La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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SOSPENSIONI A DIVINIS O SOSPENSIONE DELLA VERITA’?

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False e destituite da ogni fondamento le accuse contro il Commissario Apostolico Padre Fidenzio Volpi di aver comminato la sospensione a divinis a sei sacerdoti dei Frati Francescani dell’Immacolata, per “aver voluto cambiare Istituto”. Violenze e ammutinamenti premeditati contro i superiori e i frati in comunione con il Papa e il Commissario, fughe e prolungate assenze ingiustificate dal convento, il vero movente delle salutari sanzioni disciplinari.

 

La “strategia” degli oppositori al Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata, alla luce di recenti post sui soliti blog di nicchia ultra-tradizionalista, oltre a dichiarare la specificità politico-religiosa dei soggetti attori e redattori, conferma la scelta dell’agitazione mediatica come unico e reiterato strumento al quale consegnare l’utopica rimozione del provvedimento attraverso la vile e pretestuosa delegittimazione “emotiva” delle Autorità che lo hanno emanato.

Con l’escamotage della mera traduzione di un post preso dal blog anglosassone Rorate Coeli utilizzato in mera presunzione per  tutelarsi da eventuali ritorsioni penali nell’ambito della giurisdizione statale, Corrispondenza Romana, San Pietro e dintorni e Messainlatino si piegano al ruolo di quello che un tempo si chiamava “lo strillone”, colui cioè che annuncia lo scoop impresso in un’edizione straordinaria.

Esisterebbero nella fauna webbistica altre casse di risonanza, ma la qualità degli amministratori e la quantità degli internauti le rende insignificanti, più di quelle appena citate.

All’ordine del giorno questa volta è la notizia della “sospensione a divinis” di sei Religiosi ordinati in sacris.

Il Commissario Apostolico è comparato al gigante Polifemo, immagine indovinata se si considera l’identità dei suoi oppositori: “Il Signor Nessuno”.

Con la solita tecnica di distrarre l’ignaro lettore dal vero oggetto della questione e suscitare l’indignazione che si prova verso un presunto carnefice di inermi fraticelli, viene avanzato, come movente della censura ecclesiastica, la volontà di “lasciare l’Istituto” da parte dei chierici sanzionati.

Peccato che il “multiforme ingegno ulissiano” del redattore ispiratosi ad Omero non presenti i fatti nella loro verità appellandosi, a ulteriore detrimento della costruenda arringa retorica, ad un presunto difetto procedurale.

Il Commissario Apostolico, nell’esercizio dei suoi poteri, ha dovuto applicare la misura disciplinare della sospensione “a divinis” nei confronti di sei Religiosi dell’Istituto, di cui uno nigeriano e cinque filippini non certo per sanzionare, come affermato nell’articolo, la loro “volontà di lasciare l’Istituto”.

La sospensione a divinis, inoltre, contrariamente a quanto affermato dall’articolista, che oltre a non conoscere i fatti misconosce il Diritto Canonico, non è la sanzione più grave, come lo sarebbe ad esempio la riduzione allo stato laicale. La sospensione, infine, non è necessariamente permanente.

La volontà di lasciare un Istituto religioso, come afferma lo stesso blogghista,  non costituisce nessuna violazione delle norme vigenti.

La richiesta di dispensa dai Voti costituisce infatti un diritto di ogni Religioso, regolato dal Codice di Diritto Canonico. La concessione effettiva, invece, rimane una grazia. I Voti sono una promessa fatta a Dio, e non di un’esperienza stagionale di volontariato nella Caritas.

Se il Commissario considerasse erroneamente la presentazione di tale istanza  come una infrazione al Voto di Obbedienza, egli avrebbe già sanzionato tutti coloro che l’hanno interposta, ed avrebbe adottato tale misura nei confronti di quanti sono stati recentemente sospesi “a divinis” fin dal momento in cui si sono rivolti per questo scopo alla Congregazione competente.

Tuttavia, di fronte al comportamento di quanti, avendo inoltrato domanda di dispensa dai Voti, si ritenevano non più vincolati ai doveri derivanti dall’appartenenza all’Istituto, il Commissario Apostolico ha dovuto richiamarli alla osservanza di tali obblighi, che perdurano fino all’eventuale accoglimento dell’istanza da parte della Congregazione.

Rientra parimenti nella competenza disciplinare della suprema Autorità dell’Istituto, nel caso specifico il Commissario Apostolico, ogni  comportamento tenuto dai Religiosi fino a quando la dispensa dai Voti produca i propri effetti giuridici.

Il comportamento tenuto per una parte da un Religioso nigeriano e per l’altra parte da sei Religiosi filippini configura un gravissimo “vulnus” al Voto di obbedienza.

