La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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Raccontiamo pure delle storie ai bambini, ma senza stravolgere il Diritto!

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Una edizione aggiornata dei Fioretti di San Francesco per contrabbandare svarioni giuridici.

La Signora Maddalena Capobianco si ispira alle Scritture, ma rovesciando i ruoli con Marta, cui Gesù disse “Marta, ti preoccupi di molte cose, ma una sola è importante”, alludendo all’adorazione cui per l’appunto si dedicava Maria, da alcuni ritenuta la Maddalena (quella del Vangelo).

La descrizione che della vicenda dei Francescani dell’Immacolata ci fornisce la Capobianco è veramente degna dei Fioretti. Si inizia mendicando il pane, per proseguire con il proliferare delle vocazioni.

La situazione sfugge ben presto al controllo dei Fondatori, dato che l’Immacolata esagera, con le vocazioni, con la Grazia, ma soprattutto con i beni.

Qui si registra una prima caduta di stile, dalla più eccelsa spiritualità a qualcosa di più materiale.

Fino al punto che anche la dieta ne risente: dapprima ci si accontentava di “un pezzo di pane”, poi si passa alle pastiere, ai casatielli ed agli strufoli, in un crescendo rossiniano verso le raffinatezze gastronomiche; fedeli al principio “nolite judicare”, non insinuiamo un peccato di gola, ma l’appetito – si sa – viene mangiando.

La situazione immobiliare segue pedissequamente l’evoluzione della situazione gastronomica: come si è passati dal pane alle pastiere, così “una piccola casetta” diviene “altre case, immobili, terreni, attrezzature all’avanguardia per la stampa, per la radio, per la televisione, che poi è diventata satellitare”.

Se per i cibi c’è l’alka seltzer, per i beni occorre escogitare soluzioni giuridiche.

Queste soluzioni hanno un nome: “regolari Associazioni senza scopo di lucro”.

Qui però i concetti cominciano ad annebbiarsi: le Associazioni – annota la Capobianco – “hanno da sempre sostenuto il possesso dei beni, concedendo ai FFI di usufruirne”.

Se fossimo ad un esame di Diritto Civile, il Professore – a questo punto – inviterebbe la candidata a ripresentarsi alla sessione successiva.

In primo luogo, basta dare un’occhiata ai documenti catastali per scoprire che le Associazioni erano titolari della PROPRIETA’ dei beni, e non si limitavano certamente al loro POSSESSO: l’Autrice nemmeno conosce la differenza tra un diritto reale, quale è la proprietà, ed una situazione di fatto, quale è il possesso.
Nulla di male, “ne sutor ultra crepidam”, verrebbe voglia di dire, ma la Capobianco ci risparmi almeno le sue lezioni di Diritto.

Altro errore madornale è quello  relativo al presunto usufrutto, concesso sui beni dalle Associazioni ai Frati: l’usufrutto è un diritto reale in base al quale al titolare sono attribuite le utilità prodotte da un bene.

Se dunque i Frati sono usufruttuari dei beni di proprietà delle Associazioni, che fine fa il loro Voto di Povertà collettivo?

Anche uno studente del primo anno capirebbe che tale Voto viene manifestamente trasgredito.

E’ viceversa incontrovertibile che i Religiosi possano fare uso dei beni, ma l’uso e l’usufrutto non sono assolutamente la stessa cosa: la Signora Capobianco si documenti, prima di parlare di Diritto!

Nessuno ha mai sostenuto che l’uso dei beni, da parte dell’Istituto, è iniziato con il commissariamento; altrimenti, non si capirebbe dove andavano a dormire i Frati in precedenza: forse sotto i ponti?

“Padre Pio diceva che la menzogna è la lingua del demonio”, annota l’Autrice, la quale dovrebbe anche sapere che Satana approfitta altresì dell’ignoranza.

Se dunque la cultura generale della Capobianco è simile a quella giuridica, sarebbe opportuno praticarle un esorcismo.

Il ragionamento che costei sviluppa, pur claudicante nelle premesse, giunge tuttavia ad una conclusione folgorante: “L’uso dei beni da parte dei FFI sarebbe potuto continuare solo fino a quando le Associazioni lo avessero consentito”.

Qui si intravede una conclusione veramente “all’italiana” del rapporto tra l’Istituto e le Associazioni: queste ultime sono sorte in verità come “fictio juris” per aggirare il Voto di Povertà collettivo, ma sul più bello fanno come ogni prestanome furbo e sleale, portandosi via quanto loro intestato e “facendo fesso” l’Istituto.

Ciò spiega il marchingegno escogitato con il cambiamento degli Statuti, in seguito al quale – non a caso – i Frati sono stati estromessi dalla conduzione delle Associazioni.

Ai malcapitati religiosi non resta che consolarsi con l’ineffabile argomento della insigne giurista: il loro era “un rischio accettato per amore della povertà”; detto in altre parole,  cornuti e mazziati.

Sarebbe infatti “venuta meno “la comprovata dirittura morale e la condivisione dei principi tra i Religiosi ed i laici preposti alle Associazioni.

Passi per la sopravvenuta discrepanza sui principi (forse qui si allude al misterioso “spirito di Padre Manelli”), ma insinuare che i Frati mancano di “dirittura morale” significa aggiungere al danno le beffe.

L’impietoso giudizio etico pronunziato dalla Capobianco è motivato col fatto che “la frangia faziosa” dell’Istituto” da cui si è originata “”la spaccatura e la divisione” continua “a profanare il voto di povertà e vuole i beni”.

Ciò al fine di “possederli, gestirli, averne il controllo”.

Inutile ripetere le e lezioni di Diritto Civile, cui la Capobianco pare del tutto refrattaria, in quanto una cosa è il possesso, altra cosa è la gestione e altra cosa ancora è il controllo.

La gestione dei beni deve continuare ad essere attribuita alle Associazioni, ma il problema posto in sede processuale è  se quanto avvenuto nel loro ambito risulta lecito oppure illecito.

La Signora ritiene che lo scopo perseguito dai Frati consista nello “evitare di restituire il maltolto” ai benefattori, intendendo con ciò che i beni donati divengono “maltolto” nel momento stesso in cui ci si allontana dal cosiddetto “spirito di Padre Manelli”.

I benefattori, molto prosaicamente vogliono indietro i soldi.

 

Articolo tratto dal socialnetwork facebook

 

 

 

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