La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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CASA DELL’IMMACOLATA – DECRETO VATICANO – ARRIVA IL COMMISSARIO

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Frigento. L’indagine sull’Istituto francescano

Casa dell’Immacolata decreto del Vaticano arriva il commissario

Alla superiora Maria Cozzolino subentra suor Noris Calzavara, verificherà la gestione finanziaria.

 

Loredana Zarrella
FRIGENTO. Un nuovo scossone ha investito la famiglia religiosa dei Francescani dell’Immacolata, il cui istituto di diritto pontificio ha la sua casa madre a Frigento, nella frazione Pagliara.
E’ il commissariamento del ramo femminile, provvedimento messo in atto dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita Apostolica a seguito delle perplessità relative alla conduzione della vita interna delle Suore che osservano la regola di San Francesco d’Assisi e gli insegnamenti di San Massimiliano Maria Kolbe.
Il decreto, di cui si ha notizia certa ma che non è ancora stato diffuso pubblicamente, porta la firma del Prefetto João Braz Cardinale de Aviz e la controfirma dell’Arcivescovo Segretario José Rodrìguez Carballo.
Da fonti certe si conoscono anche i nomi delle suore che ricopriranno il ruolo di commissari dell’Istituto femminile, finora diretto da Suor Maria Michela Pia Cozzolino dalla casa generalizia a Frattocchie, vicino Roma. Alla Superiora generale, braccio destro del fondatore Padre Maria Stefano Manelli, pure destituito da tempo, subentreranno Suor Noris Calzavara delle Suore del Rosario coadiuvata, per quanto riguarda gli aspetti specifici della formazione e delle finanze, da Suor Paola Teresita Filippi delle Figlie della Misericordia e Suor Viviana Ballarin delle Suore Domenicane.
Una terna di religiose scelta dalla Santa Sede per fare chiarezza e dissipare i dubbi sorti in concomitanza del primo commissariamento, quello che ha investito nel 2013, la Congregazione dei Frati, e a cui ha fatto seguito l’inchiesta avviata congiuntamente dalla Procura e della Guardia di Finanza di Avellino per incongruenze relative alla gestione delle finanze.
Inchiesta che a fine giugno ha visto tuttavia il dissequestro di quei 30 milioni di beni mobili e immobili, oggetto di custodia cautelare pochi mesi prima, quando la magistratura ritenne di bloccarli per valutare i reati di falso ideologico e truffa di compagini associative laiche vicine all’Istituto, ossia delle associazioni “Missione dell’Immacolata” e “Missione del Cuore Immacolato”.
La questione, che ha avuto uno stop con lo sblocco dei beni, potrebbe tuttavia riavviarsi anche alla luce delle nuove richieste avanzate in sede civile dall’avvocato Giuseppe Sarno, il legale della gestione commissariale dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, pure questi ora vigilati da una terna di nomina vaticana – il salesiano don Sabino Ardito, il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda e il cappuccino padre Carlo Calloni -, subentrati al commissario Padre Fidenzio Volpi, deceduto il 7 giugno scorso.
Il nuovo scossone, che parte direttamente dagli ambienti vaticani, destabilizza pure la comunità delle religiose, le cui Superiori erano già state protagoniste, insieme a Padre Manelli, del dossier reso noto da Il Mattino nel giugno scorso, e in cui novizie ed ex suore avevano raccontato di essere state oggetto di atti di prevaricazioni.
Il provvedimento non è un fulmine a ciel sereno dal momento che non ha destato stupore tra le fila dei sostenitori di Manelli, che lo temevano, sia tra chi appoggia da tempo le verifiche vaticane per i dissidi interni ma pure per i sospetti sulla gestione del patrimonio.

Il Mattino di Napoli – Avellino, Irpinia – ediz. del 28/10/2015 – pag. 30

UN’ORDINAZIONE CHE FA DISCUTERE

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Il 21 ottobre 2015 alle ore 10:00 al Santuario Madre di Dio Incoronata di Foggia, sembra che sarà ordinato sacerdote il diacono Dario Nardella.

