La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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Buon Onomastico a Padre Stefano Maria Manelli

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Caro Padre Stefano, nel giorno del tuo onomastico, permettimi di sedere accanto a te, come un invitato inatteso che vuole partecipare alla tua festa e che suscita la sorpresa degli altri commensali e forse la solita stizza dei tuoi familiari. Non so se la mia presenza ti è gradita, ma ho pensato che, assottigliandosi sempre di più le fila di chi ti segue, aumentano quelle sedie vuote di cui ne voglio occupare solo una, proprio accanto a te. Anche se tu mi considerassi un nemico, voglio sussurrarti qualcosa, ricordandoti le gesta del Protomartire che spirò, pregando per i suoi nemici.

“Solo l’amore crea, l’odio distrugge”. Quante volte l’avrai letto e meditato dagli Scritti di san Massimiliano, il quale ti ha ispirato.

E’ Natale quando, con la misericordia attiva, facciamo nascere dai semi del perdono nuovi apostoli: è la storia di Santo Stefano, è la storia di San Paolo, il vecchio Saulo. Forse ti sorprenderà il sentire rivolgerti il “tu”, ma è il modo con il quale mi rivolgo al Padre nostro che è nei Cieli. Riconosco che ti sei fatto “Padre comune che sei sulla terra” ma siamo accumunati dalla stessa figliolanza che ci fa grandi e miseri agli occhi di Dio e della storia. Quando meno ce lo aspettiamo, saremo entrambi nel buio e freddo sepolcro di morte che tutto e tutti riporta sullo stesso piano.

Lasciami scrutare nel passato e raccontare una di quelle storie che avrai sentito nel silenzio oscuro di un confessionale. C’era una volta un padre che aveva molti figli e molte figlie. Amava ciascuno a modo suo ed elargiva le sue ricchezze, più secondo la simpatia che la giustizia. Tutti si sarebbero aspettati che alla sua morte un gran chiasso ci sarebbe stato tra i fratelli e le sorelle. Fu così che questo padre ebbe l’idea, mentre era ancora in vita, di anticipare il caos tra i suoi figli. Facendosi credere minacciato, mise i fratelli contro le sorelle e le sorelle contro i fratelli. I suoi figli e le sue figlie, naturalmente, se le dettero per mesi e per anni di santa ragione, fino a quando, in punto di morte, il confessore impose a quel padre sciagurato di riportare la pace in famiglia. Fu così che, con qualche sua semplice affermazione, la tempesta degli animi si calmò, il sereno ritornò e vissero tutti felici e contenti.

Caro Padre, naturalmente, sei ancora così lucido da capire a chi e a che cosa tale storia faccia riferimento. Il cattivo padre della fiaba me ne ricorda un altro il quale raccontava sempre una storiella alla sua figlioletta. Stanco di dover ogni sera inventare una fiaba, questo padre regalò alla figlioletta un registratore con un’audiocassetta di racconti. Malgrado l’espediente, la bambina non si addormentava e quando il papà le disse: “Ma ti ho regalato un mangiacassette!”, la figlioletta gli rispose: “Ma il mangiacassette non mi può tenere in braccio!”.

Caro Padre Stefano, hai ricevuto da Dio il dono di un carisma; hai avuto uomini e donne, figli e figlie che ti hanno seguito e persino laici: nubili, celibi e coniugati.

Contrariamente al primo Dono e al primo Natale della storia nel quale il Padre ci ha dato il suo Unico Figlio hai voluto tenere per te questo dono. I tuoi scritti sono come un nastro registrato sul quale è inciso il solco che separa “il dire e il fare”. A nessuna e a nessuno hai fatto riposare sonni tranquilli, appoggiando i tuoi figli sulla sicurezza del tuo petto; semmai hai fatto il contrario… Ci sono madri, ci sono padri – quelli veri – angosciati per i loro figli e le loro figlie. Hai detto a dei poveri giovani che la Chiesa è perseguitata ma non hai detto loro che essa è ferita anche da quelle persone che si comportano come te, farisei del Terzo Millennio. Stai infrangendo i sogni e le speranze e stai distruggendo quel futuro che più non ti apparterrà di tanti giovani. Fai credere loro che sono dei martiri, ma in realtà sono solo i testimoni del tuo egoismo. Sì, caro Padre Stefano, sei un uomo che ama, ma ti sei innamorato di te stesso. I fumi dell’incenso dell’adulazione che la tua vanagloria ha sparso a mani larghe t’impedisce di scrutare il volto di ogni figlio di Dio e di capire fino a che punto lo hai sfigurato. I tuoi occhi sempre bassi, timorosi di rivelare i sordidi bassifondi della tua anima non si sono mai incrociati con le lacrime di ieri e di oggi di tanti genitori e con le lacrime di domani di tanti figli e figlie che hai condannato alla latitanza sino a quando il loro destino finale li consegnerà all’ergastolo esistenziale. Non so se Padre Pio si vergognerà di te ma sono sicuro che già nel presente molti figli si vergognano di te. Le loro madri e i loro padri non sanno dove li hai fatti rifugiare, nell’illusione di un fantomatico nuovo Istituto religioso che vorresti ancora inventare. Mi chiedo e ti chiedo se questi stessi giovani sanno da chi o da che cosa si stiano nascondendo. Vorrai fare lo stesso per le Suore?

La vita non è comoda per nessuno fino a quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo. I fiori della giovinezza che avresti dovuto offrire all’Immacolata li stai sniffando, per drogarti nel tuo narcisismo.

