La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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LETTERA DI UNA MAMMA

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Riceviamo e trasmettiamo questa testimonianza …

Cara Anna,

mi rivolgo a te in tono familiare, da mamma a mamma.

Ho letto la tua lettera – testimonianza 

e vorrei ora lasciarti la mia per una questione di dignità e di verità.

Non ha forse detto Nostro Signore: “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli” (Mt. 5, 10-11).

Meriti tutto il mio rispetto per la tua persona, per la tua malattia affrontata con serenità e per la tua fede.

Credo bene che tu sia stata aiutata dalle suore, che padre Stefano Manelli ti abbia affascinato e che tua figlia in convento sia per ora contenta.

Sento però il forte dovere verso di te e verso chi ci legge, di raccontare anche la mia esperienza che immetto nella rete come quei vecchi messaggi di speranza collocati nelle bottiglie per essere abbandonati in mare o come un foglietto arrotolato sulla zampetta di un piccione viaggiatore.

 

Ho conosciuto le Suore Francescane dell’Immacolata nel 2008.

 

Ho il mio negozio nei pressi di una parrocchia dove le suore francescane dell’Immacolata distribuivano i messalini.

In una domenica particolarmente fredda una suorina mi chiese di poter utilizzare il telefono.

Rimasi sorpresa e immaginai che il suo cellulare fosse scarico o avesse finito la ricarica.

Dalla conversazione, per quanto cercai di tenermi in disparte ed essere discreta, capii che la suora stava conversando con i familiari e che fosse disperata.

Parlava in lacrime e a singhiozzi sulla madre superiora che non ce la faceva più a sopportare.

Poiché la telefonata stava diventando sempre più accesa e mi metteva in grande imbarazzo, nel vedere un’altra suora che stava aspettando fuori intirizzita dal freddo, con un balzo la portai al bar accanto per farle bere una cioccolata calda.

Vidi nei suoi occhi tanta paura; era una straniera.

Mi disse che doveva chiedere alla suora più anziana, che ci voleva il permesso, ma mossa da pietà la convinsi ad accettare egualmente e subito dopo rientrai nel mio negozio con un altro bicchierone di bevanda calda.

La telefonata era terminata, ma la prima suora era sconvolta, in lacrime e tremava forse più per lo stress e qualche decimo di febbre che per il freddo.

Pensai che quella creatura che avevo di fronte poteva essere mia figlia e con molta delicatezza le sorrisi.

Solo così la suorina incominciò a parlarmi dei suoi problemi, della sua vita.

A ogni sua affermazione l’altra suora aggiungeva una sua esperienza personale e quella ancora di altre consorelle.

In quell’occasione la suora mi disse che sua mamma era stata rimproverata dalla superiora per aver telefonato in convento prima della dovuta scadenza.

I genitori infatti non possono chiamare in convento le figlie quando vogliono.

Quella povera mamma voleva solo dire che l’anziano papà stava poco bene e raccomandarsi alle preghiere della figlia in convento e delle suore.

La suora straniera, invece, mi disse che da oltre dieci anni non vedeva i genitori molto poveri e che ogni volta per sentirli doveva chiamare una vicina di casa, aspettare che andasse ad avvisarli e poi effettuare dopo pochi minuti una seconda chiamata. Questo infastidiva la madre superiora.

Mi parlò poi di una sua consorella che ricevette dall’estero la foto del funerale del papà. Le superiore non l’avevano nemmeno avvisata della triste notizia della morte e quella consorella rimase sconvolta e abbandonò la vocazione piena di indignazione verso il suo Istituto.

Avrei voluto rimanere in contatto con loro, ma mi pregarono di non chiamare mai in convento perché – mi dissero – le telefonate potevano essere spiate e poi la superiora non voleva, specie se non erano familiari.

Le dissi che potevo far chiamare il mio parroco per avere loro notizie.

Peggio di peggio!

Guai se le avesse chiamate un uomo, anche se prete.

Non credevo alle mie orecchie e chiesi allora se avessero un indirizzo e-mail.

Mi dissero che in convento era proibito avere internet e usarlo anche per la sola corrispondenza. Questo poteva farlo solo la superiora e raramente qualche suora incaricata.

Chiesi allora l’indirizzo postale: mi risposero che le lettere vengono consegnate dalla superiora già aperte.

