La verità sul Commissariamento dei Frati Francescani dell'Immacolata

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Don Ciriaco Vozella scrive a padre Manelli

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Prima di farvi leggere il contenuto di questa lunga lettera, per non destare malumori e critiche, vi dico che sono stato spinto dall’amore verso l’intero Vangelo, a me presentato durante la formazione, e che ora sto cercando di insegnare con la mia testimonianza di vita e con la mia predicazione, nella corretta interpretazione, indicata dallo spirito del Concilio Vaticano II. Andando avanti nella lettura, dovrete rifarvi alla storia della Chiesa, nella quale ci sono sempre stati buoni e cattivi, sia tra i semplici fedeli e sia nella gerarchia. Non tutti hanno manifestato, con le loro azioni, il bene e i buoni comportamenti che Gesù ci ha lasciato con il suo insegnamento e il suo esempio. Gesù ci ha detto che dobbiamo continuamente promuovere la gloria di Dio in ogni nostro comportamento, dobbiamo sempre amare il nostro prossimo per il suo bene, rispettando la sua libertà. Vi dico ancora di leggere quelle parole evidenziate in neretto e scritte a pagina 2, perché non vi scandalizziate di fronte a questa lettera, scritta, lo ripeto, per amore.

Carissimo confratello nel Sacerdozio,

sono il Parroco di San Michele Arcangelo in Sant’Angelo all’Esca, della stessa Comunità Parrocchiale di Caporale Antonio, entrato a far parte della famiglia dei “Frati Francescani dell’Immacolata”, con il nuovo nome da lui scelto o indicato dal suo Maestro di noviziato “Fra Gerardo Maria Caporale”.

Sull’invito e alla comunicazione della famiglia Caporale, avevo deciso di essere anch’io alla celebrazione della Professione Perpetua del mio parrocchiano; avevo pensato di partire dopo la celebrazione della Santa Messa delle undici.

Dopo di aver letto la Comunicazione – Invito, ho deciso di non venire lì a pregare, perché ero stato escluso dal condividere la preghiera sacerdotale, nel contesto della Santa Messa, che dopo il Concilio Vaticano II, ci affraterna interamente e ci invita a chiedere al Signore Gesù grazie e benedizioni con quelle sue parole, riportate nel Vangelo di Giovanni: <Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto> (Gv 15,7).

Caro confratello, ti invito a leggere tutto il capitolo quindicesimo di Giovanni: sono esortazioni che Gesù ha pronunciato nel Cenacolo mentre stava per istituire i Sacramenti dell’Ordine e dell’Eucaristia. Poi ti suggerisco ancora la lettura del brano di Luca, capitolo 11, 1-13.

Ancora sull’insegnamento della preghiera, Gesù ci ha indicato come essa dovrà esser fatta, e Matteo l’ha tramandato nel capitolo 18, 19-20: <In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono  io in mezzo a loro>.

Gesù, quindi, ci ha insegnato a pregare uniti soprattutto nella Santa Messa, nella concelebrazione, che il Concilio Vaticano II ci ha donato attraverso l’azione dello Spirito Santo.

Carissimo  P. Stefano, ti faccio una confidenza: prima ero molto vicino ai Frati Francescani dell’Immacolata; poi me ne sono allontanato, perché io ho sempre creduto nell’intero Vangelo, predicato da Gesù e codificato dagli Evangelisti. Il Vangelo è per tutti, Sacerdoti e fedeli; e lo Spirito Santo è stato donato a tutti, perché quello che Gesù ha detto e ha rivelato è comando e indicazione per le scelte di vita, è pista da seguire per compiere anche noi le stesse azioni del Maestro divino, l’unico Maestro nel cammino verso la vita eterna. Ad alcuni Gesù chiede di più, lasciandoli, però, completamente liberi.

Gesù ci ha indicato che il Padre vuole che ognuno metta al proprio posto Dio e che ognuno ami prima Dio e poi il prossimo e ogni fratello. L’amore deve essere più grande verso Dio; e, poi, con Dio dobbiamo amare i fratelli nella loro libertà.

Ho sempre pensato e detto che nessuno deve chiedere al proprio fratello di più di quello che Gesù ha chiesto ai suoi Apostoli e ai Discepoli.