Caro Padre Stefano se non l’avessi capito tu, vorrei aiutarti e fartelo capire io: hai perso dopo l’autorità anche la credibilità. Una sola cosa ti rimane ma la stai svendendo: è la tua dignità. L’augurio più bello allora, l’avrai capito, è quello di ricevere “nella Luce che rischiara le tenebre” la capacità di chiedere perdono a Dio e agli uomini. Non essere avido solo di doni e bustarelle che non potrai più destinare a quelle missioni che non ti appartengono. Smettila di illudere e di ingannare tante anime buone che ti hanno consegnato se stesse o ti hanno consegnato i propri figli. Fanno fatica anch’esse a credere che hanno sbagliato tutto, che hanno seguito un falso profeta, che hanno speso i loro risparmi per poter stare in quel luogo ameno di Frigento dove, in realtà, hai vissuto molto poco e che da decenni avevi trasformato in colonia di vacanza estiva per te e la tua famiglia naturale. Il Sole di Cristo può ancora insegnarti a non vivere di luce riflessa e a rubacchiare meriti che appartengono ad altri. Se al posto della leggerezza dell’elio insufflassimo nei palloncini delle feste il nostro alito pesante, anziché volare, prima o poi, scoppierebbero. I grandi si metterebbero a ridere ma i più piccoli piangerebbero di spavento. Meditate gente…

Un’ultima speranza ti resta ed è l’Immacolata. Affidati a Lei, non per piegarla ai tuoi capricci e alle tue utopie, ma per chiederle la forza che distingue i vili dagli eroi, i Santi dai santoni: l’umiltà. Con il tuo peso fisico e morale hai schiacciato il tuo scudiero, Padre Gabriele Maria Pellettieri. Lo hai tenuto sempre ai margini della corte, temendo che potesse essere corteggiato più di te. Quando si trattò di aprire le missioni in estremo Oriente, fu lui che spedisti in quelle terre lontane e quando ancora, con il passare degli anni, si profilava il cambio del Governo, hai voluto mantenere il potere, credendoti indispensabile più dello Spirito Santo.

Accetta allora questo mio scritto come modesto omaggio, anche se purtroppo non ha esattamente lo stesso stile dei tuoi libelli, camuffati di teologismo dove hai messo tutti in riga, al banco degli imputati.

Vedo anche la benedicente mano del Santo Padre, stesa verso di te per ricevere la tua bacchettatura. Non è solo quella di Papa Francesco che da sempre non ti è stato molto simpatico ma è ancora quella di san Giovanni Paolo II, del Beato Paolo VI, di san Giovanni XXIII e forse non avresti risparmiato nemmeno Albino Luciani se il primo vento della morte non lo avesse portato via dopo soli 33 giorni. Anche verso Joseph Ratzinger non sei stato generoso, criticandone la Mariologia e la Morale. Gli hai concesso il condono grazie al Summorum Pontificum che ti è servito a colorare la coda da pavone. Hai avuto il privilegio di correre fortissimo con il tuo Istituto, ma lo hai fatto con la retromarcia innestata. Se sono in grado di perdonarti gli uomini ancora di più lo farà Iddio, sicuri che l’Altissimo non applica a noi poveri uomini e donne di questa valle di lacrime lo stesso metro di giudizio di chi, come te, allergico a un salutare e spirituale esame di coscienza ha immolato sull’altare dell’idolatria narcisista il capro espiatorio di turno. Santo Stefano ha ricevuto le pietre della lapidazione; tu hai lanciato le pietre della lapidazione morale verso gli altri.

Tanti auguri a te, Padre Stefano, per un 2015 – anno della Vita Consacrata – che ti consegni alla Giustizia e alla Misericordia di Dio e degli uomini che odono il lamento e il pianto dei tuoi figli e delle tue figlie: frati, suore, ex frati, ex suore, genitori, nonni, zii, fidanzati, fidanzate insieme allo stupore indignato di Cardinali, Vescovi, preti e consacrate dell’Urbe e dell’Orbe.

Una persona che ti vuole bene

UN’AUTOGIUSTIFICAZIONE CHE NON CONVINCE

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Un coagulo di sofismi e di argomentazioni che potrebbero iscriversi nella corrente del cosiddetto “pensiero debole” viene esposto a difesa di alcune scelte liturgiche e disciplinari nel governo delle Suore Francescane dell’Immacolata.

Distinguo!” avrebbe detto il buon Aristotele e con lui il realismo tomista di fronte all’evidente confusione tra l’assenza di sensus Ecclesiae e la predilezione della forma extraordinaria per la Santa Messa e il Breviario all’interno dell’Istituto femminile attualmente sub iudice.

In un imbarazzato e precipitoso comunicato presente sul Sito ufficiale delle Suore Francescane dell’Immacolata si corre a un disperato rimedio per fronteggiare le evidenze emerse durante la Visita apostolica ma conosciute e sofferte da chi viveva, frequentava o continua ad avere contatti con le religiose fondate dal Padre Manelli.

L’anonimo comunicato parla di un sondaggio condotto all’interno delle case religiose delle suore e che avrebbe fornito l’opzione pressoché esclusiva dell’uso liturgico del Vetus Ordo. Non entriamo solo nel merito dell’uso improprio della terminologia, ma sconfessiamo la metodologia di una votazione plebiscitaria orchestrata ad hoc, estranea alle tecniche e alle procedure della statistica a cui la formulazione e l’elaborazione dei dati di un sondaggio fa riferimento. Divide et impera è stato sempre il leitmotiv utilizzato dal Padre Manelli per avere il controllo sulle case religiose. In una piccola comunità – così come lo sono tutte le case dell’Istituto delle Suore Francescane dell’Immacolata tranne quelle di formazione –, appare evidente come sia impossibile nascondere la scelta preferenziale, espressa da una scheda preconfezionata dal Governo centrale. È un fatto acclarato che la scelta del Vetus Ordo era un modo con il quale compiacere da un lato il nostalgicismo del Fondatore e dall’altro l’archeologismo estetico del suo alter ego cioè Madre Francesca Perillo.

Dalla psicologia e pedagogia infantile – di cui l’attuale Madre Generale dovrebbe essere avvezza – si sa che facendo ripetere per diverse volte a un bambino che per mangiare occorre il cucchiaio, alla domanda: “Con che cosa mangi gli spaghetti?”, lo stesso bambino risponderà: “Col cucchiaio!”.