Avevo tuttavia il desiderio di rivederle…

Mi suggerirono che si poteva profittare delle loro celebrazioni dei voti oppure partecipare alle feste del Fondatore a Frigento.

Non erano sicure, però, che proprio loro vi avrebbero sempre partecipato.

Tornata a casa non dissi nulla alle mie figlie che già non sono molto praticanti e rimasi così turbata da non riuscire a dormire.

Da quel giorno, consigliatami con il mio parroco, che già aveva sentito parlare male dal Vescovo di queste suore e del loro Fondatore, ho sentito il dovere di fare qualcosa.

Attraverso incontri rubati in tre, quattro occasioni l’anno, ho conservato l’amicizia con queste suore che mi hanno raccontato cose terribili.

Quando si recavano a distribuire i messalini in una città vicino alla mia, facevo in modo di lasciare in negozio mia cognata e scappavo da loro.

Le due poi sono state separate e sono rimasta in contatto solo con una di loro.

Le suore avevano l’obbedienza di spiarsi e riferire tutto alla madre superiora.

Quando una suora abbandonava la vita religiosa, le altre la consideravano una “peccatrice”.

Fu così che apostrofarono una suora che tornata nella vita civile chiese un giorno un aiuto materiale alle consorelle di un tempo, dove per anni aveva sgobbato.

Mi hanno riferito che la stessa suora che trattò l’ex consorella male è poi uscita di convento pochi anni dopo.

Vorrei citare, tra i tanti, alcuni fatti che mi sono stati raccontati e che mi sono rimasti particolarmente impressi.

Una suora che una mattina non ci vedeva più fu insultata e accusata di mentire e inscenare la cecità per non alzarsi dal letto.

Un’altra suora che aveva bisogno di una protesi dentaria rimase senza le dovute cure fino ad avere effetti invalidanti permanenti alla mandibola.

Un’altra suora ha avuto seri problemi gastro intestinali tra colite, gastrite ed ulcera.

E’ tornata a casa e non si sa come è andata per lei.

Tutte le suore per lavare il proprio vestito potevano farlo solo in determinati lassi di tempo e per lavarsi dovevano usare una specie di sale contro i cattivi odori.

Ultimamente non potevano nemmeno utilizzare gli assorbenti, ma carta assorbente e questo per la… “povertà”.

Le suore vedevano entrare tante offerte, ma non capivano dove andassero a finire.

Poi, alcuni mesi fa, la cruda verità con l’inchiesta sul patrimonio dell’Istituto affidato a laici amici e familiari del Fondatore.

Sono quindi venuti i tempi recenti del controllo della Santa Sede sull’istituto maschile e la visita ispettiva alle suore.

Mi hanno riferito di come in convento parlassero male del commissario, dei frati, della visitatrice.

Qualcuna chiese anche alla madre superiora se poteva pregare per la morte degli “avversari” del Fondatore.

Vengo da un percorso di fede e sinceramente sono sconvolta nel sentire cose del genere.

Cara Anna, non voglio impressionarti, ma se una delle mie figlie stesse in quell’Istituto io sinceramente non mi sentirei molto serena.

Ho poi chiesto solo oggi di te, per capire meglio chi tu fossi e chi fosse tua figlia.

Mi hanno riferito che sei molto legata a padre Stefano Manelli che vede in te una persona molto fedele a lui.

Non so se padre Manelli, così come tu scrivi, ha fatto solo del bene.

A te sicuramente sì, ad altri non ne sarei proprio sicura.

Sono sicura invece che sei una mamma e una moglie molto brava, ma ho saputo che tua figlia è entrata giovanissima in convento, a soli quattordici anni.

E’ mai possibile?

Cosa sta facendo ora questa ragazza? Sta studiando?

Cosa sarà di lei quando avrà trenta, quaranta, cinquanta anni?

Ho saputo della figlia di una devota di padre Manelli che è entrata giovanissima, senza vocazione, dietro le insistenze della mamma e che piangeva ogni giorno.

Forse per tua figlia è diverso, ma ho saputo anche di un’altra famiglia numerosa che dopo essere entrata in disgrazia col Fondatore si è vista rispedire la figlia a casa e oggi è laica.

Quella ragazza aveva quasi l’età di tua figlia quando è entrata in convento.

Ho saputo di suore maltrattate, destinate da decenni a fare le domestiche mentre le figlie dei “grandi” benefattori dell’Istituto ricevono un altro trattamento.

