La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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UN LIBELLO CONTRO LA CHIESA

Nella foto di Copertina: la Famiglia Manelli

Nella foto di copertina: la famiglia Manelli

I manelliani raccolgono in volume gli atti del loro convegno, e chiamano a raccolta i seguaci.

Un proverbio dice che la nostalgia è il sentimento dei falliti.

Chi coltiva un progetto, non si scoraggia quando le circostanze impediscono di realizzarlo; cerca piuttosto di capire quali errori hanno determinato il suo insuccesso, li corregge e riprende i suoi tentativi.

Il peggiore errore che può commettere consiste nel convincersi, o peggio ancora nel tentare di convincere gli altri, che non è stato lui a sbagliare, ma è viceversa sbagliata la realtà.

C’è poi chi afferma che è esistita una età dell’oro, in cui il consorzio umano era perfetto, ma poi una congiura delle forze del male ha distrutto l’ordine così costituito, gettando tutti nell’infelicità, nella corruzione e nella miseria.

I reazionari di ogni risma oscillano tra l’uno e l’altro atteggiamento: ve ne sono infatti che coltivano una utopia, e ve ne sono altri che si adoperano per restaurare la situazione da loro idealizzata e rimpianta.

I manelliani assumono un atteggiamento ondivago, ma ultimamente paiono avere imboccato la via di un impegno volto a riportare la Chiesa alle condizioni in cui si trovava prima del Concilio.

Ciò presuppone naturalmente che lo stesso Concilio venga presentato come il frutto di una congiura, ordita da forze esterne alla Chiesa, le quali però avrebbero trovato all’interno di essa  dei complici, disposti a fare entrare il cavallo di Troia dentro le mura.

Per imporre questa tesi, è necessario però escludere che la riflessione espressa dai Padri Conciliari, dai loro consultori e da tutti quanti hanno assecondato il loro impegno in ogni ambito ecclesiale sia espressione di una maturazione, di un dibattito, di un pensiero proprio del Cattolicesimo.

E qui si situa il primo e più importante punto debole delle proposizioni espresse dai tradizionalisti: essi non possono accettare che chi dissente dalle loro posizioni  possa essere considerato cattolico.

Ed allora arriviamo a quella che proprio Don Baget Bozzo, prima di quel riflusso su posizioni tradizionaliste per cui attualmente viene considerato un campione del pensiero manelliano, aveva definito pubblicamente come una “quaestio stantis vel cadentis Ecclesiae”: la libertà di discussione costituisce una base ineliminabile della convivenza nella comunità dei credenti.

 Questa, però – a ben guardare – non è una novità introdotta dal Concilio: già Sant’Agostino aveva affermato “in necessariis unitas, in dubiis libertas”.

Tutto sta a distinguere quanto è da ritenere “necessario” da quanto viceversa si considera “dubbio”, cioè opinabile.

E allora basta riflettere sulla storia della Chiesa per constatare come questo limite, questo confine, si sia spostato, anche prima del Concilio.

Durante il Risorgimento, il Papa giunse a scomunicare chi metteva in discussione il suo potere temporale; poi, però, i Patti Lateranensi segnarono la rinunzia a rivendicarlo.

Questo non comportò, beninteso, una condanna “a posteriori” del “non expedit”: né avrebbe dovuto comportarla, perché semplicemente si era determinata una evoluzione nella posizione della Chiesa.

E questa riflessione aveva portato il Papa stesso a concludere che il potere temporale era una superfetazione determinata dalla storia, senza nessun rapporto con le verità irrinunciabili della fede.

Se questa riflessione non fosse avvenuta, se non ci fosse stato un cambiamento nelle stesse proposizioni ufficiali del Magistero, saremmo rimasti fermi al “non possumus” di Pio IX.

La rabbia dei manelliani, e dei tradizionalisti in generale, trae origine precisamente dal superamento di altri “non possumus”, da parte del Concilio, ma anche da parte del successivo Magistero.

Ci pare che i manelliani cadano in due errori, e che non vi cadano – quanto è peggio – in buona fede.

Il primo errore consiste nel confondere la causa con l’effetto.

Il mutamento nei costumi sessuali non è stato provocato dalla Chiesa: l’Autorità Ecclesiastica ha dovuto prenderne atto, mantenendo fermi i principi morali, ma modificando l’atteggiamento verso chi questi comportamenti mette in pratica.