Nel momento in cui la Liturgia Tridentina era diventata l’oggetto dei colloqui fraterni, della ricreazione, della formazione, della preghiera, dell’apostolato, della ricreazione a tavola, il macigno del condizionamento psicologico e pedagogico del “privilegio tridentino” è ben che spiegato. Qualora qualche religiosa avesse sollevato obiezioni, due erano le soluzioni: un rincaro della tecnica del plagio oppure l’uscita dall’Istituto, preceduta dalle vessazioni, dalla messa alla gogna, dall’isolamento socio-comunitario che portava la vittima all’esasperazione. Le Superiore si risparmiavano, in questo modo, la responsabilità di dover procedere alla dimissione di una consorella scomoda.

Sappiamo che è in atto uno sciamare di uscite dall’Istituto senza una formalizzazione canonica che, in questo momento, non gioverebbe agli interessi e all’immagine dell’attuale Governo delle religiose. Alle Suore Francescane dell’Immacolata è sfuggito, tuttavia, il dettaglio importantissimo di trovarsi sotto la lente di ingrandimento Vaticana che fa poca fatica a setacciare errori, tutt’altro che microscopici.

Ragazze entrate poco più che adolescenti nella vita religiosa presso le Suore Francescane dell’Immacolata si ritrovano, loro malgrado, fuori dall’Istituto. Pur avendo riconosciuto e sperimentato l’insostenibilità della vita nel chiostro sono incapaci di oggettivizzare un qualunque giudizio critico per quell’opera di spersonalizzazione che l’insana formazione della loro Famiglia religiosa ha arrecato.

Dati statistici mostrano come nemmeno il 3% di tutti i membri dell’Istituto avesse una formazione scolastica di tipo classico-umanistico. Dall’ignoranza e dalla mancanza di padronanza del latino si sussume la scarsa qualità della preghiera che dalla classica formulazione del Catechismo, lungi dall’essere colloquio tra l’uomo e Dio, assurge ad ebete soliloquio mantrico. A chi afferma “tanto Dio capisce tutte le lingue” chiediamo perché non si possa allora pregare nella lingua stessa di Gesù che è l’aramaico oppure nella lingua liturgica di Gesù che è l’ebraico, oppure ancora nel greco della koiné, lingua diffusa nel bacino Mediterraneo ai tempi di Gesù e che venne utilizzata nella redazione dei Vangeli e nei commenti dei Padri.

Circa l’argomento di offrire, attraverso il latino, una lingua comune di preghiera per quelle religiose che si recano in visita in territori di missione, possiamo candidamente rispondere che i pochi giorni delle rare visite di “mantenimento del regime” effettuate all’estero dalle Superiore non giustificano il disagio imposto diariamente a delle religiose e a delle aspiranti della vita religiosa che proprio non hanno dimestichezza con la lingua di Cicerone né con i suoi derivati. Qualche anno fa sembra che più di una decina di aspiranti alla vita religiosa siano andati via dal convento dei frati in Brasile a causa dell’introduzione – rivelatasi ben presto fallimentare – del Breviario tridentino. Se nella formazione delle Suore Francescane dell’Immacolata, così come nell’interpretazione del Magistero da esse proposto alle formande, ci sono delle eresie sarà compito dei Dicasteri preposti al giudizio e alla vigilanza esprimersi nel merito. Che Papa Francesco non rientri nelle grazie dell’attuale Governo delle suore del Padre Manelli è un fatto certo che difficilmente può essere celato attraverso sterili dichiarazioni di circostanza. Quanto alla giustapposizione tra l’impiego praticamente esclusivo del Vetus Ordo e del sensus Ecclesiae, le due problematiche sono interconnesse. La capacità di integrarsi nelle Diocesi e di rientrare nel loro progetto pastorale è dalle Suore Francescane dell’Immacolata pressoché sconosciuta. È già successo che alla nomina di un Vescovo o di un parroco che non fosse di loro gradimento le religiose del Manelli abbandonassero la missione assegnata loro, infischiandosene del Popolo di Dio spesso da loro stramunto e del cattivo esempio, a prova di una faccia di bronzo quasi sempre china sul suolo e nascosta dai “mistici veli”. L’indifferenza verso gli altri – a partire dalle proprie consorelle – è purtroppo una malattia cronica all’interno dell’Istituto. Papa Francesco – forse per questo poco simpatico alle Nostre – lo ha ricordato alla Curia Romana il 22 dicembre 2014 quando indicava, tra le malattie spirituali, l’egoismo e la perdita di sincerità e di calore nei rapporti umani. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito! Nulla a che vedere con delle faccine funeree, burbere, arcigne e dipinte con quella stessa severità che è il metro di relazione verso gli altri. Le persone amabili non perdono occasione, anche dalle situazioni difficili, di fare auto-ironia; le Suore Francescane dell’Immacolata perdono ogni occasione per fare auto-critica e indignate si scagliano contro chiunque stigmatizzi le loro malattie spirituali, illudendosi di vincere la battaglia contro se stesse attraverso l’ausilio del legale di turno.

Un’altra malattia di cui le nostre religiose sembrano afflitte è la divinizzazione del Fondatore e delle Superiore. Con essa si onorano le persone e non Dio, segno di meschinità tipica di anime piccole che sperano di ottenere la benevolenza di chi le governa o viceversa ottenere la benevolenza delle suddite attraverso la tecnica dell’uso alternato del bastone e della carota. Quando si parla di sensus Ecclesiae viene subito in mente il giudizio negativo delle Suore Francescane dell’Immacolata su altri Istituti femminili contro i quali s’improvvisavano sarte dotate del metro al laser per quantificare la lunghezza della gonna al di sotto del ginocchio o peggio la lunghezza delle maniche dal gomito in giù, o peggio la lunghezza del velo copricapo. Ricordiamo che le Suore Francescane dell’Immacolata professano la Regola Bollata di san Francesco dove, al capitolo secondo, il Serafico Padre richiama al dovere della carità che impone di non giudicare gli altri ma di giudicare piuttosto se stessi. Questa è una lezione, già in epoca medioevale, sul vero sensus Ecclesiae che conduceva san Francesco a un’incondizionata stima verso tutti i sacerdoti, senza voler neanche giudicare la qualità della loro personale moralità.

