La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

Home » Generale » “LA VITA (DI SUORE) IN DIRETTA”

“LA VITA (DI SUORE) IN DIRETTA”

1c

Rattrista il clamore popolare che sta accompagnando la vicenda dei Francescani dell’Immacolata.

Giovani vite di donne e di uomini che hanno creduto e credono in un ideale di vita consacrata, che cercano il Signore con cuore sincero, che si dedicano al servizio del prossimo e che amano la Chiesa, sono crocifisse per la messa alla gogna mediatica.

E’ un qualcosa che si sarebbe potuto evitare se p. Stefano Manelli, il loro fondatore ancora in vita, avesse accettato con umiltà e obbedienza soprannaturale le disposizioni della Santa Sede che gli contestava problematiche serie nello stile di governo, nei rapporti con le suore, nella liturgia, nella formazione, nell’amministrazione.

2c

Nella sua ostinazione, invece, si è servito di quelle correnti ecclesiali e politiche che attaccano l’attuale pontificato, le riforme del Vaticano II e che hanno invano e disperatamente cercato di trasmettere il messaggio di un “papa cattivo” che “perseguita dei bravi fraticelli”.

Questa “via crucis” ha un percorso e delle stazioni, forse più di quattordici, molto simili al recente ed omonimo libro di Gianluigi Nuzzi.

Non sappiamo se la finalità è la stessa, ma il risultato rimane l’attacco alla Chiesa.

Nell’immaginario collettivo è la vita religiosa nella sua bellezza, nella sua purezza che viene depauperata del suo valore e del suo splendore.

La gente comune non riesce quasi mai a distinguere il generale dal particolare e situare le responsabilità nei singoli.

Come per lo scandalo della pedofilia nel clero – a causa di qualche prete malato(ne) – come per le malversazioni finanziarie all’interno delle mura leonine – a causa di qualche prelato ambizioso – è la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica e romana che viene gettata nel ghetto delle meretrici.

4c

Dopo il primo dossier-rivelazione del Corriere della Sera del 4 novembre 2015, il giorno dopo ne è seguito un altro riguardante la testimonianza di una  mamma, visibilmente disperata, che conferma le confessioni di due ex religiose appartenenti all’ordine fondato da p. Stefano Manelli.

Sono tra i video più gettonati di un’Italia indignata e che ancora il 5 novembre pomeriggio si è fermata al portone della casa generalizia delle Suore Francescane dell’Immacolata a Frattocchie di Roma, dietro le telecamere di RAI UNO per “La vita in diretta”.

La verità sull’intera vicenda sembra progressivamente aprirsi alla luce del giorno, contrariamente a quel portone conventuale che nelle ombre del crepuscolo romano rimaneva sbarrato, anzi “chiuso in faccia”, a chi faceva semplicemente il proprio lavoro al servizio della verità.

5c

Impacciato l’intervento in TV del legale di padre Manelli, l’avv. Enrico Tuccillo che non è entrato nel merito della questione scivolando piuttosto sulla controversia patrimoniale, quella dei trenta milioni di euro di beni che, per volontà del Fondatore, sono stati trasferiti a laici di sua fiducia.

Un anno dopo, con l’intervento della Magistratura, il patrimonio è stato sequestrato, più tardi dissequestrato e poi ancora rimesso al giudizio della Cassazione come l’andirivieni di un valzer.

L’avv. Tuccilo a difesa di p. Manelli dice che il suo cliente ha effettuato “l’operazione” per essere  “povero come S. Francesco”, spogliandosi di tutto.

Il problema è che lui ha disposto dello spogliamento unilateralmente per un Istituto religioso di Diritto Pontifico e che si è ricordato di S. Francesco solo dopo venticinque lunghi anni di ininterrotto governo, guarda caso appena un mese dopo il commissariamento, cioè quando ormai non era più il superiore – per la rimozione coatta dalla carica – e quindi non poteva più disporre dei beni come prima.

I fatti non depongono a suo favore.

Se proprio vuole imitare S. Francesco, perché p. Manelli non devolve ora quei beni alla Santa Sede? Perché non li destina ai poveri, alle missioni, alle opere dell’Istituto da lui stesso fondato?

Come mai i suoi amici e familiari laici si accaniscono nella detenzione di un cospicuo patrimonio frutto di devoluzioni decennali da parte di chi, in buona fede, voleva in questo modo fare un’ “opera di bene”?

Non è possibile da persone oneste inaugurare una pacifica trattativa e un’equa distribuzione di quei beni tra i frati e le suore affinché ne dispongano da uomini e donne di Dio, per il bene comune?

Con quale coscienza tre laici se ne assumono la titolarità?

Sono interrogativi intriganti e pressanti.

Ritorniamo ora alla vicenda degli abusi sulle suore.

Sembra che certe pratiche penitenziali estreme siano state inaugurate dalla comunità delle prime italiane appartenenti all’Istituto, quelle che sono state particolarmente attenzionate dal fondatore che trascorreva gaudente nei loro monasteri lunghi soggiorni, abitudine che si è ulteriormente protratta, fino a cristallizzarsi, con la sua presenza a San Giovanni Rotondo, sempre nel monastero delle suore, dal settembre del 2014.