E’ un evento di festa ed è un evento di gioia per il quale ognuno formula al novello presbitero i migliori auguri di fecondo ministero.

Insieme a lui l’intera comunità cristiana eleva una lode di ringraziamento al Signore per il dono di un nuovo ministro di Dio.

E’ una grazia anche per la sua famiglia naturale con la quale ognuno si complimenta per aver saputo creare le basi educative e cristiane dalle quali si è sviluppata la vocazione del loro figlio, fratello e nipote.

A officiare il rito sembra che sarà mons. Ramon Arguellas, vescovo di Lipa (Filippine).

Tempo fa chi ha seguito il caso del commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata, di cui Dario Nardella era un membro con il nome religioso di Massimiliano Maria, ricorderà di come il menzionato vescovo filippino si era reso protagonista dell’erezione di un’associazione pubblica di fedeli denominata “Fratelli di San Francesco e dell’Immacolata” attraverso la quale ha dato asilo ad alcuni chierici fuggiaschi dei Francescani dell’Immacolata.

Fallito il tentativo di elevare l’associazione a istituto di diritto diocesano come avrebbe auspicato il padre Stefano Manelli in un calcolo rivelatosi un’ennesima volta sbagliato, l’appoggio del vescovo asiatico al Fondatore ed ex superiore dei Francescani dell’Immacolata per cinque lunghi lustri, si materializza con la disponibilità ad ordinare il rappresentate per l’Italia della suddetta associazione (e  mancato istituto) nata nelle Filippine.

Non sappiamo se alla cerimonia ci sarà anche la Signora Ambasciatrice delle Filippine presso la Santa Sede, grande benefattrice delle Suore Francescane dell’Immacolata,  che un grande ruolo ha avuto nella mediazione tra i “manelliani” e il vescovo per accreditarli come « santi perseguitati » dalla Chiesa e non ribelli al commissario.

Senza entrare nel merito della vocazione e delle qualità morali del Nardella, da un punto di vista canonico, per essere ordinati sacerdoti, occorrono almeno sei mesi dall’ordinazione diaconale; occorre aver terminato gli studi filosofici e teologici  del quinquennio istituzionale ed essere incardinati in una diocesi o in un istituto religioso.

Non è da escludere che Massimiliano Nardella vada nella diocesi di Lipa come missionario, ma è più probabile che faccia invece da cappellano al raggruppamento di ex frati francescani dell’Immacolata alla Palanzana di Viterbo.

Piange il cuore vedere dei giovani parcheggiati su se stessi in attesa del compimento messianico delle profezie del Padre Manelli.

Che responsabilità sulle loro giovani vite, deluse e illuse!

Sembra comunque che anche nel passato, quando il padre Manelli era Ministro Generale dei Frati Francescani dell’Immacolata, anzi “Padre Comune”, così come si faceva chiamare per sottolineare il suo imperio anche sulle suore e sui laici, contro ogni regolamento canonico e dignità di servizio francescano, i suoi ordinandi religiosi quasi mai hanno completato la loro formazione, proiettandosi in attività pastorali o formative senza una preparazione adeguata.

All’uopo qualcuno si chiede se un comune mortale si farebbe operare o meno da un chirurgo che non ha nemmeno terminato l’Università…

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Non si capisce bene, infatti, se, dove e come Dario Nardella ha completato i suoi studi per l’idoneità sacerdotale.

E’ pacifico, inoltre, chiedersi come mai un vescovo venga dalle Filippine per ordinare un italiano a Foggia…

Sicuramente l’Ordinario del luogo, il napoletano Vincenzo Pelvo, vescovo di Foggia-Bovino avrà dato il suo placet.

Ci risulta, tra l’altro, che sia molto vicino a una famiglia legatissima al Manelli di cui un membro, battezzato proprio con il nome di “Stefano”, è stato suo personale fotografo ufficiale durante il ministero di Ordinario Militare per l’Italia.

