano essere interpretate come eretiche sulla base di una semplice lettura del testo. Ulteriori affermazioni ricadrebbero sotto altre censure teologiche precise, quali, fra l’altro, “scandalosa”, “erronea nella fede” e “ambigua”».

Capiamo il dramma personale (ma anche ricercato) di Padre Lanzetta, ma nella vita, anche nei momenti di prova, quelli nei quali si discerne la qualità umana e spirituale dei soggetti, non bisogna perdere lucidità e dignità come stanno facendo – ohibò – sia il Padre Manelli, sia il Padre Lanzetta: il primo con la divertente commedia televisiva a puntate con  il suo avvocato Tuccillo come teatrante principale; il secondo con la sua indecente esposizione al ludibrio di vescovi, studiosi e conoscenti.

Leggendo e studiando teologicamente e non ideologicamente l’Esortazione Apostolica post sinodale “Amoris Laetitia”, si è ben lontani dalle temute derive relativiste di cui parlano i firmatari come il Lanzetta.

Non compare, tuttavia, nessun nome di spicco.

Il discernimento penetrante del Papa sulla dinamica personale dei nostri atti umani non si può confondere banalmente con il relativismo. Sarebbe insensato confondere la “legge della gradualità” – che ha come scopo un esercizio progressivo e sempre finalizzato dell’atto libero verso la virtù – con il relativismo soggettivista di una “gradualità della legge”.

L’enciclica Veritatis splendor di San Giovanni Paolo II (criticato pure lui dall’ingrato Manelli) ha chiuso la porta a questo vicolo cieco. Ma ha lasciato aperto il cantiere dell’esercizio prudenziale dell’atto libero di un uomo peccatore che, salvo una grazia eccezionale, non si moralizza in un solo colpo. Si capisce bene la preoccupazione di San Giovanni Paolo II di fronte alla crescita dell’individualismo e del soggettivismo in materia morale, ambito della teologia nel quale sia il Manelli che il Lanzetta non sono specializzati.

Al numero 52 di Amoris Laetitia leggiamo: “I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione semper et pro semper,  senza eccezioni”. San Tommaso infatti distingue le certezze e i metodi speculativi dalle certezze e dai metodi morali. Nelle cose speculative la verità non subisce nessuna eccezione, né nei casi particolari, né nei principi generali. La ragione pratica, cioè la morale, invece si occupa delle realtà contingenti. I principi generali sono sempre universali, ma più si affrontano le cose particolari, più si trovano eccezioni. Sempre nella Summa, di seguito, Tommaso afferma che ci possono essere modifiche alla legge naturale, in un determinato caso specifico e a titolo di eccezione, a motivo di certe cause speciali.

Chi determina le eccezioni? Quando si tratta di una legge universale e quando si tratta di una conclusione o di una applicazione? Sembra proprio che “non uccidere” sia una legge universale, ma il moralista afferma sempre che ci sono delle eccezioni in tempo di guerra, per legittima difesa, o la pena di morte, per esempio.
Anche se la madre degli ignoranti è sempre incinta, è mai possibile che il Lanzetta non lo sappia?

I principi morali che riguardano fini inerenti all’essere umano non sono scopi che ognuno si sceglie a piacere. Essi esprimono infatti finalità della vita umana che sono intermediarie rispetto al fine ultimo che è Dio stesso. La Chiesa li discerne in modo progressivo e omogeneo nello sviluppo della sua dottrina morale. Ma questa finalità raggiunge ogni uomo, sia in natura, sia in grazia, attirandolo verso Dio nella sua libertà personale. Ora, se tutti rispondessimo come la Vergine Maria – cosa che né il Manelli né il Lanzetta hanno mai fatto malgrado il “Voto Mariano”– la nostra vita non avrebbe nessun sbandamento dal percorso originario voluto da Dio. Avendo deviato dal percorso tracciato da Dio, invece, non si torna al punto di partenza ma si continua il percorso esistenziale a partire dalla situazione in cui ci troviamo. In altri termini, ogni volta che deviamo a causa del nostro peccato, Dio non ci chiede di tornare al nostro punto di partenza, perché la conversione biblica del cuore, la metànoia, non è un ritorno (epistrophé) platonico all’inizio. Dio ci riorienta verso di Lui.

La Provvidenza divina raggiunge l’uomo nel concreto della sua situazione personale, sia interna che esterna. Perdere di vista questo governo misericordioso di Dio nostro Padre significa disincarnare i fini morali in un corpus ideale di tipo platonico. Significa dimenticare che la morale che la Chiesa insegna è una saggezza pratica che fa vivere, non un fariseismo che si autogiustifica giudicando gli altri. Significa infine rischiare di apparire ai non credenti, anche a quelli di buona volontà, come una setta dalle convinzioni fanatiche.

