La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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UN’AUTOGIUSTIFICAZIONE CHE NON CONVINCE

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Un coagulo di sofismi e di argomentazioni che potrebbero iscriversi nella corrente del cosiddetto “pensiero debole” viene esposto a difesa di alcune scelte liturgiche e disciplinari nel governo delle Suore Francescane dell’Immacolata.

Distinguo!” avrebbe detto il buon Aristotele e con lui il realismo tomista di fronte all’evidente confusione tra l’assenza di sensus Ecclesiae e la predilezione della forma extraordinaria per la Santa Messa e il Breviario all’interno dell’Istituto femminile attualmente sub iudice.

In un imbarazzato e precipitoso comunicato presente sul Sito ufficiale delle Suore Francescane dell’Immacolata si corre a un disperato rimedio per fronteggiare le evidenze emerse durante la Visita apostolica ma conosciute e sofferte da chi viveva, frequentava o continua ad avere contatti con le religiose fondate dal Padre Manelli.

L’anonimo comunicato parla di un sondaggio condotto all’interno delle case religiose delle suore e che avrebbe fornito l’opzione pressoché esclusiva dell’uso liturgico del Vetus Ordo. Non entriamo solo nel merito dell’uso improprio della terminologia, ma sconfessiamo la metodologia di una votazione plebiscitaria orchestrata ad hoc, estranea alle tecniche e alle procedure della statistica a cui la formulazione e l’elaborazione dei dati di un sondaggio fa riferimento. Divide et impera è stato sempre il leitmotiv utilizzato dal Padre Manelli per avere il controllo sulle case religiose. In una piccola comunità – così come lo sono tutte le case dell’Istituto delle Suore Francescane dell’Immacolata tranne quelle di formazione –, appare evidente come sia impossibile nascondere la scelta preferenziale, espressa da una scheda preconfezionata dal Governo centrale. È un fatto acclarato che la scelta del Vetus Ordo era un modo con il quale compiacere da un lato il nostalgicismo del Fondatore e dall’altro l’archeologismo estetico del suo alter ego cioè Madre Francesca Perillo.

Dalla psicologia e pedagogia infantile – di cui l’attuale Madre Generale dovrebbe essere avvezza – si sa che facendo ripetere per diverse volte a un bambino che per mangiare occorre il cucchiaio, alla domanda: “Con che cosa mangi gli spaghetti?”, lo stesso bambino risponderà: “Col cucchiaio!”.

Nel momento in cui la Liturgia Tridentina era diventata l’oggetto dei colloqui fraterni, della ricreazione, della formazione, della preghiera, dell’apostolato, della ricreazione a tavola, il macigno del condizionamento psicologico e pedagogico del “privilegio tridentino” è ben che spiegato. Qualora qualche religiosa avesse sollevato obiezioni, due erano le soluzioni: un rincaro della tecnica del plagio oppure l’uscita dall’Istituto, preceduta dalle vessazioni, dalla messa alla gogna, dall’isolamento socio-comunitario che portava la vittima all’esasperazione. Le Superiore si risparmiavano, in questo modo, la responsabilità di dover procedere alla dimissione di una consorella scomoda.

Sappiamo che è in atto uno sciamare di uscite dall’Istituto senza una formalizzazione canonica che, in questo momento, non gioverebbe agli interessi e all’immagine dell’attuale Governo delle religiose. Alle Suore Francescane dell’Immacolata è sfuggito, tuttavia, il dettaglio importantissimo di trovarsi sotto la lente di ingrandimento Vaticana che fa poca fatica a setacciare errori, tutt’altro che microscopici.

Ragazze entrate poco più che adolescenti nella vita religiosa presso le Suore Francescane dell’Immacolata si ritrovano, loro malgrado, fuori dall’Istituto. Pur avendo riconosciuto e sperimentato l’insostenibilità della vita nel chiostro sono incapaci di oggettivizzare un qualunque giudizio critico per quell’opera di spersonalizzazione che l’insana formazione della loro Famiglia religiosa ha arrecato.

Dati statistici mostrano come nemmeno il 3% di tutti i membri dell’Istituto avesse una formazione scolastica di tipo classico-umanistico. Dall’ignoranza e dalla mancanza di padronanza del latino si sussume la scarsa qualità della preghiera che dalla classica formulazione del Catechismo, lungi dall’essere colloquio tra l’uomo e Dio, assurge ad ebete soliloquio mantrico. A chi afferma “tanto Dio capisce tutte le lingue” chiediamo perché non si possa allora pregare nella lingua stessa di Gesù che è l’aramaico oppure nella lingua liturgica di Gesù che è l’ebraico, oppure ancora nel greco della koiné, lingua diffusa nel bacino Mediterraneo ai tempi di Gesù e che venne utilizzata nella redazione dei Vangeli e nei commenti dei Padri.