Un buon collega di Mons, Arguellas, ambedue generali dell’esercito in pensione, in buona compagnia con l’ex generale padre Stefano Manelli.

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Don Ugo Rega, orionino come Mons. Giovanni D’Ercole che in un recente passato ha ospitato, a sua volta, nella sua diocesi di Ascoli Piceno un gruppetto di “Fratelli di San Francesco e dell’Immacolata”, si ritrova a gestire con qualche imbarazzo tale evento.

In considerazione delle irregolarità canoniche il tutto sembra immerso in un mistero, tipico di quell’approccio più settario che ecclesiale che ha caratterizzato il governo di Padre Manelli e la sua scomposta reazione dal commissariamento in poi.

Senza voler spezzare i sogni e i progetti di un giovane che corona un traguardo e realizza un’aspirazione, in tanti si chiedono sotto quale auspici – o meglio con quali espedienti – gli adepti di padre Manelli cerchino ancora di rimettersi in sella: su di un cavallo o di un asino?

Se tutto così fosse, quanto a mons. Arguellas, la sua posizione di aperto contrasto alle disposizioni di Papa Francesco impartitegli sui “manelliani”, pone delle grosse perplessità e aiuta a ricostruire la rete di coperture e collusioni con gli ambienti curiali in un giro incredibile di soldi, ricatti e affinità ideologiche nel nome dell’estrema destra molto effervescente nella Roma scandalosa.

Basteranno le minacce di querele al nostro sito come deterrente al legittimo corso della giustizia?

PER AMORE DELLE MIE SORELLE

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Abbiamo incontrato un’ex suora francescana dell’Immacolata la quale, apprezzando il nostro impegno a favore della verità e della giustizia, ha voluto trasmetterci la sua personale testimonianza.

 

  Sono Maria, è questo il nome con il quale mi identifico, il nome che mi accomunava a tutte le mie consorelle durante la mia permanenza in convento, il nome con il quale continuo a invocare la Beata Vergine Maria e a ringraziarla per la mia liberazione interiore.

Come pioggia scrociante d’estate ho pianto di dolore prima della fine della mia lunga permanenza tra le Suore Francescane dell’Immacolata e come pioggia stillante d’inverno ho pianto nella gioia commossa di aver ritrovato Dio e me stessa dopo la mia uscita dall’Istituto.

Nel fiore della giovinezza ho voluto seguire il Signore e consacrarmi a Lui affidandogli le gioie e i dolori di ogni giorno insieme alle fatiche e alle speranze di una ragazza che lo cerca col cuore sincero di chi vuol donare a Lui tutta se stessa.

Dopo un idillico inizio fatto di vita fraterna, preghiera, canto e poesia, il mio sogno si è trasformato in incubo a partire dal 2001.

La figura del fondatore, padre Stefano Maria Pio Manelli, da dolce e ricercata che all’inizio mi sembrava, è sempre più apparsa ambigua e ingombrante.

Ho scoperto, con mia grande sorpresa e amarezza, che le mie confidenze riferite solo a lui,  venivano trasmesse non solo alla madre superiora, ma anche ad altre consorelle che mi seguivano in quella interminabile fila di “pecorelle smarrite” in cerca più di una consolazione e di una carezza del pastore che di una direzione spirituale seria ed impegnativa.

Oggi mi chiedo, secondo la parabola evangelica, se si trattasse di pastore o di mercenario o addirittura di lupo.

Lascio a Dio il giudizio; non è mia intenzione in questa sede giudicare nessuno, ma riferisco fatti collegandoli a persone come missione civica e dovere morale.

Ricordo, a modo di ferita mai cicatrizzata, di come venivo umiliata e minacciata nei miei incontri con il fondatore non appena avanzavo qualche perplessità sullo stile di governo.

Mi lamentavo del fatto che assecondasse le stravaganze delle superiore e non muovesse dito contro gli abusi.