Nella racconta antologica degli argomenti per i quali la stima della forma ordinaria della Liturgia è pari a quella extraordinaria, si legge la diffusione del Messalino trimestrale edito da Casa Mariana Editrice, ente sottratto al controllo dei Frati ma di fatto, nella disponibilità delle suore, malgrado lo stratagemma di aver affidato la rappresentanza legale al genitore di uno di esse. Con la stampa e la diffusione di tale Messalino, le suore riconoscono la pressoché totale adozione, sul territorio nazionale, della Santa Messa secondo il Messale del Beato Paolo VI. In una scala di valori sembra che il profitto materiale abbia il sopravvento sulla stessa ideologia. Oltre alla schizofrenia spirituale, la malattia dell’accumulare si presenta come ulteriore diagnosi delle Suore Francescane dell’Immacolata. L’accumulo di beni materiali di questi decenni è stato un modo per sentirsi al sicuro e respingere ogni eventuale attacco con la tecnica di Salomone più che di Davide. È ancora la malattia del “circolo chiuso” dove l’appartenenza al gruppo diventa più forte di quella al Corpo (Mistico) e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. È la trasformazione del servizio in potere, in nome del profitto mondano. I mali che affliggono le Suore Francescane dell’Immacolata sono iniziati con delle buone intenzioni, ma le debolezze del Fondatore nei loro confronti, con il passare del tempo, sono diventati un cancro. Il capolavoro di ogni disgrazia che viene dal diavolo ma che inesorabilmente passa attraverso gli uomini – anche quelli che si reputano Santi – è la divisione che porta alla rovina. A donne libere e responsabili che dovevano essere “l’Immacolata l’una per l’altra” ha ceduto il posto lo sguardo truce e l’orecchio corrotto di chi accusa la propria sorella. Il calore che si respirava un tempo in ogni Casa dell’Immacolata diventa oggi una gelida “Caina” dove “glacei vultibus pectoribus et ventribus congelati” offrono la desolante immagine di una perduta vocazione e missione.

Possa dunque una benaugurata soluzione per siffatta situazione irrompere nel destino delle Suore Francescane dell’Immacolata prima che lo sguardo sospettoso e timoroso verso la Madre Chiesa le possa condurre a formalizzare quello scisma che tanto s’industriano a negare.

L’Immacolata aiuti!

ORGOGLIO LUCIFERINO

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Il ricorso al tribunale del popolo attraverso il clamore mediatico è un disperato storico tentativo utilizzato dalla frangia oltranzista dei Francescani dell’Immacolata per condizionare le decisioni della gerarchia ecclesiastica nel merito del Commissariamento del ramo maschile.

Per questa stessa dinamica emerge quanto sia importante poi alimentare la fabbrica del consenso per mantenere la leadership del Fondatore insieme al potentato familiare e al clan oligarchico che il Padre Manelli ha creato a spese degli Istituti da lui fondati.

In questi giorni si è innescata una polemica su alcune affermazioni del cardinale João Braz de Aviz Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata che ha osato citare i Francescani dell’Immacolata alla puntuale domanda di un giornalista. Il presule brasiliano, nell’ultimo numero della rivista Rogate ergo  circa i problemi inerenti alla vita di alcuni Istituti religiosi, citava, come Istituto commissariato, anche le Suore Francescane dell’Immacolata.

Tra i motivi del provvedimento canonico rivolto all’Istituto fondato da Padre Stefano Manelli veniva indicata la relativizzazione del Vaticano II e l’esaltazione del Fondatore la cui autorità è considerata dalle Suore al di sopra di quella del Romano Pontefice. Sappiamo, da testimonianze dirette e dall’ampia letteratura presente sui blog ultradizionalisti che caldeggiano le posizioni dei frati dissidenti seguaci di Padre Manelli che le affermazioni del Cardinale sono vere.

Era prevedibile, tuttavia, di fronte a siffatta, spontanea dichiarazione, la rappresaglia delle Suore Francescane dell’Immacolata che non hanno esitato – come sempre – a irrompere nel Dicastero con il solito avvocato e con il solito fare, minaccioso e arrogante, mimetizzato da vittimismo ipocrita, avente come scopo più l’intimidazione che la ritrattazione pubblicistica.

Sul blog ufficiale delle Suore Francescane dell’Immacolata inoltre si legge una imbarazzata auto-giustificazione poco credibile, tanto prolissa quanto contraddittoria.

Non poteva mancare anche la richiesta d’aiuto ad alcuni blog come Libertà e Persona, che offrono da mesi il loro vassallaggio ai dissidenti dell’Istituto.

Non sappiamo, allo stato attuale delle cose, quale sarà la sorte delle Religiose poiché un Commissariamento, oltre che auspicabile, sarebbe fin troppo prevedibile.

Al vaglio degli inquirenti è molto probabile infatti che si prospettino ulteriori, inedite, e più radicali soluzioni, per sciogliere i nodi che affliggono il ramo femminile. Il Fondatore attraverso le “Superiore di sempre” giocherà senz’altro la carta della massa numerica che per emulazione ed intimidazione più che per convinzione si ergerà come “muro di gomma” contro le decisioni della Santa Sede.

La complessità e la prolissità del testo che si legge sul Sito ufficiale delle Suore più l’irritante e quasi contestuale ricorso al Dicastero, rivelano una forma mondana e istituzionalizzata di orgoglio che potremmo definire luciferino.

Il Voto mariano che le Suore Francescane dell’Immacolata professano dovrebbe condurle all’imitazione della Madonna: essere come Lei, un’altra Maria “pensante, parlante e operante”.

La pretesa di smentita, la tempestività di reazione, uno spirito vendicativo e la giustificazione a tutti i costi non depongono purtroppo a favore di una autentica spiritualità mariana praticata e testimoniata.

Nel panorama mediatico, attendibili testimonianze di ex suore, rivelano quella che potremmo definire una delle più grandi imposture della vita religiosa nel XXI secolo. Un circolo vizioso e viziato di poche Superiore infrange da decenni le più elementari regole del vivere in comunione e in comunità. I dati statistici parlano chiaro: sono qualche centinaio i Francescani dell’Immacolata che hanno abbandonato la vita religiosa nelle più svariate situazioni, esausti di subire vessazioni ma soprattutto di assistere a gravi incoerenze da parte del Fondatore, delle sue nipoti, e delle “Superiore a vita”.

