La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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FABIO CANCELLI, UN GRAFOMANE IN CERCA DI RECORD

 

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E’ un italiano: il primatista mondiale dello scrivere senza dire niente.

Il quindici è un numero magico per i continuatori del “Duce” in vena di esprimersi senza limiti di spazio e di tempo: parlò infatti per quindici ore filate l’Onorevole Almirante, impegnato a fare ostruzionismo alla Camera, meritandosi il soprannome di “Vescica d’acciaio”, dato che per tutto questo tempo non gli fu possibile andare in bagno.

Ora tale Fabio Cancelli dedica ben quindici pagine ad attaccare Padre Fidenzio Volpi e Padre Alfonso Bruno, senza negarsi qualche frecciata a Jorge Bergoglio, ridotto tuttavia nel suo sproloquio al ruolo marginale di comparsa.

Se però il Papa viene citato solo episodicamente nello scritto del Cancelli, egli domina la sua scena iniziale,  o meglio l’incipit della sceneggiatura.

L’ambientazione è misteriosa, “probabilmente in qualche importante sacrestia”, in cui il Papa ascolta “sorridente” Padre Alfonso Bruno.

Privo com’è del filmato del colloquio, Cancelli si trova nell’impossibilità di decifrare il labiale.

Ciò malgrado, il Nostro non si scoraggia, e redige un copione in cui il Papa – che evidentemente deve essere interpretato da una comparsa – rimane in silenzio, mentre parla Padre Alfonso Bruno, con un linguaggio degno di un “cattivo” dei film western: “Non preoccuparti, Francesco, ci sono io che ti difenderò da questo ammasso di blogghisti e dai miei confratelli malvagi e cripto-lefebvriani!”

A questo punto la scena viene tagliata, in modo che gli spettatori ignorino la risposta di Bergoglio, cosicché la “suspence” è assicurata.

Di qui in avanti, non si capisce assolutamente se quanto narrato nel seguito della pellicola sia da attribuire al Papa.

Questa tecnica narrativa è davvero degna di un grande regista: Sergio Leone inizia il racconto di “C’era una volta in America” con la visita del protagonista in una fumeria d’oppio, per cui lo spettatore non sa se il racconto successivo sia reale od onirico.

Qui, però, non c’entra la finzione scenica, quanto piuttosto l’intenzione subdola e maliziosa di insinuare che Padre Bruno sia candidato al Premio Nobel per gli ossimori nella raccolta dell’ampia letteratura epica dedicatagli da novelli scrittori alla Valerio Massimo Manfredi: malvagio/ vittima di un complotto; furbo/ ingenuo; genio/ limitato intellettualmente…

Giulio Cesare, Alessandro Magno e Napoleone, per citarne alcuni, sono solo degli autodidatti nei suoi confronti.

Padre Volpi è invece la reincarnazione di Marco d’Aviano. Tra Cappuccini ci si intende nella lotta contro i catto-talebani!
Il tale Fabio Cancelli alla fine scopre che dietro il Brown si cela un Burattinaio molto altolocato.

Degno da film di “Dan Bruno”: nomen omen!

Fabio Cancelli raccoglie la pistola fumante del gringo dello “spaghetti western”. E’ la prova che ha sparato lui!

Saltando alla conclusione delle quindici interminabili pagine redatte da Cancelli, come fanno i lettori impazienti dei romanzi gialli, non si scopre affatto che l’assassino è il maggiordomo, giacché il mistero permane, ed anzi si infittisce.

“Ma dov’è la logica – si domanda Cancelli – in tutto questo?”; ce lo domandiamo anche noi (n.d.r.).

 E conclude desolato: “Punto”.

Ci viene in mente il racconto di un corso tenuto alla Gregoriana da un insigne Professore di Teologia.

Il cattedratico iniziò la prima lezione con una domanda retorica: “Quid est Trinitas?”

Alla fine dell’ultima, riprese l’interrogativo iniziale: “Quid est Trinitas?”

E concluse dicendo: “Nescimus”.

La mancanza di una risposta plausibile affligge anche i malconsigliati che si avventurano nella lettura dello sproloquio di Cancelli.

L’unico filo logico consiste nella persecuzione cui Volpi e Bruno avrebbero sottoposto il malcapitato Manelli il cui merito è stato di vestire gli ignudi: 400 frati e 400 suore, persino nei parlatori!

Peccato che dal 1970 molti di più siano quelli e quelle già usciti prima del Commissariamento per farsi preti diocesani, entrare in altri Istituti, secolarizzarsi o sposarsi, con la “maledizione” del “Padre Comune” che è sulla terra (e non nei Cieli).

Sembra di udire il racconto delle asserite persecuzioni cui si dedicano i detenuti (tutti quanti – a loro dire – vittime di errori giudiziari).

La nota più illogica di queste narrazioni non consiste tanto nel negare le prove anche più evidenti, bensì nella mancanza di un motivo plausibile per cui poliziotti e magistrati si sarebbero dedicati a far condannare degli innocenti.

Qui si entra in quella forma specifica di paranoia che è il delirio di persecuzione.

Nel caso specifico, il perseguitato è indubbiamente Padre Manelli.

La reale identità del persecutore rimane invece sostanzialmente avvolta nel mistero.

Volpi e Bruno sono naturalmente dipinti come i Fouquier Tynville della situazione, ansiosi – nel loro delirio inquisitorio – di far cadere il maggior numero di teste.

Non si scorge invece l’identità del regista occulto, del Grande Vecchio (altra fissazione nazionale fin dal tempo delle Brigate Rosse) che manovra le “dramatis personae”.

Gli ingenui lettori, nei fumi dello sproloquio di Cancelli, esausti per un testo infarcito di oscure allusioni, di accuse sussunte, di denunzie tanto gravi quanto generiche, a questo punto sono letteralmente stremati, e nel loro sfinimento potrebbero credere addirittura che Volpi e Bruno hanno eliminato “Santokan” e i suoi tigrotti di Mompracem.

Cancelli preferisce però lasciare tutto nell’ombra, e svanirvi egli stesso come fanno teatralmente i presentatori dei programmi televisivi sui grandi misteri.

Il seguito alla prossima puntata.

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1 commento

  1. […] “asilo politico” a cinque frati che sono stati spinti simultaneamente a scappare dal convento finanziati dagli amici del Fondatore anche nel costoso biglietto aereo […]

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