Era onnipresente, ore e ore a telefono con la madre generale e poi in refettorio a ridere e scherzare con noi giovani suore che pendevamo dalle sue labbra che ci incantavano per i soliti racconti apocalittici.

Ho capito più tardi che erano insulti alla Chiesa, ai vescovi, ai preti e ad altri religiosi.

Ci sentivamo tutte investite di una missione, ci credevamo delle supersuore, un corpo speciale che dovesse salvare da solo il mondo, la Chiesa e l’universo intero.

Ciò che mi feriva più di ogni cosa era l’atteggiamento superficiale e supponente che durante la mia ultima crisi si trasformò in minacce d’inferno e d’infelicità qualora non avessi aderito pienamente ai vota  di padre Stefano.

Egli aveva la sfacciata abilità di metterci, noi suore, in una situazione di adolescenziale concorrenza nella smisurata ricerca di entrare nel club delle sue elette e preferite.

Lo mostrava con frecciatine, battutine e attenzioni diversificate, come ad esempio il modo con il quale ci porgeva parte del suo cibo, condividendo con noi la mensa.

La sua forza affettiva era indotta, con diabolica abilità, dalla ricercata commiserazione simulata con dichiarate sue presunte malattie.

Altre volte si lamentava per presunte contrarietà e torti subiti da qualche frate di cui non nascondeva l’identità. Riusciva a coinvolgerci emotivamente e a contagiarci del suo odio verso il frate e figlio suo.

Mai mancava la sua dichiarazione di crociata contro eretici, vescovi scismatici, martiniani e toninobellisti.

Mi chiedo quante risate ci faremo in Paradiso nello scoprire tanti santoni che non ci saranno e tanti Servi di Dio criticati dai santoni che invece ci saranno, anzi già sono nella gloria eterna.

Il risultato di tali critiche faceva nascere in noi suore l’antievangelica supponenza verso il malcapitato frate o vescovo di turno senza neppure prendere in considerazione se quel religioso avesse avuto ragione o torto.

Quanto al nostro giudizio verso la Chiesa universale, i vescovi e persino il Papa, vivevamo tutte nella più totale paranoia.

Con disgusto ricordo tutte le critiche mosse a San Giovanni Paolo II, specie durante il Giubileo del Duemila.

Un altro brutto ricordo del padre Manelli è quando abbracciava qualche consorella davanti a noi suscitando quella gelosia che si prova sui banchi di scuola quando i maschietti corteggiano alcune amiche più precoci e procaci di noi.

Dai blogs ho seguito la recente vicenda dell’Istituto e di padre Manelli e non sono sorpresa affatto per tutto quello che sta succedendo.

Non mi meraviglia nemmeno la sua resistenza e la sua violenza oltre allo spudorato atteggiamento dello gnorri che nega l’evidenza.

Blog e stampa parlano di denunce e controdenunce,  atteggiamenti che la mia trascorsa formazione francescana avrebbero giudicato come arroganti ed antievangelici.

La predica fatta da chi ieri stava sul pulpito diventa oggi l’ipocrisia di chi sta vicino alle sbarre.

Spero di poter testimoniare in qualche opportuna sede giornalistica o giudiziaria la mia esperienza poiché oltre ad avere una pesante e lunga storia da raccontare, non temo le querele alle quali il padre Manelli sembra stia ricorrendo con altre suore in totale disprezzo al Capitolo III della Regola: (…) Consiglio poi, ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che, quando vanno per il mondo, non litighino, ed evitino le dispute di parole, ne giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene (Tim 2,14).

Oggi non mi meraviglia più di tanto la reazione scomposta del fondatore, delle superiore di un tempo che sono comunque le stesse di oggi.

Dieci italiane incolte che tengono a scacco matto un intero Istituto.

Non mi sorprende la resistenza alle disposizioni della  Chiesa, nella quale non siamo mai state pienamente inserite.

Eravamo una piccola, grande setta o una nuova religione nella quale si adorava il fondatore, ci si innamorava di lui, si giustificava tutto di lui, e lui – a sua volta – poteva fare di tutto su di noi.