Il lodevole lavoro della Visitatrice apostolica, Suor Fernanda Barbiero che insieme alle due Clarisse collaboratrici non è stata risparmiata da insulti e critiche su informazioni che dovevano necessariamente provenire dall’interno dell’Istituto femminile è adesso quella pesante spada di Damocle che potrebbe infilzare mortalmente le sicurezze che il Fondatore e il manipolo delle Superiore del ramo femminile avevano costruito con la facciata del perbenismo.

I nuovi assetti della Curia Romana, l’annunciato Concistoro, la messa in opera della riforma amministrativa e organizzativa della Santa Sede sono l’incubo a occhi aperti di chi, fino a pochi mesi fa, poteva contare sulla collusione di qualche lobby o potentato vaticano.

Il ristabilimento della giustizia e della carità all’interno del ramo femminile rientrerà, molto probabilmente, nella stessa dinamica adottata per i Frati, con la discesa in campo di Papa Francesco. Sin dalla sua elezione, il Pontefice argentino non ha goduto del consenso delle Superiore delle Suore Francescane dell’Immacolata. Esse sono state le grandi assenti a tutti gli atti pubblici che hanno segnato l’inizio del Pontificato. Ogni giorno, la Madre Generale faceva verificare l’aderenza dei Discorsi e delle Omelie dell’attuale Pontefice appena eletto al Magistero della Chiesa. Peccato che chi censurava il Papa non avesse nemmeno un diplomino in Scienze religiose.

Da marzo a maggio del 2013, inoltre, era sparita da Il settimanale di Padre Pio – rivista di nicchia, gestita dalle Suore Francescane dell’Immacolata – la rubrica sulla “Parola del Papa”. Poco credibili sono ora le posticce ed estemporanee presenze di qualche suora a qualche evento pubblico di Papa Francesco. In occasione di una Udienza generale a Piazza San Pietro, durante la quale Papa Francesco benedisse il modellino del Santuario di Campocavallo, due Suore Francescane dell’Immacolata gli chiesero, non solo di aiutare l’Istituto, ma di salvaguardare il Fondatore. Papa Bergoglio, riferendosi sia a loro che al Fondatore, rispose secondo la scienza e la coscienza dei Santi: “Obbedite e state tranquille”. Anche queste affermazioni sono state interpretate e sfruttate dal mondo ultradizionalista come intento persecutorio del Papa, senza una minima autocritica da parte delle Superiore delle Suore Francescane dell’Immacolata o considerazione verso quelle che per decenni sono state le vittime del Governo autoreferenziale. Vane sono quindi le operazioni di finto maquillage, di sparuta presenze di suore a qualche recente atto pubblico di Papa Francesco.

Ecco cosa leggiamo da un sito che riporta la testimonianza diretta di alcune ex Suore Francescane dell’Immacolata. Durante il postulandato e il noviziato, una suora fu costretta a rinunciare all’apparecchio correttivo per i denti ed è rimasta menomata in maniera irreversibile.

Una suora filippina aveva una intolleranza alimentare verso la salsa di pomodoro ma la costrinsero a trangugiarla. Nonostante l’auto-convincimento indotto dalla Superiora, il caso si risolse con sistematiche fughe in bagno da parte della suora per provocare il vomito. Le conseguenze sulla salute della malcapitata le possiamo immaginare. Al contrario, mentre alcune religiose erano costrette a sopportare ogni disagio fisico, la nipote di Padre Stefano, suor Cecilia Manelli, si lamentava con le Superiore per non poter suonare, alcune volte, il pianoforte.

Anche se ci fosse una deposizione dell’attuale Governo delle Suore Francescane dell’Immacolata chi potrà restituire a delle giovani vite usate e abusate all’interno dell’Istituto, dignità, salute e serenità? È verosimile che la vicenda delle Suore Francescane dell’Immacolata, oltre a dei provvedimenti canonici, possa avere dei risvolti penali in una storia che volutamente e stupidamente le dirette interessate stanno trasformando in un gossip infinito.

Possa la luce del Bambino Gesù che nasce, illuminare e convertire il Fondatore che, lungi dall’essere agli arresti domiciliari, ci risulta domiciliato – forse senza permesso – presso le Suore Francescane dell’Immacolata a San Giovanni Rotondo (FG). L’esempio di vita religiosa di Padre Pio da Pietrelcina di cui Padre Manelli si declama figlio spirituale possa indurlo a più miti consigli e possa suscitare in lui quella sana vergogna che produce una conversione di vita sincera e prepara l’anima umana, giunta alla maturità degli anni, verso quell’ultimo Viaggio che rappresenta il primo punto di arrivo di ogni uomo e di ogni Istituto religioso.

CONVERSAZIONI ESTEMPORANEE SUL DIRITTO

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Ovvero,  come la confusione giuridica in materia di beni ecclesiastici favorisce – non solo oggettivamente – il condizionamento della Gerarchia.

Il Reverendo Padre Perry, Superiore Generale dei Frati Minori Francescani, ha diramato una circolare a tutti i suoi Confratelli sparsi nell’Orbe per lamentare che alcuni laici, cui incautamente era stata affidata l’amministrazione dei beni dell’Ordine, li hanno sperperati, gettando i poveri Frati nel bisogno: il che avrebbe rallegrato il Serafico, trattandosi di una ripetizione – “mutatis mutandis” – delle situazione descritta nel Fioretto della “Perfetta Letizia”.

Il Successore del Poverello, lungi dal rallegrarsene, leva alti lai, inveendo contro i responsabili.

A rimetterci il posto – e la reputazione, almeno per quanto attiene le capacità amministrative, trattandosi di parte lesa nel colossale imbroglio – è stato il malcapitato Padre Giancarlo Lati, già Economo Generale, ora costretto ad ignominiose dimissioni.