Ho chiesto alla suora: cosa aspettate a denunciare?

Mi ha detto che hanno paura e sono convinte che se lo fanno, andranno all’Inferno.

Aspettano che anche loro siano commissariate come i frati.

C’è chi prega per questo.

Di nascosto un gruppetto offre l’Adorazione quotidiana per questo.

Le suore vengono istruite dalle superiori su quello che devono rispondere alla visitatrice, su come devono comportarsi in caso di confronti.

Il Fondatore impone sempre chi deve essere la madre generale e chi la superiora.

Adesso corre la voce che la Chiesa vuole distruggere l’Istituto e che perseguita il Fondatore.

In una sorta di preoccupante delirio dicono addirittura che il Fondatore abbia voluto tale situazione per imitare Padre Pio e vedere chi davvero gli è fedele.

Tra le altre voci: “I tempi sono duri, la Chiesa è nell’apostasia e alla fine il Cuore Immacolato trionferà, tanto questo Papa non durerà molto…”.

Cara Anna, ti ho scritto con molta semplicità, ma in verità e coscienza.

Ti prego di non venire meno ai tuoi doveri di mamma e di sposa per coprire il tuo padre spirituale.

Forse ho scritto in maniera confusa, ma sono solo poche tessere di un mosaico che visto nella sua interezza sarebbe orribile.

Così come io ho compassione di queste suore, così abbine anche tu.

Pensa a quante mamme di suore non sono fortunate come te per il legame privilegiato col Fondatore.

Pensa a quante mamme vorrebbero le figlie vicine e non possono ottenerlo.

Pensa a quanti genitori di suore sarebbe egualmente giusto e forse più urgente dare aiuto.

Ritieniti fortunata, così come io mi ritengo fortunata del fatto che le mie figlie non abbiano conosciuto le Suore Francescane dell’Immacolata come tua figlia.

Non è perché sarebbero entrate in convento. Magari avessero la vocazione!

Il problema è che certe controtestimonianze fanno perdere persino la fede!

Questo mi preoccupa.

Non so come ho fatto a nascondere a loro questo mio legame con qualcuna delle suore, ma sono fiera, come mamma, di esserci riuscita.

Non ti dico di salvare tua figlia finché sei in tempo, ma dico a me stessa di aggiungerla alle mie preghiere offerte per le tante suore che oggi vedo sofferenti e in crisi.

 

M. L.

 

LE NUOVE PERSECUZIONI

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In solidarietà ai cristiani che soffrono per mano dei fondamentalisti islamici in alcune regioni del mondo, anche nella nostra Italia ci sono cristiani che soffrono per mano di fondamentalisti cristiani.

Il caso di padre Scozzaro.

Era da molto tempo che non si leggevano elucubrazioni e provocazioni sulla vicenda dei Francescani dell’Immacolata nella bolgia dei blog tradizionalisti.

Il silenzio reverenziale e speranzoso di chi credeva nel nuovo governo dell’Istituto di trovare ingenui e collusi alleati viene interrotto dall’ardito Paolo Deotto  che giustifica un attacco gratuito a padre Giulio Maria Scozzaro esprimendosi a modo di disclaimer per evitare – secondo lui – un’azione penale: “(…) mi permetto di chiedere la vostra attenzione, perché quanto vi esporrò riguarda anche argomenti che interessano tutti: la libertà di espressione, la libertà di cronaca, e anche un certo clima che si è ormai instaurato nel mondo cattolico, in cui non si usa più parlare, discutere, ammonire ove necessario. No, si ricorre alla carta bollata. Forse tutto ciò si inquadra perfettamente nella secolarizzazione drammatica che sta vivendo la Chiesa; tuttavia a me, uomo all’antica (anche per ragioni anagrafiche) questo comportamento appare un po’ singolare”.

Non entriamo nel merito della grammatica ma rileviamo quanto il ricorso ad internet per infangare un sacerdote degno e rispettabile sia difforme dall’auspicata sacralizzazione della Chiesa che il Deotto contrappone alla “drammatica secolarizzazione” in corso.

Si biasima la carta bollata ma non il francobollo alle autorità della Chiesa per creare un caso mirato a delegittimare un “collaboratore di giustizia”.

Per dovere di cronaca e servizio alla verità, cercheremo allora di fornire ai nostri stimati lettori degli argomenti che spiegano, senza tanti misteri, il perché dell’accanimento contro padre Scozzaro da parte di persone che non lo hanno mai conosciuto.