L’insieme dei suoi gesti, un tempo rimossi mentalmente e giustificati contro ogni evidenza, erano in realtà gli atteggiamenti tipici di chi è un uomo più carnale che spirituale.

Labbra avvicinate alle labbra, sospiri e cambi di tono di voce sdolcinata, sguardi ammiccanti, mani strette intorno alla vite, citazioni bibliche e mistiche erotizzanti…

Il mio papà non lo ha mai fatto, eppure pensavo che fossero gesti normali, espressioni di affetto senza malizia, forse intuizioni o eccessi di mistica, vista l’aureola di santità che noi suore gli avevamo cucito sulla testa.

Eppure, condividendo il mio pensiero con altre consorelle mentre stavo in  convento, desideravamo la sua presenza, la sua compagnia, gratificate da un solo sguardo, un solo pensiero, una frase scritta fugacemente su una immaginetta che custodivamo per anni gelosamente nei nostri breviari come se fosse una reliquia con una parola d’ordine per il Paradiso.

Non so se le mie consorelle coltivavano sentimenti che andassero oltre l’affetto filiale, ma dagli occhi strabuzzati e commossi al suo ingresso nella nostra clausura, credo che neppure il migliore dei mariti potesse essere così tanto mitizzato.

Come se fosse un dovere insopprimibile, al padre sembrava piacere entrare nella nostra intimità imitato dalle superiore che esigevano entrare nella sfera della nostra coscienza, conoscere le nostre tentazioni, le nostre prove interiori, l’insieme di quel mondo riservatissimo che è “il segreto del gran Re”, inviolabile talamo dello Sposo Divino svenduto a un “padre rubacuori” e alla superiora arpia e spia.

La mia testimonianza vuole essere un incoraggiamento alle tante anime coinvolte nel mondo di sofferenza e soprusi delle Suore Francescane dell’Immacolata che sin da questo momento sfido al confronto condiviso con chi dentro le mura del chiostro è rimasta.

Tante sperano il commissariamento e chi compassionevolmente segue oramai da lontano la vicenda pur nella sicurezza delle mura di un focolare domestico o di un convento dove si respira l’afflato dello Spirito e dove ci si riscalda al fuoco dell’Amore Divino, opera e prega per ottenere tale grazia.

Quando uscii dal convento non sapevo cosa fare e mi colpevolizzavo di aver rinunciato alla vita religiosa.

Quale vita religiosa?

Ero disperata e non ne potevo più.

Ne stava risentendo sia la mia salute corporale, sia la mia salute spirituale.

Qualche consorella è stata molto cara con me, ma aveva paura di avvicinarmi poiché avevamo l’obbedienza di denunciarci le une contro le altre in caso di anomalie verso un complesso di regole che accompagnavano tutta la nostra giornata, dal sole al tramonto, dalla sveglia al riposo.

Non so quante volte ho voluto parlare con il mio padre spirituale di un tempo, colui che scoprì la mia vocazione e non esitò a condurmi nella “Casa dell’Immacolata”.

Una rarissima volta che sono tornata in paese dai miei, quale amarezza per questo sacerdote lo scoprire che altre sue parrocchiane erano entrate in una bolgia infernale più che nell’anticamera del Paradiso.

Cos’è infatti l’inferno, se non l’assenza dell’amore?

 Ci sembrava di stare al servizio sottomesso di una serie di superiore castigamatti che malgrado i nostri innumerevoli spostamenti da una casa religiosa a un’altra, ritrovavamo o prima o poi nello stesso convento.

Il circolo vizioso si ripeteva e la giostra continuava, come il gatto che rincorre il topo con il cinismo di chi empiamente cerca di vendicarsi insoddisfatta dei colpi già inferti alla vittima di turno.

C’erano le suore di prima categoria in convento e quelle di seconda categoria.