E’ proprio laggiù che tre giorni fa si è notato un movimento di religiose, abbastanza sconvolte, che in massa, su di un pulmino, hanno lasciato frettolosamente quel monastero del Gargano.

In un paesino come San Giovanni Rotondo, cose del genere non passano inosservate.

Ieri e l’altro ieri una troupe delle RAI sostava in via del Nunzio.

Evidentemente non si voleva far scoprire quante fossero le suore che vanno a trovare, probabilmente a turno, magari a comunità intere, il fondatore.

Illuminante l’intervento della psicologa in studio che ha spiegato con rigore scientifico come il meccanismo educativo e formativo di p. Manelli crei dipendenza nei suoi confronti, desiderio di imitazione fino a farne un modello di vita e un riferimento esclusivo di disciplina e di norma.

Immaginiamo che sia stata almeno tentata un’intervista al Manelli assistito probabilmente dall’avvocato che ancora ieri in diretta si tradiva dicendo di essere stato in un convento di suore.

“Ridono, stanno bene, giocano a pallone… io stesso ho mangiato da loro, stanno in carne…”.

Chiede che frati e suore vengano interrogati sul fondatore.

L’idea non è male: potrebbero infatti confermarsi da un lato elementi probanti sulle sue esagerazioni e dall’altro conferme sul plagio grazie a chi lo difenderebbe a oltranza.

E’ facile oggi per il fondatore, profittando della sua canizie, presentarsi come un vecchio ammalato e perseguitato.

I fatti a lui contestati, tuttavia, sono pregressi, risalgono a trenta, venti anni fa e la sua capacità d’intendere e di volere, le sue resistenze, le sue manovre, le sue innumerevoli telefonate, i suoi incontri, i suoi messaggi, le false promesse ai commissari, la dicono lunga sulla sua continua regia, oramai distruttiva, nella gestione della situazione degli Istituti dei frati e delle suore.

Si compara P. Stefano Manelli a Padre Pio solo perché da bambino si sarà confessato qualche volta dal santo cappuccino come per centinaia di migliaia di altri fedeli dell’epoca.

6c

Ridicola, poi, l’intrusione di un ospite – inviato dalle suore – nel viale del monastero di Frattocchie.

Quel signore che appartiene a un gruppo di preghiera attesta che P. Stefano lo conosce bene e che “è un santo”.

Questa dichiarazione la dice lunga, non solo sul fanatismo che si è creato dietro il personaggio, ma anche sul profilo sociale, culturale e psicologico di chi, come nella trasmissione del 5 novembre, continuava ad affermare che “la colpa è degli altri” , dei “modernisti” nella Chiesa e che la vera Chiesa è quella di San Pio X (sic).

E’ la conferma in diretta di chi il Fondatore si era circondato e di chi oramai faceva parte dell’ambiente di frequentazione dei frati e delle suore.

Un’altra perla di pensiero è stata la teorizzazione in diretta, sempre di quel signore, del corpo inteso come “principale nemico” dell’anima e quindi “degno” di fustigazioni masochistiche, le stesse indotte alle povere vittime del Manelli che portano ancora le ferite di quel passato sul corpo e … nell’anima.

Come il solito prezzemolo è poi venuta fuori la storia dei genitori di p. Manelli servi di Dio con un processo di canonizzazione in corso.

Non ci si rende conto che tali affermazioni complicano la vita al p. Manelli e il giudizio sull’eternità dei suoi genitori.

Con il beneficio d’inventario, ricordiamo che nel dossier del libro di Nuzzi si parla anche di cause di canonizzazione “forzate” attraverso tangenti…

Molto probabilmente si indagherà o si sta già indagando anche su questo e sull’attendibilità dei documenti e delle testimonianze relative alla postulazione.

3c

L’avvocato Tuccillo giustificava infine la chiusura di quel portone del monastero-villetta di Frattocchie dicendo che “le suore stavano in ritiro e che la portinaia era una straniera e che non aveva capito”.

E’ il segno inequivocabile di come lo stesso loro difensore si fosse reso conto di quanto maldestro sia stato quel comportamento.

Cosa costava a quella portinaia straniera interpellare una suora italiana responsabile?

D’altra parte quelle religiose, da come è apparsa la portinaia, difficilmente potrebbero reggere un confronto o trovare argomenti per spiegare certe pratiche delle quali immaginiamo anche che non siano pienamente convinte lasciandosi semplicemente trascinare da ciò che fanno tutte.

Pericoloso scivolone finale il puntamento del dito di accusa sulla Chiesa indicandola come incauta e ingiusta per la  maniera in cui “trattò” Padre Pio e di come oggi sta trattando un santo (p. Manelli ndr).

Ciò che dalla storia impariamo è che i santi di fronte alle ingiuste persecuzioni agirono in un modo diverso dal p. Manelli.

Di fronte a uno scandalo che sta assumendo proporzioni nazionali, anche la persona non necessariamente santa, ma saggia, matura, dall’alto dei suoi ottanta anni di età, per la pace e il bene comune avrebbe fatto qualche passo indietro, si sarebbe ritirata in buon ordine e non avrebbe dato adito ad ulteriori attacchi, critiche, insinuazioni o… conferme probanti.

Che dal masochismo fisico si stia passando al masochismo spirituale?

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: