La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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UN FUCILE BERETTA CONTRO LA METAFISICA DELL’IMMANENZA

lodde

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A Galtrone Valtrompia di certo non mancano gli Ambrogio, compresi quelli che  portano il cognome della nota azienda di armi che nel XVI secolo ha trovato i natali in quel paesino lombardo.

Gardù lo chiamano in dialetto i bresciani, sicuramente avvezzi al riecheggiar degli spari per la prova di qualità dei fucili Beretta.

Le sparate davvero sono grosse se a premere il grilletto è un prete che si prepara alla “riscossa – cristiana” sul carroccio di Legnano.

All’arciprete don Ambrogio Beretta, nomen omen, viene concesso uno spazio siderale su un blogghino provinciale.

Il don Beretta le conosce tutte le porcellane dell’internet e le mette in fila per un esercizio di tiro al piattello: “Libertà e Persona”, “Riscossa Cristiana”, “All Christian“, “Chiesa e post Concilio”, “Corrispondenza Romana”, “Rorate Coeli”, “Unavox”.

Anche il Don si sente di pontificare sul caso dei Francescani dell’Immacolata diventato la novella Damasco o Baghdad per jihadisti cristiani.

C’è un limite alla sua lectio magistralis quando dichiara che “mancano dati fondamentali quali le dichiarazioni depositate presso la Santa Sede dai primi accusatori del governo di p. Stefano Manelli, fondatore dei FFI e la conoscenza della psiche, della moralità e della buona fede degli accusatori”.

La sua quindi “sarà un’analisi solo induttiva, che a partire dalle esperienze, cerca di desumere i principi generali”.

Peccato per il nostro don Beretta che la Santa Sede proceda invece per deduzione, poiché i dati che lui ignora e che non ha il diritto di sapere, nei Sacri Palazzi li conoscono, eccome!

Inizia quindi una lectio magistralis sulla metafisica dell’immanenza, simile a quelle lezioni autorevoli fornite molto probabilmente nello studio teologico interno degli FI, realtà soppressa come “atto dovuto”.

Don Beretta ne fu studente o professore?

La sua conclusione merita gratitudine e considerazione poiché don Beretta fa riferimento “per induzione” alle probabili cause della destituzione del Generale e dei suoi Feldmarescialli: “violenze, guerre, mancanze di rispetto della dignità della persona (e della sua libertà), diffamazioni, detrazioni, ricatti, a volte la stessa frenesia nell’agire e altro, perpetuati a livello sociale, o personale, dall’autorità competente – per abuso di potere – oppure dai privati” (sic).

Oltre alla “perfetta letizia” questa è “la metafisica dell’immanenza” brevettata berettiana.

Continua poi l’excursus di don Beretta che forse per la stanchezza inverte i ruoli quando dichiara “che coloro i quali sostengono il padre Fondatore dei FFI, P. Stefano Manelli” utilizzano toni pacati, mentre coloro “che sostengono il Commissario, e il suo Segretario, P. Alfonso Bruno, FFI (le virgole sono inserite così)” si distinguono “per le argomentazioni contraddittorie, l’acredine, la verbosità, per  quanto quest’ultima sia attribuita agli “avversari”.

Con il suo fucile, malgrado i grossi “pallini” (le grosse balle),  il don Beretta ha mancato il bersaglio.

Niente paura.

Il tempo di ricaricare il fucile e le grosse sparate possono continuare.

Dall’induzione si passa addirittura alla testimonianza diretta quando don Beretta fa riferimento alla “voce del popolo” alla riscossa… cristiana.

Per il don Beretta, le accuse mosse contro i dissidenti FFI sarebbero:

1  “Le domande di indulto, richieste da alcuni FFI alla Santa Sede, di poter uscire dal proprio Istituto;

2  Presunti provvedimenti disattesi, disposti dal Romano Pontefice (mai sottoscritti)”(sic).

Vabbé che la caccia è aperta, ma cosa spara don Beretta?

C’è poi il riferimento – niente poco di meno che – a Madre Teresa di Calcutta la quale  “ottenne l’indulto di dimissione dall’Istituto delle Suore di Loreto, di cui era membro, per fondare, assieme ad alcune sue ex allieve, le Missionarie della Carità”.

Per “deduzione” il don Beretta vuole affermare:

“Se il Padre Manelli è più ispirato di Madre Teresa di Calcutta, perché impedirgli di uscire dall’Istituto da lui fondato per fondarne o… affondarne un altro?”

Dopotutto il Conventuale Padre Manelli si fece FFI nel 1990!

Da una vita in nero passò al grigio.

Dopo altri nuovi vent’anni, perché non passare al bianco con una nuova tonaca?

E’come Gandalf, lo stregone buono, che da grigio diventa bianco.

Gli ex allievi, per transfert,  dovrebbero essere gli ex studenti randagi FFI?

E’ questa l’eccletticità o l’ecclesialità dei santi?

La dissertazione filosofica del don Beretta procede intanto con il passaggio dall’ontologia alla logica minor e gli esercizi di sillogismo circa l’infallibilità del Papa.

Dalla Pastor Aeternus del Vaticano I il don Beretta continua la sparatoria con un volo a un tiro di schioppo sull’ecclesiologia del Vaticano II collocandosi alla scuola di Severino Dianich, forse compagno di giochi del Padre Manelli essendo nato pure lui a Fiume appena un anno dopo.

Indovinata per i nativi friuliani – che nell’Istituto non mancavano – la citazione di Santa Caterina: “Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra me”.

Come non ammirare, si chiede il don Beretta, l’appoggio al Fondatore da parte di alcuni frati?

E Santa Caterina che incalza: “Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra me”!

Dalla “voce del popolo” (e delle loro famiglie angosciate) apprendiamo che diversi giovani sono in mezzo alla strada, contrariamente al Padre Manelli.

“Me lo ha detto Padre Stefano di uscire dall’Istituto, tanto presto ne nascerà uno nuovo. Un giorno papa Francesco non ci sarà più”.

Si chiede ancora il don Beretta: “ma il Papa lo sa”?

Dalla “voce del popolo” il Padre Manelli dagli arresti domiciliari di Casalucense, stanco di fare  per esercizio di virtù il “frate portinaio” che attende al flusso ininterrotto di secondini dissidenti, suore, amici, parenti e conoscenti, che lo sottopongono a continua visita fiscale, ha deciso di riconvertirsi al Vaticano II.

E’ infatti “ritornato alle origini” sistemandosi nella garganica terra della sua infanzia presso il convento delle velate donzelle nel ricordo arcano della “Dea Madre”.

Spera sempre nella “voce del popolo”, alla riscossa.

“Finché c’è guerra – e mi fingo vittima – c’è speranza” diresse e interpretò in una felice pellicola l’Alberto Sordi nel ruolo di trafficante di armi… Beretta!

Per il don Beretta, essi hanno già vinto…

E’ l’ultimo botto, l’ultima sparata.

Scopriremo più tardi che il premio è un viaggio nelle calde acque dello Stige, “il fiume del lamento”…

“Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra me”!

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1 commento

  1. Nicola ha detto:

    Il don Beretta sembra attingere in maniera decontestualizzata da manuali di filosofia teoretica. Di conseguenza non gli si può rispondere secondo logica poiché i principi adottati sono inapplicabili al caso concreto che don Ambrogio Beretta ha voluto – più per ideologia che filosofia – trattare.

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