Studi teologici, diplomi musicali e persino le patenti di guida, erano solo l’appannaggio delle nipoti del fondatore, delle figlie delle figlie spirituali più fedeli e ruffiane.

Altra categoria privilegiata era quella delle “figlie di papà”,  cioè quelle i cui genitori a ogni visita in convento lasciavano un assegno anziché un biglietto delle vecchie lire prima e di euro dopo.

Guai quindi a parlare con un altro sacerdote, col vecchio padre spirituale.

Per il fondatore erano tutti eretici, modernisti, ignoranti fuorvianti.

Quanto alla direzione spirituale ne doveva detenere lui il monopolio assoluto e per la confessione si fidava solo di un ristretto manipolo di frati che due suore “cavia” dovevano testare periodicamente sulla loro probità morale ed ortodossia, simulando confessioni tipo e rivolgendo loro domande su casi di morale.

Mi chiedo quale formazione avessero queste suore che si credevano prefettesse del Sant’Uffizio.

Le suore filippine, anime belle, ma considerate di terza scelta dal fondatore, potevano pure rivolgersi al cofondatore padre Pellettieri.

Guai per noi guardare un frate, parlare a un frate, benché avessimo condiviso con qualcuno innocenti giochi d’infanzia nello stesso paese d’origine o militato nelle stesse associazioni o frequentato le stesse scuole.

C’era il pericolo – diceva il fondatore – della cosiddetta “simpatia” che scattava e che avrebbe provocato “l’innamoramento” e quindi l’uscita dal convento in vista del matrimonio con lo stesso soggetto.

Era questo il concetto che aveva della vocazione e della vita consacrata?

In verità, sono uscita da convento e sento di amare ancora di più il Signore, con l’esperienza vitale e liberante che ha dovuto vivere in verità la Madonna che non smetterò mai di amare.

Al contrario, le mie consorelle che si autocastigavano, sono andate in psichiatria o hanno cercato unioni forzose con qualche religioso, benefattore o medico del convento, sollevando scandali e controtestimonianze in nome di quei valori che si illudevano di salvaguardare con un atteggiamento proibizionistico e segregazionistico.

Poco prima che iniziassi i miei studi universitari, solo dopo la mia uscita dal convento, ho incontrato una suora delle Piccole Sorelle di Gesù.

Nell’ascoltare la mia vicenda con l’attenzione che nessuno mi ha mai prestato: né il fondatore, né il cofondatore, né le superiore, mi consigliò il libretto di Maddalena di Gesù intitolato “Gesù per le strade”.

Riuscii difficilmente a trovarne una copia ma quando lo lessi, fu come una luce di faro che mi segnalava su quali scogli stavo andando a sbattere fino a quando ero rimasta tra le fila delle Suore Francescane dell’Immacolata.

Al suo famoso padre spirituale, il reverendo Voillaume, Suor Maddalena di Gesù così scrisse nel 1945: “Le assicuro padre che è desolante la formazione che a volte si dà. Viene demolito tutto l’umano… e l’umano è opera di Dio. Non si guarda al fatto che il Modello Unico si è fatto meravigliosamente umano e si è creata una perfezione religiosa fittizia”.

Più mi addentravo nella lettura di questo libro, più mi sembrava che cadessero le squame dagli occhi, più mi sembrava che lo Spirito parlasse a me e parlasse delle Suore Francescane dell’Immacolata.

In un altro passo: “Non ti sarà richiesto in nome della modestia religiosa di vivere con gli occhi bassi, ma di spalancarli per ben vedere accanto a te tutte le miserie ed anche tutte le bellezze della vita umana e dell’universo intero. Escluderai i modi austeri e distanti, come pure la suscettibilità e i risentimenti e ti sforzerai di mostrarti sempre sorridente e amabile, piena di buon umore e di slancio, affinché la tua gioia esteriore renda testimonianza a colui che è l’Autore di ogni gioia, la Sorgente di ogni beatitudine e per Amore del quale saprai nascondere sotto il velo del sorriso le tue stanchezze e le tue contrarietà”.