Se questo significhi “far volare gli stracci” per coprire altri Confratelli, titolari di responsabilità ben maggiori del povero Padre Lati, ma ormai assurti ad altro e ben più prestigioso ruolo, non sappiamo; tuttavia questa storia ce ne ricorda una analoga avvenuta tra i Padri Minimi: un bel giorno si scoprì che il cosiddetto “uomo del Convento” di una casa religiosa era in realtà un criminale pluripregiudicato, ricercato da tutte le Questure e finalmente “portato al fresco” nel corso di una “brillante operazione” che portò la Polizia ad agire all’interno delle “Sacre Mura”, non prima però di avere saccheggiato le risorse dei Frati.

Il Superiore Provinciale minacciò sfracelli contro il Priore del Convento, il quale però esibì copia di una sua lettera autografa con cui si raccomandava l’assunzione del laico, definito cristiano esemplare ed uomo piissimo: ragion per cui il Priore evitò ogni sanzione, ed anzi venne destinato a più alto incarico (“Promoveatur ut amoveatur”); ci auguriamo che Padre Lati abbia preso analoghe precauzioni a propria tutela.

 Se i precedenti abbondano, non mancano nemmeno casi analoghi in pieno svolgimento, come quello dei Francescani dell’Immacolata, i quali si sono visti soffiare le temporalità con un tratto di penna nel senso letterale del  termine, essendo mutata la dirigenza delle persone giuridiche cui i beni erano intestati; va da sé che i nuovi responsabili si affrettano a cacciare i Religiosi inducendo il Papa Francesco ad offrire loro un immobile alternativo per gli studenti.

Al danno si aggiunge ora la beffa nel leggere in una recente Tesi di Laurea pubblicata dalle Edizioni di “Casa Mariana”, non sfuggite alla sorte delle altre temporalità dell’Istituto, l’apologia della sciagurata operazione di sottrazione di beni con l’avallo del Fondatore.

A pagina, 659, quando gli esaminatori – sempre che ci arrivino – sono già allo stremo delle forze, si legge: “Quando i benefattori non vogliono mantenere la proprietà dei beni che desiderano donare, si pone il problema dell’intestazione”.

Mediante la donazione, il donante trasferisce la proprietà di un bene: come può dunque esistere un donatore che mantiene la proprietà del bene costituente l’oggetto dell’atto giuridico?

Tutta questa disquisizione è volta a dimostrare che l’Associazione cui sono intestati i beni dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata ne risulta “proprietaria unica ed effettiva”, né i malcapitati Religiosi possono invocate la “finctio (che sta per “fictio”)  juris”.

Dal punto di vista del Diritto dello Stato, il ragionamento non fa una grinza.

Si da il caso che la questione dovrebbe essere valutata anche dal punto di vista del Diritto Canonico, che considera alla stregua di Beni Ecclesiastici tutti quelli attribuiti alla Chiesa per le sue necessità.

Chiunque – Religioso o laico – li sottragga a tale destinazione, si rende passibile di sanzione canonica, malgrado la previa assoluzione pronunziata da Suor Palma in favore dei suoi amici laici.

La brillante neolaureata con diritto di pubblicazione (a volte si rimpiangono i tempi dello “Index Librorum Prohibitorum”), ha evidentemente omesso di compulsare la Lettera Circolare emanata dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica” dal titolo “Linee Orientative per la gestione dei beni negli Istituti di vita consacrata e nelle Società di vita apostolica”.

La mancata consultazione del testo, assente dalla bibliografia, si spiega forse con il fatto che nel Seminario dei Frati, dove si conferivano i titoli anche per le Suore, era vietato introdurre “L’Osservatore Romano”, trattandosi di una pubblicazione notoriamente “modernista”: figuriamoci le opere di Joao Braz de Aviz!

Per brevità, e per informazione ne riassumiamo il concetto centrale: il regime giuridico dei Beni Ecclesiastici viene equiparato a quello proprio – nel Diritto dello Stato – dei Beni Demaniali, definito di dominio, e non di proprietà.

Mentre la proprietà ha due estensioni, cioè il godimento e la disposizione, il dominio non permette al suo titolare di disporre dei beni che ne sono oggetto.

Se i dirigenti delle Associazioni, che sono dei seguaci di Padre Manelli, avessero agito nell’ambito pubblicistico statale, sarebbero incorsi dunque nel  reato di abuso in atti di ufficio.

Comunque questi problemi non riguardano le Suore dato che i dirigenti delle Associazioni le lasciano permanere nei loro Conventi, ed anzi le Religiose amministrano discrezionalmente le milionarie temporalità dell’Istituto, naturalmente nel nome di “Madonna Povertà”.

La “fictio iuris” consiste precisamente nel non applicare all’Istituto femminile i criteri che sembrano valere per l’Istituto maschile: le Associazioni si comportano da proprietarie o meno a seconda dell’adesione o meno al cosiddetto “spirito di Padre Manelli”.

Alla domanda che cosa sia questo “spirito”, in Teologia si sarebbe risposto: “Mysterium Fidei”.

Quando si deborda  dalla propria competenza specifica, si deve ricordare la saggezza degli antichi: “Ne sutor ultra crepidam”!

UN LIBELLO CONTRO LA CHIESA

Nella foto di Copertina: la Famiglia Manelli

Nella foto di copertina: la famiglia Manelli

I manelliani raccolgono in volume gli atti del loro convegno, e chiamano a raccolta i seguaci.

Un proverbio dice che la nostalgia è il sentimento dei falliti.

Chi coltiva un progetto, non si scoraggia quando le circostanze impediscono di realizzarlo; cerca piuttosto di capire quali errori hanno determinato il suo insuccesso, li corregge e riprende i suoi tentativi.

Il peggiore errore che può commettere consiste nel convincersi, o peggio ancora nel tentare di convincere gli altri, che non è stato lui a sbagliare, ma è viceversa sbagliata la realtà.

C’è poi chi afferma che è esistita una età dell’oro, in cui il consorzio umano era perfetto, ma poi una congiura delle forze del male ha distrutto l’ordine così costituito, gettando tutti nell’infelicità, nella corruzione e nella miseria.

I reazionari di ogni risma oscillano tra l’uno e l’altro atteggiamento: ve ne sono infatti che coltivano una utopia, e ve ne sono altri che si adoperano per restaurare la situazione da loro idealizzata e rimpianta.

I manelliani assumono un atteggiamento ondivago, ma ultimamente paiono avere imboccato la via di un impegno volto a riportare la Chiesa alle condizioni in cui si trovava prima del Concilio.

Ciò presuppone naturalmente che lo stesso Concilio venga presentato come il frutto di una congiura, ordita da forze esterne alla Chiesa, le quali però avrebbero trovato all’interno di essa  dei complici, disposti a fare entrare il cavallo di Troia dentro le mura.

Per imporre questa tesi, è necessario però escludere che la riflessione espressa dai Padri Conciliari, dai loro consultori e da tutti quanti hanno assecondato il loro impegno in ogni ambito ecclesiale sia espressione di una maturazione, di un dibattito, di un pensiero proprio del Cattolicesimo.

E qui si situa il primo e più importante punto debole delle proposizioni espresse dai tradizionalisti: essi non possono accettare che chi dissente dalle loro posizioni  possa essere considerato cattolico.

Ed allora arriviamo a quella che proprio Don Baget Bozzo, prima di quel riflusso su posizioni tradizionaliste per cui attualmente viene considerato un campione del pensiero manelliano, aveva definito pubblicamente come una “quaestio stantis vel cadentis Ecclesiae”: la libertà di discussione costituisce una base ineliminabile della convivenza nella comunità dei credenti.

 Questa, però – a ben guardare – non è una novità introdotta dal Concilio: già Sant’Agostino aveva affermato “in necessariis unitas, in dubiis libertas”.

Tutto sta a distinguere quanto è da ritenere “necessario” da quanto viceversa si considera “dubbio”, cioè opinabile.

E allora basta riflettere sulla storia della Chiesa per constatare come questo limite, questo confine, si sia spostato, anche prima del Concilio.

Durante il Risorgimento, il Papa giunse a scomunicare chi metteva in discussione il suo potere temporale; poi, però, i Patti Lateranensi segnarono la rinunzia a rivendicarlo.

Questo non comportò, beninteso, una condanna “a posteriori” del “non expedit”: né avrebbe dovuto comportarla, perché semplicemente si era determinata una evoluzione nella posizione della Chiesa.

E questa riflessione aveva portato il Papa stesso a concludere che il potere temporale era una superfetazione determinata dalla storia, senza nessun rapporto con le verità irrinunciabili della fede.

Se questa riflessione non fosse avvenuta, se non ci fosse stato un cambiamento nelle stesse proposizioni ufficiali del Magistero, saremmo rimasti fermi al “non possumus” di Pio IX.

La rabbia dei manelliani, e dei tradizionalisti in generale, trae origine precisamente dal superamento di altri “non possumus”, da parte del Concilio, ma anche da parte del successivo Magistero.

Ci pare che i manelliani cadano in due errori, e che non vi cadano – quanto è peggio – in buona fede.

Il primo errore consiste nel confondere la causa con l’effetto.

Il mutamento nei costumi sessuali non è stato provocato dalla Chiesa: l’Autorità Ecclesiastica ha dovuto prenderne atto, mantenendo fermi i principi morali, ma modificando l’atteggiamento verso chi questi comportamenti mette in pratica.

Nessun Vescovo e nessun Cardinale, né tanto meno il Papa, ha detto che un atto o un rapporto omosessuale smette di costituire un peccato: ciò non toglie che anche gli omosessuali possano esprimere dei valori spirituali e morali, e soprattutto che essi possano contribuire al bene comune.

Qui non c’è nessun incoraggiamento alla diffusione dell’omosessualità, ma c’è la constatazione della persistenza del bene anche in una società in cui questo comportamento si diffonde.

Non è comunque vero, anzi è assolutamente falso che la Chiesa propagandi i rapporti tra persone dello stesso sesso.

Il secondo errore consiste nel postulare l’esclusione del dialogo tra le fedi e tra le culture.

Qui i tradizionalisti colgono un cambiamento di atteggiamento tra il precedente pontificato e l’attuale.

In realtà, presso la Santa Sede ci sono degli organismi dediti al dialogo tra i Cattolici e gli altri Cristiani, tra i Cattolici e le altre religioni, sia quelle abramitiche, sia le altre, e addirittura tra i Cattolici ed i non credenti.

Dell’allora Cardinale Ratzinger ricordiamo un dibattito pubblico con lo studioso non credente Paolo Flores d’Arcais.

Che poi questo dibattito abbia chiarito punti di concordanza e di discordanza era logico ed inevitabile.

Può essere che le concordanze e  le discordanze si accrescano o diminuiscano a seconda degli interlocutori, ma esiste una alternativa al dialogo?

Non, non esiste, salvo che vogliamo ridurre la nostra esistenza collettiva ad un “bellum omnium contra omnes”: il che non è certamente auspicabile, né è confacente con i nostri principi cristiani: ricordiamoci l’evangelico “Pax in terra hominibus bonae voluntatis”, dove gli uomini di buona volontà non sono certamente soltanto i correligionari, né soltanto i credenti.

L’opposizione dei manelliani al dialogo si basa su di un sofisma piuttosto ipocrita: se l’essere cattolico significa l’adesione alle verità della nostra fede, mettersi a parlare con chi non la condivide risulta a seconda dei casi inutile, in quanto constata un inevitabile dissenso, o dannoso, in quanto ci porta a negare le verità stesse in cui crediamo.

Aggiungono i manelliani che nel momento stesso in cui ci si dispone a dialogare con i diversi, si accetta in linea di principio che essi hanno qualcosa di buono, di vero, di positivo, da proporci.

E ciò contraddice – secondo i tradizionalisti – l’assunto per cui noi possediamo tutta intera la verità.

Se si applicasse alla lettera questo principio, non sarebbe possibile nessuna convivenza, dato che la convivenza richiede delle regole condivise, e le regole condivise risultano da qualche forma di accordo, cioè di dialogo.