Purtroppo nella Chiesa esiste l’eterno problema che io non posso condividere, perché lo ritengo falso. Difatti, da quando alcuni suoi membri si sono “appropriati” dello Spirito Santo e hanno cominciato a codificare leggi, regole, per aggregare più persone, imponendo modi e atteggiamenti, non detti da Gesù, e quindi non ispirati dallo Spirito Santo, ma sono frutto solo di una falsa interpretazione di alcune parti del Vangelo, io provo tanta tristezza e prego perché tale atteggiamento venga rimosso da tanti cuori e da tanti intelletti di “deboli cristiani”.

Dall’inizio della mia formazione fino ad oggi, ho sempre pensato che alcuni Superiori o Fondatori di Istituti di ieri e di oggi, hanno sbagliato obbligando alcuni cristiani, divenuti loro seguaci, a seguire più quelle “loro” regole, anziché il Vangelo. Niente da dire sulle regole di S. Benedetto, S. Francesco e la Beata Madre Teresa, ecc..

E tanti religiosi, pur di seguire le regole del fondatore, si sono dimenticati del Vangelo! Per questo motivo io amo più la vita sacerdotale diocesana e non quella sacerdotale regolare. L’autorità diocesana, cioè quella del Vescovo, è più autentica perché deve seguire la tradizione apostolica, cioè le indicazioni del Papa. Se poi qualche Vescovo cambia atteggiamento e impone indicazioni in contrasto con il Vangelo, bisogna solo avere pazienza, perché prima o dopo, lo Spirito Santo metterà tutto in ordine, secondo il Vangelo, ed eventuale Sacerdote avrà meriti davanti a Dio per quel tempo di sofferenza.

E’ più facile che sbagli il Superiore di un Istituto anziché il Vescovo, perché il Vescovo sa di aver il Papa che lo chiama ogni cinque anni e quindi non può agire in contrasto con il successore di San Pietro, nel suo piano pastorale e nell’interpretazione del Vangelo. Invece il Superiore si crede un “padreterno” in nome del voto dell’obbedienza alla “sua” persona; e chi vuole obbedire a Gesù, è costretto ad andar via per vivere meglio alla luce del Vangelo.

Un Superiore che invita me Sacerdote, che sono sullo stesso piano nel Popolo di Dio, cioè un operaio come lui nella Chiesa (egli guida una comunità denominata “Frati Francescani dell’Immacolata”, io una comunità denominata “Parrocchia San Michele Arcangelo”), non può estendere il suo invito a partecipare a una funzione di adesione di alcuni fraticelli, con una precisazione e un’aggiunta non riportata nell’invito fatto ai comuni fedeli, con queste parole: << (I fraticelli) sono lieti nell’invitarvi ad unirvi con loro a innalzare lodi, a benedire e a magnificare il Signore per il grande dono della loro “Professione Perpetua del Voto Mariano della consacrazione illimitata all’Immacolata e a dei consigli evangelici di Obbedienza, Povertà, Castità, che emetteranno nelle mani del Rev.mo P. Stefano Maria Manelli, Ministro Generale F.F.I, Domenica 28 agosto 2011, alle ore 17,00, presso la chiesa di San Francesco”. (Riporto la seguente precisazione aggiunta solo per noi Sacerdoti e per i Religiosi): “La Santa Messa sarà celebrata in rito romano antico, dunque non sarà possibile la concelebrazione. I Signori Sacerdoti e i Religiosi che volessero assistere in coro, sono pregati di presentarsi in Sacrestia almeno 30 minuti prima della celebrazione, provvisti di talare, cotta e stola bianca o del proprio abito corale”>>.

Carissimo P. Stefano, in questa mia lettera, ho detto più sopra che io prima ero molto vicino ai Frati Francescani dell’Immacolata, cioè al tuo Istituto, perché so dall’inizio del vostro cammino e delle difficoltà, avute con l’allora Vescovo di Avellino, Mons. Gerardo Pierro. So anche delle iniziative della raccolta firme fatte, in quel tempo, in tanti paesi.

Io ebbi pazienza con Mons. Pierro nel mio ministero e, dopo piccole sofferenze, sono rimasto a vivere il mio ministero in cui mi aveva voluto Mons. Pasquale Venezia, di venerata memoria. Tu, caro Superiore, non avesti pazienza e andasti avanti, rivolgendoti a un altro Vescovo, per portare in porto il tuo programma.

Caro P. Stefano, non ci siamo più visti da quando hai cercato aiuto assieme agli altri, per avere l’approvazione pontificia sulla tua fondazione, dopo quel riconoscimento diocesano di Benevento.

In quei giorni di frenetico impegno, per arrivare fino a Roma e ottenere la visita apostolica di un visitatore del Papa, io, invitato dalla contessa margherita e da due signore di Frigento e di Sturno, sono stato due volte a Roma: nella prima siamo andati dal Cardinale Caprio, di venerata memoria, passato alla vita eterna a ottobre del 2005, perché intercedesse di persona, presso il Santo Padre, secondo le tue intenzioni. Il Cardinale ci indirizzò a preparare una lettera da consegnare nelle mani del Sommo Pontefice, durante l’Udienza Generale, cosa che abbiamo fatto in un secondo viaggio, il mercoledì seguente.

Dopo pochi giorni da quella nostra iniziativa, dalle signore, che avevo accompagnato, ho saputo della visita apostolica e dell’Approvazione Pontificia.

In quel tempo, dopo tale riconoscimento, mi sono presto allontanato dalla Comunità di Frigento, perché non accettavo la liturgia che in essa era promossa e anche per il modo come si portava avanti la formazione di quei giovani e di quelle ragazze, che entravano nel nuovo Istituto. Sono soltanto entrato nel Santuario del Buon Consiglio per accompagnare i miei fratelli a lodare e invocare la Vergine Madre, che lì si venera dal 1920. Quindi mi sono allontanato, caro Padre, perché tu hai cominciato a guidare la tua Comunità in maniera rigida, con regole che sono in contrasto, a parer mio, con il Vangelo, ricordate più sopra con indicazioni, che non sono conformi allo spirito del Concilio Vaticano II, ugualmente menzionate precedentemente.

Voglio ancora dire, caro confratello, che avevo già saputo che il giovane Caporale Antonio della mia Parrocchia aveva cominciato la sua formazione per essere un religioso, come cooperatore laico, per essere utile in qualche attività della Comunità o della Chiesa universale. So anche che alcune attività, e non solo il ministero sacerdotale, sono necessarie all’interno dell’Istituto. Tante altre attività, però, possono essere complementari al ministero: si possono svolgere insieme l’uno e le altre! Perché, quindi non è stato avviato o non gli sarà stata consigliata la strada da intraprendere anche verso il Sacerdozio? Oggi, la Chiesa Cattolica ha estremo bisogno di Sacerdoti secondo la chiamata di Gesù. Di laici impegnati ve ne sono già tanti in virtù della loro consacrazione battesimale. Si può ancora consigliarlo ed esortarlo a riprendere i suoi studi per divenire Sacerdote, come te stesso e come me, sempre dediti alla gloria di Dio e al servizio della Chiesa.

In Parrocchia, nella passata domenica, di quel 28 agosto, durante la celebrazione della Santa Messa, abbiamo pregato per tre volte, secondo questa intenzione: <<Preghiamo, in questa giornata, per il nostro giovane Antonio Caporale, oggi Fra Gerardo Maria, perché possa accogliere la chiamata al Sacerdozio, ministero tanto necessario nel Popolo di Dio…>>

Aggiungo, poi, caro confratello nel Sacerdozio, l’indicazione del Santo Padre, Benedetto XVI, la nostra guida nella cordata della Tradizione Apostolica, l’autentico successore di San Pietro, dopo aver sentito la testimonianza dei miei Parrocchiani, presenti al Sacro Rito. Mi dicevano che la celebrazione della Santa Messa si è svolta in latino e non nella lingua della maggioranza dei presenti, così come dice il Concilio Vaticano II. In latino, in verità, sempre secondo le nuove indicazioni, può esser celebrata soltanto la Messa internazionale; oppure se c’è il Sacerdote, che accetta di celebrare secondo la richiesta di almeno una trentina di fedeli.

La celebrazione da te annunciata è stata officiata da un tuo collaboratore, e tutto si è svolto secondo il programma indicato nella “lettera-invito” e anche dai foglietti preparati per accompagnare lo svolgimento della stessa celebrazione. Quindi, in programma e in partenza, la Messa non sarebbe stata celebrata con i canoni della Chiesa Cattolica Universale, codificati dal Concilio Vaticano II, ma in modo straordinario e non secondo le indicazioni del “Motu Proprio Data” Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla riforma del 1970.

Caro Confratello, la mania di fondare nuovi Istituti, con indicazioni, secondo il “proprio spirito” e non secondo lo Spirito Santo e le direttive della Chiesa, che è guidata dal Santo Padre che è in Roma, porta alcuni Sacerdoti ad aggregare intorno a se dei fedeli con l’imposizione di un determinato abito e con delle norme che alterano le regole e i consigli indicati da Gesù e scritti dagli Evangelisti, nei libri ispirati nella Bibbia e approvati dalla Chiesa.

Purtroppo anche nella nostra Forania c’è, proveniente dal vostro Istituto, don Diodato che prega e lavora per fondare un nuovo Istituto in concorrenza con quello di Frigento. Sembra che egli non compia bene il suo ministero parrocchiale; infatti la gente non è contenta e tanti si rivolgono pregando spesso sia il Signore e sia il Vescovo di Avellino, perché il loro parroco si innamori di più di tutta la popolazione, dal più piccolo al più grande. Pregano anche perché abbia buona salute per potersi dedicare in maniera continuativa per il bene di tutta la popolazione. A Taurasi, purtroppo, tanti funerali e matrimoni vengono celebrati da un altro Sacerdote. Non è un mio appello isolato che rivolgo verso un mio confratello, ma è anche il desiderio e l’appello del nostro Vescovo e di altri sacerdoti dell’intera Forania.

Diversi della parrocchia di Taurasi sono costretti a girare per le chiese di altri paesi nella festa domenicale.

Preghiamo insieme, perché lo Spirito Santo possa guidare tutto il Popolo di Dio, Sacerdoti e Fedeli, secondo l’insegnamento di Gesù e secondo il ministero del Santo Padre, scelto dallo Spirito Santo, sulla Cattedra di San Pietro, e secondo le direttive dei nostri vescovi che si alternano nella vita della nostra Diocesi.

Carissimo confratello nel sacerdozio, io sto guidando la mia comunità parrocchiale, come dicevo prima, con la predicazione del Vangelo e con i Sacramenti. Tu, invece sei stato chiamato a vivere la vita consacrata dalla sequela di San Francesco, nella Comunità dei Francescani Conventuali. Però, dopo un periodo di sperimentazione di vita secondo il carisma di San Massimiliano Kolbe, ti sei distaccato dalla tua Comunità di origine, con alcuni tuoi seguaci, per fondare una nuova Comunità, alla quale avrai dato regole non scaturite dalla scuola di Gesù, che noi leggiamo nel Vangelo, preso integralmente; ma esse, forse, fanno parte di quei comportamenti propri degli Scribi e dei Farisei, che nostro Signore ha bollato e ha definito “pesanti”; difatti leggiamo: <<Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi Discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli Scribi e i Farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange”>> (Mt 23,1-5)

Caro P. Manelli, le regole, che hai dato al “tuo” Istituto, e la formazione, che ricevono quelli che sono entrati nella tua Comunità, sono troppo restrittive e rigide, sono norme che annullano la persona umana, rendendola schiava con il voto di obbedienza al “tuo” modo di vivere, e non a Cristo, che è venuto a renderci liberi e non ci ha chiamato servi ma amici.

I miei due parrocchiani, Antonio e Teresa Caporale, quando vengono per qualche giorno in Famiglia, non possono più dormire presso la loro abitazione, con i genitori, ma sono obbligati a raggiungere il vicino convento di Frigento.

Antonio e Teresa Caporale hanno dovuto troncare ogni rapporto di amicizia con i loro compagni d’infanzia, perché hanno ricevuto una formazione che li porta a vedere il pericolo del peccato in ogni gesto e in ogni persona, forse anche nei loro genitori, forse anche nei loro familiari più stretti. Alcuni mi dicono di loro che hanno ricevuto il “lavaggio del cervello”. Forse loro (il forse l’ha usato anche Gesù!) non sono più, mi dispiace dirlo, alla scuola del Vangelo; ma sono diventati schiavi all’interno del “tuo” nuovo Istituto, che è alimentato non certo da una vita evangelica nel suo insegnamento completo a noi giunto, e nemmeno dalla nuova interpretazione che la Chiesa si è data con l’azione dello Spirito Santo, che soffiò tanto, e continua a farlo, dal tempo dei Santi Padri del Concilio Vaticano II.

Oggi ogni fedele è chiamato al rinnovamento conciliare, a vivere bene, prima di tutto, la sua consacrazione battesimale, il suo inserimento nel ministero Divino di Cristo, Re, Sacerdote e Profeta, con l’aiuto dei due Sacramenti: la Confessione e l’Eucaristia. Tu, caro fondatore, ancora continui a proporre nomi diversi da quello del Battesimo, cosa che non avviene più negli altri Istituti; anzi alcuni religiosi si sono ripresi il loro nome originario, che i genitori avevano indicato a pochi giorni dalla nascita.

Caro Padre, nelle due scelte di vita, che il Popolo di Dio è chiamato a seguire per la sua santificazione, quella sacerdotale, diocesana o regolare, e quella matrimoniale, dovrà essere sempre alimentata, sostenuta, corretta e raddrizzata con i due Sacramenti della Confessione e dell’Eucarestia, voluti da Gesù per tutti, nel cammino terreno verso la vita eterna. Tante altre norme, tante sottigliezze, tanti cavilli, tanti “pesi insopportabili e imposti”, oltre alle indicazioni del Vangelo, non agevolano il cammino e non aiutano a dare la libera e gioiosa testimonianza cristiana a chi s’incontra, in cordata con Gesù, verso la vita eterna.

Un’ultima cosa voglio ancora ripetere, perché l’ho già evidenziata prima.

Nella liturgia rinnovata dal Concilio, noi dobbiamo sempre usare la nostra lingua, perché dobbiamo esprimere e ricevere all’unisono e in maniera immediata, senza traduzioni interposte, il Messaggio Divino. Al Signore, poi, dovrà giungere la nostra lode, scaturita da un cuore e da una mente aperta e illuminata dallo Spirito Santo, nella nostra stessa lingua, così come avvenne a Pentecoste.

Ti prego: non dobbiamo più usare il latino in simili celebrazioni, perché ognuno deve sentire e potersi esprimere nella e con la propria lingua. Il latino, ci dice il Magistero della Chiesa, va usato nelle celebrazioni internazionali e non in quelle popolari, così come, purtroppo, è avvenuto nella tua Comunità, alla presenza di quanti hanno partecipato, assieme ai miei parrocchiani.

Una volta il latino era la lingua del popolo. Per questo motivo la Chiesa, in quel tempo, per un periodo molto lungo, purtroppo, scelse il latino non certo per vivere in maniera sublime e misteriosa il mistero divino, ma perché allora il latino era la lingua parlata dal popolo. Oggi dobbiamo seguire le indicazioni che lo Spirito Santo ci ha dato per mezzo dei Padri Conciliari nella grande Assemblea del Vaticano II.

Perciò fatti guidare anche tu dallo Spirito Santo!

Te lo dico per la carità cristiana e in nome della correzione fraterna, cerca di non vivere il tuo carisma sacerdotale in maniera antica, dopo la “grande ventata” di Pentecoste, promossa e iniziata dall’indimenticata intuizione del Papa buono, oggi Beato, Giovanni XXIII, con la scelta della Messa “celebrata in rito romano antico”. Dalle nostre parti, in tutta la Campania, si sta celebrando ovunque la Santa Messa sempre nella lingua che oggi il popolo conosce, cioè in italiano, così avviene in Sant’Angelo all’Esca e nella parrocchia di Frigento. A Tarquinia ci sarà senz’altro la stessa realtà: non è un paese di frontiera, dove si parlano molte lingue. Quindi, anche a Tarquinia, la Santa Messa deve essere celebrata in Italiano.

Preghiamo l’uno per l’altro, per una nostra corretta vita sacerdotale.

Sant’Angelo all’Esca, 8 settembre 2011

Un tuo confratello nel Sacerdozio, operaio umile lavoratore nella vigna del Signore, in comunione con il Santo Padre, Benedetto XVI, e con il Vescovo, Mons. Francesco Marino.

Sac. Ciriaco R. Vozella

P.S. Invito l’Autorità ecclesiastica costituita, con il presbiterio diocesano regolare, al dialogo su quest’argomento, perché dobbiamo ricercare la strada giusta, al tempo di oggi, per raggiungere personalmente la vita eterna, avendo il Vangelo come costituzione, e con l’impegno di aiutare il Popolo di Dio a noi affidato, verso la via della Santità, alla quale tutti siamo chiamato verso la via della santità alla quale tutti siamo chiamati in maniera libera.

Sac. Ciriaco R. Vozella.

ALLEGATO: Originale articolo

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1 commento

  1. […] la lettera è datata due anni  prima del Commissariamento (cfr. https://veritacommissariamentoffi.wordpress.com/2014/09/14/don-ciriaco-vozella-scrive-a-padre-manelli&#8230;). In tempi, quindi, non sospetti. Forse un ultimo avvertimento (non sappiamo, per ora, di altri […]

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