Padre Giulio Scozzaro negli anni Novanta, prima di essere ordinato sacerdote, già rivestiva l’incarico di “pro rettore dei postulanti” dei Frati Francescani dell’Immacolata.

Questo, oltre ad evidenziare la fiducia di cui godeva presso il suo superiore, conferma tuttavia il pressapochismo e la precarietà che da sempre ha accompagnato l’azione pedagogica e formativa del padre Stefano Manelli verso i giovani frati e le sue “reclute”.

Fra esse non era raro trovare – secondo le annate – qualcuno dei nipoti facilmente riconoscibile, non solo dai tratti somatici, ma dal piglio autoritario e dalla debolezza voluttuaria che potrebbe confermare le teorie del Lombroso.

Accadde infatti che dal cassetto della stanza di Padre Manelli nel convento di Frigento sparirono delle banconote per un valore di tre milioni delle vecchie lire.

I sospetti caddero immediatamente sulle giovani reclute che popolavano la “Casa Mariana” e venne interpellato il loro “rettore”.

Nel profittare dell’andata a scuola dei puberi, Padre Giulio Scozzaro rinvenne con facilità le banconote proprio nella stanza del giovane nipote.

Si sarà anche trattato della sviolinata di un ragazzone quasi maggiorenne, ma osiamo credere che se l’autore del furto non fosse stato il nipote del Fondatore, difficilmente sarebbe rimasto nell’Istituto e ordinato sacerdote come poi successe con tutti gli annessi e connessi.

Il noto papà venne convocato con sua enorme vergogna nonché imbarazzo, ma l’allora fra Giulio M. Scozzaro, diventato più tardi Padre Giulio, fu un uomo di misericordia che sdrammatizzò la cosa per rispetto verso Padre Stefano, pur ponendosi seri interrogativi…

Come aveva infatti osato il nipote mettere le mani nel cassetto dello zio?

Era stata la prima volta? Ne aveva ricevuto altre volte l’autorizzazione? Aveva lo zio Fondatore dimenticato quella volta una concessione fatta al nipote? Cosa se ne faceva un giovinetto di una cifra da due stipendi mensili?

I dubbi rimasero…

Nel 1998 Padre Giulio Scozzaro si fece coraggio e denunciò padre Manelli per abusi di governo.

L’allora Sottosegretario per la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, dichiarò: “Padre Manelli non si comporta da cristiano”.

Il rapporto di Padre Giulio col Fondatore si era dal momento del furto progressivamente deteriorato perché una testimonianza del genere gettava fango su una famiglia che aveva costruito sull’impeccabilità e l’immacolatezza la sua onorabilità.

“Questa è la mia famiglia” hanno messo in bocca a Padre Pio i Manelli.

Peccato che un tale giudizio non sia mai stato esclusivo ma veniva esteso dal santo cappuccino a tante altre famiglie e soggetti che lo frequentavano, così come appare nelle biografie autorevoli e meno autoreferenziali su padre Pio, dove mai è citato qualche componente della famiglia Manelli quale detentore di attenzioni speciali.

Padre Manelli non accettava inoltre che padre Giulio seguisse l’ispirazione di scrivere agiografie e libretti spirituali perché voleva l’assoluto monopolio sulle pubblicazioni, senza concorrenza.

Come Erode, padre Manelli si sentiva minacciato da un sacerdote in fasce.

Fu così che a padre Giulio, resagli la vita impossibile nei conventi dell’Istituto,  non restava che trovare rifugio nella sua Palermo.

Padre Manelli, secondo uno stile consolidato, ne doveva distruggere l’onore e la buona fama per coprire con la cortina fumogena della calunnia contro il suo accusatore, le malefatte che padre Giulio presentò alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata in un periodo in cui, ottenuta l’approvazione pontificia, padre Manelli fece cadere i suoi freni inibitori nella guida dei frati e delle suore.

Padre Giulio venne accusato di “disobbedienza ostinata alle legittime disposizioni dei superiori in materia grave”.

Padre Giulio si rifiutava di essere trasferito in una comunità “tritacarne” dove il Fondatore avrebbe consumato la sua vendetta con il solito superiore-vessatore di turno.

Qui viene il bello.

Il Padre Manelli dal settembre del 2014 si trova per sua volontà nel convento delle Suore Francescane dell’Immacolata a San Giovanni Rotondo.

Qualcuno è ancora convinto della bufala degli “arresti domiciliari” alimentati dalle fantasie e dalla disonestà dei bloggers tradiprotestanti.

Dopo i noti fatti di cronaca, in attesa che la Magistratura e la Chiesa si pronuncino, non sarebbe stato più prudente sloggiare da San Giovanni Rotondo?

Padre Manelli sa invece bene che in un convento di frati sarebbe sotto il controllo di tutti e non potrebbe permettersi quella libertà di movimento tra visite e telefonate messe in opera per contrastare l’azione del commissario e dirigere le operazioni con i suoi cinque, sei avvocati.

Perché il Manelli si ostina a disobbedire “alle legittime disposizioni dei superiori in materia grave?”

Le leggi valgono solo per gli altri?

Immaginiamo già che si farà scudo dell’ennesimo certificato medico pur di sottrarsi agli interrogatori del Vaticano e non allontanarsi da una corte consolatrice.

Lo fece con il guaritore di Cassino e lo farà ancora sul Gargano.

Meglio per lui non esporsi all’indignazione dei frati, delle popolazioni non dappertutto favorevoli a lui e dei vescovi che potrebbero dichiararlo persona non grata nelle loro diocesi.

In Campania e nel Lazio non si parla che di lui quando si vuole attaccare la Chiesa.

Uno scandalo!

Padre Manelli non ha più il consenso della base e a seguirlo è oramai un gruppetto di laici da compatire e solo una trentina di sacerdoti, troppo pochi per un ribaltone di governo a favore dei suoi accoliti: dal vice-generale ai colonnelli.

Quanti danni e quante colpe in pensieri, parole, opere ed omissioni!

Il Deotto cerca poi di provocare Il neo Commissario Sabino Ardito con l’aiuto di Maria Guarini di Chiesa e Post Concilio.

In barba alla privacy ne pubblica la risposta e-mail con la sua richiesta del “sangue” di Padre Scozzaro che lui definisce “chiarimenti”.

Che interesse e che titolo ne può avere un semplice e sconosciuto laico come il Deotto se non l’induzione del Manelli e dei manelliani a utilizzarlo per sopprimere un testimone e  gabbare i commissari e la Congregazione per i Religiosi?

L’ultima porcata è che venne fatto credere a padre Scozzaro all’inizio degli anni Duemila che tutto sarebbe rientrato nell’ordine purché avesse ritirato il ricorso in Segnatura Apostolica.

Nel frattempo, con il noto manovale padre Alessandro Apollonio, si cercarono cardinali e prelati che testimoniassero a favore di Padre Manelli ai giudici degli organismi preposti a giudicarlo sulla base delle denunce, mentre – con l’inganno – si chiedeva a Padre Scozzaro di ritirare le sue denunce.

Il resto della storia lo conosciamo, una storia infinita, una storia che si ripete, una storia che ha fin troppo scandalizzato i piccoli.

… Miserere nobis.

NUOVI COMMISSARI PER I FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA

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Nominati don Ardito, padre Ghirlanda e padre Calloni. Parenti e collaboratori di padre Fidenzio Volpi, il primo commissario recentemente scomparso, scrivono una lettera ai nuovi responsabili: «È stato calunniato, minacciato e osteggiato perché difendeva il magistero. Nell’Istituto c’è un dissenso dottrinale sulla concezione della messa»

 

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO
18/07/2015

 

Dopo la morte del cappuccino Fidenzio Volpi, avvenuta lo scorso 7 giugno, la Santa Sede ha nominato tre nuovi commissari per i Francescani dell’Immacolata, l’istituto fondato da padre Stefano Manelli. Sono il salesiano don Sabino Ardito, il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda e il cappuccino padre Carlo Calloni. I primi due sono canonisti, il terzo è postulatore generale del suo ordine.

 

 

La decisione di commissariare i Francescani dell’Immacolata era stata presa già alla fine del pontificato di Benedetto XVI, anche se l’atto formale da parte della Congregazione per i religiosi era arrivata quando già si era insediato Papa Francesco: la Santa Sede era stata chiamata in causa per dissidi interni all’istituto, dove una parte dei frati non approvava il cambiamento in senso tradizionalista e l’uso esclusivo del messale antico.

 

 

La vicenda torna alla ribalta in questi giorni a motivo di una lettera che i parenti e i collaboratori di padre Volpi (la nipote Loredana Volpi, Mario Pianesi e Mario Castellano) hanno inviato ai tre nuovi commissari. Ricordando le sofferenze di padre Volpi, i tre firmatari scrivono che egli «non ha purtroppo trovato in questa vita un Cireneo che lo aiutasse a portare la sua croce. Ciò ha contribuito alla sua solitudine, dolorosa e sofferta al punto di concorrere a causarne l’improvvisa e prematura dipartita».

 

 

Parlando della figura dello scomparso commissario apostolico, i firmatari della missiva ai suoi successori affermano che «è comunque improprio dire che egli non è stato capito», e che l’ostilità nei suoi confronti «risultava tanto più accanita quanto più fermo e deciso si dimostrava padre Volpi nel difendere, al punto di impersonarle, le grandi verità della nostra fede, riflesse nel magistero della Chiesa, espresso dai Sommi Pontefici e dai Concili».

 

 

Secondo i parenti e i collaboratori di padre Volpi, lo «scontro» tra il commissario e i i suoi «detrattori» all’interno dei Francescani dell’Immacolata come all’esterno, «risultava inevitabile», perché «esso traeva origine dal motivo stesso per cui la Santa Sede era stata indotta a nominare un commissario apostolico dell’Istituto».

 

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Da sinistra: Padre Carlo Calloni OFM Capp, Padre Gianfranco Ghirlanda SJ, Don Sabino Ardito SDB,

 

«Lo stesso Santo Padre – si legge ancora nella missiva – nel rescritto con cui ha accompagnato il decreto di nomina di Padre Volpi, ha fatto riferimento non tanto alla forma della celebrazione, quanto piuttosto alla stessa concezione della messa, del Sacramento dell’eucarestia posto a fondamento della nostra fede. Ed è precisamente il dissenso sulla concezione della messa, sul fatto cioè che essa debba coincidere o meno “ad substantiam” con la forma in cui viene celebrata, che ha causato le attuali divisioni nella Chiesa: tanto quella già pienamente consumata con i tradizionalisti non più in comunione con la Santa Sede, quanto quella che si è manifestata in modo strisciante, in particolare nell’Istituto cui padre Volpi era preposto».

 

 

«Quando si giunge a mettere in discussione la stessa validità della messa quale viene usualmente celebrata nella Chiesa cattolica, si mette con ciò stesso in discussione il fatto stesso che essa sia la vera Chiesa, l’autentica comunità dei credenti in Gesù Cristo». Dunque, dalla lettera inviata ai nuovi commissari, si evince che nei Francescani dell’Immacolata non ci sarebbe stata soltanto una sempre maggiore adesione alla forma extra-ordinaria del Rito romano, vale a dire la messa secondo il messale preconciliare. Si sarebbe messa anche in discussione la validità della messa nella forma scaturita dalla riforma liturgica post-conciliare.

 

 

I tre firmatari sottolineano che le divergenze erano dunque sul piano dottrinale, e non sul piano meramente giuridico. «Spostando la controversia sul terreno giuridico – scrivono parenti e collaboratori di padre Volpi – si è fatto, sia pure inconsapevolmente, il gioco della controparte, che aveva tutto l’interesse a nascondere – ampliando a dismisura per l’appunto il contenzioso giuridico – la propria eresia dottrinale… Non difendendo adeguatamente la persona e l’opera del commissario apostolico, nel nome della “terzietà” e della “imparzialità” proprie di chi doveva dirimere il contenzioso con i suoi detrattori, si è dunque finito per omettere la doverosa difesa precisamente del Magistero ecclesiale».

 

 

La nipote e i collaboratori del commissario scomparso il mese scorso ritengono che per completare il lavoro di padre Volpi sia necessario «il concorso di tre soggetti». La Congregazione per i religiosi, che «non dovrebbe limitarsi a valutare l’azione di governo cui si accingono i nuovi commissari apostolici soltanto in base alla sua formale aderenza alle norme del Diritto canonico, bensì in base alla adesione sostanziale dell’Istituto al Magistero del Papa e del Concilio».

 

 

Il secondo soggetto sono i vescovi, che talvolta, scrivono i tre firmatari, hanno «preteso di sostituirsi alla Santa Sede, dando torto a Padre Volpi nel contenzioso giuridico che lo opponeva a certi religiosi dell’Istituto» e in qualche altro caso stanno «ancora incoraggiando la disobbedienza, in forma collettiva ed organizzata, di parte dei componenti dell’Istituto». Il terzo soggetto «è rappresentato dal laicato dell’Istituto. Da parte di esso non si è mai espressa una parola di solidarietà, di sostegno o di apprezzamento verso la persona e l’opera di padre Volpi».

 

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francescani-immacolata-42425/

 

#COMMISSARIAMENTO : ALCUNE NOTE A MARGINE DI UNA STORIA POCO CHIARA

clicca per allargare e leggere il box di Marini

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#COMMISSARIAMENTO 
ALCUNE NOTE A MARGINE DI UNA STORIA POCO CHIARA

di ADOLFO MARINI

Occorre aggiungere che il ricorso dei cinque frati presso la Congregazione dei religiosi è seguito alla richiesta rivolta al Superiore Generale, con la quale i religiosi avevano portato alla sua attenzione diverse problematiche. Solo dopo essere rimasti senza soddisfazione presso il loro Superiore i cinque frati si sono decisi a ricorrere alla Congregazione, dove hanno denunciato diversi punti problematici nella vita della congregazione, richiedendo il ritorno al carisma originario.

 

I cinque religiosi hanno lamentato:

a) la “svolta tradizionalista” della congregazione, tanto nel seminario quanto nell’apostolato, e la vicinanza a esponenti del dissenso tradizionalista contestatori del Concilio Vaticano II;

b) l’implementazione autoritaria del Summorum Pontificum;

c) lo stile arbitrario nel governo dell’Istituto e la mancanza di meccanismi per affrontare il problema;

d) le ricadute di questi problemi sulla formazione interna dei religiosi;

e) l’influenza esercitata dall’ex-madre generale delle Suore Francescane dell’Immacolata sul Fondatore, nonché la sempre più marcata radicalizzazione delle suore.

 

Va anche detto che molti attribuiscono la fecondità delle vocazioni dei FFI a un proselitismo piuttosto superficiale in materia di discernimento vocazionale (almeno rispetto alla prassi di altri ordini religiosi). E non si può tralasciare, tra le cause della crisi dell’Istituto, la vera e propria guerra intestina scatenatasi al suo interno già all’indomani del commissariamento.

Ha dato impulso alla radicalizzazione del conflitto la mediatizzazione in chiave polemica della vicenda, alla quale hanno dato un massiccio contributo i circoli tradizionalisti vicini all’Istituto dei FFI (schierati dalla parte delle autorità decadute col commissariamento).

Questa ingerenza mediatica ha esasperato gli animi alimentando un clima di veleni e asprezze. Da questa temperie si è così originata una autentica «guerra civile» tra fazioni «pro» e «contro» il commissariamento; una faida che sembra avere eletto il web (siti e blog) e i social network come terreno di scontro.

A onor del vero padre Fidenzio Volpi, il commissario da poco deceduto, nell’esercizio delle sue funzioni ha sempre goduto dell’appoggio da parte della Congregazione dei Religiosi e del Papa.

L’ipotesi che una delle ragioni del commissariamento sia stata il favore con cui padre Manelli avrebbe guardato alla “messa antica” sembra essere stata fugata proprio dal Papa. Nel suo incontro coi giovani seminaristi e i formatori dei Frati Francescani dell’Immacolata (10 giugno 2014) papa Francesco ha motivato la sua decisione di demandare al commissario apostolico la facoltà di concedere il permesso di celebrare secondo il rito antico.

Il provvedimento si è reso necessario, ha detto il Pontefice, affinché nessuno credesse che fosse «obbligatorio fare (il Vetus Ordo)», in modo da «ripristinare la libertà».

Papa Bergoglio ha anche ricordato la funzione di garante dell’ortodossia assolta dal Successore di Pietro, che governa la vita della Chiesa anche attraverso i suoi delegati (non senza aggiungere che il principio dell’«obbedienza» è «il principio della cattolicità»). Infine, dopo aver assicurato di aver preso coscienza della situazione dell’Istituo promettendo di fare tutto il possibile per trovare una soluzione veloce, ha osservato che «quando qualcuno, per difendere il carisma, fa una divisione» non agisce secondo lo «spirito evangelico».

 

Articolo pubblicato: La Croce quotidiano ed. 10 luglio 2015