 

Inizia qui la nostra “Odissea”.

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NIGERIA

 

Il provvedimento riguardante il Religioso nigeriano è stato adottato in relazione con le sue responsabilità nella rivolta scoppiata il 20 e 21 agosto scorsi nella Casa Mariana di Sagamu, durante la quale numerosi seminaristi – essendosi ammutinati – hanno sottoposto a vessazioni il loro Padre Guardiano, preso in ostaggio con la sottrazione delle chiavi della sua autovettura e del telefono cellulare che lo privavano, checché se ne dica, di ogni libertà di movimento e di comunicazione verso l’esterno.

Questo in rappresaglia alla destituzione del precedente Superiore, che aveva permesso numerosi abusi alla disciplina conventuale, omissioni nella formazione pedagogica e complicità verso Frati indisciplinati, non ultimo un Sacerdote del Ghana venuto in Italia malgrado l’interdizione formale e sorpreso poi a chiedere soldi senza nessuna autorizzazione.

E’ chiaro che tali comportamenti si consideravano legittimati dalla campagna di disprezzo e anarchia orchestrata ai danni del Commissario.

Nel corso di questa sommossa ci sono stati tafferugli tra i formandi, si è verificato un intervento della Polizia locale per sedare la sedizione, e l’Ordinario della Diocesi ha dovuto trattenersi per ben otto ore consecutive nel Convento per placare gli animi: intento riuscito solo in parte, dato che il malanimo nei riguardi del Padre Guardiano e di altri tre Religiosi nigeriani inviati dall’Italia a sua protezione e ad inquirendum et referendum, è proseguito ben oltre la presenza del Vescovo nel Convento.

Il Religioso sospeso si è recato a Sagamu e vi si è trattenuto, come egli stesso riconosce nel ricorso in opposizione contro il provvedimento disciplinare, benché non ne fosse autorizzato e nemmeno avesse richiesto ai Superiori il dovuto permesso.

Questo Religioso aveva lasciato con il consenso delle Autorità dell’Istituto, la Casa Mariana di Bembereké, in Benin, cui era assegnato, ma solo al fine di assistere la madre, a suo dire gravemente ammalata e residente a Lagos.

In realtà egli si è recato piuttosto a Sagamu.

Tale atto di disobbedienza gli era già valso una ammonizione, contenuta in una lettera obbedienziale del Commissario Apostolico inviatagli in data 8 agosto, cioè ben prima dell’inizio della rivolta.

In tale lettera, gli veniva contestato di essersi dedicato “a svolgere un’opera di divisione tra i nostri Religiosi, e formandi, istigandoli alla disobbedienza e pronunziando forti critiche, tanto inammissibili nel tono quanto immotivate, rivolte alle Autorità dell’Istituto”.

Trovandosi a Sagamu, egli si era inoltre recato “presso l’Ordinario del luogo” facendosi “accompagnare dagli altri tre Sacerdoti africani del Convento, per chiedere l’accoglienza canonica per tutti e quattro”.

Il Commissario Apostolico non metteva in discussione il “diritto di compiere individualmente tale passo, ma esso – se compiuto collettivamente – avrebbe privato la nostra comunità, in caso di esito positivo, di ogni presenza sacerdotale: risulta evidente – concludeva il Commissario Apostolico – l’intenzione di danneggiare l’Istituto”.

Fin qui l’esposizione delle motivazioni nel merito del provvedimento disciplinare, che ampiamente lo giustificano.

Si aggiunga che il relativo Decreto è stato emanato quando ancora perdurava la rivolta, e soprattutto la violenza sulla persona del Padre Guardiano, anziano fondatore della Missione, il che costituisce non solo un delitto canonico, ma anche un reato previsto e sanzionato dalle norme penali di ogni Stato.

Occorreva dunque intervenire con urgenza con tutti gli strumenti posti a disposizione dall’ordinamento canonico per fare cessare una situazione di violenza e di illegalità, ma soprattutto di pericolo per il Padre Guardiano, della cui vita il Commissario Apostolico è il primo responsabile.

Dalle testimonianze raccolte, scritte e registrate dai visitatori da testimoni oculari, è acclarato l’intento divisorio e il proposito di violenza indotto dal Sacerdote sospeso.

Costui, promosso dal vecchio governo dell’Istituto subito dopo la sua Ordinazione sacerdotale di due anni fa alla guida dei postulanti della Nigeria, aveva accolto vocazioni ritenute non idonee dai precedenti formatori.

Si tratta degli stessi giovani che hanno capeggiato la rivolta. Si è scoperto che costoro conducevano una vita dissoluta in Convento, abusando di alcool e agendo con bullismo verso altri Seminaristi. Un mini esercito di balordi alle dipendenze di un Sacerdote problematico, che continua a scorrazzare illecitamente in una berlina a uso personale, mentre presenta ricorsi in opposizione, si minaccia ricorsi gerarchici e richiede sanzioni nei confronti dei testimoni.