Circa l’argomento di offrire, attraverso il latino, una lingua comune di preghiera per quelle religiose che si recano in visita in territori di missione, possiamo candidamente rispondere che i pochi giorni delle rare visite di “mantenimento del regime” effettuate all’estero dalle Superiore non giustificano il disagio imposto diariamente a delle religiose e a delle aspiranti della vita religiosa che proprio non hanno dimestichezza con la lingua di Cicerone né con i suoi derivati. Qualche anno fa sembra che più di una decina di aspiranti alla vita religiosa siano andati via dal convento dei frati in Brasile a causa dell’introduzione – rivelatasi ben presto fallimentare – del Breviario tridentino. Se nella formazione delle Suore Francescane dell’Immacolata, così come nell’interpretazione del Magistero da esse proposto alle formande, ci sono delle eresie sarà compito dei Dicasteri preposti al giudizio e alla vigilanza esprimersi nel merito. Che Papa Francesco non rientri nelle grazie dell’attuale Governo delle suore del Padre Manelli è un fatto certo che difficilmente può essere celato attraverso sterili dichiarazioni di circostanza. Quanto alla giustapposizione tra l’impiego praticamente esclusivo del Vetus Ordo e del sensus Ecclesiae, le due problematiche sono interconnesse. La capacità di integrarsi nelle Diocesi e di rientrare nel loro progetto pastorale è dalle Suore Francescane dell’Immacolata pressoché sconosciuta. È già successo che alla nomina di un Vescovo o di un parroco che non fosse di loro gradimento le religiose del Manelli abbandonassero la missione assegnata loro, infischiandosene del Popolo di Dio spesso da loro stramunto e del cattivo esempio, a prova di una faccia di bronzo quasi sempre china sul suolo e nascosta dai “mistici veli”. L’indifferenza verso gli altri – a partire dalle proprie consorelle – è purtroppo una malattia cronica all’interno dell’Istituto. Papa Francesco – forse per questo poco simpatico alle Nostre – lo ha ricordato alla Curia Romana il 22 dicembre 2014 quando indicava, tra le malattie spirituali, l’egoismo e la perdita di sincerità e di calore nei rapporti umani. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito! Nulla a che vedere con delle faccine funeree, burbere, arcigne e dipinte con quella stessa severità che è il metro di relazione verso gli altri. Le persone amabili non perdono occasione, anche dalle situazioni difficili, di fare auto-ironia; le Suore Francescane dell’Immacolata perdono ogni occasione per fare auto-critica e indignate si scagliano contro chiunque stigmatizzi le loro malattie spirituali, illudendosi di vincere la battaglia contro se stesse attraverso l’ausilio del legale di turno.

Un’altra malattia di cui le nostre religiose sembrano afflitte è la divinizzazione del Fondatore e delle Superiore. Con essa si onorano le persone e non Dio, segno di meschinità tipica di anime piccole che sperano di ottenere la benevolenza di chi le governa o viceversa ottenere la benevolenza delle suddite attraverso la tecnica dell’uso alternato del bastone e della carota. Quando si parla di sensus Ecclesiae viene subito in mente il giudizio negativo delle Suore Francescane dell’Immacolata su altri Istituti femminili contro i quali s’improvvisavano sarte dotate del metro al laser per quantificare la lunghezza della gonna al di sotto del ginocchio o peggio la lunghezza delle maniche dal gomito in giù, o peggio la lunghezza del velo copricapo. Ricordiamo che le Suore Francescane dell’Immacolata professano la Regola Bollata di san Francesco dove, al capitolo secondo, il Serafico Padre richiama al dovere della carità che impone di non giudicare gli altri ma di giudicare piuttosto se stessi. Questa è una lezione, già in epoca medioevale, sul vero sensus Ecclesiae che conduceva san Francesco a un’incondizionata stima verso tutti i sacerdoti, senza voler neanche giudicare la qualità della loro personale moralità.

Nella racconta antologica degli argomenti per i quali la stima della forma ordinaria della Liturgia è pari a quella extraordinaria, si legge la diffusione del Messalino trimestrale edito da Casa Mariana Editrice, ente sottratto al controllo dei Frati ma di fatto, nella disponibilità delle suore, malgrado lo stratagemma di aver affidato la rappresentanza legale al genitore di uno di esse. Con la stampa e la diffusione di tale Messalino, le suore riconoscono la pressoché totale adozione, sul territorio nazionale, della Santa Messa secondo il Messale del Beato Paolo VI. In una scala di valori sembra che il profitto materiale abbia il sopravvento sulla stessa ideologia. Oltre alla schizofrenia spirituale, la malattia dell’accumulare si presenta come ulteriore diagnosi delle Suore Francescane dell’Immacolata. L’accumulo di beni materiali di questi decenni è stato un modo per sentirsi al sicuro e respingere ogni eventuale attacco con la tecnica di Salomone più che di Davide. È ancora la malattia del “circolo chiuso” dove l’appartenenza al gruppo diventa più forte di quella al Corpo (Mistico) e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. È la trasformazione del servizio in potere, in nome del profitto mondano. I mali che affliggono le Suore Francescane dell’Immacolata sono iniziati con delle buone intenzioni, ma le debolezze del Fondatore nei loro confronti, con il passare del tempo, sono diventati un cancro. Il capolavoro di ogni disgrazia che viene dal diavolo ma che inesorabilmente passa attraverso gli uomini – anche quelli che si reputano Santi – è la divisione che porta alla rovina. A donne libere e responsabili che dovevano essere “l’Immacolata l’una per l’altra” ha ceduto il posto lo sguardo truce e l’orecchio corrotto di chi accusa la propria sorella. Il calore che si respirava un tempo in ogni Casa dell’Immacolata diventa oggi una gelida “Caina” dove “glacei vultibus pectoribus et ventribus congelati” offrono la desolante immagine di una perduta vocazione e missione.

Possa dunque una benaugurata soluzione per siffatta situazione irrompere nel destino delle Suore Francescane dell’Immacolata prima che lo sguardo sospettoso e timoroso verso la Madre Chiesa le possa condurre a formalizzare quello scisma che tanto s’industriano a negare.

L’Immacolata aiuti!

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