Non hanno mai riflettuto sul fatto che il dialogo ha dato prestigio a tutti i Cattolici che lo hanno praticato, a cominciare dai Papi (incluso, naturalmente, Benedetto XVI)?

Non hanno mai riflettuto sul fatto che la società nazionale, europea, mondiale, costituisce il risultato di apporti diversi, e che il rifiuto del contributo apportato da quanti sono diversi porta soltanto al fanatismo, alle guerre di religione, al terrorismo?

Se certi musulmani uccidono i Cristiani perché hanno una fede diversa, dovremmo forse metterci sul piano di costoro?

E comunque, ci pare che il rifiuto del dialogo abbia alla fine una sola origine: il fatto di non avere nulla da dire.

Questo atteggiamento, però, non è reazionario, ma è qualche cosa possibilmente peggiore: si chiama oscurantismo.

Ed è precisamente oscurando le opinioni altrui, negando agli altri la possibilità di esprimersi che si riesce subdolamente ad offrire del loro pensiero una immagine distorta, si prescinde anche dalla definizione del dissenso, si demonizzano le opinioni.

Il convegno di Santo Spirito ci ha offerto un ampio saggio di questo atteggiamento, presentando la misericordia verso gli omosessuali come propaganda per le loro tendenze.

Quanto i manelliani rimpiangono è un Seminario in cui si vietava di leggere “L’Osservatore Romano”: le persone intellettualmente oneste lo avrebbero consultato, e poi lo avrebbero discusso.

Così si fa tra persone civili.

Rifiutare il dialogo non significa dunque essere certi della bontà delle proprie convinzioni.

Chi rifiuta di confrontarle con quelle degli altri, non è in realtà convinto di ciò che afferma.

NOSTALGIA DEL TOTALITARISMO

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Se lo Stato non è il mio, dicono i tradizionalisti, non gli obbedisco.

I ludi dei tradizionalisti si sono celebrati a Borgo Santo Spirito sabato 13 dicembre 2014, davanti ad un “parterre” non tanto “des rois”, quanto piuttosto “des royalistes”, fornito dai seguaci di Padre Stefano Maria Manelli, dei quali è noto il dente avvelenato nei confronti del Vaticano per via del commissariamento dei Frati  Francescani dell’Immacolata

I vari relatori hanno modulato ciascuno la propria variazione su di un tema di fondo, che rivela il legame non occasionale con la vicenda di questo Istituto: c’è stato un tempo in cui gli Stati si prefiggevano il fine di realizzare nel mondo un ordine morale.

Poiché però lo strumento considerato necessario per conseguire questo scopo consisteva in una specifica ideologia, essa veniva assunta come propria dallo Stato.

Quanti si opponevano ad essa erano dunque tacciati nello stesso tempo sia di essere nemici dello Stato, sia di essere nemici della morale, e come tali venivano assoggettati ad una persecuzione più o meno grave a seconda delle circostanze, ma comunque inevitabile.

A sua volta, la Chiesa Cattolica, seguendo questo stesso schema, considerava sé stessa come il soggetto incaricato di fornire allo Stato il supporto ideologico che gli era necessario: l’ideologia ufficiale non era dunque costituita tanto dall’ideale cristiano, quanto piuttosto dall’insieme dei precetti stabiliti dalla stessa Chiesa, e lo Stato ideologico finiva in questo caso per assumere le sembianze dello Stato confessionale.

La Chiesa, a partire dal Concilio ma con maggiore decisione sotto l’attuale Pontificato, ha smesso questa pretesa.

Che cosa cambia, dal punto di vista del credente?

Sostanzialmente nulla, perché il cattolico – in quanto tale – continua a rispettare la norma della propria religione, ma lo fa in base ad un atto spontaneo di volontà, senza bisogno della coercizione offerta dal “braccio secolare”.

Egli è un cittadino tra i cittadini, con eguali diritti ed eguali doveri rispetto agli altri: né può imporre agli altri i propri criteri, né gli altri possono impedirgli di comportarsi secondo i dettami della sua coscienza.

Questa svolta si è concretizzata in Italia con l’entrata in vigore del nuovo Concordato del 1984, che non definisce più quella cattolica come “Religione ufficiale” dello Stato.

I nostalgici del confessionalismo e dello Stato ideologico, cioè totalitario, non si limitano però a rimpiangere il passato, e pur non esistendo nessuna norma che prescrive comportamenti in contrasto con la loro coscienza, mettono in discussione la legittimità dello Stato in quanto lo ritengono privo di quella investitura che – a loro avviso – derivava dal compito di costituire un ordine morale.

Questo, però, è un problema che riguarda la vicenda civile.

Il fatto è che i tradizionalisti assumono lo stesso atteggiamento nei confronti della Chiesa, e poiché – sempre secondo la loro opinione – essa avrebbe rinunziato alla sua anteriore funzione temporale, rifiutano di conformarsi a quanto disposto dall’Autorità Ecclesiastica.

Di qui al non riconoscere più la legittimità di tale Autorità, il passo è molto breve.

Per compierlo, è sufficiente cercare un “casus belli”.

Il clamore mediatico sollevato intorno al commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata rivela che questo era precisamente il pretesto che i tradizionalisti stavano cercando.

E le ostilità hanno avuto inizio nel momento in cui si è teorizzato, come hanno ribadito gli oratori del convegno del Santo Spirito, che il credente non deve obbedire, anzi deve disobbedire ad ogni ordine dell’Autorità, civile od ecclesiastica, che non corrisponda con il suo ideale soggettivo di giustizia.

Questo principio, se messo in pratica, significa null’altro che l’anarchia.

Dopo di che, negli auspici dei tradizionalisti, “ab chaos ordo”: risorgerà cioè quell’ordine antico, conforme con i loro principi, che essi auspicano, andando in cerca del soggetto politico disposto a realizzarlo.

L’ombra di Putin si proietta sulla Mura Leonine.

MANELLIANI IN EDIZIONE SPAGNOLA