Il Religioso sospeso invoca comunque, in Diritto, un asserito “error in procedendo” da parte del Commissario Apostolico, basandosi sulla prescrizione, stabilita dal Canone 1720, di un previo colloquio con il soggetto sottoposto a procedimento amministrativo.

Tale adempimento risultava però materialmente impossibile , come era già risultata impossibile la notifica personale della citata lettera a lui indirizzata l’8 agosto 2014.

Il Religioso, in primo luogo, non si trovava presso la Casa Mariana di appartenenza, da cui era stato autorizzato ad assentarsi.

Né egli ha in alcun momento comunicato il recapito della casa di sua madre, nella quale comunque – per sua stessa ammissione – NON si trovava, essendosi illecitamente trasferito a Sagamu.

Infine, una notifica in tale luogo, costituendo la sua presenza uno dei motivi sia dell’anteriore ammonizione, sia della successiva sanzione, avrebbe potuto essere invocata – benché impropriamente – come una sanatoria o una implicita approvazione dell’illecito commesso dal Religioso.

Per questi motivi, è da escludere la possibilità di invocare un supposto “error in procedendo”.

 

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FILIPPINE

 

Per quanto riguarda il caso dei cinque Religiosi filippini, occorre rilevare in primo luogo che la disobbedienza di cui si sono resi responsabili rivela che il loro comportamento non si configura come determinato da decisioni individuali, bensì inserito in un disegno collettivo e coordinato, non sappiamo se per un comune accordo o in adempimento di indicazioni emanate da altri.

Prescindendo da una esposizione dettagliata dei casi individuali, occorre tenere presente che tutti questi Religiosi, più un sesto che non è Sacerdote, si sono assentati in un breve volgere di tempo ciascuno dalla Casa Mariana di appartenenza (in tre casi sita in Italia), senza richiederne l’autorizzazione alle Autorità dell’Istituto e senza nemmeno darne loro alcun avviso salvo che “a posteriori”, una volta consumata la disobbedienza.

Tutti quanti questi Religiosi si sono concentrati nel territorio dell’Arcidiocesi di Lipa, ove godono dell’ospitalità dell’Ordinario locale.

Il Commissario Apostolico gli si è dunque rivolto, chiedendogli chiarimenti, dal momento che i Religiosi – in attesa dell’esito delle rispettive istanze di dispensa dai Voti – sono tuttora sottoposti all’Autorità dell’Istituto.

L’Arcivescovo ha risposto di averli interrogati, ma il Commissario Apostolico ha rilevato e fatto notare che due domande non erano state poste a costoro: se cioè la loro posizione canonica fosse regolare e se si dichiarassero obbedienti allo stesso Commissario, ma soprattutto a Sua Santità il Sommo Pontefice.

L’omissione di tali domande da parte dell’Ordinario non mette in buona luce il suo operato.

Anche i Religiosi filippini sono stati ammoniti, con due successive lettere, ed infine sanzionati.

Se effettivamente le tre comunicazioni sono giunte loro contestualmente, lo si deve alla difficoltà nel reperirli, cui la Delegazione dell’Istituto nelle Filippine ha potuto fare fronte solo parzialmente.

Quanto alle motivazioni nel merito del provvedimento disciplinare, sia nei ricorsi in opposizione interposti dai Religiosi sospesi, sia nell’articolo apparso su “Corrispondenza Romana” si domanda se la sanzione adottata dal Commissario Apostolico sia dovuta all’abbandono non autorizzato della Casa Mariana cui essi erano assegnati, ovvero ad un tentativo di minare l’unità dell’Istituto e della stessa Chiesa.

A questa domanda si risponde affermando che nel comportamento tenuto collettivamente da questi Religiosi si riscontrano entrambe queste azioni, per giunta inserite nell’ambito di un medesimo disegno delittivo: l’abbandono, manifestamente coordinato, dei Conventi in cui essi risiedevano era in funzione di raggrupparsi – come effettivamente è avvenuto – presso l’Arcidiocesi di Lipa, in cui hanno trovato l’ambito territoriale e le complicità necessarie per portare a compimento precisamente un tentativo di dividere l’Istituto.

C’è da domandarsi infatti chi abbia potuto pagare ai tre Sacerdoti il biglietto aereo per le Filippine.

Dell’esistenza di tale tentativo fornisce d’altronde conferma l’articolo apparso su “Corrispondenza Romana”.