Una delle accuse che sento sul Manelli, infatti, è quella di aver attirato uomini e donne a sé e non a Dio. Soggetti deboli e immaturi credono alle storielle accreditate come profezie attribuite al santo di cui il Manelli si fa da sempre scudo e cioè Padre Pio e sono disposti a mettere in gioco salute, cattolicità, famiglia, avvenire.

Ho saputo che in Inghilterra il Lanzetta ha formato una sorta di conventino dove sono convenuti dei religiosi esclaustrati o con i voti scaduti dell’Istituto. Una sorta di “Corte dei Miracoli” senza arte, né parte, dove dei giovani ingannati dal Manelli credono di poter rendersi utili alla società (quale?) alla Chiesa (quale?) senza rendersi conto che stanno perdendo anni preziosi nei quali alcuni potevano forse già essere sacerdoti da almeno due anni, mi disse all’epoca il Commissario Apostolico.

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Si scimmiotta la vita religiosa con un abito che fa da maschera, si gioca a fare gli uomini pii come le beghine d’antan seminando quella confusione che non viene da Dio nel popolo di Dio.

Dopo un Concilio come il Vaticano II si capisce bene la fase di assestamento – che non è una novità nella storia ecclesiastica – e si comprende l’esperienza forte frigentina voluta dal Manelli. Quello che conta, però, è la sostenibilità nel tempo e il buon esempio da parte degli stessi soggetti che la propongono.  Non ci sembra essere il caso sia di Manelli che di Lanzetta. Il discernimento e il commissariamento hanno fatto emergere dei tratti da correggere nell’esperienza cosiddetta frigentina perché il profetismo della testimonianza, spesso ammirevole e talvolta eroico, non venga surrettiziamente contagiato da motivazioni non evangeliche: interessi clanici, peculato, potere…

La cosa più grave del Lanzetta e del suo Fondatore al quale rimane infantilmente o opportunisticamente sottomesso, è quella di porsi come modello arrogante di vita religiosa per gli altri.

Facendo un parallelo anche le famiglie cosiddette “esemplari” giudicando “chi non riesce a fare come loro” rimangono incapaci di vedere e di accogliere la parte di bene che pure c’è nella vita di questi ultimi, senza aiutarli a portare il loro fardello come insegna S. Paolo ai Galati.

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Nella dottrina lanzettiana misuriamo come un certo giansenismo rischi di scivolare nei sostenitori di una “Chiesa di puri”, di “immacolati” .

Eppure è proprio il Manelli, indagato per truffa, falso ideologico, abusi sessuali su consacrate (!) che ci insegna come il peccato mortale non guasta totalmente il bene della natura. S. Tommaso afferma che persino l’infedele può fare una buona azione in ciò che non comporta l’infedeltà come un fine.

Questo permette di capire il paradosso dei buoni frutti dei Francescani dell’Immacolata, malgrado un Fondatore con dei problemi morali.

NON è la posizione più rigida e meno misericordiosa ad essere moralmente la più sicura.

Dal momento che gli atti umani per i quali si fanno le leggi consistono in casi singolari e contingenti, variabili all’infinito, è sempre stato impossibile istituire una regola legale che non fosse mai in difetto. Spetta al Sinodo e al Santo Padre dire fino a che punto la Chiesa può spingersi per aiutare casi particolari di naufraghi del matrimonio in una linea in cui l’equità diventa più chiaramente epieikeia nel suo significato neotestamentario di indulgenza e clemenza.

Lanzetta, i firmatari e lo stesso Manelli sembrano avere lo spirito duro con un cuore arido e il cuore tenero con uno spirito morbido. Sono questi i due atteggiamenti che tendono oggi ad affrontarsi in una dialettica sterile.

Il formalismo idealista scollegato dalla vita e dalla sofferenza degli uomini non è il Vangelo di Gesù Cristo.

In conclusione, indignato, ma non preoccupato dall’ennesima menata manelliana di cui il Lanzetta è un illustre rappresentante, bisogna pregare il beato Paolo VI affinché i cattolici escano da dialettiche frutto di opposte paure per andare verso una saggezza integratrice e ordinatrice dove, come dice il salmo, amore e verità si incontrano.

Come direbbe Papa Francesco, la madre Chiesa non chiude la porta in faccia a nessuno, neppure al più peccatore, neppure al Lanzetta, al Manelli, a nessuno! La madre Chiesa spalanca le sue porte a tutti, perché è madre anche se c’è chi non centra lo spazio aperto delle ante e continua a sbattere contro il muro.

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