Eravamo, noi suore, completamente spersonalizzate, impaurite come passerotti spennati che non volano mai in stormo.

Il Fondatore ci diceva che dovevamo sacrificare tutto: i talenti, la famiglia, gli affetti.

Ecco cosa a questo proposito scrive Suor Maddalena di Gesù: “Col pretesto di mantenerti nell’umiltà, non ti sarà chiesto di distruggere il tuo modo di giudicare, di soffocare la tua personalità, di negare o dissimulare i tuoi talenti. L’umiltà è verità e soprattutto un talento è un dono di Dio, che Egli ti ha affidato per farlo fruttificare. Non ti appartiene. Come potresti gloriartene? Non fare quindi a Dio l’ingiuria di disprezzare un suo dono, di seppellire uno dei suoi talenti, ma falli fruttificare al massimo per l’amore e la gloria del Signore Gesù che li ha affidati. Coltiva il tuo giudizio e sottomettilo totalmente, ma in modo intelligente all’obbedienza religiosa. Sviluppa al massimo la tua personalità, ma unicamente per metterla al servizio di Cristo… Non cercare di entrare nello stesso stampo, ma prova a scoprire la tua orientazione personale, per farla fiorire nel quadro della vocazione comune delle piccole sorelle di Gesù”.

Un tempo come le mie ex consorelle avrei giudicato le religiose che si ispirano a suor Maddalena per il fatto che hanno l’abito di due centimetri più corto del nostro e il velo meno lungo.

Oggi dico a me stessa che dietro tanta austerità si nascondono disturbi di personalità.

Ci dicevano che il velo lungo copre il fondoschiena e che la gonna lunga impedisce di vedere il malleolo del piede.

E’ tutto così ipocrita e ridicolo, ma forse proprio chi ha concepito quell’abito aveva i suoi fantasmi sulle nostre parti anatomiche.

Può darsi ancora che in eccesso di zelo volesse sottrarci da sguardi curiosi e indiscreti, come fanno i mussulmani, ma ritengo più probabile una sorta di gelosia da parte sua.

Quando una suora aveva una bella linea naturale doveva trangugiare di tutto fino a sformarsi.

Oltre ai corpi, tuttavia, si sono sformate le menti e i cuori, si è deturpata l’anima.

Ho sentito di ex consorelle che vogliono chiedere danni e risarcimento all’Istituto, mentre alcuni genitori vogliono rivalersi anche sul Vaticano.

Cosa sta facendo la Chiesa?

Non so come andrà a finire questa brutta storia, ma sentivo il dovere di coscienza e di carità di presentare la mia esperienza per incoraggiare tante mie sorelle a non demordere.

So che non faranno mai leggere a loro questo scritto.

So che tutto è filtrato e che si fornisce una serie di informazioni pilotate, eppure mi rivolgo a te suor Maria E. che quasi trentenne, con i tuoi scrupoli, hai disturbi di continenza notturna; mi rivolgo a te suor Maria C. che hai paura del buio e degli uomini; mi rivolgo a te suor Maria E. che vorresti un gatto per compagnia, talmente ti senti sola; mi rivolgo a te Suor Maria N. che hai il corpo da fata e non ti fanno mai uscire; mi rivolgo a te Suor Maria B. che vorresti prendere la patente, ma ti tengono sempre in cucina; mi rivolgo a te Suor Maria M. che ti hanno proibito di chiamare i tuoi genitori lontani che non vedi da anni e mi rivolgo a voi, mi rivolgo a te Suor Maria R. che ti dicono come devi camminare perché – secondo loro – sei vanitosa e sensuale e mi rivolgo a voi, persone di buona volontà, anime buone che pregate, chierici e porporati che avete in mano le decisioni sulla vita della Chiesa, magistrati che lottate per la giustizia, giornalisti che cercate la verità, affinché si possano salvare delle giovani vite che un frate sacerdote e un gruppo di una decina di madri superiore, sta terribilmente violentando.