Nessun Vescovo e nessun Cardinale, né tanto meno il Papa, ha detto che un atto o un rapporto omosessuale smette di costituire un peccato: ciò non toglie che anche gli omosessuali possano esprimere dei valori spirituali e morali, e soprattutto che essi possano contribuire al bene comune.

Qui non c’è nessun incoraggiamento alla diffusione dell’omosessualità, ma c’è la constatazione della persistenza del bene anche in una società in cui questo comportamento si diffonde.

Non è comunque vero, anzi è assolutamente falso che la Chiesa propagandi i rapporti tra persone dello stesso sesso.

Il secondo errore consiste nel postulare l’esclusione del dialogo tra le fedi e tra le culture.

Qui i tradizionalisti colgono un cambiamento di atteggiamento tra il precedente pontificato e l’attuale.

In realtà, presso la Santa Sede ci sono degli organismi dediti al dialogo tra i Cattolici e gli altri Cristiani, tra i Cattolici e le altre religioni, sia quelle abramitiche, sia le altre, e addirittura tra i Cattolici ed i non credenti.

Dell’allora Cardinale Ratzinger ricordiamo un dibattito pubblico con lo studioso non credente Paolo Flores d’Arcais.

Che poi questo dibattito abbia chiarito punti di concordanza e di discordanza era logico ed inevitabile.

Può essere che le concordanze e  le discordanze si accrescano o diminuiscano a seconda degli interlocutori, ma esiste una alternativa al dialogo?

Non, non esiste, salvo che vogliamo ridurre la nostra esistenza collettiva ad un “bellum omnium contra omnes”: il che non è certamente auspicabile, né è confacente con i nostri principi cristiani: ricordiamoci l’evangelico “Pax in terra hominibus bonae voluntatis”, dove gli uomini di buona volontà non sono certamente soltanto i correligionari, né soltanto i credenti.

L’opposizione dei manelliani al dialogo si basa su di un sofisma piuttosto ipocrita: se l’essere cattolico significa l’adesione alle verità della nostra fede, mettersi a parlare con chi non la condivide risulta a seconda dei casi inutile, in quanto constata un inevitabile dissenso, o dannoso, in quanto ci porta a negare le verità stesse in cui crediamo.

Aggiungono i manelliani che nel momento stesso in cui ci si dispone a dialogare con i diversi, si accetta in linea di principio che essi hanno qualcosa di buono, di vero, di positivo, da proporci.

E ciò contraddice – secondo i tradizionalisti – l’assunto per cui noi possediamo tutta intera la verità.

Se si applicasse alla lettera questo principio, non sarebbe possibile nessuna convivenza, dato che la convivenza richiede delle regole condivise, e le regole condivise risultano da qualche forma di accordo, cioè di dialogo.

Non hanno mai riflettuto sul fatto che il dialogo ha dato prestigio a tutti i Cattolici che lo hanno praticato, a cominciare dai Papi (incluso, naturalmente, Benedetto XVI)?

Non hanno mai riflettuto sul fatto che la società nazionale, europea, mondiale, costituisce il risultato di apporti diversi, e che il rifiuto del contributo apportato da quanti sono diversi porta soltanto al fanatismo, alle guerre di religione, al terrorismo?

Se certi musulmani uccidono i Cristiani perché hanno una fede diversa, dovremmo forse metterci sul piano di costoro?

E comunque, ci pare che il rifiuto del dialogo abbia alla fine una sola origine: il fatto di non avere nulla da dire.

Questo atteggiamento, però, non è reazionario, ma è qualche cosa possibilmente peggiore: si chiama oscurantismo.

Ed è precisamente oscurando le opinioni altrui, negando agli altri la possibilità di esprimersi che si riesce subdolamente ad offrire del loro pensiero una immagine distorta, si prescinde anche dalla definizione del dissenso, si demonizzano le opinioni.

Il convegno di Santo Spirito ci ha offerto un ampio saggio di questo atteggiamento, presentando la misericordia verso gli omosessuali come propaganda per le loro tendenze.

Quanto i manelliani rimpiangono è un Seminario in cui si vietava di leggere “L’Osservatore Romano”: le persone intellettualmente oneste lo avrebbero consultato, e poi lo avrebbero discusso.

Così si fa tra persone civili.

Rifiutare il dialogo non significa dunque essere certi della bontà delle proprie convinzioni.

Chi rifiuta di confrontarle con quelle degli altri, non è in realtà convinto di ciò che afferma.

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