Per quanto attiene all’asserito “error in procedendo”  consistente nell’omissione -– a detta dei ricorrenti e dell’anonimo estensore dell’articolo – dell’adempimento prescritto dal Canone 1720,  vale quanto detto a proposito del caso del Religioso nigeriano.

I cinque Religiosi filippini, infatti, non si trovavano più – come essi stessi hanno ammesso nei rispettivi ricorsi in opposizione – nelle Case Mariane cui erano assegnati, ed una notifica presso il loro domicilio abusivo nel territorio dell’Arcidiocesi di Lipa, costituendo la loro presenza in tale luogo uno dei motivi sia delle anteriori ammonizioni, sia della successiva sanzione, avrebbe potuto essere invocata – sia pure impropriamente – come una sanatoria o una implicita approvazione dell’illecito da loro commesso.

In conclusione, le Autorità dell’Istituto ritengono di avere provveduto in piena aderenza con il Diritto Canonico, agendo per la salvezza dei corpi, per la salute delle anime e per il bene supremo della Chiesa.

Mutatis mutandis, ci si è confrontati con l’atteggiamento di chi crea con arroganza situazioni di fatto, come avviene nell’abusivismo edilizio, scommettendo sul successivo condono dello Stato.

Questo spiega perché la Santa Sede tardi la concessione della grazia – non diritto -– della dispensa dai Voti.

Ca va sans dire, che è falso attribuire al Frate assistente di Padre Volpi un’affermazione circa l’impossibilità della concessione della dispensa per i prossimi tre anni.

Può essere necessario un periodo più lungo, come anche un periodo più breve in base alle reali intenzioni dei richiedenti la dispensa dai Voti.

E’ palese infatti il disegno di creare un nuovo raggruppamento di soggetti che perpetuino le stesse dinamiche determinanti il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, sotto un’altra veste e un nuovo nome.

Questo in contrapposizione all’Istituto d’origine e in opposizione all’attuale Pontificato.

In una landa desolata dell’Estremo Oriente, lontano da Roma, un’operazione del genere passerebbe meno osservata.

Ci è giunta infatti notizia della costituzione di un’Associazione Pubblica di fedeli nata nelle Filippine, ma rappresentata in Italia da uno solo dei circa venti ex seminaristi, che non hanno rinnovato i Voti provocando con la loro defezione una diminuzione del numero complessivo dei Professi temporanei.

La matematica non è un’opinione.

A chi, come il blogghista di Corrispondenza Romana, si domanda perché “tanti” frati vogliano lasciare l’Istituto, la risposta è semplice!

In base alle stese testimonianze di frati che non hanno ceduto a forme di plagio o promesse messianiche di facile studio e rapida Ordinazione presbiterale, è il Fondatore in persona che li invitava a non rinnovare i voti, coadiuvato da ex formatori a lui legati e notoriamente in opposizione al Commissario.

Quanto ai Vescovi che appoggiano la cinquantina di dissidenti di cui il Papa – secondo i blogghisti – sta chiedendo la lista, non ce n’è nessuno in Africa, uno solo nelle Filippine e quanti le dita di UNA mano in Europa dove quasi tutti accetteranno comunque le disposizioni finali della Santa Sede.

Per amore alla verità, nessun Frate è costretto a vivere in “un ambiente che è altamente repressivo”.

Con pazienza e carità si stanno piuttosto creando comunità omogenee o tranquille, in aiuto a quei Frati confusi o problematici che avrebbero chiesto la dispensa dai Voti, molti dei quali senza neanche un Vescovo accogliente.

E’ altrettanto falsa la notizia del numero crescente di Religiosi dell’Istituto che chiedono la dispensa dai Voti.

Oltre a darsi il caso di chi, dopo aver aperto gli occhi o essersi pentito, ritorna indietro e denuncia chi lo ha indotto a chiedere la dispensa dai Voti, con il mese di settembre si è finalmente pervenuti alla stabilizzazione della situazione: chi non era convinto di perseverare nel cammino tracciatogli dalla Provvidenza preferendo seguire – come Ulisse – le sirene umane, si è assunto la responsabilità di lasciare l’aratro nel solco francescano dell’Immacolata e volgersi indietro.

Si contraddice quindi chi compara il Padre Volpi al Faraone d’Egitto che non lasciava partire gli Israeliti.

Chi non vuole seguire la legittima autorità della Chiesa, sua sponte è rimasto nella terra della cattività, quella della falsa promessa, la stessa che viene millantata da finti Mosé di una dolorosa, ma purificatrice vicenda ad maiorem Dei gloriam!

 

Per amore alla verità e ai miei confratelli che testimoniano, come degni figli della Chiesa, fedeltà al Papa e obbedienza ai legittimi superiori.

P. Alfonso Maria Angelo Bruno FI

Portavoce Ufficiale dei Frati Francescani dell’Immacolata

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